Cannes 2019. Recensione: ROUBAIX, UNE LUMIÈRE (Oh Mercy!), un film di Arnaud Desplechin. Un noir bressoniano

Roubaix, une lumière (Roubaix, una luce; titolo inglese: Oh Mercy!), un film di Arnaud Desplechin. Con Roschdy Zem, Léa Seydoux, Sara Forestier, Antoine Reinartz. Compétition.
Desplechin torna nella sua Roubaix, Francia estremo nord, per quello che si presenta come un qualsiasi polar, l’ennesimo crime su quartieri difficili e disagiati (vedi, per stare a questo Cannes, il più astuto e corrivo Les Misérables). E che invece si rivela nel suo andamento avvolgente qualcosa di più e di diverso: una riflessione etica, un referto del male al lavoro. Tra Dostojevsky e Bresson. Il male è il sordido assassinio di una povera donna anziana e sola. Film sottovalutato eppure magnifico, che ricorda nei suoi momenti più alti First Reformed di Paul Schrader. Con un Roschdy Zem nell’interpretazione maschile assoluta di questo festival. Voto 7 e mezzo
Il film più sottovalutato del concorso, accolto – al penultimo giorno del Cannes più sfiancante e discutibilmente organizzato del decennio – nell’indifferenza da una stampa ormai stremata. Messo in ombra oltre che dal calendario infelice dai troppi colossi autoriali in gara. Chi mai volete che accorra e, se accorso, resti desto e vigile a un Desplechin, autore rispettato ma inconsciamente dai più ritenuto un minore, dopo che si son fatte file sotto sole e pioggia per Tarantino o Dolan? Ci sono film più fragili di altri che vengono penalizzati da quelle macchine ammazzabuoni (i cattivi no, quelli sopravvivono sempre come la gramigna) che sono i festival, e Roubaix, une lumière (Roubaix, una luce) è tra quelli. Eppure, che meraviglia di film, benché a lenta carburazione, uno di quei film che ti crescono dentro e ti possiedono con il passare del tempo. Certo, a prima vista imperfetto, sbilanciato e gonfio di cliché da cinema di genere con la sua partenza da polar qualsiasi: salvo rivelarsi via via sempre più complesso e stratificato, ben oltre i codici del poliziesco alla francese. Ma ci vuole pazienza, bisogna assecondare il suo andamento prima casuale e irregolare, poi spiraliforme, avvolgente, che ti precipita senza che te ne accorga nel cuore di un delitto sordido, in abissi dostojevskiani. Allora capisci che quel travestimento da crime story non è che un’astuzia di Arnaud Desplechin per aggirare le difese dello spettatore refrattario alla complessità e condurlo sul terreno assai ostico della riflessione etica. Per inchiodarlo allo spettacolo del Male, dell’egemonia del maligno in un mondo disertato da Dio.
Si parte come in un noir – una gendarmerie a vigilare su una città del caos e del disagio: è Roubaix, ma ha tratti comuni con la banlieue complicata di un altro film cannense, però ben più paraculo di questo di Desplechin, e difatti gran successo-di-pubblico-e-critica e un premio alla fine: intendo Les Misérables di Ladj LY -, si arriva al referto del male al lavoro, come in Robert Bresson (Mouchette, Il diavolo probabilmente). Il che scaglia Roubaix, une lumière in un cinema meditativo ormai raro se non estinto, cinema che ancora si interroga su bene e male, sulla prevalenza della tenebra sulla luce e sulla resistenza della luce alla tenebra (sarà questo il senso di quel lumière del titolo?).
Arnaud Desplechin torna alla sua hometown, Roubaix, Francia estremo nord a due passi dal Belgio, dov’è nato, dove ha girato molti dei suoi film, compreso l’autofictionale Trois souvenirs de ma jeunesse. Ci torna raccontando un 25 dicembre esattamente come nel suo bellissimo Racconto di Natale, ma capovolgendone il contesto ambientale. Se là eravamo all’interno di un clan familiare della Roubaix altoborghese, qui siamo nei quartieri devastati dalla disoccupazione e dalla chiusura delle fabbriche, nella wild side della “città con il più basso reddito pro capite di tutta la Francia”. Attraverso l’osservatorio del presidio di polizia governato dal commissario Daoud, seconda generazione di immigrati magrebini, esempio di una (forse) riuscita integrazione, assistiamo a teppismi, violenze, devastazioni vere e devastazione false simulate da probi cittadini xenofobi per agitare lo spettro dello straniero criminale. Vediamo l’inferno, ecco. Perché è il ritirarsi del divino, l’abbandono al maligno che Desplechin intende suggerirci sotto la forma del nuovo crime e nei cliché del film di banlieue. Che Roubaix non sia il solito noir o l’ennesimo pilot per una imminente serializzazione (come ha invece ravvisato, e travisato, certa critica anglofona stroncandolo duramente), Desplechin ce lo dice attraverso il personaggio del tutto incongruo rispetto al genere del giovane poliziotto appena arrivato al commissariato, un giovane uomo che – inaudito! – è uomo di fede, tormentato uomo di fede, uomo che prega, uomo che crede in Dio e che interroga Dio su come sia possibile quel trionfo del male cui assiste ogni giorno, ogni notte. Solo in First Reformed di Paul Schrader il cinema recente ha osato mettere in scena con altrettanta intensità il turbamento di colui che crede, il suo dover fare i conti con la desolazione della terra che abitiamo.
Il Male si prende la scena quando Daoud e i suoi uomini si ritrovano alla prese con l’assassinio di una vecchia povera e sola, soffocata da ignoti, strangolata, probabilmente derubata. Daoud –  un magnifico Roschdy Zem osservatore insieme impassibile e partecipe delle devastazione morale di quella città morta: la sua è la performance maschile assoluta di questo Cannes e lui avrebbero dovuto premiare come migliore attore se non avessero dovuto risarcire, attraverso il riconoscimento a Banderas, Almodóvar della mancata palma – si indirizza sui soliti sospetti, ma non tarda a rendersi conto che i, anzi le, responsabili stanno altrove. Se siete sensibili al pur minimo spiffero di spoiler saltate: perché mi tocca dire, se no come faccio a scrivere del film?, quello che peraltro tutti i recensori del mondo hanno già riportato, ovvero che il delitto è opera di una coppia, anche in senso omosessuale, di giovani donne, giovani ma già provate da complicazionie esistenziali, povere, una con un figlio da crescere da sola, entrambe annebbiate e abbrutite da eccessivo consumo alcolico. L’interrogatorio-trappola delle due messo a punto da Daoud otterrà i suoi risultati, tra versioni ora coincidenti del delitto fornite dalle assassine ora contraddittorie, e confessioni di dettagli sempre più raccapriccianti. Come in certi sordidi Chabrol d’annata, ma senza il distacco glaciale di Chabrol. Con Desplechin che si inoltra davvero alla Dostojevsky nel Male cercandone il senso, sempre che ce ne possa essere uno. È il cuore del film e la sua grandezza, con il regista che alterna indagatore il proprio sguardo, quello di Daoud, quello delle due assassine, per ricostruire l’insensato e comunicarcene almeno un qualche frammento. Perlopiù liquidato da chi l’ha visto a Cannes come un noioso procedural mal saldato a una prima parte polar, Roubaix, une lumière svela solo allo spettatore paziente il suo essere altrove rispetto al genere. Sara Forestier era la ragazzina che interpretava Marivaux nel bellissimo Kéchiche della Schivata (quando Kéchiche non scandalizzava): la ritroviamo qui totalmente diversa, perfetta e allarmante nel rendere l’atonia del suo personaggio (un personaggio che decenni fa sarebbe andato di diritto a Isabelle Huppert). Léa Seydoux è la compagna-complice. Chapeau: ci vuole coraggio per una star come lei ad accettare un personaggio tanto sgradevole e lontano da ogni glamour.

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Una risposta a Cannes 2019. Recensione: ROUBAIX, UNE LUMIÈRE (Oh Mercy!), un film di Arnaud Desplechin. Un noir bressoniano

  1. Giancarlo scrive:

    ottima recensione, come sempre. Desplechin è quasi completamente ignorato dalla distribuzione italiana. Alcuni suoi film sono capolavori ( per es.:Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle), o Trois souvenirs de ma jeunesse…)

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