Cannes 2019. Recensione: IT MUST BE HEAVEN (Dev’essere il paradiso), un film di Elia Suleiman. L’esilio del signor ES

It Must Be Heaven (Dev’essere il paradiso), un film di Elia Suleiman. Con Elia Suleiman, Gael Garcia Bernal, Nael Kanj, Grégoire Colin, Vincent Maraval. Compétition.
Il regista palestinese Elia Suleiman (ma attenzione: di Nazareth, territorio israeliano) mette in scena attraverso il suo alter ego ES uno stralunato viaggio tra la sua città, Parigi e New York. Osservando con la faccia impassibile di un Buster Keaton o di un Tati l’assurdo quotidiano senza confini. Ma l’approccio deadpan non ha il rigore assoluto del Roy Andersson di Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza e le molte sequenze godibili non ce la fanno a saldarsi in un narrazione compatta. E se per due terzi It Must Be Heaven evita le secche del film militante (sulla questione palestinese, s’intende), ci casca poi dentro nell’ultima mezz’ora. Enorme successo a Cannes, che si replicherà di sicuro in tutto il mondo. Menzione speciale dalla giuria presieduta da Iñarritu. Voto 6
Che applausi signora mia alla proiezione mista pubblico-stampa di It Must Be Heaven al Grand Théâtre Lumière, perfino, e più volte (cosa mai successa in questa edizione numero 72), a scena aperta. Di quei film subiti adottati e amati incondizionatamente, e francamente chi se lo aspettava da un titolo sulla carta tra i più deboli della Compétition, mica per niente messo in calendario l’ultimo giorno prima della consegna premi e dunque a giochi si immagina già abbondantemente fatti in giuria. Oltretutto sciaguratamente programmato in modo tale che gli ultimi dieci minuti si sovrapponevano a un’altra proiezione stampa del concorso, quella di Sibyl della francese Justine Triet. Sicché eri costretto a scegliere: o vederti tutto Suleiman e perderti Triet, o uscire un quarto d’ora prima da Suleiman per poter entrare da Triet. L’ennesima follia o mala organizzazione di Cannes 2019 (certo, c’era più tardi un’altra proiezione di Sibyl, ma alla famigerata e troppo piccola Salle Bazin dove il rischio di non entrare è sempre altissimo).
Non certo prima, ma dopo la proiezione e relativi applausi, molti a mettere It Must Be Heaven, Dev’essere il paradiso, tra i favoriti alla palma: è invece entrato nel palmarès solo con una menzione speciale, aggiunta presumibilmente ad hoc dalla giuria per non lasciare il palestinese Elia Suleiman (arabopalestinese di Nazareth, territorio israeliano, dunque suppongo dotato di nazionalità e passaporto israeliano) a mani vuote. Suleiman che è salito sul palco a ritirare il rotolo (finto)pergamenaceo consegnatogli da Chiara Mastroianni – vincitrice la sera prima come migliore interprete a Un Certain Regard per il brillante e assai intelligente Chambre 212 di Christophe Honoré – con la laconicità e l’impassibilità del personaggio che interpreta nel suo film, un alter ego da autofiction chiamato ES. Doppio che avevo già visto all’opera nell’episodio diretto da Suleiman nel film collettivo 7 giorni all’Avana a Un Certain Regard di qualche Cannes fa.
A essere franchi, non mi colloco tra i molti e illustri entusiasti di Dev’essere il paradiso. Così presentato dall’autore-interprete nel pressbook: “Se nei miei film precedenti la Palestina poteva essere apparentata a un microcosmo del mondo, il mio nuovo film, It Must Be Heaven, tenta di presentare il mondo come un microcosmo della Palestina”. Mah. Cerco di tradurre a modo mio: non è stato il mondo a ridurre a sé la Palestina, a normalizzare la differenza palestinese, ma è stato il modello Palestina ad aver plasmato ed espugnato il mondo. Posto che sia vero, quale sarebbe mai questo modello? Non è che il film ci fornisca chissà quali chiavi di interpretazione. Forse è l’assurdo quotidiano, lo sfaldamento della realtà in una surrealtà grottesca e attonita a fare da tratto comune tra la prima parte del film a Nazareth e le due successive a Parigi e a New York. Come se l’appartenenza a una patria che non c’è e però assai concretamente e potentemente percepita come la Palestina costringesse il protagonista ES a un continuo spaesamento-straniamento, a una fluttuazione in cerca di un radicamento sempre agognato e mai realizzato. Se è questo sentimento permanente di esilio, anche da se stessi, il filo che dovrebbe cucire le parti del film, se è questa “la Palestina che si fa mondo”, l’impressione è che di quel filo non ce ne sia abbastanza, che parti e pezzi di It Must Be Heaven se ne stiano per conto loro e come irrelati, sconnessi. Inutile ridurre ad unum, forzare a una coerenza impossibile un film che è ondivago, fluttuante, vagante e disseminato capricciosamente qua e là in una casualità a volte felice altre meno. Un film che è una silloge di scene a sé stanti come microfilm indipendenti, non comunicanti narrativamente tra di loro, pure monadi, certo spesso riuscite, certo aguzze e divertenti, ma pur sempre monadi. Ci troviamo stilisticamente, attraverso il character di ES, ora attore ora osservatore silenzioso, il viso fissato in una maschera deadpan, dalle parti di Jacques Tati e Buster Keaton, anche se a me It Must Be Heaven ha ricordato più i personaggi stralunati del Roy Andersson di Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, capolavoro del quale però questo film non ha il rigore assoluto, la radicalità, la perfezione formale e nemmeno l’audacia. Tutto qui sembra più lieve e svagato e insieme approssimativo, anche nelle sequenze più costruite e coreografiche, senza mai abbagliarci davvero.
Si parte con l’unica sequenza in cui ES se ho visto bene risulta assente. Siamo a Nazareth, con un vescovo che, in testa a una procession,e batte più volte sulla porta chiusa di una basilica. Ma nessuno dall’interno apre, anzi si sentono voci concitate. Sicché imbufalito il vescovo raggiunge i tizi e, lo si desume dalle urla, risolve la questione nel modo più spiccio, menando le mani. Finché la porta viene aperta. Una sequenza magnificamente costruita che dà subito il tono al film, che ci diverte parecchio (difatti gran risate in sala), ma di cui fatichiamo ad afferrare il senso. Per fortuna più tardi, mentre stavo in fila per un altro film (o era per la consegna-premi di Un Certain Regard?), una signora libanese – a volte anche le file servono a qualcosa – mi spiegava come quella fosse la basilica ortodossa di Nazareth (“io stessa sono ortodossa, come lo è Suleiman”) e come gli energumeni che dall’interno si rifiutavano di aprire la porta fossero i custodi musulmani in rotta di collisione con i cristiani locali: mi fido della sua spiegazione, certo io da solo non ci sarei mai arrivato, come credo la gran parte degli spettatori; e se fosse così, se la signora avesse ragione, il film si aprirebbe con una significativa per quanto criptica allusione all’attrito, alla non facile convivenza, tra palestinesi musulmani e cristiani.
Dopo qualche altra scena a Nazareth a metà tra slapstick e tableau vivant – la meglio è al bar con la ragazza stretta tra i due fratelli preoccupati del suo onore – si segue l’autore di cinema ES a Parigi in cerca di finanziamenti per il suo nuovo progetto. “Mi spiace, ma il suo film non tratta sufficientemente di Palestina”: così spiega (vado a memoria) il proprio rifiuto un giovane e impegnatissimo produttore al sempre impassibile protagonista. Il resto sono assai godibili cartoline parigine alla maniera del signor ES: flic sull’ormai dilagante Segway in una sorta di danza in una piazza deserta, flic che misurano ossessivamente quanto suolo pubblico occupa un dehors, flic che soccorrono con ottusità burocratica un homeless, mentre Monsieur ES si lascia andare andare all’osservazione delle belle signore per strada. Poi via a New York e incontro con un altro produttore propiziato da Gael Garcia Bernal (nella parte di se stesso). Parte meno felice di quella parigina (la ragazza-angelo ricorda certi pesanti simbolismi da film ‘d’autore’ centroeuropei e danubiani anni Sessanta, certi fellinismi tra Praga e Sarajevo), con una parte finale che ovviamente non dico ma in cui rispunta prepotente la palestinità di Elia Suleiman fino ad allora rimasta se non silente certo in disparte. Eppure nella visita al produttore francese ci era parso intuire una robusta ironia da parte di Suleiman su come gli europei fossero, siano, incapaci di pensare a un cinema palestinese dove non sia dominante, ossessivamente dominante, la ‘questione palestinese’. Invece ecco che nell’ultima parte It Must Be Heaven e Elia Suleiman tramite il suo alter ego ES piombano in pieno nel cliché del ‘film palestinese’. Rischio fino a quel momento evitato e rovinosamente impattato a mezz’ora dalla fine.
Succede che, in taxi a New York, ES si veda chiedere la nazionalità. Nazareth, è l’enigmatica risposta. Aggiungendo poi a uso del perplesso taxi driver: Palestinese. Segue siparietto in cui il conducente si dichiara entusiasta di ospitare un palestinese esibendolo festosamente al telefono con la moglie come un trofeo. Scena-snodo che porta in piena luce quanto fino ad allora era rimasto alluso. Dicendoci come Elia Suleiman, arabo cristiano di Nazareth, disconosca ogni legame con Israele pur avendone il passaporto e rivendichi il proprio essere palestinese e l’appartenenza a una Palestina che non c’è. Da quel momento la questione diventerà prevalente nel film fino a ingoiarlo del tutto, e fino alla dedica finale (che non svelo, ovvio). E It Must Be Heaven da film di impassibile osservazione dell’assurdo quotidiano si confonde sempre più con il classico film militante. Possibile che nemmeno Suleiman si sia sottratto all’imperativo di agitare le bandiere? Certo questo gli ha guadagnato nelle sale di Cannes fragorosi applausi. It Must Be Heaven diventa alla fine il film ovvio che aveva evitato in tutti i modi di essere, ed è un peccato, un’occasione sprecata. E mi sarebbe piaciuto anche che il cristiano Suleiman ci dicesse, pur nei suoi modi indiretti e obliqui, qualcosa di più chiaro sulle relazioni tra arabi cristiani di Israele e dei territori palestinesi con gli arabi musulmani. Rapporti che, stando a certi articoli recenti (uno di fonte israeliana, pubblicato pochi giorni fa dal Jerusalem Post), si stanno facendo sempre più complicati, con ripetute violenze e attacchi jihadisti. Certo, nella sequenza d’apertura qualche allusione la si fa, ma mica ti capita sempre di trovarti vicino una signora libanese greco-ortodossa informata dei fatti e in grado di spiegarteli.

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