Cannes 2019. Recensione: LA GOMERA (The Whistlers), un film di Corneliu Porumboiu. Commedia nera con sibili

La Gomera (The Whistlers), un film di Corneliu Porumboiu. Con Vlad Ivanov, Catrinel Marlon, Rodica Lazar, Agustí Villalonga, Sabin Tambrea. Compétition.
Il regista di Bucarest realizza il suo film pià maturo e internazionale: che parte come commedia bizzarra per poi affondare nel noir e nel crime. Un truffa-movie di molti inganni e segreti che si fonda su una trovata narrativa stravagante, davvero à la Porumboiu: l’uso del Siblo, la lingua pre-verbale basata sui fischi della Gomera, isola estrema delle Canarie. Un film lunare e insieme di rigorosissima costruzione che ha diviso Cannes in detrattori e entusiasti (io mi colloco tra i secondi). Voto 8
Una commedia bislacca e insieme rigorosissima nella costruzione. La prima produzione internazionale di un regista rumeno che pur varcando stavolta molte frontiere, compresa quella tra cinema d’autore e di genere, non perde la sua anima e la sua già riconoscibile mano, la sua cifra beffarda, la propensione al grottesco dolce. Tra i molti ottimi autori della cinematografia di Bucarest  – l’avessimo noi gente come Puiu, Mungiu, Jude, Netzer – Corneliu Porumboiu è il più fuori schema, il meno classificabile, capace di realizzare documentari lunatici eppure godibili come Futbol Infinit, visto a qualche Berlinale fa, su un mattocco che vorrebbe stondare gli angoli dei campi di calcio. Cinema sempre deragliato, ma di un autore che il deragliamento lo programma, lo controlla e conduce con mente lucida e un ghigno sardonico. Se molti, dopo la proiezione a Cannes, hanno liquidato La Gomera come una cosuccia minore, minorissima, indegna del gran festivàl, un manipolo lo ha eletto subito tra le sorprese belle del concorso. Mi colloco tra gli estimatori. Anche per il sollievo di un film finalmente divertente dopo tanto engagement, benché poi in corso d’opera La Gomera scivoli progressivamente da commedia screwball-pazzoide in cinema noir e rosso profondo. Un truffa-movie come in apparenza se ne sono visti tanti. E chi stanga chi, e i doppi e i tripli giochi, e le alleanze che si rovesciano, e i twist a ripetizione. Solo che Corneliu Porumboiu occupa il genere e lo piega a sé immettendovi elementi incongrui che tengono il film scostato dalla medietà. Fratturando la linearità narrativa (il che rende ardua la decifrazione del plot e degli snodi narrativi), adottando un montaggio cubista che alterna vorticosamente piani spaziali e temporali differenti. Eppure con che sicurezza lo fa, da autore giunto alla piena maturità e in pieno controllo della materia.
Un ispettore della polizia di Bucarest di nome Cristi viene infiltrato – o almeno così ci viene fatto credere – in una banda impegnata in una gigantesca operazione di esportazione e lavaggio di soldi sporchi (trenta milioni di euro, mica niente). Lo vediamo raggiungere La Gomera, isola periferica e non tra le maggiori delle Canarie, specie di paradiso perduto e fuorissimo dal mondo dove i suddetti mafiosi hanno fissato la base e lo snodo del loro traffico di valuta. Ed è qui che Cristi prende lezioni del particolarissimo, arcaico linguaggio pre-verbale, a base di fischi, detto Siblo che è tradizionalmemte praticato nell’isola, un linguaggio che mima quello degli uccelli e ha consentito in era pre-tecnologica alla gente di Gomera di comunicare a grande distanza: servirà a Cristi per poter scambiare messaggi con il resto della banda senza farsi scoprire dalla polizia. Un’idea narrativa meravigliosa e bizzarra, questa lingua del sibilo, davvero alla Porumboiu, intorno alla quale si compone l’intero film e in grado di conferire a La Gomera il suo carattere speciale. La riuscita del regista rumeno sta precisamente in questo, nell’essere sì partito da un’idea di assoluta stravaganza come il Siblo, ma di averci poi intessuto sopra e intorno una storia mirabilmente strutturata in grado di inserirsi nel solco dei thriller e noir brillanti, da Hitchcock in giù. Il risultato è un prodotto in cui la bizzarria e il tocco autoriale alimentano e non limitano la fruibilità, un film a uso non solo delle platee da festival ma del pubblico più largo (e stiamo a vedere come verrà accolto in Italia, dove a distribuirlo sarà Valmyn).
Sull’isola Cristi incontra Gilda, bellissima e travolgente (l’attrice, Catrinel Marlon, è una rivelazione, una delle più sensuali creature schermiche di questo Cannes) ed è incontro fatale con la classica femme fatale da cinema noir. Ma il film nel suo progredire (o nel suo ritornare continuamente su ste stesso e sul passato del protagonista in rapidissimi flashback) rivela via via complessità e stratificazioni inimmaginabili, inesplorati angoli bui, moltiplicando verità e menzogne. Chi è davvero Cristi, solo un agente infiltrato o qualcosa di più e di peggio? E chi è Gilda (con quel nome poi così carico di echi e riferimenti ambigui)? Intorno a quei 30 milioni si gioca una partita sempre più feroce, mentre twist a ripetizione rovesciano ogni nostra certezza e rivelano segreti ben custoditi. Non solo su Cristi e Gilda, ma sull’intera compagine mafiosa e sull’implacabile capo-polizia di Bucarest, una tostissima signora disposta a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi. Chi manovra chi? Chi è il burattino e chi il burattinaio?
Corneliu Porumboiu ci trascina lungo il film trasportandoci, senza che ce ne rendiamo conto, dalla commedia matta e un filo surreale all’inferno del nero con scontri, spari, massacri. Mentre i soldi passano di mano in mano. Applausi al regista di Bucarest, anni 43, non solo per come riesce a governare la macchina del crime movie, ma per la grazia infinita con cui ingloba la trovata bizzarra della lingua dei fischi in un film impeccabile e davvero internazionale in grado di tenerti avvinto fino all’ultima scena.

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