Cannes 2019. Recensione: FRANKIE, un film di Ira Sachs. Passeggiate portoghesi con Isabelle Huppert

Frankie, un film di Ira Sachs. Con Isabelle Huppert, Brendan Gleeson, Jérémie Renier, Marisa Tomei, Pascal Greggory, Ariyon Bakare, Vinette Robinson, Greg Kinnear, Carloto Cotta. Compétition.
Il film più fragile della compétition: meglio sarebbe stato collocarlo in una zona più defilata, meno esposta, tipo il fuori concorso, anziché mandarlo al massacro nell’arena. Un’attrice francese di massima fama internazionale – Isabelle Huppert, chi se no? – raduna parenti e amici a Sintra, Portogallo, per una comunicazione importante. E niente e nessuno sarà più come prima. Un elegante film di convesazione fin troppo delicato e educato, fino a rasentare l’insignificanza. Ma non quell’orrore di cui qualcuno ha scritto da Cannes. Voto 6
L’invisibile del concorso. Disertato da molti. Finito agli ultimi posti di tutte le classifiche. E anche se visto, subito dimenticato. Il film del concorso che meno ha inciso, che meno ha lasciato tracce. Ma era proprio il caso di mandarlo nell’arena sempre inzuppata di molto sangue della sezione più esposta di Cannes? Meglio sarebbe stato lasciarlo fuori concorso, riservargli come si fa con i titoli più fragili una cuccia protetta, meno esposta. Macché. Per via delle co-produzione francese (come un numero assai alto di film di questo Cannes) e, immagino, soprattutto per via della presenza di sua divinità Isabelle Huppert, attrice-totem di Cannes e della Francia tutta, incautamente fatto sfilare tra i Malick, gli Almodovar, i Dardenne e i nuovi rampantissimi e tostissimi alla Sciamma e Ladj LY. Film dimenticabile, ma non così malvagio come da più parti l’hanno dipinto (Peter Bradshaw, somma firma del Guardian, gli ha dato una stella su cinque). Medio-mediocre, ma non da buttare nei cassonetti della Croisette. E lo dico da non-estimatore del newyorkese Ira Sachs, non avendone particolarmente amato né il sopravvalutatissimo Keep The Lights On né il successsivo Love is Strange (da noi chissà perché I toni dell’amore), entrambi storie omosessuali di un mélo depotenziato e per niente fiammeggiante. Film controllatissimi e eleganti fino all’estenuazione e, ahimé, all’insignificanza, di cui personalmente salvo solo gli ultimi inquietanti minuti di Love is Strange. Questo Frankie riprende quel cinema di conversazioni e di indagine di microcosmi familiar-borghesi, di una borghesia agiata e intellettuale di mestieri magari non sempre altamente remunerativi ma sempre di alto status sociale. In Frankie ci si muove prevalentemete nel giro dello spettacolo, cinema e teatro, con al centro del racconto, e punto di convergenza di ogni dinamica relazionale, di ogni conversazione, Françoise detta Frankie, attrice francese di massima fama internazionale, difatti interpretata da Isabelle Huppert non senza una qualche (e sottolineo qualche) identificazione personaggio-interprete. Chi però si aspettasse dalla Divina uno dei suoi caratteri ambiguissimi e glaciali e amorali, resterebbe deluso. Di assolutamente huppertiano c’è il distacco emotivo, l’asimentalismo che forse è autentico stoicismo, della sua Frankie. La quale raduna nell’assai bella città portoghese di Sintra – mostrata in tutto il suo appeal turistico: la film commission locale sarà rimasta soddisfatta – parenti, semiparenti e amici del cuore per un’importante comunicazione (da qui in avanti spoiler: lo dico per tutti i paranoici, moltitudini ormai, del non-mi-fate-sapere-come-va-a-finire, e fa niente se qui la rivelazione cruciale avviene a inizio film). Carissimi, sono malata, il cancro che sembrava sconfitto è tornato, mi resta poco da vivere. Naturalmente, trattandosi di Huppert, non vien versata una lacrima, se mai a manifestare commozione – senza mai esagerare, per carità – è chi le sta attorno. A dominare è il senso di vuoto, di precarietà, il cosa faremo senza di lei, lei che nel bene e nel male è sempre stato il sole intorno al quale le nostre vite hanno orbitato. Li vediamo sfilare tutti davanti alla machina da presa, ognuno, come nei film di molti personaggi, con il suo momento di protagonismo. Il figlio quasi quarantenne, irresoluto e aggressivo-passivo, che non ce l’ha mai fatta a emanciparsi dall’ingombrante genitrice (il dardenniano ma ormai non più solo Jérémie Rénier). Il marito britannico (Brendan Gleeson in signorili lini da gentiluomo inglese in vacanza latina). La di lui figlia di primo letto in seria crisi coniugale, venuta a Sintra chissà perché anche con la peraltro sveglia e carinissima figlia adolescente. Si aggiungono alla lista l’ex marito di Frankie (Pascal Greggory, presenza fissa in ogni festival di rispetto), passato all’omosessalità e difatti sempre accompagnato nelle sue escursioni nei segreti e nelle delizie di Sintra da uno strafichissimo giovanotto che gli fa da guida (Carloto Cotta, attore feticccio del cinema portoghese più nuovo, da Tabu a Le mille e una notte a Diamantino). A chiudere la cerchia degli intimi la cara amica Ilene, newyorkese purissima, makeup artist, impegnata sul set spagnolo del nuovo Star Wars (Marisa Tomei, un’habituée del cinema di Ira Sachs), e arrivata alla reunion con il fidanzato. Frankie in realtà prima di andarsene la vedrebbe tanto volentieri accasata con l’inquieto figliolo, ma non succederà. Del resto, pochissimo succede in questo film di parole e passeggiate, puro walking-and-talking alla Linklater per capirci, ma senza arrivare neanche lontanamente a quelle vette di verità e restituzione del reale. Non per fare gli anticastaioli e populisti d’accatto, ma francamente si stenta a provare interesse per questi signori e signore tutti elegantissimi e dagli ottimi mestieri e si suppone anche di buone sostanze e conti in banca, uno spicchio assai civile, tollerante, colto e di buonissime maniere della meglio society euroamericana, ma abbastanza avvizzito dentro, come devitalizzato. E non solo per la morte imminente di Frankie. Per troppa educazione – è il suo difetto – Ira Sachs non ce la fa mai a spezzare la nostra indifferenza di spettatori festivalieri fin troppo scafati e satolli, esagerando anche in luogocomunismo (la coppietta giovane e innocente a significarci la purezza delle nuove generazioni e la speranza nel futuro. Mah). La finezza indubbia dello sguardo dell’autore, la sua civiltà, la sua delicatezza se preservano il film dal bieco sentimentalismo, ne inibiscono anche ogni carica e finiscono col rendercelo ininteressante. Però, non così brutto come l’hanno dipinto le critiche più malmostose da Cannes. Di quei film che in un festival hanno tutto da perdere e invece tutto da guadagnare da una visione più pacata e appartata.

 

 

 

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