Canzoni italiane in film non italiani: da Parasite al nuovo Spider-man (passando per Almodóvar)

Chi ama senza imbarazzi e senza vergognarsi il pop italiano, le canzoni e canzonette e canzonacce del nostro passato, specie quelle della Golden Age tra fine Cinquanta e fine Sessanta (con qualche incursione nei Settanta), sarà felice nel constatare come quella nostra lontana musica oggi perlopiù liquidata come spazzatura provinciale sbuchi invece sempre più spesso e sorprendentemente in film stranieri di nuovo conio, e mica di ultima serie. Cose da festival. Blockbuster fracassa-incassi. Mentre le musiche italiane attuali, pur pregevoli e di soffertissimo impegno (mi riferisco al cantautorato sofisticato di ultime generazioni), non varcano i confini, non arrivano arbasinianamente nemmeno a Chiasso, figuriamoci nelle colonne sonore del cinema americano, europeo, asiatico. Potete immaginarvi lo sbigottimento della platea giornalistica internescional quando all’ultimo Cannes, durante il press screening del coreano Parasite di Bong Joon-ho (poi Palma d’oro “all’unanimità”: also sprach il presidente di giuria Iñarritu), si è sentita sparare addosso in una scena cruciale In ginocchio da te di Gianni Morandi. Nella versione originale, in italiano, del 1964. Lui, il ragazzo di Monghidoro e il suo primo immenso hit ri-usato e riciclato nel film, e che film, di un maestro del cinema di Seoul (è finita che i due si son fatti i complimenti reciproci via social) .

In ginocchio da te di Gianni Morandi: in Parasite di Bong Joon-ho

Stupore, straniamento brechtiano non solo tra i critici forestieri – ma da dove arriva ‘sta voce? – ma pure tra gli altrettanto ignari jeune critique italiani, invece godimento in chi quel pezzo lo conosceva benissimo per questioni di età. Cos’abbia spinto Bong Joon-ho a ripescare In ginocchio da te, da quali abissi della memoria individual-collettiva lo abbia recuperato, da quale raccolta sottovetro di personali madeleine, non è dato sapere, fatto sta che l’effetto sorpresa c’è stato, e forte. Sempre a Cannes, in una sequenza fondamentale (lo svenimento del protagonista bambino) del gran film di Pedro Almodóvar, abbiamo sentito Mina nella sua meravigliosa versione di Come sinfonia, uno dei pezzi sanremesi che rivelarono un Pino Donaggio non ancora approdato al cinema di Brian De Palma. Era il 1961 e quella canzone insieme popolare e di squisitissima fattura varcava il confine, viaggiava per l’Europa e oltre, e nel suo Dolor y Gloria Almodóvar ce lo ricorda (visto che noi ce n’eravamo dimenticati).

Come sinfonia di Pino Donaggio cantata da Mina: in Dolor y Gloria di Almodóvar

Ma il trionfo dell’italian pop lo si è avuto ieri sera alla proiezione stampa di Spider-man: Far From Home (dal 10 luglio al cinema). Dove si sono uditi ben tre pezzi del nostro canzoniere tra primissimi Sessanta e fine Settanta. Certo, stanno lì a fare da tappeto sonoro alla parte, consistente, del film che si svolge a Venezia (la classe di Peter Parker è nel canonico Europe Trip di istruzione-vacanza-cazzeggio), epperò tre pezzi non sono mica niente in un simile ultrablockbuster. Oltretutto pezzi non così ovvii: chi mai li avrà scelti? come ci saran cascati sopra gli americani? Si comincia con un Umberto Tozzi non di massimo successo allora eppure a risentirlo adesso di una carica pop travolgente, Stella stai (1980), puro eurotrash musicale di quello che imperversava in ogni disco e party privato-svaccato.

Stella stai di Umberto Tozzi: in Spider-man: Far From Home

E però si resta basiti quando, dopo Umberto Tozzi (la cui Gloria nella versione americana di Laura Branigan l’abbiamo sentita pochi mesi fa in Gloria Bell di Sebastian Lelio con Julianne Moore), si fa largo nella nostra sfera auditiva la dimenticatissima Bongo cha cha cha della comunque immensa Caterina Valente, versione italiana di un pezzo in origine teutonico – sempre inciso da Valente – che diventò però hit internazionale nella nostra lingua.

Parasite

 

Bongo cha cha cha di Caterina Valente: in Spider-Man: Far From Home

Il trittico italiano nel segmento veneziano di Spider-man: Far From Home si chiude con il pezzo più inaspettato, di Mina ma sconosciuto perfino ai minologi intossicati, Amore di tabacco, del 1964 in realtà inciso nel 1962 e mandato sul mercato dalla Italdisc, la prima casa discografice della cantante, come azione di disturbo dopo il di lei passaggio alla Ri-Fi. Confesso che nemmeno io me lo ricordavo, questo twistaccio (con un attacco uguale a Eclisse twist, sempre di Mina, colonna sonora dell’Eclisse di Antonioni): non lo classificherei tra le cose memorabili di Mina, piuttosto tra quegli scherzi canori da bambinaccia cui si era dedicata nei primi anni (Tintarella di luna, Una zebra a pois ecc.), eppure eccolo qui, nel blockbuster dell’estate 2019.

Amore di tabacco di Mina in Spider-man: Far From Home
L’ultimo caso riguarda la bellissima Un giorno come un altro di Nino Ferrer, francese di origine italiana, autore-cantante di ottimo successso anche da noi tra anni Sessanta e primissimi Settanta. La incide nel 1970, come versione nella nostra lingua della sua Un premier jour sans toi. La sentiamo in un altro dei film del concorso di Cannes 2019, il francese Sibyl di Justine Triet, detestato da quasi tutti i critici italiani, adorato dai francesi (io in questo caso mi sento più francese: trattasi di un film magari scomposto e imperfetto, ma per niente medio e ovvio sulle turbe di una donna della nostra postmodernità), non cantata da Ferrè ma, diegeticamente, da due degli interpreti: prima da Gaspard Ulliel con voce cavernosissima e sensuale, poi da Virginie Efira, in una sequenza notturna a Stromboli. Resta da capire se Efira nella sua esecuzione (molto buona) si sia ispirata più alla versione di Nino Ferrer o a quella di Mina, sempre del 1970.

Un giorno come un altro, inciso sia da Mina che da Nino Ferrer: la cantano in Sibyl di Justine Triet (in concorso a Cannes) Gaspard Ulliel e Virginie Efira

Mina, ancora Mina. Che con tre citazioni-tributo è la trionfatrice di questo ritorno del cinema internazionale al pop italiano più glorioso.

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