Il film imperdibile stasera in tv: DOMENICA D’AGOSTO di Luciano Emmer (sab. 3 agosto 2019, tv in chiaro)

Domenica d’agosto di Luciano Emmer (1950). Rai Storia, ore 21,12, sabato 3 agosto 2019.
C’è sempre Ostia, una qualche Ostia, nelle estati d’Italia. Nei nostri sogni, nelle visioni, nelle evasioni (anche nei nostri incubi: vedi alla voce Pasolini). Uno degli hit sonori-canori di questi giugno-luglio-agosto si chiama Ostia Lido, lo firma e lo esegue J-Ax, con tanto di estensione-video affollata di italiani veri – romani veri? – a far cose e cosacce ai bordi del loro mare preferito, video dove non manca la mangiata di spaghetti, momento topico della nostra antropologia e/o della nostra autopercezione-autorappresentazione. Ecco, non sarebbe male guardarselo e confrontarlo con Domenica d’agosto, anno 1950, in onda stasera su Rai Storia. Film corale, film affresco popolare e piccolissimo borghese in un giorno di festa sotto il solleone. A Ostia, dove se no? Credo, temo, si scopriranno sotterranee continuità e affinità e insopprimibili costanti tra quella Ostia di Emmer e questa d’oggi sospesa tra rap e reggaeton che se la tira da internascional e resta insopprimibilmente sé stessa e provincia eterna di sé stessa.
Domenica d’agosto segna l’esordio di un regista che poco girerà, ma quel poco lascerà un segno forte, mai cancellato (e segna anche l’esordio d’attore cinematografico di Marcello Mastroianni: doppiato da Alberto Sordi!, ma si può?). Progetto, come mille altri di quegli anni di dopoguerra e di prima ricostruzione e segnali fiochi di boom, di Sergio Amidei, sceneggiatore-soggettista-demiurgo al centro del sistema neorealista e sua anima. Gli appartiene l’idea del film di Luciano Emmer, mentre la scrittura è di Cesare Zavattini, Giulio Macchi (futuro divulgatore scientifico Rai-televisivo, ben prima di Piero Angela), dello stesso Emmer e di Franco Brusati, poi regista di film come Il disordine e Dimenticare Venezia. Ci si muove, in questo racconto multifocale, sull’asse Roma-Ostia così trafficato dal nostro cinema, tra chi al mare ci sta andando, chi ci è appena arrivato, chi vorrebbe andarci ma non può lasciare la città impedito da problemi economici o altri e vari impicci.
Nelle storie dotte del cinema Domenica d’agosto è visto come il raccordo, e per alcuni come punto di degenerazione, tra il neorealismo duro e puro dei Rossellini e dei De Sica-Zavattini e quello che poi verrà chiamato, non senza un certo disprezzo, neorealismo rosa, genere di successo in cui la denuncia dei mali d’Italia e l’osservazione della vita popolare vira in commedia. Per la critica militante di allora questo film di Emmer fu, nonostante l’imprimatur autorevole di Amidei, un tradimento: a rivalutarlo interverranno, almeno dieci anni dopo, i critici francesi con gli snobbissimi Cahiers du Cinéma in testa. Sorgerà a difenderlo anche uno dei pontefici massimi della nostra critica cinematografica tra anni Cinquanta e Settanta, Pietro Bianchi. Che scrive: (è il cinema di Emmer) “ad apparire poco meno che scandaloso sia agli scassati esteti dello specifico filmico come ai piccoli Sartre della revisione critica. Emmer dice che il pane non è altro che il pane; un adolescente un ragazzo; un viaggio in treno una faccenda emozionante per un sedentario”*. Oggi, semplicemente, ci appare come un film seminale e necessario. La missione neorealista di rappresentare l’Italia, e l’Italia delle masse, viene perseguita ancora una volta, solo che l’attenzione non è più sulle storiche disgrazie ma sul quotidiano qualunque. È tempo ormai per l’Italia, dopo tanto patire, di vacanza, anche se per un giorno solo d’agosto. E il cinema registra. Emmer segue  con rispetto, grazia e partecipazione empatica i molti personaggi le cui storie si sfiorano e si incrociano in un giorno di sole bordo-mare con rientro nel buio a Roma. Un pezzo di spiaggia è inaccessibile perché non ancora bonificato delle mine, una rete separa i bagni dei ricchi dal litorale dei poveri, si baruffa, si amoreggia, si piange e si ride. Un ragazzo povero si finge ricco per sedurre una ragazza ricca che poi si rivelerà essere anche lei una simulatrice. Un vedovo con figlioletta a carico mette la bambina dalle suore perché la proterva e pettoruta fidanzata non la vuole tra i piedi in quella rovente estate (la strega è maggioratissima nel suo costume aderente, con labbra che intuisci rossocarminio nel bianco e nero del film: una perfetta maliarda di quegli anni). Una ragazzina e il suo innamorato, di un amore semplice. Un produttore che prova a farsi la popolana delusa. Intanto, a Roma una servetta incinta perde il lavoro e il fidanzato vigile, anche lui senza soldi, non sa più che fare (è lui Mastroianni). C’è anche una traccia narrativa nera e criminosa, con una folle, misera rapina al mattatoio. La sera si farà il bilancio della giornata con i suoi vincitori e i suoi vinti, le sue delusioni e illusioni e le sue felicità realizzate. Un film perfetto, oggi anche un inestimabile documento di come eravamo e di come non siamo più (o come, nonostante tutto, siamo ancora illudendoci di non esserlo?). Oltre a Mastroianni, vediamo il Franco Interlenghi lanciato da De Sica in Sciuscià, Massimo Serato in un, come spesso gli accadeva, personaggio odioso, Ave Ninchi e Mario Vitale, il marito pescatore di Ingrid Bergman nello Stromboli rosselliniano. Al di là delle intenzioni dei suoi autori, Domenica d’agosto diventerà l’incunabolo e la matrice di infiniti successivi beach movies all’italiana, compresi i Sapore di mare vanziniani.
* la citazione di Pietro Bianchi è tratta dalla scheda Treccani di Domenica d’agosto firmata Gian Luca Farinelli.

Ostia 1950

Ostia 2019

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, film, film in tv e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.