Locarno Festival 2019. Recensione: DOUZE MILLE (Dodicimila), un film di Nadège Trebal. Storia d’amore e di soldi

Douze Mille, un film di Nadège Trebal. Con Arieh Worthalter, Nadège Trebal, Françoise Lebrun. Concorso internazionale.
Non proprio una rivelazione, ma un film interessante sì, e parecchio. Un film femminile per niente ammodo e carino, anzi smodato e sconveniente. Maroussa adora Frank, il corpo di Frank. Ma i fantasmi del desiderio si mescolano rischiosamente con l’ossessione del denaro e del controllo. Per quaranta minuti si resta abbastanza impressionati dall’audacia di Nadège Trebal (regista e interprete), poi il film si avvita e precipita nel kitsch. Voto tra il 6 e il 7
In un concorso finora piuttosto smorto, con pochi titoli a distinguersi dal mucchio (a oggi, 11 agosto, il meglio resta Yokogao del giapponese Kōji Fukada, seguito da Technoboss del portoghese João Nicolau e Terminal Sud del franco-algerino Rabah Ameur-Zaïmeche), almeno ha lasciato una qualche traccia questo non così facilmente classificabile Douze Mile, Dodicimila, provenienza Francia, opera di una delle non poche registe in corsa per il Pardo. Nome: Nadège Trebal. La quale firma un film sconveniente, per niente medio, assai carnale, tellurico, poco affine al solito cinema femminile carino-moderato, eppure femminile profondissimamente, inequivocabilmente. Smodata non solo come autrice, Nadège Trebal, poiché non si limita a stare dietro la macchina da presa ma ci sta anche davanti ritagliando per sé il carattere centrale di Douze Mille, quello intorno al quale ruotano gli eventi e gli altri personaggi, quello che impone le sue ragioni al coprotagonista maschio.
Maroussia e Frank sono una coppia bella ma poverissima, al limite  dell’estremamente disagiato. Vivono in una casa ceduta loro dalla proprietaria in cambio dell’usufrutto (i francesi di sicuro conosceranno questo speciale contratto di locazione), lei con una figlia avuta da un precedente uomo e con figli in affido che le garantiscono una qualche entrata, lui specializzato in arte di arrangiarsi e lavori improbabili. Ma dall’ultimo, venditore abusivo di pezzi di macchine demolite, verrà privato da una banda che ha l’esclusiva in zona di quegli affari.
Si comincia con una scena di sesso alquanto realistica, lei che si fionda su di lui e gli pratica con grande energia un pompino, e chissà se in platea qualcuno s’è turbato o indignato (io dico: mica per la cosa in sé, figuriamoci, se mai per la voglia così esplicitamente espressa di lei). La voracità, l’avidità di possesso da parte di Maroussa del corpo di Frank è totale, quasi un’ossessione. Quando lui deve partire perché ha trovato un lavoro, o almeno così crede, a 700 chilometri di distanza, lei gli impone di non toccare altra donna. Ma c’è un’ulteriore richiesta di Maroussa: Frank non potrà tornare prima di aver accumulato dodicimila euro, quanto, ha calcolato lei, serve per tirarsi fuori dalla miseria. Sesso e soldi, in un groviglio inestricabile: sta in questo binomio così socialmente e culturalmente tabuizzato il centro di gravità di Douze Mille e il suo lato disturbante. Maroussa vuole sesso e soldi, Frank trasformerà il proprio corpo in macchina da sesso e soldi per soddisfarla. Ma in questo assai interessante benché inclassificabile film a colpire è anche l’audacia con cui Nadège Trebal si addentra nei fantasmi del desiderio, e di come mischi gli stili e i registri, passando dal realismo alla danza in momenti da musical (ma più Tony Gatlif con le sue tamarrate gypsy che Jacques Démy, benché gli ambienti portuali di Douze Mille ricordino Les Demoiselles de Rochefort).
Il guaio di Douze Mille è che dopo quaranta minuti esaurisce la sua carica propulsiva. Da lì in avanti non ci saranno che ridondanza e ripetizione, con parecchi inabissamenti nel kitsch. E l’ossessione di Maroussa per il sesso e il denaro si farà sempre più forte e contorta. Ma intanto Nadège Trebal riesce a colpire ancora, quando con il suo occhio e con la macchina da presa si insinua spudoratamente in ambienti totalmente maschili come quelli dei colleghi al porto di Frank e, letteralmente, ne spoglia i corpi. Troppo presto per dire se sia nata un’autrice. Ma Dio mio, in mezzo a tanto cinema inodore e insapore almeno qui si tenta un cinema pulsionale, dei (cinque) sensi, dell’istinto. Nel cast anche Françoise Lebrun, la musa di Jean Eustache in La maman et la putain. Il protagonista, feticizzato dalla mdp di Nadège Trebal, è il franco-belga Arieh Worthalter. Se qualcuno ha visto l’anno scorso Girl di Lukas Dhont si ricorderà la sua faccia: era il buon padre del transgender adolescente.

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2 risposte a Locarno Festival 2019. Recensione: DOUZE MILLE (Dodicimila), un film di Nadège Trebal. Storia d’amore e di soldi

  1. Gianni scrive:

    Interessante. Potrebbe piacere molto alla Breillat.

  2. Luigi Locatelli scrive:

    Sì, hai ragione. Con la Breillat presidente di giuria potrebbe perfino vincere

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