Locarno Festival 2019. Recensione: Fi Al-Thawra (Durante la rivoluzione), un film di Maya Khoury. Sette anni in Siria

Fi Al-Thawra (During Revolution), un film di Maya Khoury. Documentario. Concorsl internazionale.
Un film sulla Siria è sempre il benvenuto, se aiuta a capire. Purtroppo Fi Al-Thawra, di una videogiornalista siriana ora rifugiata in Europa, risulta quasi indecifrabile allo spettatore non così addentro alle cose mediorientali. Gran dispendio di materiali visivi che coprono gli anni dal 2011 al 2017: dalla rivoluzione fallita fino all’esodo di milioni di civili, passando per la guerra interna tra il regime e gli oppositori. Ma i materiali usati, pur singolarmente interessanti (e alcuni folgoranti), restano troppo disomogenei, mescolando fatti pubblici e storie private senza un criterio ordinatore intellegibile, senza un progetto forte. Voto 5
La delusione più forte finora del concorso. Ci si aspettava qualcosa da questo Durante la rivoluzine (titolo originale in arabo: Fi Al-Thawra), come sempre quando a un festival viene annunciato un film sulla Siria. sulla sua rivoluzione abortita, sulla guerra civile che ne è derivata, sul regime di Bashar al Assad che sembrava sconfitto e invece non solo è risorto ma si avvia a essere il vincitore. E sulla proxy war, la guerra per procura, perché tale è diventato il conflitto siriano dove a giocare la partita attraverso le varie fazioni sono Russia, Iran, Turchia e altri meno dichiarati e più coperti attori. E sull’esodo di milioni di siriani prostrati dai bombardamenti, dagli assedi, dalla fame, dalle macellerie operate ora dal regime ora dalle frange più fanatiche degli oppositori. Sia allora benedetto qualunque film ci illumini su quanto è successo e continua a succedere. Anche se il cinema sulla Siria non è propriamente all’anno zero, i titoli già usciti o apparsi ai vari festival (tutti i maggiori, da Cannes a Berlino a Venezia a Locarno) sono parecchi al punto da aver configurato quasi un genere, dal capolavoro Silvered Water del 2013 fino a una pietra miliare come Still Recording, vincitore alla veneziana Settimana della Critica 2018. Purtroppo Fi Al-Thrawa poco o nulla aggiunge. Maya Khoury, l’autrice, è stata dal sorgere della rivoluxione in Siria  giornalista militante, parte di un collettivo chiamato Abounaddara che si era dato come missione quella di documentare-testimoniare in scritti e soprattutto in video quanto stava succedendo, nelle città insorte come in quella parte di paese rimasto fedele, o costretta a esserlo, a Bashar. Ha percorso, girando una quantità immensa di materiale con i usoi colleghi, l’intero arco del conflitto siriano, l’illusione di una rivoluzione democratica laica, la dissoluzione di questo sogno, il contrattacco del regime, i bombardamenti e le stragi con i gas nelle città ribelli, la disgregazione dell’opposizione laica sostituita dalle forze jihadiste. Fino all’avvento nella Siria orientale dell’Isis. Fino alla grande fuga. Fino alla ormai probabile vittoria di Bashar. Sette anni quelli documentati in questo film, che vanno dal 2011 al 2017.
Purtroppo molto non fiunziona in Durante la rivoluzione. Nessuna coordinata ci viene fornita, nessun frame nel quale inserire i materiali visivi, magari singolarmente assai interessanti, che ci scorrono davanti agli occhi, materiali peraltro disomogenei (sommosse, scene di guerra e di resistenza, ma anche scene private), nessuna didascalia, nessuna data, nessuna indicazione di luogo e di avvenimenti, nessuna segnaletica. Tocca allo spettatore incastrare faticosamente i pezzi, intuire sviluppi e involuzioni, l’identità o almeno il ruolo della folla di persone che vediamo sullo schermo. Ora, capisco che da anni, se non decenni, il tradizionale documentario informativo e piattamente didascalico non usa più, è considerato cheap, esempio deteriore di un cinema didattico, educativo e condiscendente. E so bene come il voice over, che in casi come questo tanto aiuterebbe, è odiato dai cinécritique oltranzisti come un attentato allo specifico filmico. Sicché i docu sono ormai un flusso visivo, con un editing virtuosistico a rendere invisibili i punti di sutura e i passaggi da un evento all’altro. Il che spesso funziona, ma qui no, perché bisogna essere parecchio addentro la storia siriana di questa decade per connettere i frammenti in un insieme dotato di senso. Ma perché, sant’Iddio? Oltretutto Maya Khoury non adotta nessun criterio ordinatore nella scelta e nell’organizzazione dei materiali. Non si scorge un punto di vista forte, tutto sembra susseguirsi caoticamente al povero e esausto spettatore (il film dura 155 minuti). L’unica direzione a emergere pare quella cronologica, si parte con la rivoluzione (non riuscita), si finisce con un’immagine notturna di profughi. Già, ma dove ci troviamo in corso di film? A Homs? Ad Aleppo? (io propendo per Aleppo). La parte più interessanti è quella che ci mostra il progressivo esaurirsi dell’illusione laica, di una rivoluzione democratrica nel senso occidentale. Se lo slogan dei primi giorni è ‘Tutti in piazza, musulmani e cristiani’ qualche anno dopo vediamo la folla gridare ‘Vogliamo uno stato islamico’. A reclamare una Siria laica saranno tutt’al più una decina di ersone, tutti gli altri inneggiano a un paese islamizzato, commenta Maya Khoury sgomenta guardando i manifestanti. È questo il punto di svolta, anche il più angosciante. Come è potuto accadere? Perché l’iniziale tentativo di formare un Fronte Libero anti-Bashar che radunasse tutti gli opositori è fallito lasciando il campo libero agli jihadisti (come Al-Nusra, filiale di Al Qaeda in Siria)? Se Maya Khoury si fosse concentarta su questo cruciale passaggio e ci avesse aiutato a capire, si sarebbe meritata tutto, il Pardo d’oro e anche di più. Non è così, purtroppo. Certo, ci sono frammenti bellissimi, come quella danza delle spade tutta maschile (cos’è? la scena da un matrimonio vista dall aperte dello sposo? o da una festa di uomini senza donne?). Ma non basta. Film di coproduzione internazionale, con forte presenza di capitali svedesi. La Svezia, se ho ben capito, è il paese in cui la regista attualmente vive e lavora.

 

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