Locarno Festival 2019. Recensione: YOKOGAO (A Girl Missing), un film di Kôji Fukada. Il migliore del concorso (finora)

Yokogao (A Girl Missing), un film di Kôji Fukada. Con Mariko Tsutsui, Mikako Ichikawa, Sosuke Ikematsu. Concorso internazionale.
Un altro ottimo film dal Giappone, come (quasi) sempre di eccelsa qualità formale. Indagine sul quotidiano di un’infermiera di nome Ichiko, esteriormente impeccabile quanto agitata da fantasmi interiori inquietanti. Il suo già precario equilibrio collasserà quando verrà presa a bersaglio da una campagna mediatica infame. Yokogao lacera il sottile involucro di perfezione e bellezza che avvolge la società giapponese e ce ne mostra il lato oscuro. Voto 8
Finalmente ce l’ho fatta a vedermi un film del giapponese Kôji Fukada, autore alquanto rispettato dai cinefili più esigenti: qualche anno fa a Cannes/Un Certain Regard diedero il suo Harmonium – pure poi premiato – ma io me lo persi. Adesso eccolo in concorso qui a Locarno con Yokogao, Una ragazza è scomparsa, benché non così risolto e con qualche smagliatura nel tessuto narrativo, conferma il suo status d’autore ed è a oggi, a quattro giorni dal Pardo, il film migliore del concorso, il più accreditato alla vittoria (ma dovrà vedersela con il favorito Pedro Costa, non ancora proiettato). Opera di una compostezza com’è possibile solo là nel barthesiano impero dei segni, il Giappone. Con un alto senso dello stile a rinchiudere in un involucro perfetto una storia non qualunque di gente qualunque, a catturare e imprigionare il quotidiano per poi cambiarlo di segno e di senso. Vite ordinarie come in Ozu o, per stare nella contemporaneità, come in Kore-eda Hirozaku e nel nuovo tra i bravissimi del cinema nipponico, Ryusuke Hamaguchi (lanciato qui a Locarno qualche anno fa). Interni ed esterni di raggelata bellezza, presenze umane che si inseriscono nel quadro o lo attraversano senza intaccarne il calibrato equilibrio. Eppure. Eppure Yokogao non è un’esibizione muscolare di formalismo made in Japan. Kôji Fukada ricorre alla squisità visualità che è dato antropologico nazionale e che prima del cinema fu del teatro, della pittura e calligrafia, per sabotarla silenziosamente con un storia deragliata, con personaggi percorsi da incubi, posseduti da ossessioni e perversioni, con una normalità che si rovescia in psicopatologia. Un film che, nel momento in cui sembra rassicurarci con i suoi paesaggi trasparenti, ci scaglia senza che ce ne possiamo accorgere sulla soglia dell’oscuro.
Ichiko lavora presso una famiglia di cui cura e accudisce l’anziana matriarca in Alzheimer. Tutto scorre tranquillo, Ichiko sta per sposarsi con un uomo assai assennato e concreto, è circondata dall’affetto e dalla stima di colleghi e amici. Eppure segnali inquietanti ci avertono come la stabilità sia solo apparente. Ichiko ha strani incubi, si vede in sogno ridotta a cane a latrare e a muoversi a quattro zampe, di giorno spia il giovane e sensuale vicino (nonché suo parrucchiere) con cui vorrebbe fare l’amore. Una signora di modi impeccabili, affidabile nel lavoro, eppure abitata da una specie di doppio fuori controllo. L’equilibrio della sua vita collassa quando la figlia più giovane della famiglia in cui lavora viene rapita: si scoprirà che il responsabile è il nipote adolescente di Ichiko. E la sorella maggiore della rapita, che ama (non riamata) Ichiko, per vendetta la denuncerà in tv come complice del ragazzo, rivelando sul suo conto dettagli imbarazzanti. La gogna mediatica si scatena secondo i meccanismi che sappiamo, che sono poi i meccanismi del contagio psichico e del linciaggio. Ichiko si ritrova sola, senza lavoro, senza casa.
Di più non si può dire.
Attraverso la parabola esemplare di una donna qualunque travolta dai suoi fantasmi interiori prima e dalla follia collettiva poi, Kôji Fukada (ci) svela il lato oscuro della nostra composta civiltà, avvertendoci come il mostruoso si annidi ovunque e in chiunque, basta scrostare la patina che lo maschera. In questo, Fukada si allontana da Kore-eda e Hamaguchi per invadere piuttosto certi territori di genere come il J-horror. O del cinema di fantasmi di Kiyoshi Kurosawa (che chiuderà in Piazza questo Locarno). Anche se la sua cifra non è quella del fantastico ma pur sempre quella del realismo, benché di un realismo fragile, precario, corroso, sempre sul punto di frantumarsi sotto i colpi del rimosso. In un film di tale geometrica precisione a funzionare meno sono certi passaggi narrativi, certe forzature e inverosimiglianze fin troppo al servizio della parabola dimostrativa in costruzione. Come quella rivelazione fatta da Ichiko all’amica sul nipote bambino o i commenti allo zoo. O l’accusa improbabile lanciata dai media a Ichiko di essere la complice perversa del nipote. Ma sono limiti che non intaccano la complessiva, alta riuscita di Yokogao.

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