Locarno Festival 2019. Recensione: TERMINAL SUD, un film di Rabah Ameur-Zaïmeche. Distopia vicina

Terminal Sud, un film di Rabah Ameur-Zaïmeche. Con Ramzy Bedia, Amel Brahim-Djelloul, Slimane Dazi. Concorso internazionale.
In un paese nordafricano non identificato è in corso una guerra civile di cui poco ci viene detto e molto ci viene mostrato: civili colpiti da bande armate, esecuzioni per strada, rapimenti, torture. Un film distopico, di una distopia vicine e riconoscibile, rappresentazione astratta (e depurata di ogni preciso rigerimento storico-politico) dei conflitti interni che hanno devastato il mondo araao, a partire dalla guerra civile algerina. Un film orwelliano-kafkiano, un thriller misterioso e hitchcockiano. Voto 7 e mezzo
In un paese che supponiamo del Nord Africa un autobus viene fermato in un posto di blocco da una banda in mimetica e mitragliatori. I passeggeri vengono fatti scendere, minacciati, depredati. Uno di loro viene portato via, forse non tornerà più. Chi sono quegli uomini armati? Cosa sta succedendo? Dove siamo? Nessuna coordinata geografica, temporale, storica, politica ci viene data a inizio film, e nemmeno in corso d’opera, com’è ormai pratica diffusa in tanto cinema autoriale in fuga da ogni didascalismo (sicché, ancora una volta, lo spettatore deve farcela da solo a trovare un senso in quanto vede e incastrare i frammenti, scrutare gli indizi).
Quell’azione banditesca è solo il primo di una sequenza di atti, fatti e misfatti in un paese sconvolto, con esecuzioni per strada di cittadini inermi, rapimenti a catena, torture in tetri sotterranei. Vista l’identità del regista, il franco-algerino Rabah Ameur-Zaïmeche, si azzarda l’ipotesi che Terminal Sud si svolga in Algeria durante la guerra civile che ha opposto per più di un decennio (1991-2002) i militari al potere a milizie variamente islamiste: dieci anni di macelleria con 150mila vittime, una tragedia mai davvero entrata nei radar dell’opinione pubblica europea. Ma troppi dettagli non tornano: quel conflitto si è chiuso almeno quindici anni fa mentre qui, in Terminal Sud, siamo nell’oggi, come suggeriscono gli smartphone, le distese di pale eoliche, gli abiti. E allora? Certo siamo in un paese nordafricano o mediorientale, con una classe media che parla francese, ma non si vedono minareti, non si accenna a nessun radicalismo islamico. Con una guerra interna in atto di cui ignoriamo tutto. Vediamo solo che c’è un fazione aramata ribelle che compie attentati e rappresaglie (e considera il proprio leader un santo). E vediamo squadracce di poliziottti, squadre speciali, che arrestano, colpiscono, ammazzano, torturano coloro che ritengono sostenitori degli insorti. Entrambe le parti sono ugualmente spietate, con in mezzo la popolazione civile bersaglio e vittima dele opposte ma convergenti forme di terrore. Allora finalmente si intuisce che questo non è un film sulla ormai estinta guerra civile d’Algeria, nemmeno sulla guerra siriana ancora in corso. Terminal Sud è se mai una distopia, una rappresentazione astratta, depurata di ogni riferimento storico preciso, di tutte quelle guerre interne che hanno sconvolto il mondo arabo, è il modello, lo schema in cui precipitano e insieme si sublimano in forma pura la cronica instabilità e l’interminabile sofferenza di quell’area geopolitica.
Ma dentro questo film potente e giustamente ambizioso c’è altro, c’è anche l’eco della remota guerra di indipendenza algerina degli anni Cinquanta-Sessanta, con i suoi massacri, le repressioni di massa, gli attentati seriali, le torture. E se furono i francesi ad applicare la tortura sistematica sui ribelli prigionieri, tale pratica è passata poi ai nuovi padroni, al regime, come il regista ci mostra quando il protagonista, rapito dalle squadracce speciali, viene portato in una losca prigione che è, letteralmemte, l’inferno. Il protagonista è un uomo ligio al suo lavoro di medico chiurgo. Opera in ospdale, cura chi ne ha bisogno senza chiedersi da che parte politica stia. Gli ammazzano un amico giornalista. Il regime lo tiene d’occhio e non si fida di lui. I ribelli lo rapiscono perché guarisca il loro leader malato. Nell’odissea, anzi nella via crucis del bravo medico (che ha pure i suoi guai privati, alcolismo in testa), eroe suo malgrado, si ritrovano tracce di certi remoti personaggi alla Graham Greene, ma c’è anche, soprattutto, l’agonia di tanti arabi delle classi medie, delle professioni che un tempo si dicevano liberali, bersaglio nelle ultime decadi degli islamisti. In Algeria durante la guerra civile furono decimati, molti dovettero fuggire in Francia per sopravvivere allo jihadismo che in loro vedeva il tradimento delle tradizioni, l’empia occidentalizzazione al lavoro. Rabah Ameur-Zaimeche (di cui si vide qui a Locarno nel 2011 Le Chant du Mandrin e alla Berlinale 2015 Histoire de Judas) realizza con Terminal Sud il suo film migliore, ricorrendo a una scrittura cinematografica tersa, essenziale, densa di reminiscenze classiche, ispirata al noir e al thriller politico con, hitchcockianamente, un eveyman intrappolato da eventi che lo sovrastano. Un film dove si respira un clima orwelliano-kafkiano di minaccia diffusa in cui tutti sono il potenziale bersaglio di un nemico, anzi di nemici non identificabili nelle loro ragioni e motivazioni. In cui anche gli innocenti sono potenziali colpevoli da perseguutare e annientare. Un incubo non così lontano.

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