Locarno Festival 2019. Recensione: VITALINA VARELA di Pedro Costa. Capolavoro annunciato (e confermato)

Vitalina Varela, un film di Pedro Costa. Con Valentina Varela, Ventura, Manuel Tavares Almeida, Francisco Brito.
Si potrà anche non amarlo, il portoghese Pedro Costa, ma come si fa a non restare ammirati per il rigore e la radicalità del suo cinema, la fedeltà a sé stesso e alla propria visione? Ci si immerge, con questo Vitalina Varela, in un misero agglomerato abitativo di immigrati africani in Portogallo. Ma siamo lontani dal solito neo-neorealismo di denuncia. Costa costruisce un mondo parallelo astratto e fortemente simbolico, un inferno dove i personaggi si muovono come spettri. A questo punto Pardo d’oro inevitabile. Voto 8 e mezzo
Pardo subito. Arriva il portoghese Pedro Costa e subito gli altri film del concorso stingono, sfumano. Anche i migliori, come il giapponese Yokogao. Il portoghese Pedro Costa è un maestro, gioca un altro campionato, brilla autorialmente su un’altra galassia e da lì manda la sua luce. E io, che pure il suo cinema ieratico e formalmente elaboratissimo fino alla maniera non riesco ad amarlo, non posso che risconoscerne la levatura e arrendermi. Vitalina Varela, piaccia o meno, infastidisca o meno il suo esplicito trafficare con il sublime artistico, è semplicemente monumentale. Quasi uno spinoff del precedente Pedro Costa, Cavalo Dinheiro, lanciato qui a Locarno e diventato uno dei vertici della decade che va a finire: personaggi assai simili, stessi ambienti. Che son poi i tuguri degli immigrati in Portogallo dalle ex colonie africane, Angola, Mozambico, soprattutto Capo Verde. Ma niente neo-neorealismo, nessun sguardo da cinema del reale, nessun anelito al documentarismo e alla testimonianza. Questa periferia disfatta e lercia viene totalmente de-realizzata da Pedro Costa, issata a simbolo della miseria stessa del vivere, del degrado, dell’essere ultimi tra gli ultimi. L’inferno. L’abisso. Dove ogni speranza è scaduta, ogni redenzione impossibile.
Come altri cineasti autoriferiti (solipsistici?) – viene in mente Fellini autoblindato negli studi di Cinecittà – Costa costruisce un universo parallelo oltre il reale immediatamente sensibile, universo che gli appartiene in esclusiva, estensione e proiezione delle sue ossessioni, perfettamente riconoscibile e riconducibile a lui soltanto, marcato com’è da un’impronta visuale impressionante e unica. Una tale radicalità di visione, una tale intransigenza e coerenza verso il proprio sentire, un tale furibondo estremismo autoriale oggi è di pochissimi, si pensa a Bela Tarr, a Carlos Reygadas, annegati felicemente o forse prigionieri dei propri fantasmi fatti immagine, cinema e pura bellezza. Pedro Costa ci intrappola dalla prima inquadratura e non ci lascia andare via, se non quando le luci si accendono in sala, con quei volti e quei corpi come scolpiti, figure di una tela seicentesca, malati irimediabili, appestati di un immaginario lazzaretto dell’anima. Nel suo cinema è il buio l’elemento dominante, l’ecosistema in cui tutto vive e muore, un buio che invade, divora, ingoia cose e umani. Anche la luce, lame a fendere l’oscurità, baluginii, tremolii di fiamme e fiammelle, in fondo è solo un’ulteriore gradazione del buio, un altro suo colore, non la sua antagonista, solo una variante meno radicale e paurosa. Valentina Varela è immerso in una notte perenne, giorni perduti nel sottosuolo dove l’aria e il sole non ce la fanno a entrare (e il chiaro del pieno giorno lo si vede solo alla fine, in un’inquadratura non si sa se liberatoria o opprimente).
Vagano come spettri, come ormai morti a se stessi anche se ancora vivi, i personaggi di Vitalina Varela. Camminano lenti, arrancano in quel coacervo di luridi cunicoli, scantinati, muri scrostati, interni angusti e miserandi, in quel labirinto di scale che salgono e scendono senza che se ne intuisca la direzione come in un incubo alla Escher, senza uscire mai da quell’universo chiuso, ritornando sempre al punto di partenza, condannati alla prigionia perpetua dalla propria coazione a ripetere. O da una forza esterna invincibile e contro la quale è inutile lottare.
Vitalina, 50 anni, raggiunge il Portogallo dalla sua Capo Verde (“erano 25 anni che aspettavo il biglietto”): il marito che l’ha abbandonata anni prima per andarsene a Lisbona sta male. Ma arriva troppo tardi, lui è morto da tre giorni, non le resta che installarsi nella casa putrida, nel niente delle cose da lui lasciate. Intorno vicini, amici del defunto. E il prete che disperatamente cerca di tenere vivo il religioso, il sacro, in quella comunità. Ma lui stesso, malato e prostrato, ha ormai perso la fede. Per le strade e nei cunicoli lancia il suo grido di dolore sui destini del mondo e la pochezza degli uomini, profeta inascoltato in un letamaio.
È la stessa Vitalina a raccontarci la propria storia, didascalicamente, quasi brechtianamente: la costruzione insieme col marito di una casa bella e grande a Capo Verde, la partenza di lui per il Portogallo, una vita separata. Fino a questo atto finale. Intanto il tetto crolla, tutto affonda e imputridisce. Si comincia con un funerale, ad avvertirci che questa è una danse macabre, un oratorio laico, una cerimona su um mondo scomparso o forse mai apparso alla luce. Si resta scossi a fine film. Conquistati non saprei. Forse infastiditi dal manierismo radicale ormai raggiunto da Pedro Costa e gravata da un qualche sospetto di autocompiacimento e autoreplicazione. Questo non è cinema che si fa voler bene, questo non è un feel good movie e però come non riconoscerne la levatura?

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