Locarno Festival 2019. Recensione: CAT IN THE WALL, un film di Mina Mileva e Vesela Kazakova. Scontri di civiltà nel condominio

Cat in the Wall di Mina Mileva e Vesela Kazakova. Cast: Irina Atanasova, Angel Genov, Orlin Asenov, Gilda Waugh, Chinwe Nwokolo, Kadisha Gee Camara, Jon-Jo Inkpen. Concorso internazionale.
Fratello e sorella expat bulgari in una periferia londinese. Saranno screzi e scazzi e piccoli ma cattivissimi scontri di civiltà tra vicini. Colpa di un gatto e di certe spese condominali. Un quadro assai divertente ma dal fondo amaro di quanto sia complicata la convivenza multikulti. Con ottima, cinica ironia quasi billywilderiana su welfare, brexit e molto altro. Voto 7
Pensavo a inizio film fosse autofiction, da tanto che è ‘vita vissuta’ questo Cat in the Wall sugli expat (dalla Bulgaria) in una Londra periferica e un tempo popolare ora in gentrification e nello stesso tempo in sottoproletarizzazione. Una Londra e un’Inghilterra incattivite dalla Brexit e dall’intolleranza verso gli stranieri (ma io vengo dalla Bulgaria, sono cittadine Ue, mica una rifugiata!, protesta la protagonista Irina; come se bastasse a convincere gli xenofobi che la Bulgaria la chiamano Bulgaristan). Dicevo: pareva un’autofiction, pensavo che l’attrice che interpreta il main character fosse una delle due registe, invece no, film di finzione, anche se immagino che le autrici ci abbiamo messo dentro un qualcosa e anche più di autobiografico. In ogni caso, film non pososo, non piangina, non lamentoso su come-ci-trattano-male-gli-spocchiosi-inglesi, piuttosto un resoconto d’ambiente assai preciso e quasi documentario benché svoltato in chiave di commedia vivace e (forzatamente) multietnica. Poiché la coabitazione tra etnie e gruppi sociali differenti cui assistiamo in Cat in the Wall non è per niente scelta, solo imposta dalle circostanze e dunque subita, con le conseguenti inevitabili frizioni e minuscole ma cattive guerre culturali. Altro che felice compresenza e fusione e commistione e meticciato.
Irina abita in un condominio di una periferia londinese non (ancora) così degradata, con il figlio – è una madre single – e il fratello un filo fanigottone. Lei, architetta e pittrice, campa lavorando in bar (come una moltitudine di immigrati in Inghilterra dai paesi Ue: quanti italiani a Londra fanno i pizzaioli e i camerieri?). Anche perché lui, laureato e specializzato in storia, fa poco quasi niente, ogni tanto un lavoro d’antennista. Irina è una tosta, asimentale fino alla brutalità, concretissima (non per fare indebite generalizzazioni, però mi pare un tipo umano-antropologico femminile assai dsffuso nei paesi est europei ex comunisti, o sbaglio?). Sempre incazzata perché qualcuno piscia in ascensore (un classico del degrado abitativo-urbano), perché il fratello non si sbatte, perché i vicini non sono inappuntabili. Trovano un gatto abbadonato al freddo, lo adottano. Solo che a rivendicarlo arriverà un’orrenda famigliaccia di vicini inglesi, madre ex strafattona, figlio non granché voglioso di lavorare, pitbull d’ordinanza (anche questo un classicissimo del degrado urbano). Figuriamoci, saranno liti, e da lì sgorgherà di ogni, insulti reciproci che è fin troppo facile liquidare come razzisti (ma chi è il razzista? la ragazza nera che insulta la bulgara – ma tornatene al tuo paese! – o la bulgara che si incazza con la ragazza nera? o tutte e due?). Ma qualcos’altro farà scoppiare le tensioni sotterranee del palazzone. Trattasi delle ingenti spese condominiali di riparazione, dunque di soldi. Spiega: il palazzo è di proprietà comunale, ma alcune parti sono state vendute. Ora: le spese le decide il comune, ma saranno solo a carico dei proprietari, tra cui Irina, gli altri zero. Sicché Irina esplode: ma perché devo pagare io per i miei vicini che han la casa popolare aggratis o quasi e non fanno un cazzo tutto il giorno? Segue miniassemblea in cui si tira in ballo di ogni, il welfare che assiste i nullafacenti, la Brexit e quant’altro. Intanto il gatto si è rifugiato in un buco del muro e da lì non vuole uscire. Metafora? Mah. Di questo fim conta il suo essere commedia vivace e disincantata sulla convivenza multikulti, sulle derive stataliste e assistenzialiste. Con però un finale assai amaro. Girato nei modi del cinema del reale e immediatista, ma senza voler farsi denuncia sociale. Molto verosimile, molto credibile. In mano a sceneggiatori sperimentati potrebbe essere remakizzato in astuta commedia per il largo pubblico.

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