Venezia Festival 2019. Recensione: J’ACCUSE, un film di Roman Polanski. Dategli il Leone

J’accuse (An Officer and A Spy), un film di Roman Polanski. Con Jean Dujardine, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Melvil Poupaud, Mathieu Amalric, Grégory Gadebois, Vincent Perez. Concorso Venezia 76.
Se ci fosse giustizia ai festival (ma spesso non c’è), dovrebbero dare il Leone d’oro all’86enne Roman Polanski. Che realizza con J’accuse il suo film migliore da molti anni, forse decenni, in qua. Grandi mezzi e attori magnifici (Dujardin su tutti) a ricostruire l’affaire Dreyfus, il caso che a fine Ottocento spaccò la Francia e segnò la rinascita dell’antisemitismo. Ma raccontato da un punto di vista speciale, quello dell’uomo che con le sue indagini smontò le accuse di spionaggio contro il capitano Dreyfus. Opera magistrale per quanto rievoca e per come lo fa. Voto 8 e mezzo
Magnifico. Roman Polanski firma il suo film più bello e importante da molti, molti anni in qua, diciamo pure da decenni, affrontando col massimo dell’indignazione civile e del senso del cinema quell’affaire Dreyfus che a fine Ottocento – tutto cominciò precisamente nel 1894 – segnò uno spartiacque. Un vulnus mai del tutto cicatrizzato nel corpo della Francia e non solo, la consapevolezza che l’emancipazione degli ebrei d’Europa post-rivoluzione francese e post-napoleonica non avesse sradicato l’antisemitismo, anzi. Ma J’accuse – il riferimento è allo storico articolo di Emile Zola – non è solo irrinunciabile per quanto racconta, ma per come lo fa. Per la forma cinema che Polanski adotta, perfeziona e porta a compimento con la maturità, la sicurezza del maestro. Cinema narrativo puro, che però non scivola mai nel didascalismo, nella piattezza grazie al perfetto controllo della macchina discorsiva da parte del regista. Che fluidità nel muovere la macchina da presa, che assenza di ogni pesantezza, in un film di perfetta costruzione dove il lavoro nel backstage non si vede mai. Nessuna cucitura o sutura è a vista, la fatica della costruzione, della composizione è occultata e mimetizzata, totalmente coperta dalla perfezione del visibile, del risultato. Come quegli arazzi di cui non puoi nemmeno immaginare la complessità della trama e degli intrecci dall’altro lato, il lato nascosto. Dicono, i detrattori di questo ineludibile lavoro polanskiano: ma è cinema vetusto, è cinema museale, è la vecchia televisione dei vecchi sceneggiati che spiegavano alle masse con l’intento di educarle complicati passaggi storici e capolavori letterari.
Macché. Nei modi apparentemente polverosi e inamidati del period movie Polanski insuffla dosi massicce di quel cinema della minaccia di cui è stato se non l’inventore certo il massimo codificatore. Come nei suoi remoti ma tuttora vitalissimi e continuamente copiati capi d’opera, Repulsion, Rosemary’s Baby, Cul-de-sac, in J’accuse ci mostra corpi e menti oppressi, intrappolati da un apparato di controllo impenetrabile, opaco quanto potente, da una macchina reificante che riduce gli individui a cose. Ritroviamo, in questo film basato nella capitale di Francia ma nel quale ogni traccia di stereotipata gaîté parisienne è espulsa, l’atmosfera tetra del Centroeuropa dei pogrom, rinveniamo i segni del defunto impero austroungarico con le sue diramazioni e periferie estreme multilingue e multietniche: luogo della storia e dello spirito, appartenenza che Polanski si porta dietro dalle sue origini e non ha mai perso nonostante il nomadismo-cosmopolitismo della sua vita.
Allora: il caso Dreyfus. Il caso del capitano dell’Armée Alfred Dreyfus accusato e condannato per spionaggio a favore del nemico tedesco. Degradato. Espulso dall’esercito. Imprigionato nell’Isola del diavolo (do you remember Papillon?). E poi, la controinchiesta che rivelò come quella condanna fosse stata pilotata dai ranghi alti dell’Armée, come le prove fossero state manipolate, come si fosse trascurato di perseguire il vero colpevole per indirizzarsi sull’incolpevole capitano. Fino all’eplosione dell’affaire, quando Emile Zola stila il suo J’accuse sul quotidiano L’Aurore indicando i nomi dei responsabili, appoggiato tra gli altri dal futuro primo ministro Clemanceau. Spacccando la pubblica opinione in innocentisti e colpevolisti. Una storia paradigmatica di ricerca-costruzione del capro espiatorio che si sarebbe ripetuta da allora infinite volte sotto i regimi del Novecento e anche nelle democrazie imperfette. Perché Dreyfus? Perché ebreo, quindi bersaglio perfetto di un paese che in nella sua ampia parte restava fortemente antisemita e di un gerarchia militare che mal sopportava la presenza degli israeliti nei suoi ranghi. Storia truce, foschissima, una lezione che l’Occidente non dovrebbe mai scordare, che scatenò non solo tempeste emotive ma svolte politiche epocali. Fu seguendo il processo Dreyfus come corrispondente in Francia dell’austriaca Neue Freie Presse che Theodor Herzl si convinse della necessità di una patria per gli ebrei sempre sotto minaccia in Europa, e fu l’inizio del movimento sionista.
Polanski, ispirandosi a un libro di Robert Harris (anche coautore dell sceneggiatura), ricostruisce la fondamentale vicenda da un punto di osservazione differente, non quello di Dreyfus, non quello di Zola, ma di Georges Picquart, l’eroe nascosto della storia, il colonnello del controspionaggio militare che ebbe il coraggio di andare contro la versione ufficiale ricostruendo pazientemente, contro tutto e tutti, la trama dell’inganno, della contraffazione, dei depistaggi. Sicché il genere cinematografico di riferimento più che il period movie diventa quello del procedural, dell’investigazione e successivamente del courtroom movie, con un Jean Dujardin enorme, in grado di restituire ogni sfumatura del suo personaggio e farne il medium di un mondo, di un’era, di un passaggio storico. I meriti di Polanski sono infiniti, a partire da un’intensità (pur sussunta in un ordine formale ferreo) che non è mai stata la sua cifra prevalente. C’è qui indignazione, c’è partecipazione, forse anche, come han detto molti, per un’identifiazione di Polanski nel Dreyfus perseguitato, e i motivi soni ben noti, è la scia infinita del caso giudziario in cui fu coinvolto decenni fa in America e che ha disseminato scorie anche qui, in questi giorni (mi riferisco alle dichiarazioni della presidente di giuria Lucrecia Martel). Ma io penso ci sia altro e di più, è la comune appartenenza ebraica di Polanski e del capitano Dreyfus a saturare di significati e risonanze e affinità profonde il film. Disseminato, pur nella sua classicità, di segni indubitabilmente polanskiani. Quella Parigi così poco parigina e invece così mitteleuropea, anche sinistramente, cupamente mitteleuropea, trova la sua incarnazione simbolica nel palazzo del controspionaggio militare in cui Jacquart si installa. Fuligginoso, sozzo, délabré, appestato dal puzzo di fogna. Un antro. Un labirinto di scartoffie polverose, di cataloghi sterminati a testimoniare e ricordare malefatte, tradimenti, delazioni, un universo chiuso da cui non sembra esserci scampo. Pura invenzione à la Polanski. E come si fa a non pensare a Kafka? Al Kafka non solo del Processo, ma a quello del delirio burocratico-kakanico di Un messaggio dall’imperatore. E quelle inquadrature dal basso rigorosamente simmetriche, a camera fissa, della scalinata che porta all’ingresso del tribunale, il culto delle divise che più che francese sembra pure quello austroungarico (e si pensa al feticismo per le uniformi di Erich von Stroheim). Roman Polanski, anni 86 appena compiuti, impartisce una clamorosa lezione di cinema. Ne è così consapevole da siglarla con un fuggevole cameo come musicista (così almeno m’è parso), forse di un coro, forse di un’orchestra. Dovrebbe prendersi il Leone, ma come la mettiamo con la signora Martel? Invece temo vincerà Ema di Pablo Larrain, visto ieri sera, il suo film più brutto ma assai allineato agli ideologismi della gender culture e delle famiglie e dei ruoli sessuali post-biologici (post-human?). Film antipatico e repulsivo, eppure accolto da applausi scroscianti.

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