Venezia Festival 2019. Recensione: ‘ No. 7 Cherry Lane (Ji Yuan Tai Qi Hao) ‘ di Yonfan. Viva Hong Kong!

Ji Yuan Tai Qi Hao (No. 7 Cherry Lane) di Yonfan. Animazione. Concorso Venezia 76.
Arriva da Hong Kong un film animato piaciuto a pochi, ignorato da molti. Assai interessante nel suo celebrare Hong Kong città libera e creativa. Un film discontinuo e disomogeneo narrativamente, fiammeggiante, con una forte impronta queer. Che raccontando di un triangolo tra uno studente, la madre e la figlia rievoca l’età d’oro della Hong Kong anni Sessanta. Con la scena gay più audace del concorso. Voto 7+
Il primo film di animazione di un regista hongkonghese di lunga e gloriosa carriere – 14 titoli alle spalle -, passato a questa mostra nell’indifferenza di gran parte di stampa e pubblico e salutato da un drappello di entusiasti come una delle sorprese di un concorso alquanto pevedibili nei suoi valori e disvalori. No. 7 Cherry Lane è, come da dedica finale, un film-omaggio a Hong Kong, una celebrazione della sua differenza e eccezionalità, differenza rispetto alla Grande Cina rep. popolare che ne è diventata la padrona dopo la fine dell’era britannica. Hong Kong che ha dato al cinema un contributo enorme, fondamentale, che è stata un’enclave di valori e modi democratici in un paese-continente che non li aveva mai conosciuti (e non li conosce tuttora). E vedendo questo film di Yonfan, focalizzato sulla Golden Age della città, quegli anni Sessanta che la videro esplodere economicamente e ritagliarsi un ruolo centrale nella economia e cultura d’Asia, e negli interscambi mondiali, come si fa a non pensare alle manifestazioni delle ultime settimane, agli studenti che hanno innescato la protesta contro una legge sull’estradizione che rischiava (rischia) di mutilare le già pericolanti autonomie dell’ex colonia inglese?
Anche, questo Cherry Lane Numero 7, uno dei film più intimamente queer che si siano visti a questo Venezia Festival nelle sue varie branche, un racconto in immagini animate smaglianti, in una linea grafica nitida e insieme sottilmente deformante, dove la sensibilità gay esplode: nelle celebrazione mai così spudorata in un concorso veneziano del corpo maschile, nelle tinte mélo della storia, nella rievocazione attraverso figure laterali di travestitismi e genderismi da vecchia opera cinese pre-rivoluzione. Il protagonista, feticizzato dalla regia, è lo studente di letteratura inglese Zimin, di tale bellezza da far cadere innamorati donne e uomini, anche se lui, probo com’è, non cede a nessuno. Una signora (il titolo è il suo indirizzo, in una parte non così nobile della città) di nome Yu lo ingaggia perché dia lezioni privata di inglese alla figlia Meiling. E per Ziming sarà amore per madame Yu, fuggita dalla Cina Popolare, transitata da Taiwan, adesso a HK: le farà una corte assai educata, la inviterà al cinema a vedere i prediletti film della diva francese Simone (ovvero Signoret: di cui Yonfan ricostruisce mirabilmente tre film, di cui ahimé ho riconosciuto solo il primo, La strada dei quartieri alti con Laurence Harvey, per il quale Simone Signoret vinse l’Oscar: storia di un amore tra una donna grande e un ragazzo, storia in cui ovviamente Zimin si rispecchierà). Intanto, per strada – siamo nel 1967 – manifestazioni di studenti anticolonialisti e inneggianti alle guardie rosse e alla vicina, ma per loro fortuna mai arrivata a Hong Kong, rivoluzione culturale maoista. Squarci sulla vicina della signora Yu, una diva dell’opera di Shanghai in esilio assistita da un vecchio eunuco, un fossile vivente di quel che era stato l’impero prima della caduta. Ed è, la cantante-attrice-diva, l’occasione per il regista di rendere omaggio alla Shanghai folle e multiculturale, viziosa e peccatrice e stordente, vitale e creativa, di prima della rivoluzione. La Shanghai che sta alla Cina del Novecento come la Berlino dei tempi di Weimar alla Germania. Una città, un’esperienza che si è poi travasata, attraverso la moltitutine dei suoi esuli, in Hong Kong e ne ha forgiato l’identità. Il film è il triangolo amoroso tra lo studente, la madre e la figlia, è l’amore per la bellezza maschile. Ma nel suo profondo resta un omaggio a Hong Kong città libera, alle sue occasioni esistenziali, alla sua capacità di accogliere e di fondere. Memorabile scena ultraqueer: due gatti innamorati dello studente Zimin si inerpicano sul suo corpo nudo e se lo contendono, mentre tre signore assistono e un ragazzino pazzo di lui delira di desiderio. Un’audacia inconfondibilmente hongkonghese. E ci si chiede cosa rimarrà di questa peculiare sensibilità, e della città tutta, sotto l’onda d’urto normalizzatrice di Pechino.

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