Venezia Festival 2019. Recensione: SATURDAY FICTION, un film di Lou Ye. Shanghai nido di spie

Saturday Fiction (Lan Xin Da Ju Yuan), un film di Lou Ye. Con Gong Li, Mak Chao, Pascal Greggory, Joe Odagiri. Concorso Venezia 76. Voto 7 e mezzo
Il suo Summer Palace, anno 2006, turbò la censura per via di scene di sesso ardite e i richiami a Tienanmen. Da allora Lou Ye ha fatto qualche giro all’estero, soprattutto in Francia, per poi tornare a lavorare in patria e realizzare i suoi film se non del dissenso, certo non allineati e molto personali. È una ricognizione in un pezzo di Novecento cinese questo suo Saturday Fiction, titolo di ua pièce operaista portata in scena da una compagnia teatrale assai impegnata. Solo che, attenzione, ci troviamo nel dicembre 1941 nella Shanghai sotto occupazione giapponese – ricordate L’impero del sole di Steven Spielberg? – e la messinscena non è senza rischi. Ma il film si configura anche, soprattutto?, come un devoto tributo alla diva maxima del cinema cinese, Gong Li, qui finalmente in ruolo all’altezza della sua gloria, quello di un’attrice famosa che torna a Shanghai dopo una lunga assenza per interpretare la pièce di cui sopra. È davvero quello lo scopo? O è tornata in una città sempre più pericolosa, dove spie e controspie si fronteggiano in una guerra delle ombre, per cercare di liberare il marito imprigionato dai giapponesi? O, ancora, per stare vicina al suo amante, il regista della pièce? Lou Ye rievoca mirabilmente l’ambiguo crocevia che fu la Shanghai di quel tempo costruendo un’esemplare spy story. Operazione emintemente citazionista – la presenza di Gong Li ne è un segnale -, dove oltre che alla Storia si guarda al cinema che quelle storie di spie ha raccontato e ricostruito. Guerra clandestina di fazioni, ognuna con i suoi informatori: giapponesi, cinesi nazionalisti, cinesi forse già maoisti, potenze straniere. Soprattutto francesi. Epicentro di tutti i traffici e i giochi è un albergo che dai francesi è gestito, che è loro territorio secondo il sistema delle concessioni ancora in vigore a Shanghai. Non conta molto quel che succede (tutto ruota intorno a un’informazione segretissima che potrebbe cambiare il corso della storia ), ma come lo si rappresenta. A convincere in questo Saturday Fiction è il suo esplicito non-realismo, la prevalenza del gioco citazionista rispetto al racconto. Shanghai come infinite altre città di giochi sporci e clandestini che abbiamo visto al cinema, la Salonicco nido di spie di Pabst, la Casablanca di Curtiz, la Berlino di La spia che venne dal freddo. Un luogo squisitamente metacinematografico dove Lou Ye muove mirablmente i suoi attori. La scena d’apertura in cui la rapresentazione teatrale è volutamente confusa con la realtà è una sorta di manifesto, di dichiarazione teorica di un film che a quella premessa si atterrà senza mai deflettere: pntando anche su un bianco e nero che per una volta tanto è nebbioso, confuso, ambiguizzante. E via via diventa sempre più evidente l’intenzione di Lou Ye di negare ogni formalismo da period movie, ogni ablellimento formale, ogni preziosismo lucidato. Ecco invece scene complesse, affollate e indistinte, dove a fatica riusciamo a riconoscere i personaggi. Saturday Fction si situa molto lontano dalla convenzione del film d’epoca, si faccia solo un confronto con Lust, Caution di Ang Lee, Leone d’oro qui a Venezia lo scorso decennio, pure ambientato nella Shanghai occupata dai giapponesi. Di quello scintillio formale, di quella levigatezza estenuataqui non c’è niente. Grazie anche a un uso forsennato e ribaldo della macchina a mano, Saturday Fiction ci immerge in un altro cinema, più nevrotico e instabile, meno chiuso e sicuro.

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