Venezia Festival 2019. Recensione: THE PAINTED BIRD (L’uccello dipinto), un film di Vaclav Marhoul. Il film più divisivo, il caso di Venezia 76

The Painted Bird (L’uccello dipinto), un film di Vaclav Marhoul. Con Petr Kotlar, Stellan Skarsgård, Udo Kier, Harvey Keitel, Julian Sands, Lech Dyblik. Concorso Venezia 76.
Tratto da un caso letterario degli anni Sessanta (un libro assai discusso di Jerzy Kosinski, l’autore di Oltre il giardino), The Painted Bird è diventato il caso – l’unico – anche qui a Venezia. Un film che ha diviso e indotto alla fuga moltitudini di spettatori, Un bambino ebreo si ritrova da solo e da solo dovrà cercare di sopravvivere in una landa centroeuropea travolta da guerra e Shoah. Conoscerà tutti gli orrori e le declinazioni del male. Film di produzione ceca cui non si può negare la potenza e l’eccezionalità, la dismisura. Ma anche troppo frontale, troppo esplicito e compiaciuto nel raccontarci l’orrore. Attenzione: potrebbe vincere. Voto 5+
Il caso, l’unico, di questo concorso. Un film di quasi tre ore che ha fatto scappare parte degli spettatori – annoiati? indignati? scossi? – per via della brutalità dei fatti raccontati e per come li racconta, per gli eccessi anche assai compiaciuti di violenza. O forse perché a molti oggi certe storie terribili di seconda guerra mondiale e di Olocausto non interessano più, paiono sepolte in un passato remoto confuso e indistinto ai confini della leggenda nera. Del resto chi ormai, al di sotto di una certa soglia d’età, è dotato del minimo di cognizioni per collocare adeguatamente in un quadro storico simili eventi? Film divisivo, che ha convinto più gli stranieri degli italiani. Io, lo dico subito, l’ho trovato alquanto equivoco per come ci mostra quasi pornograficamente un orrore dopo l’altro, per come esplicita e butta in primo piano il Male, in un’operazione malsana ai limiti del voyeurismo: pura exploitation e però – ed è un’aggravante – ammantata e mascherata da cinema di denuncia, civile, di impegno. Eppure bisogna riconoscere a The Painted Bird la non banalità, la non medietà, l’ambizione alla Grande Opera, allo smisurato, e i precisi riferimenti figurativi e narrativi a tanto grandissimo cinema del Centro Europa e Est Europa di ieri e l’altro ieri lo stanno a dimostrare. Adesso, a poche ore dalla cerimonia di chiusura, i rumors e i (finti) leaks lo danno tra i favoriti al Leone. Stiamo a vedere. Nel frattempo è cresciuto nella mia memoria, si è come addensato e stratificato e complessificato. Resto fermo su un giudizio negativo, ma l’eccezionalità di The Painted Bird, anche nei suoi aspetti più luridi, mi sembra sempre più evidente. Tratto da un libro di Jerzy Kosinski (l’autore di Oltre il giardino, poi diventato un gran film di Hal Ashby con Peter Sellers portagonista) che nel 1965 fu un caso sensazionale e un enorme successo tra i critici e tra lettori, e del quale il film d Vaclav Marhoul si porta dietro l’aura maledetta. Kozinsky, ebreo polacco, era da non molto approdato negli Stati Uniti e in L’uccello dipinto immise parecchio delle cose che aveva respirato in Polonia, o almeno così disse, tracciando l’odissea terrificante di un bambino ebreo nascosto dai genitori presso una vecchia contadina: la quale ben presto morirà lasciandolo solo. Comincerà così la scoperta delle atrocità del mondo, la lotta per letteralmente sopravvivere. Ma dopo il successo per lo scrittore arrivarono le polemiche. Aveva dichiarato che The Painted Bird era in buona parte autobiografico, alcune inchieste giornalistiche invece lo smentirono. Fu accusato di aver copiato da altri libri già usciti in Polonia e di averlo fatto scrivere a un ghost writer, lui che, arrivato da poco negli Usa, non poteva ancora conoscere perfettamente l’inglese. Un clamoroso falso? Kosinsky non lo ha mai ammesso, ma da allora The Painted Bird è uscito dai radar, dimenticato, rimosso. Il regista ceco ne ha acquistato i diritti qualche anno fa ed ecco adesso il risultato.
L’uccello dipinto (il titolo deriva da una scena nella quale un uccello per sadismo viene dipinto e reso irriconoscibile dal resto dello stormo, che lo attaccherà come un estraneo fino a ucciderlo) è molte cose, è un film slla Shoah dal punto di vista di un ragazzino che allo sterminio è sfuggito miracolosamente, è un romanzo di formazione, è una fiaba nera dove gli orchi sono gli adulti, tutti o quasi, è un racconto dell’orrore. Il bambino (di cui solo nell’ultima scena conosceremo il nome) passa da un pericolo mortale all’altro in una indistinta, plumbea area centroeuropea (tra Cechia, Slovacchia, Polonia, Ucraina, Ungheria) affollata di mostri. Lui, il protagonista ragazzino, vedrà e dovrà subire il peggio, vedrà l’animismo arcaico e feroce dei contadini, i lati più tenebrosi della religione e della fede, diventerà bambino-schiavo, subirà abusi sessuali da uomini e da donne, assisterà a sadismi nei confronti di persone e di animali e a massacri di ebrei e zingari, rischierà di finire nei campi di sterminio, diventerà testimone degli stupri e dei saccheggi delle truppe cosacche alleate dei tedeschi, dovrà fare i conti con l’antisemitismo diffuso e capillare. A disturbare non è la sequenza, senza tregua, del sangue, del male, della morte al lavoro, è l’assenza di ogni filtro e distanza, è lo sguardo del regista che tutto indaga, tutto esibisce, tutto mostra. Come no, si pensa a L’infanzia di Ivan di Tarkovsky, con il suo bambino innocente perso nella terriblità della guerra, ma qui del tocco umanista, rispettoso e morale del gran russo non c’è traccia, c’è piuttosto il teatro del massacro cui tanto horror ci ha assuefatti negli ultimi anni. Ma allora, perché non adottare per la messa in cinema di una storia tanto rischiosa e vischiosa i codici del genere, del cinema orrorifico o almeno di paura? Sulla scia di un altro capolavoro di cui purtroppo Vaclav Marhoul non segue la lezione, La morte corre sul fiume di Charles Laughton. Eppure, tra tanta lordura che L’uccello dipinto ci riversa addosso, non mancano momenti di cinema vero, fors’anche di grande cinemao. L’uso del bianco e nero sempre pericolosamente arty, ma che qui trova spesso una sua ragione espressiva. Quelle lande spettrali, di nebbia, di fango, di neve, sono rese in tutta la loro desolazione nel formato widescreen (il film è in 35 millimetri) e molti frammenti sono memorabili, come l’arrivo dei cosacchi, il massacro dei deportati in treno. Uscendo dal cinema ho provato il rigetto. Oggi incomincio a pensare che questo non sarà mai un bel film, ma un film da vedere sì. Echi del grande cinema in bianco e nero di quell’area, Bela Tarr, ma ancora di più il meraviglioso Miklos Jancso dell’Armata a cavallo, Va’ e vedi di Elem Klimov (difatti uno degli attori di quel capolavoro russo-sovietico compare qui nel ruolo di un soldato dell’Armata Rossa). E vedendolo non ho potuto non pensare ai film polacchi e cecoslovacchi degli anni Sessanta sull’Olocausto, come il capolavoro Il negozio al corso e Romeo, Giulietta e le tenebre. Partecipazioni illustri: Udo Kier (è un sadico mugnaio), Stellan Skarsgård (un tedesco buono), Harvey Keitel (un prete), Julian Sands (un pedofilo). Si parla in un sorta di esperanto slavo messo a punto appositamente per il film in cui confluiscono lingue di tutta l’area centro e est-europea.

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