Recensione: MADEMOISELLE, un film di Park Chan-wook. La dialettica serva-padrona

Nei cinema dal 29 agosto 2019 distribuito da Altre Storie. Recensione scritta al festival di Cannes 2016, dove Mademoiselle fu presentato in concorso..
Mademoiselle (Agassi – The Handmaiden), un film di Park Chan-wook. Con Kim Min-hee, Kim Tae-Ri, Ha Jung-woo, Cho Jin-woong. Corea del Sud. Liberamente ispirato al libro Fingersmith di Sarah Waters.
070dc5f3808818500fcfe3a013c970f8Anni Trenta, nella Corea sotto occupazione giapponese. In un maniero assai sinistro si svolge una partita di seduzione, inganni, avidità. Un arrampicatore sociale vuole sposare un’ereditiera, e per convincerla le affianca una giovane governante di sua fiducia. Ma la partita avrà colpi di scena assai inattesi. Un film quasi perfetto, solo un po’ troppo pedante nella seconda parte. Di smagliante bellezza e confezione, e con dentro tutto il senso del sangue e della violenza di Parl Chan-wook. Scene omofemminili al livello di quelle mitologiche di La vie d’Adèle. Voto tra il 7 e l’8
d8cacd56e265716d8014b13bd5768313Dopo l’abbastanza infelice escursione hollywodiana di Stoker, Park Chan-wook, signore della vendetta con un’ormai storica trilogia alle spalle, torna a casa sua, in Corea, e torna ai suoi massimi livelli con un film che è piaciuto a tutti – non ho sentito un commento negativo – e punta dritto a un qualche premio. Di squisitissima fattura come oggi solo gli orientali, che anche quando non appartengono al barthesiano impero dei segni giapponese ne condividono la cultura del bello e della perfezione, fino a toccare vette di estenuazione  che a noi europei ricordano certe stagioni di fine ottocento, tra Huysmans e D’Annunzio. Park Chan-wook pensa e dirige un film elaboratissimo nella forma e nella struttura narrativa tenendolo saldamente in pugno, uno di quei noir con continui rovesciamenti e twist che in occidente si facevano perlopiù in cinema e letteratura popolare tra anni Trenta e Cinquanta. Con giochi di maschere e identità e responsabilità, con fondi e doppifondi, e inganni, complotti, tradimenti, e mai che si capisca – fino allo scioglimento finale – chi manovri chi, e chi sia la vittima chi il carnefice. Anche, uno dei molti film che oggi ci arrivano dal Far East che vanno a rivangare la storia del Novecento di quelle parti, un tutti contro tutti con rese dei conti politiche e storiche. Odi atavici per torti agiti o subiti tra Cina, Corea, Giappone che riaffiorano portando allo scoperto quel che nell’immediato dopoguerra era stato prudentemente velato. Con quasi sempre il Giappone a fare da villain nell’area. Anche in questo Mademoiselle (il titolo coreano Agassi non c’entra niente con il tennista) il Giappone è paese dominante: siamo difatti nella Corea anni Trenta sotto occupazione nipponica, un’occupazione dal pugno di ferro. In un bizzarro e tetro castello per metà stile britannico e per metà padiglione giapponese, perché così l’ha voluto il proprietario grande ammiratore delle due culture, vive un vecchio assai ricco, collezionista di libri che si riveleranno di una specie particolare. Con lui abita la giovane, algida e ancora vergine nipote sofferente di nervi come un’isterica freudiana. Sicché uno scalatore sociale senza scrupoli che vorrebbe sposarla per mettere le mani sulla sua ricca eredità le piazza accanto una giovane governante coreana di sua fiducia perché la convinca al matrimonio. E le manovre messe in atto nella sinistra casa (diciamo simile a quella di Rebecca la prima moglie) sembrano procedere rapidamente verso l’obiettivo. Superando la prevedibile opposizione del vecchio zio, pure lui desideroso di sposare la nipote, si arriva alle nozze tra l’ereditiera e lo scalatore. Ma non è che il primo atto di un film che ne aggiunge altri due. Il secondo racconta la stesa storia, ma da un altro punto di vista, con un’altra verità e rovesciamenti clamorosi. Il terzo porta a una conclusione forse un po’ telefonata, ma che a sua volta rovescia di nuovo il tavolo da gioco. Su questa robusta traccia noir (dovuta a Sarah Waters, al cui libro Fingersmith Mademoiselle è ispirato) Park Chan-Wook inserisce le sue atmosfere malate e perverse, il suo senso del sangue e della violenza coma una delle belle arti. Intrecciando parecchio e assai orientalmente eros e thanatos, godimento e sofferenza, piacere e vergogna, in raffinatissime cerimonie che noi rubrichiamo alle voci volgari S/M o fetish ma che lì sembrano intercettare un misterioso disegno cosmico di redenzione, di retribuzione, di condivisione della colpa, di risarcimento. Il regista non sbaglia niente, montando impeccabilmente la sua cerimonia segreta, e la parte migliore, e più personale, è forse anche la più perversa, la lezione della signora del vizio ai suoi ammiratori e amanti. C’è molto lesbismo, con un legame serva-padrona che per intensità e passione fa pensare allu lunghe sedute a letto delle protagoniste di La vie d’Adèle di Kéchiche. Un lesbismo grazie a Dio per niente ideologico e solo, puramente, desiderante. Un film pnotico. Perfetto. Quasi perfetto. Perché se c’è un limite è quello di una certa pedanteria. Non c’è la minima ellisse, ogni dettaglio, soprattutto nella parte seconda, ci viene spiegato e rispiegato, allungando parecchio i tempi. Se solo avesse tagliato un quarto d’ora Park Chan-wook avrebbe realizzato un capolavoro. Comunque obbligatorio, anche per la presenza della sublime Kim Min-hee, musa di molte opere di Hong Sangsoo, l’attrice più bella del mondo

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