Recensione: BURNING – L’AMORE BRUCIA di Lee Chang-dong. Il film che visse due volte

Burning, un film di Lee Chang-dong. Con Yoo Ah-in, Jun Jong-seo, Yeun Steven. Al cinema da giovedì 19 settembre 2019 distribuito da Tucker.
Sembra Jules e Jim a Seul. Con la ragazza Haemi che si divide tra l’aspirante scrittore Jongso e l’odioso riccastro Ben. Forse. Perché questo film del maestro del cinema asiatico Lee Chang-dong gioca sui labili confini tra realtà e apparenza. Due ore e mezzo di cinema delle lentezza e della riflessività, con momenti incantati e di massimo fulgore visivo, altri meno. Un film destinato a crescere nella memoria, nel tempo.Io per capirlo (ma ci sarò riuscito davvero?), l’ho dovuto vedere due volte. Voto tra il 7 e l’8
Recensione scritta dopo la proiezione del film in cponcorso al festival di Cannes 2018.
Film a combustione lenta, lentissima, quasi impercettibile, che ti colpisce a distanza. Ho fatto bene – felix culpa! – a non scriverne a visione appena finita, non perché non lo volessi, ma semplicemente perché non ne ho avuto il tempo, tutto qui. E meno male, perché a distanza di qualche giorno Burning mi è cresciuto nella memoria. Diventano sempre più vivide le sue parti migliori, si annebbiano quelle meno riuscite o fastidiose (che sono tante, quelle che più risentono delle origini letterarie della storia). Due ore e mezzo, e francamente troppe da metabolizzare la sera dopo una giornata di file e corse tra Palais e Quinzaine, anche se firmate dal maestro sud coreano di Oasis e Peppermint Candy. Burning è tratto purtroppo da una short story del molto amato e venerato giapponese Haruki Murakami (uno degli eterni candidati al Nobel). Dico purtroppo, perché azzardo che le cose meno riuscite – i dialoghi alti e arty e ridicoli quando in contesti incongrui – vengano proprio da lì. Non ce l’ho con Murakami, solo che certe cose funzionano sulla pagina, e sulla misura breve, ma se messe in cinema stridono, non si adattano al nuovo mezzo, impiombano. Circola lungo tutto il film un che di smaccatamente autoriale e alto, da cinema superiore di quando ancora si disdegnavano i generi e si marcava il territorio e il confine rispetto al cinema popolare. Tempi narrativi dilatatissimi, uso di metafore alquanto smodato. Intorno a un interrogativo che è un classico arty: cosa sono la realtà e la finzione? E la realtà esiste o siamo noi a sognarla e immaginarla? La ragazza che sta al centro del triangolo di cui Burning racconta costruzione e distruzione, studia mimo, e per épater il ragazzo che le sta di fronte e vuole conquistare, Jongsu, sbuccia un mandarino immaginario, che non c’è. È un avvertimento, una dichiarazione teorica, perché poi tutto il resto non sarà altro che la riproduzione di quella scena, un teorema sull’apparenza, sull’essere e il nulla condotto con la massima, inflessibile coerenza da Lee Chang-dong.
La ragazza Hamei reincontra il giovane uomo Jongso che, quando abitavano nello stesso quartiere, non la degnava di uno sguardo. Vuole la rivincita (“una volta mi hai detto che ero brutta, e adesso?”), supera ogni sua resistenza e diffidenza, se lo porta nel suo appartamento, condiviso con un gatto. E lui, figlio di un padre contadino, aspirante scrittore, non ci mette molto a cadere innamorato. Hamei parte per un viaggio in Africa da molto tempo sognato, quando torna eccola ripresentarsi a Jongso all’aeroporto con un bellimbusto conosciuto a Nairobi (“ eravamo i due soli coreani”). Uno di quei tipi odiosi, troppo belli, troppo sicuri di sé, troppo ricchi, troppo perfetti, pure con la Porsche Carrera. Sarà una specie di triangolo alla Jules e Jim o forse no, perché in questo film sospeso tra reale e non reale non sappiamo nemmeno se ci siano amore e sesso tra Hamei e l’odioso riccastro. Tutto è suppposto o forse immaginato. I tre procedono in questo mai dichiarato ménage à trois, con Hamei sempre più enigmatica. I misteri via via si moltiplicheranno , la rivalità tra Jongso e il bellimbusto Ben pure. Chiaro che noi si parteggi per il ragazzo di campagna onesto e generoso benché un po’ orso e ispido a fronte dell’ambiguo cittadino in Porsche. Incominciano a manifestarsi strane ossessioni incendiarie, e il fuoco avrà una gran parte in corso di narrazione, anche come metafora, benché si stenti a capire di cosa. Alla fine verrebbe da dire che Murakami nuoce al cinema, ma, non avendo letto il racconto da cui Burning deriva, non lo dico. Lee Chang-dong quando smette di fidarsi troppo della letteratura e ritorna l’autore di cinema che è, ci dà cose meravigliose. Paesaggi sospesi e metafisici. La disperazione implosa di Jongso, personaggio magnificamente costruito e risolto. Momenti ipnotici, silenzi densi di sottotesti e allusioni, di minacce incombenti. Come quei rumori di fondo, lontani, che si sentono nella casa di campagna, e sono gli altoparlanti della propaganda nordcoreana. Ma tutti i giochi sul gatto che c’è e forse no erano sopportabili in film anni Sessanta come Blow-up, oggi suonano pretenziosi. In tanta evaporazione della realtà c’è però una traccia noir, quella di un possibile delitto consumato. Se solo Lee Chang-dong ci avesse creduto di più.

Aggiornamenti/aggiustamenti del 20 settembre 2019.
Burning è il film che più mi ha tormentato negli ultimi anni, quello che mi ha costretto a modificare profondamente nel corso del tempo l’opinione che me n’ero fatto alla prima visione. Rigetto quasi totale subito dopo la proiezione a Cannes 2018, poi i primi robusti ripensamenti già qualche giorno dopo, con il film che lentamente lavorava dentro di me metramorfosizzandosi nel mio ricordo. Slowburn dicono gli anglofoni di quei film e prodotti culturali che carburano lentissimamente e crescono alla distanza. Questo è il mio personale slowburn, e che il titolo sia Burning vorrà pur dire qualcosa al di là della mera coincidenza semantico-fonetica. L’ho rivisto qualche mese fa a Milano in chiusura del Festival del cinema africano, dell’Asia e dell’America latina e, anche grazie a un serrato scambio di opinioni con il mio amico Marco F., mi sono reso conto di quanti elementi mi fossero sfuggiti a Cannes l’anno precedente. Forse per mia ottusità, per ottenebramento del mio pensiero e della mia capacità di elaborazione o forse per l’obiettiva complessità della costruzione narrativa di Lee Chang-dong, così densa, stratificata e a lento rilascio che un solo approccio non basta a penetrarla. Il regista sudcoreano è fin troppo virtuosistico e abile nel depistarci, nel lasciarci sospesi fino allo scioglimento finale non tanto sulla trama, quanto sulla natura stessa del film e forse del suo stesso fare cinema. A nuova visione conclusa mi sono reso di come Burning fosse uno psycho-thriller più che una meditazione sugli sconfinamenti tra realtà e apparenza come invece mi era sembrato nell’immediatezza, e di come Lee Chang-dong fosse massicciamente ricorso alla metafora dell’incendio lasciandoci credere invece nel suo significato letterale. Film misterioso per quanto racconta, per come ci lascia incerti fino alla fine e perfino dopo su chi siano davvero i suoi protagonisti, ma anche, soprattutto, per la sua strategia narrativa. Burning si configura, almeno è questa la conclusione che ne ho tratto dopo averlo visto due volte, come una partita a scacchi tra Lee Chang-dong e lo spettatore. Con l’autore che lancia falsi e veri indizi e lo spettatore che deve rendersi conto, prima di fare la sua mossa e impostare la sua partita, dove stia l’inganno e dove la mano tesa. Come in una sfida al novizio da parte di un maestro zen, il regista sud coreano non si fa mai complice nostro, ma si tiene sull’altro lato e a distanza invitandoci anzi costringendoci a mobilizzare tutte le nostre risorse per arrivare, vincenti o perdenti, in fondo alla partita. Forse è per questa distanza, per questa glaciale programmaticità, che non ho amato Burning, ma non posso, adesso, che inchinarmi alla sapienza di Lee Chang-dong.

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