Venezia 2019. Recensione: LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA, un film di Franco Maresco. Cinico cinema

La mafia non è più quella di una volta, un film di Franco Maresco. Con Ciccio Mira, Cristian Miscel, Letizia Battaglia, Matteo Mannino, Franco Zecchin. Concorso Veezia 76. Vincitore del premio speciale della giuria.
All’inizio sembra un docu, per quanto fortemente narrativizzato, sulle due Palermo, quella della ‘società civile’ antimafia e quella della suburra che della mafia è insieme complice e schiava. Poi La mafia non è più quella di una volta si rivela essere soltanto l’ennesima galleria di Franco Maresco di povericristi e poveri freak, guitti grotteschi, cantanti neomelodici da marciapiede. Esposti al pubblico sghignazzo. Voto 5

Franco Maresco (a sin.) e Ciccio Mira

Eccomi a riprendere, fuori tempo massimo e quando l’attenzione dei cinéphile si è ormai focalizzata altrove, il filo interrotto delle mie recensioni veneziane. Interrotto, rimasto bloccato a La mafia non è più quella di una volta, di un Franco Maresco ritrovato e ormai stabilmente solo dopo la fine del sodalizio con Daniele Ciprì. È che io questo film – salutato da buona parte dei recensori italici di carta e di web come una gran bella cosa – l’ho detestato, anzi m’ha fatto incazzare come poche volte al cinema, soprattutto per l’abbastanza abominevole quarto d’ora finale in cui si sparano oblique allusioni sull’attuale nostro presidente della repubblica e la famiglia Mattarella tutta. E avendolo detestato, non sono riuscito finora a scriverne. Ci provo adesso, anche se intanto la distanza tra me e il film s’è tutt’altro che accorciata.
Sì, lo so, non bisogna chiedere al cinema né ad altra espressione creativa la correttezza politica, il bon ton, l’educazione. Sì, lo so che Franco Maresco è spirito libero e anima urticata e non riconciliata. Sì, lo so che di fronte all’opera di un talento certo e riconoscibile com’è qui il caso e anche quando il talento non c’è bisogna astenersi da moralismi, furie e indignazioni dettate da fattori esterni all’opera. Insomma, pur conoscendo il manualino del buon recensore non ce l’ho fatta a mantenermi olimpicamente distaccato da La mafia non è più quella di una volta. Un film – ambientato nella Palermo 2017 che a un quarto di secolo esatto dalla morte di Falcone e Borsellino celebra l’anniversario con stanchi rituali e riduce i due giganti a smorti santini – nel quale tutto attraverso la lente deformante e opaca di Maresco ci appare confuso, indistinto, caliginoso, nebbioso, pieno d’ombra e buio anche in pieno sole. Dove le figure, che si situino sul fronte della lotta alla mafia o se ne dichiarino estranee, sembrano muoversi compulsivamente sullo stesso fangoso e vischioso palcoscenico, prigioniere del proprio cliché. E insieme prigioniere dell’eterno cliché che riduce una città alla sua antropologia di mafia e contromafia, senza possibilità di fuga.
È che non si capisce quale sia davvero il gioco di Franco Maresco. Contrapporre la Palermo laica dell’engagement a quella della suburra collusa con i boss e il crimine? O decostruire quella differenza-contrapposizione affondando, affogando tutti nell’abisso del riscatto impossibile? O, più semplicemente, allestire ancora una volta il proprio (di Maresco) teatro grottesco dei mascheroni, delle deformità, per additarci, come gli imbonitori dei freak show ottocenteschi, il laido e il mostruoso? Credo sia questo, ma allora se il fine è ancora e sempre Cinico tv, approntare una galleria di povericristi e poi esporla al pubblico sghignazzo, perché farlo attraverso l’ambiguo quanto logoro teatrino del chi è contro la mafia e chi contro non è (logoro perché sappiamo già come si disporranno sulla scacchiera le varie figure, chi sul bianco e chi sul nero). Non so voi, ma io non riesco a ridere di fronte ai tanti misérables dello Zen 2 (l’acronimo sta per Zone Espansione Nord, famigerato quartiere che secondo i benintenzionati architetti doveva essere modello e si è invece consolidato – eterogenesi dei fini – come un mondo a parte criminale e di subsviluppo) che alla ricattatoria domanda ‘ti senti di dire no alla mafia’ ovviamente scantonano, si sottraggono, eludono. E come potrebbero dire altrimenti? Non c’è mai pietas in questo film, mai comprensione e empatia e vicinanza e magnanimità e compassione, solo scherno. Che dire del neomelodico Cristian Miscel destatosi dal coma e tornato a cantare le sue litanie da povero guitto e gettato in pasto allo spettatore del film? Si parla e strepita in ogni critica cinematografica, soprattutto dei jeune critique, di sguardo, però mi pare che pochi si siano chiesti quale sia mai lo sguardo esercitato dal demiurgo di questo film. Nemmeno il Ferreri di L’ape regina, La donna scimmia, del laido episodio di Controsesso, nemmeno il Todd Browning di Freaks avevano mai posato uno sguardo di tanta glaciale crudeltà sui propri mostri. Pietà l’è morta in questa messinscena palermitana, nelle sue tante miserie e scarse nobiltà, resta solo lo sghignazzo teppistico.
Mentre in ormai logore liturgie si commemorano i due santi e martiri Falcone e Borsellino a venticinque anni dalla scomparsa, mentre ci si interroga su cosa sia rimasto della primavera palermitana che fece emergere una diffusa domanda di legalità, la macchina da presa ci porta da Ciccio Mira, impresario di miserandi cantanti neomelodici, di sgarruppati show di comici da strada. Un personaggio che avevamo già conosciuto in Belluscone, il precedente film di Franco Maresco, cui il regista qui demanda il farci da guida nella Palermo plebea, la Palermo di suburra, quella collusa con la mafia o ne è schiava, l’ecosistema in cui Cosa nostra cresce e prospera. Ciccio Mira sta organizzando inopinatamente uno sgangherato spettacolo allo Zen 2 che, sotto lo striscione ‘Neomelodici per Falcone e Borsellino’, porterà sul palco i freak della sua scuderia. Senza che mai ci dica in modo convicente perché abbia deciso di esibirsi sotto quella scritta in un quartiere di cultura mafiosa. Come mai una simile, tardiva conversione all’antimafia? O ci troviamo di fronte a un caso di trasformismo, cambiare o fingere di farlo perché nulla cambi? O forse che, come sembra di intuire alla fine, Ciccio Mira si voglia costruire una verginità antimafia per motivi squisitamente familiari, per via del fratello carcerato di cui vorrebbe chiedere la grazia? Dello show, che pure è il perno intorno a cui si organizza tutto il film, non vengono mai spiegate le evidenti, clamorose incongruenze e improbabilità. Talmente inverosimile, quel ‘Neomelodici per Falcone e Borsellino’, da farci sospettare fortissimamente della sua non veridicità, della sua diciamo artificialità, del suo essere un puro espediente narrativo escogitato per il film (ma è un cattivo pensiero che mandiamo subito via).
La mafia non è più quella di una volta è un docu molto, molto narrativizzato sulle due Palermo: la prima è quella borghese, della cosiddetta società civile che innervò la primavera di 25 anni fa prima e qui incarnata e emblematizzata, nelle rabbie, nelle indignazioni, nelle speranze e nelle delusioni da Letizia Battaglia, fotografa della mafia e dei suoi misfatti, icona dalla Palermo che non ci sta (è il secondo film di quest’anno con Letizia Battagia dopo Shooting the Mafia di Kim Longinotto peesentato alla Berlinale e, mi pare, poco prima al Sundance). La seconda, l’altra metà, è la Palermo che la mafia non l’ha mai ripudiata, la città plebea dei quartieri di popolo, quella che man mano penetriamo e conosciamo attraverso le incursioni di Ciccio Mira. Per un po’ si pensa di assistere a uno dei tanti docu sulla Palermo eterno ostaggio di Cosa nostra, ma è solo un abbaglio. Maresco usa quel collaudato paradigma per allestire la sua danse macabre, una messinscena intrisa di umori nerissimi, atrabiliare. È una discesa nel ventre, negli abissi di una città putrida e senza speranza. E dove – chissà perché mi viene in mente la Roma del Satyricon felliniano – incrociamo i freak del Barnum governato da Ciccio, i suoi guitti che riciclano il vecchio, lercio avanspettacolo nei modi della nuova volgarità televisiva. Poi arriva il terribile quarto d’ora finale dove, partendo da un tortuoso racconto di Ciccio di come da ragazzino gli capitò di entrare in contatto con la famiglia Mattarella, si lanciano ombre sul presidente della repubblica con allusioni pesanti alla trattativa stato-mafia. Credo che in siciliano si dica mascariare, per dire screditare, infamare, delegittimare attraverso la pratica dell’accusa mormorata, sussurrata, sfuggente. E allora si esce dal cinema, almeno così è capitato a me a Venezia, fuori dalla grazia di Dio. Che è modo lombardo per dire incazzati, incazzatissimi. Con la sensazione che ancora una volta si sia persa l’occasione di indagare e dire qualcosa di rivelatore sui legami oscuri e indistruttibili, sulle intime affinità antropologiche tra lumpenprioletariat palermitano e organizzazioni mafiose.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, Dai festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.