Recensione: JOKER, un film di Todd Phillips. La risata del Leone

Recensione scritta dopo la proiezione di Joker alla Mostra di Venezia 2019 e riadattata in occasione dell’uscita in sala del 3 ottobre 2019.Joker, un film di Todd Phillips. Con Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy. Al cinema da giovedì 3 ottobre 2019.Nemmeno chi l’aveva assai apprezzato in corso di Mostra di Venezia pensava che un colosso hollywoodiano come Joker potesse vincere il Leone d’oro. Ed è una vittoria storica, il definitivo superamento del dualismo cinema d’arte-cinema commerciale. Mai visto un cinecomic tanto disturbante. Dite i Batman di Tim Burton? Ma qui siamo ben oltre sulla via delle tenebre. Messinscena di una follia criminale, di come un uomo-massa di nome Arthur Fleck – di mestiere clown, paria tra i paria – si trasformi nel mostro Joker, futuro antagonista di Batman. Film allucinato, squilibrato come il suo main character. Se un limite c’è (e c’è), è l’eccesso di spieghe e giustificazioni psicologistiche e sociologistiche. Ma lui, il mostro, mantiene parte del suo enigma, irriducibile a ogni volontà di sapere. Joaquin Phoenix finalmente nella parte che gli era naturalmente destinata. Voto 8
La fine di un’era, l’era (quanto felice? quanto senza pensieri?) dei cinecomics ingenui. Non che mancassero i precedenti, già dai tempi del Tim Burton che affondava in un inferno urbano il suo Batman, e però in questo Joker si va oltre. Oltre il punto di non ritorno, annientando ogni illusione che i supereroistici e i loro derivati vicini e lontani possano fungere da comfort zone mentale per lo spettatore. Budget si suppone assai elevato da parte di Warner per un film che dovrà incassare l’iradiddio per rientrare dalle spese, e dovrà farlo senza poter compiacere lo spettatore e allisciarlo. Cinema inquietante al massimo grado che espugna trionfalmente il mainstream e i multiplex. E sta lì la svolta, capiremo in futuro quanto epocale, impressa da Joker al sistema dei blockbuster, al loro stesso statuto. Niente sarà più come prima. Come farà il buon padre di famiglia a portarsi i pargoli al cine la domenica pomeriggio con tanto di puzzo di pocorn se poi sullo schermo passano le gesta del protagonista pazzo, sadico, deragliatissimo di questo film?
Intanto, che botto qui a Venezia. Anche chi detesta il cinema-prodotto e era pronto a strepitare all’oltraggio, alla blasfemia per la messa in concorso di un film della saga Batman, s’è dovuto arrendere di fronte a un risultato incontestabile. Pur con punti critici soprattutto nella sceneggiatura e nella (in)coerenza narrativa, Joker stupisce e perfino entusiasma per la sua clamorosa messinscena della follia, e della follia criminale, come, per dire, in Marat-Sade di Peter Brook o in Funny Games di Haneke, parossisticamente moltiplicata e titanizzata dall’enormità degli schermi, dai mezzi economici e tecnologici con cui l’operazione creativa e produttiva è stata condotta, dal gigantismo che è solo di Hollywood. Il perturbante si fa, incarnandosi in questo film e nell’interpretazione di Joaquin Phoenix, un prodotto di massa per il consumo di massa. Il regista Todd Phillips (sì, quello del franchise Una notte da leoni, e chi mai l’avrebbe detto che l’avremmo ritrovato un giorno in concorso a Venezia e pure leonizzato), non ha nemmeno bisogno di ridisegnare una Gotham City funerea per farne sfondo e contenitore del suo eroe malato, gli basta girare in una (simil?)New York primissimi Ottanta, quella del degrado diffuso, della metropolitana impraticabile e rischiosa, del Bronx sfuggito a ogni controllo, di Central Park infido territorio senza legge. Poi arriverà Giuliani con la sua tolleranza zero e tutto cambierà. Ma quella New York è rimasta come residuo tossico, non smaltibile e non degradabile, nella mente o nell’inconscio di un’infinità di americani, anzi del mondo tutto. Pronta a essere riesumata per un film come questo.Gli schermi televisivi intanto parlano di rifiuti che si accumulano da venti giorni (sarà sciopero? sarà inefficienza? e si pensa a certi scenari urbani nostri dei nostri giorni), parla di invasione di ratti nelle strade, nei tuguri. Come quello in cui abita Arthur Fleck, uomo solo con madre anziana a carico, tenuto sotto controllo e sotto sedativi dall’assistenza sociale per via di certi deragliamenti mentali e di una risata da schizoide che gli erompe irrefrenabile. Arthur che lavora come clown in un’agenzia specializzata. Un paria. Che una catena di eventi sospingerà ancora più in basso, nelle fogne sociali, ultimo tra gli ultimi. I colleghi lo bullizzano, il padrone lo odia e alla prima occasione si libererà di lui. Due stronzi lo aggrediscono in metrò (tipico incubo della New York pre-Giuliani, gli agguati in sotterranea), lui li ammazza con la pistola che un collega gli aveva regalato. È l’inizio della sua corsa, della transition da Arthur a Joker, colui che diventerà l’antagonista di Batman, il genio criminale di Gotham City. Senza spoilerare, dirò solo che intorno e attraverso Arthur/Joker si accumulano infinite altre sottotrame e detriti onirici partoriti (forse) dalla sua psiche bacata. Un sindaco law-and-order appena eletto (è il padre del futuro Batman). La rivolta della plebe, che adotta come segno la maschera del clown giustiziere della metropolitana (echi evidenti di V per Vendetta). Un club di aspiranti stand-up comedians dove Arthur sogna di fare il salto verso l’entertainment. Un late-night show il cui tenutario (un De Niro di incredibile abilità mimetica) diventa, inconsapevolmente, l’inventore e il primo diffusore del mito Joker. Todd Phillips affonda questa narrazione ad accumulo progressivo in una messa in scena allucinatoria, a replicare e rispecchiare lo sfaldarsi ineluttabile degli equilibri interiori di Arthur Fleck. Tutto è lurido, sozzo, di uno sporco che è anche morale. Lo stesso Phillips ha citato come film di riferimento due Scorsese di quel tempo, Taxi Driver e King of Comedy, e direi che è soprattutto dal primo che deriva la tonalità plumbea di Joker, il senso di corruzione e disfacimento (no, non di peccato: qui non c’è Paul Schrader alla sceneggiatura) di cui è intriso. I limiti stanno, più che nella regia, nello script. Nell’ansia di cercare e fornire spiegazioni della deriva-deviazione di Arthur, e allora via con le cause sociali (la sua povertà), con le cause psicologiche (il trauma dell’abbandono, gli abusi subiti), con le responsabilità dei media. Assecondando quella subcultura oggi egemone secondo cui il Male non può esistere in sé ma solo come derivazione, frutto, risultato di agenti esterni. Ma perché scandagliare con tale accanimento l’inconscio e il passato di Arthur/Joker, perché non lasciarlo, come è sempre stato, un enigma, un’eruzione inspiegata e inesplicabile dagli abissi? La volontà di sapere di cui scriveva in un suo celebre saggio Michel Foucault qui si scatena, portando gli autori a indagare ossessivamente, a penetrare ogni segreto e zona d’ombra, a chiarire, illuminare, rivelare. Ma Joker è creatura delle tenebre, e per fortuna riesce a mantenere la propria terribilità e irriducibilità a un qualsiasi schema interpretativo, a prevalere su ogni volontà di sapere. Che dire che non si sia già detto di questo Joaquin Phoenix? Che è enorme, che al personaggio di Joker era inesorabilmente destinato e adesso eccolo, eccoci. Già per lui si parla di Oscar, vedremo, anche perché le furiose polemiche che hanno accompagnato Joker  all’uscita americana non aiuteranno né lui né il film nella Award Season che si va ad aprire (prevedo come antagonisti di Phoenix l’Antonio Banderas di Dolor y Gloria, il Robert Pattinson e il Willem Dafoe di The Lighthouse, il Di Caprio e il Brad Pitt di C’era una volta… a Hollywood; l’Adam Driver di Marriage Story; l’Al Pacino di The Irishman; chance anche per il Timothée Chalamet di The King, produzione Netflix come del resto Marriage Story e The Irishman). Ia Coppa Volpi per la migliore interretazione maschile di Venezia 76 sembrava già confiscata da Phoenix, è andata invece a Luca Marinelli per la regola statutaria, abbastanza discutibile, secondo la quale al film Leone d’oro non possono essere assegnati altri premi. Certo che la giuria presieduta da Lucrecia Martel (il vero errore di Venezia 2019, ha scritto Michele Anselmi: concordo, la regista argentina ha combinato guai infiniti, e a catena, con la sua sciagiurata dichiarazione su Roman Polanski) desse il massimo premio a Joker pochi se lo apettavano, anche chi come me aveva altamente apprezzato il gran lavoro di reinvenzione e complessificazione praticato sul personaggio da Todd Phillips. Invece prevedibilissime le proteste post-Leone di chi, vecchio o giovane critico, recensore di carta o di web, ha gridato allo scandalo perché alla Mostra di arte cinematografica (“e sottolineiamo la parola Arte!” s’è sentito da più parti) si sia osato issare sul podio un prodotto di una major, un film-spettacolo, un blockbuster annunciato. Come se il cinema buono o pessimo si definisse in base al suo modello produttivo e non alle sue qualità intrinseche, strutturali. Ma è un vetusto pregiudizio, quello verso il cinema spettacolo soprattutto holywoodiano, che non muore mai e rispunta dove meno te lo aspetti, alimentato anche dall’antiamericanismo ideologico di tanta parte della classe intellettuale o che tale si autoproclama italiana.

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