Recensione: IL MOSTRO DI ST. PAULI di Fatih Akin. Un film autenticamente maledetto

Ilmostro di St.Paili (titolo originale: Der Goldene Handschuh: Il guanto d’oro), un film di Fatih Akin. Con Jonas Dassler, Margarethe Tiesel, Katja Studt, Martina Eitner-Acheampong, Hark Bohm.
L’attesa era grande per questo film di Fatih Akin (La sposa turca, Oltre la notte), nessuno però si aspettava una rappresentazione tanto estrema del Male. Ricostruendo gli omicidi di un serial killer nella Amburgo primi Settanta, Akin allestisce un greve spettacolo del sangue, del massacro, dell’abiezione che ha pochi precedenti al cinema. Ma con un talento di metteur en scène indiscutibile. Puro neo-espressionismo (e se Caligari e Mabuse prefiguravano Hitler, il mostro seriale del Guanto d’oro chi e cosa anticipa?). Un film già maudit che ha spaccato la Berlinale. Voto tra il 6 e il 7

Uscito in Italia in qualche sala lo scorso 29 agosto e presto finito nel cono d’ombra dei film-fantasma. Ripropongo quanto ho scritto dopo la proiezione in concorso alla Berlinale 2019.
Sangue a spruzzi, a fiotti, a fiumi e ogni altro possibile fluido corporale essudato da maturi corpi femminili fatti a pezzi da un assassino seriale. A un paio di giorni dalle proiezioni per stampa e pubblico incombe ancora sulla Berlinale la cappa di miasmi e orrori emanata dal Guanto d’oro, il nuovo e a modo suo clamoroso film dell’amburghese di radici turche Fatih Akin, vincitore di un Orso d’oro nel lontano 2004 con quel gran melodramma che era La sposa turca. Impossibile che replichi stavolta l’impresa: nessuno oserà in giuria sostenere il film più divisivo e sconvolgente del concorso (e non solo), tutt’al più gli si darà un riconoscimento laterale che non faccia troppo discutere. Son tante le ragioni per cui Il guanto d’oro ha suscitato un quasi unanime rigetto, tanta indignazione, tanto ribrezzo. Akin si inoltra irriflessivamenta, senza mediazioni e filtri, nella terra perigliosa della rappresentazione del male come pochi al cinema prima di lui. Non chiedendosi dove stia il confine invalicabile, anzi teppisticamente devastando ogni linea di separazione tra il mostrabile e il non mostrabile. E mentre ti scorrono davanti agli occhi quegli ammazzamenti e squartamenti inevitabilmente confronti questo film a The House that Jack Built di Lars Von Trier, tante sono le affinità. Tutti e due mettono in scena iper-realisticamente un serial killer e le sue imprese, tutti e due raccontano l’indicibile e mettono in scena il non rappresentabile, tutti e due hanno spaccato le pletee festivaliere, Akin adesso a Berlino, Von Trier l’anno scorso a Cannese. Assassini compulsivi al lavoro. Donne assassinate, teste fracassate, seghe che tagliano arti, pezzi di corpi accumulati. Ma Fatih Akin, partito come autore assai promettente nei primi anni Duemila e incappato poi in pessime imprese (l’orribile Soul Kitchen, per non parlare dei due inguardabili film precedenti a questo, The Cut e Oltre la notte), non è Von Trier. Se nel danese la cerebralità e l’apparato concettuale (in The House that Jack Built il delitto visto come una possibile arte) prevalgono sul materiale narrato, per quanto sordido, raffreddandolo e sublimandolo, in Akin, in questo Akin almeno, domina un naturalismo tendente al grottesco e alla deformazione derisoria, un’immersione perfino voluttuosa nelle zone basse del vivere, un situarsi allo stesso livello dell’orrido e del laido raccontato. L’attesa era enorme, il passaparola ne aveva fatto il film da non perdere, e difatti ressa alle proiezioni stampa, con molti accreditati rimasti fuori, tant’è che s’è dovuto prontamente rimediare con un extrascreening la sera. E sulla carta prometteva parecchio il talento indubbio benché tanto spesso dilapidato di Akin applicato al caso (vero, verissimo) di un serial killer di nome Fritz Honka che nei primi Settanta uccise molte donne mature pescate in un laido localaccio del leggendario distretto amburghese del malaffare di Sankt Pauli (prostitute, marinai, lenoni, ladri, alte gradazioni alcoliche). Credo però che pochi si aspettassero un film tanto estremo e radicale nel suo spettacolo del massacro. Una rappresentazione frontale del Male con pochi precedenti (penso a L’occhio che uccide di Michael Powell), un bagno nel sangue del quale ti sembra di sentire il tanfo, fino alla nausea. Honka, il protagonista, è, letteralmente, un mostro, un essere ripugnante dalla faccia deformata a incarnare ogni possibile cliché lombrosiano. Siamo negli anni Settanta, siamo nella parte nera di Amburgo e al tempo dello sfolgorante boom economico della Germania d’Occidente di cui Il guanto d’oro racconta il lato oscuro, redige il referto clinico. Con un scena iniziale che prefigura le altre che verranno e ne è la matrice: il corpo grosso e informe di una  cinquantenne assassnata, bocconi su un letto, la gonna alzata a mostrare l’enorme e sfatto deretano, e con lei l’immondo assassino. Siamo nell’altana-stamberga di lui, pareti tappezzate di donne nude da giornali porno, uno squallore barocco di bambole, bottiglie piene e soprattutto vuote, montagne di mozziconi. Repellente  e insieme rapinoso, perché Fatih Akin dimostra con questa iprnotica sequenza un enorme talento di metteur en scène come mai prima nella sua carriera. Magistrale è la ricostruzione d’epoca (l’impressione è che il distrtto di Sankt Pauli sia stato ricreato tutto in studio, come usava fare Fellini: un mondo duplicato e così  iper-reale da diventare onirico). Il resto è una replicazione plurima della scena-matrice, cui si aggiungono gli interni del Guanto d’oro, il locale infame dove l’assassino pesca le sue vittime, tutte donne mature, sole, alcoliste, e frequentato da avventori che sono una galleria dell’orrore. Vediamo Honka che percuote le sue vittime, le penetra – lui impotente – con ogni possibile fallo sostitutivo, fino all’ammazzamento, lo squartamento, i pezzi nascosti in un ripostiglio. E per due ore assistiamo all’orizzontalità lugubre di un delitto dopo l’altro, un abominio dopo l’altro, con solo le escursioni, altrettanto atroci, nel posto di lavoro di Fritz e il suo sognare una bionda ragazza intravista a Sankt Pauli. Al di là della non eludibile questione della rappresentabilità dell’orrore, bisogna riconoscere il talento visivo e visionario di Akin, qui al suo culmine. Nei momenti alti – sì, ce ne sono – Il guanto d’oro richiama la grande stagione del cinema espressionista di Weumar. Se, stando a Siegfried Kracauer (ma la sua lettura socio-critica sarà ancora valida?), Caligari e gli altri mostri di quel cinema, Mabuse, Nosferatu, poi l’M di Fritz Lang, precorsero nell’immaginario l’ascesa di Hitler, che cosa ci dice questo film di Akin? Quali nuove mostruosità anticipa e anuncia? Se il cinema è un sensore che intercetta le onde sommerse del corpo sociale, c’è da tremare. Intanto si aspettano indignazioni e condanne per lo sguardo sessista di Fatih Akin, il quale disintegra ogni political-correttismo mostrandoci non solo l’abietto desiderio di un maschio omicida multiplo ma anche un’umanità femminile repulsiva. Se il povero Kéchiche solo per aver filmato qualche sedere di troppo in Mektoub, My Love è stato massacrato in quanto maschilista dalla critica soprattutto anglofona, cosa capiterà mai a Fatih Akin? Lo si brucerà sulla pubblica piazza? Difficile comunque stare completamente dalla sua parte, perché Il guanto d’oro ha passaggi francamente indifendibili, e scene di un’abiezione estetica insostenibile, penso agli inserti onirici con la ragazza bionda alle prese con carni e salumi fallici. Che sembra di tornare a certi filmacci erotici italiani anni Settanta, senza però quella ribalderia, quella selvaggeria a modo suo innocente. Adesso stiamo a vedere chi mai oserà distribuire un film al limite dell’inguardabilità, chi mai lo andrà a vedere, mentre certe reviews made in Usa hanno già sganciato le atomiche usando termini come “disgusting” e “nauseating”. Per quanto mi riguarda, resto sgomento per l’insensibilità etica di Fatih Akin e ammirato per il suo talento di metteur en scène, e per il coraggio di giocarsi tutto con un film come questo.

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