Recensione: PANAMA PAPERS, un film di Steven Soderbergh. Riciclare e ripulire (soldi)

Panama Papers (The Laundromat), un film di Steven Soderbergh, sceneggiatura di Scott Z. Burns. Con Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas, Jeffrey Wright, Melissa Rauch, David Schwimmer. Sharon Stone. Dal 18 ottobre 2019 su Netflix e al cinema.
Soderbergh mette in cinema con la sua solita sveltezza e applicando una tecnica mista (fictionalizzazione, docudrama, didascalismo animato) l’affaire Panama Papers. Ove si svelò di società fantasma, loschi affari finanziari, riciclaggio di soldi molto, molto sporchi. Una dark comedy ebbene sì di impronta brechtiana (ma senza pesantezze) assai divertente e abrasiva, degna di Billy Wilder. Gravata però da un peccato in cui Wilder non sarebbe mai incorso: l’indignazione moralista. Voto 7
Ripubblico, con qualche necessario aggiornamente, la recensione sccritta alla Mostra di Venezia 2019, dove il film era in concorso.
L’affaire Panama Papers  – fascicoli riservati su società offshore resi pubblici nel 2015 dalla tedesca Süddeutsche Zeitung – diventano cinema in questo The Laundromat, La lavanderia. Da noi ribattezzato più didascalicamente Panama Papers. Mente dell’operazione Steven Soderbergh, che realizza qui per Netflix (terzo titolo a portarne il marchio a Venezia 2019 dopo Marriage Story e The King, e anche stavolta quand’è comparso il logo sono stati applausi scroscianti: ma perché?) uno dei suoi lavori svelti e di perfetta costruzione, anche la sua cosa migliore da parecchio tempo in qua. Film asciutto, girato col massimo di economia espressiva (non una battuta, non un’inquadratura di troppo: nel cinema soderberghiano non si spreca), mirato come una fucilata all’obiettivo. Che è smascherare e denunciare, senza annoiarci anzi divertendoci parecchio, il capitalismo finanziario dei paradisi fiscali, il sistema delle scatole vuote (in The Laundromat li si chiama gusci vuoti) e delle società fantasma, il riciclaggio dei soldi luridissimi da ogni parte del mondo e dai peggio business, droga, human trafficking, armi.
Lo studio legale panamense Mossack Fonseca è tra i più qualificati nella losca attività di copertura e tra i più affidabili, finché un insider rende pubblici i loro segreti e le liste dei clienti, e si scopriranno nomi altisonanti della politica di molti paesi. Soderbergh riesce nella difficile benché non nuova impresa di drammatizzare-spettacolarizzare e rendere narrazione avvincente una materia tanto complessa e respingente, e ce la fa applicando una tecnica mista di fictionalizzazione del reale, docudrama, cinema didattico con ricorso quando occorre all’animazione. Operazione che presenta parecchie affinità con quanto già tentato, anche più radicalmente, da Adam McKay in La grande scommessa  e Vice – L’uomo nell’ombra. Ma il nome, il nume, di riferimento mi pare essere Bertolt Brecht, di cui si decreta tropo spesso l’inattualità e irrappresentabilità, ma che continua a ispirare film e non solo. Ovvero, come fare spettacolo del capitalismo, delle sue leggi e dei suoi vizi e impartire una lezione al pubblico, magari con qualche pesantezza didascalica e intenzionalità didattica di troppo. Modello qui brillantemente applicato (con più leggerezza) da Soderbergh. Si comincia con due signori che, abbattuta per l’aèèunto brechtianamente la quarta parete, si rivolgono allo spettatore spiegando cosa sia l’economnia finanziaria: interverranno lungo tutto il film quando ci sarà bisogno di lumi sulle complesse faccende delle società riciclatrici. Scopriremo che si tratta dei due titolari dello studio legale panamense, il signor Mossack (figlio di tedeschi arrivati in America Latina dopo la WWII: per nascondere qualche colpa?) e il signor Fonseca, ex attivista e seguace di un sacerdote praticante la teologia della liberazione assassinato da uno dei feroci regimi centroamericani (li interpretano rispettivamente un Gary Oldman con accento teutonico e Antonio Banderas). Intanto, dopo il naufragio di un ferry a New York emergono strani intrecci tra la società assicurativa e società offshore, spingendo una signora (Meryl Streep: grandiosa al solito) che nell’incidente ha perso il marito a indagare. Ma è solo uno dei fili narrativi che Soderbergh ci offre per arrivare al cuore della questione. Nei momenti migliori il regista e lo sceneggiatore Scott Z. Burns mostrano un’abrasività, una carica derisoria degna dei migliori Lubitsch e Billy Wilder, riuscendo a montare mirabilmente una dark comedy sull’avidità, il possesso, l’inganno.  Il film sarebbe un piccolo capo d’opera di moderno cinismo se non fosse per l’eccesso di moralismo anti-denaro da cui è gravato, un peccato in cui i maestri, intendo sempre Lubitsch & Wilder, mai sarebbero incorsi. In questo film in cui si smascherano vizi e turpitudini di certo capitalismo finanziario  purtroppo spesso si va oltre il legittimo bersaglio e si finisce con il demonizzare ricchezza e denaro in sé, in quanto tali, senza troppo ditinguere. Che è poi, i questi tempi di populismo anticasta, quanto il pubblico vuole sentirsi dire, intendiamoci. Difatti gli applausi son fioccati assai impetuosi e per Soderbergh è stato facile stravincere. Mica solo per quello, intendiamoci, anche per la sua ben nota abilità di storyteller. Tutto l’episodio del corrotto africano riparato in America che si compra, letteralmente, il silenzio di moglie e figlia è un piccolo e assai godibile film dentro al film. Finale che non si può ovviamente svelare, ma che mi ha ricordato quello di un vecchio film di genere di John Huston, I cinque volti dell’assassino. Trionfo di Meryl Streep. La sera, sul red carpet, la folla l’ha acclamata come merita un totem del cinema e l’urlo Meryl! Meryl! è risuonato a lungo intorno al palazzo del cinema.

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