Film stasera in tv: WORLD WAR Z (dom. 20 ottobre 2019, tv in chiaro)

World War Z, Italia 1, ore 21:16. Domenica 20 ottobre 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
WWorld War Z, regia di Marc Forster. Con Brad Pitt, Mireille Enos, Matthew Fox, James Badge Dale, Moritz Bleibtreu, Pierfrancesco Favino.WNon ascoltate gli antipatizzanti e i demolitori per partito preso: questo World War Z è un action-thriler-catastrofico niente male, avvincente, terrorizzante al punto giusto. Un misterioso virus trasforma gli umani in zombie e la pandemia sembra inarrestabile. Ma scende in campo l’eroe Brad Pitt e incomincia la guerra ai mostri. Assalti zombeschi di massa assai spettacolari e paurosi. La tensione non cala (quasi) mai. Insomma, onestissimo spettacolo. Ah sì, c’è anche Favino, e fa la sua bella figura. Voto tra il 6 e il 7WWDevono aver tirato un bel respiro di sollievo lunedì scorso i produttori, tra cui lo stesso Brad Pitt, quando hanno visto che nel suo primo weekend di programmazione americano World War Z aveva portato in cassa l’insperata cifra di 66 milioni di dollari. Molto oltre le aspettative, che oscillavano tra i 30 e i 40. Aspettative ridotte, perché questo WWZ è uno dei film più tormentati degli ultimi tempi e portava le stigmate del flop annunciato. Tratto da un bestseller di Max Brooks (figlio di Mel), tra fase di progettazione e realizzazione e post produzione ha richiesto più di sei anni, un’eternità, con costi lievitati rispetto alle previsioni fino all’enormità di 200 milioni di dollari. Brad Pitt, che non doveva essere inizialmente il protagonista, ha poi deciso di metterci la faccia per salvare una situazione che si stava mettendo male. Pare però che i contrasti con sceneggiatori e regista non siano mancati. Prima è stato chiamato a aggiustare il copione uno dei maghi di Lost (e del reboot di Star Trek), vale a dire Damon Lindelof, poi pare che Pitt abbia addirittura imposto al regista Marc Forster (Il cacciatore di aquiloni, Quantum of Solace) di tornare sul set e di rigirare il 30 per cento del film, mica niente. Quando WWZ è stato proiettato negli Usa in anteprima stampa un paio di settimane fa, parecchi critici hanno storto il naso e aggrottato il sopracciglio bocciando e assegnando voti bassi, anche se poi gli score ottenuti su Rotten Tomatoes (67) e Metacritic (62) non sono risultati così malvagi. Povero World War Z, povero Pitt, poveri zombie, arrivati in sala col fiatone preceduti da un buzz malevolo e antipatizzante. Invece il pubblico ha detto sì, a dimostrazione – scriveva un qualche sito americano, mi pare Mojo box office – che le recensioni e le opinioni degli specialisti hanno scarsissima influenza e impatto pressochè zero sugli spettatori. Francamente, dopo aver visto il film, si stenta a capire il livore di certe reviews. World War Z – lanciato da un marketing furbo come film castrofista-apocalittico e non come zombie movie (che piacciono a un pubblico minoritario e non realizzano mai incassi stratosferici, non diventano mai blockbuster) – non è niente male, un action-thriller che si lascia guardare e ti mette addosso la giusta dose di ansia e paura, e anche un po’ di più. Uno di quei film che davvero ti incatenano alla poltrona, e la cosa non è che sia tanto frequente (è da Argo che a me non succedeva). Cinema-spettacolo puro, con una qualche ambizioncina metaforica, ma insomma non è il caso di spaccarsi la testa a interpretare e decrittare, meglio guardare e abbandonarsi alla storia.
Tutto incomincia coma una Sars, come un’influenza aviaria. Da una qualche parte del globo, forse l’India, forse il Medio Oriente, nel passaggio da animale a uomo un virus subisce una mutazione letale, trasformando gli esseri umani che ne sono infetti in zombie. Morti viventi assai aggressivi che a loro volta diventano gli untori di ulteriori contagi: basta un morso, e sei zombizzato senza rimedio. Morto. Anzi, schifosissimo morto ambulante. Quando le autorità e le istituzioni – l’Onu, l’Oms, le presidenze di Stati Uniti e altri paesi – si rendono conto della cosa, è già pandemia. Intere aree del pianeta sono oramai state conquistate dal nemico, e l’assedio a quelle ancora intatte si fa sempre più pressante. Un detective dell’Onu (ma cosa fanno all’Onu i detective? mah) di nome Gerry Lane, aduso a lavorare in zone flagellate da guerre e altri disastri, viene prontamente richiamato in servizio acciocchè partecipi a una spedizione volta a far luce su come sia iniziata la pendemia e a trovare un possibile argine alla sua veloce diffusione. Si va in Sud Corea, in una base militare Usa, perché si sospetta che il paziente zero abbia dimorato lì. Non sarà che la prima tappa di un frenetico viaggio intorno al mondo (come in Bourne, come in Missione: Impossible) alla ricerca di un modo di vincere la pandemia e arrestare i mostri che ormai sono milioni, centinaia di milioni, forse miliardi, e travolgono tutto ciò che trovano. Si fa tappa anche da uno scienziato che molto sa e molto ha capito e che sta in Israele, uno dei pochi luoghi non ancora contaminati, visto che il muro eretto contro le infiltrazioni terroristiche dai territori palestinesi l’ha protetto (“Sono duemila anni che da queste parti si costruiscono muri” è la non felicisssima battuta del nostro eroe). Ma è un’illusione. Anche Gerusalemme cadrà in mano al nemico, e la scena dell’assalto della massa zombesca all’alta barriera proettiva è una delle scene più spettacolari e riuscite e terrorizzanti. Si arriva in un centro di ricerca nel Galles dove forse, grazie a un pugno di infettivologi-virologi, si riuscirà a trovare l’antidoto (o il vaccino). Niente di particolarmente nuovo, lo schema narrativo è quello, stracollaudato, della povera umanità assaltata e accerchiata da mostri, alieni, altri-da-sè (i paradigmi restano Gli uccelli di Hitchcock, La cosa dell’altro mondo e L’invasione degli ultracorpi, gli western con i fortini assediati dagli indiani). Gli zombie sono velocissimi, ipercinetici e letali, mica quei lentoni dei film di Romero o, ancora prima, di Jacques Tourneur. Quando son tanti e come giganteschi insetti muovono all’attacco fan paura davvero, altrochè, e ci si atterrisce come con i filmoni di paura di una volta, quando si era più ingenui. Se Pitt ha fatto rigirare una buona parte del film, ha avuto ragione, visti i buoni risultati. Zone morte (narrativamente, intendo) non ce ne sono tante, anche se gli zombie sono meglio quando fanno mucchio di quando li si vede isolati e da vicino, che con quello strabuzzare gli occhi e digrignare la mascella fanno ridere, suvvia. Il peggio di questo per niente brutto World War Z sta nel côté familiare del povero Brad: una moglie sempre attaccata ridicolmente al telefono (è la molto brava Mireille Enos vista in Gangster Squad e qui sprecatissima in una parte da rompiballe), due figlie piccole di cui una petulante e francamente insopportabile che la vorresti vedere zombizzata, e invece niente. Non male, e per niente banale, nemmeno l’idea di come si possano arginare i dannati mostri. Brad è Brad, e anche un filo invecchiato e un filo imbolsito, e anche se molto trascurato e zazzeruto, fa sempre la sua figura. Senza di lui il film temo non reggerebbe. Pierfrancesco Favino, nella parte di un virologo romano emigrato nel Galles, se la cava più che onorevolmente. Scene culto: il taglio mediante machete di una mano morsicata per evitare che il virus si propaghi al resto del corpo e le manovre silenziose anti-zombie sotto la pioggia in bicicletta per non destare i mostri, assai sensibili ai rumori.

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