Il film imperdibile stasera in tv: GIOVINEZZA, GIOVINEZZA di Franco Rossi (sabato 2 novembre 2019, tv in chiaro)

Giovinezza, giovinezza di Franco Rossi (1969). Rai Storia, ore 21:15, sabato 2 novembre 2019.

Franco Rossi è uno di quei registi del nostro cinema anni Sessanta (e dintorni) finiti nel cono d’ombra, che hanno scontato allora, e ancora di più dopo, la circostanza di aver vissuto e lavorato al tempio dei giganti – Fellini, Visconti, Antonioni – finendo col restarne schiacciati, oscurati. Di lui si ricorda uno dei vertici di sempre della nostra televisione, anzi a mio parere il punto massimo, vale a dire l’Odissea, ‘sceneggiato’ ancora oggi stupefacente per come innestava nei codici linguistici e nei modi di rappresentazione Rai le revisioni soprattutto visuali del mondo antico-classico operate poco prima da Rossellini (Atti degli Apostoli) e Pasolini (Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo). Ma a parte quell’epocale Odissea niente è più rimasto di lui nella svagata nostra memoria collettiva. Eppure ha girato film come Odissea nuda e Smog che aprirono orizzonti nuovi all’abbastanza asfittico cinema italiano del tempo con personaggi, uomini e donne, scagliati in paesaggi lontani e inusuali, in una dislocazione geografica che si faceva anche alienazione esistenziale. Con un’attenzione al malessere borghese allora poco praticata a Cinecittà.
Nel 1969 Franco Rossi firma questo Giovinezza, giovinezza tratto da un romanzo-bestseller con molti echi autobiografici di Luigi Preti, politico socialdemocratico (quindi inviso alla sinistra comunista e oltre che considerava i saragattiani fiancheggiatori della peggio reazione e traditori di classe) e in quegli anni anche ministro delle finanze in più governi a guida Dc. Una connotazione politica, quella di Preti, che di sicuro non aiutò il film a farsi benvolere dai critici e che probabilmente tenne lontano anche il pubblico. Giovinezza, giovinezza fu un mezzo successo, se non un insuccesso pieno, e sarebbe presto finito nel magazzino dei dimenticati. Mi pare che questa messa in onda su Rai Storia sia il primo passaggio televisivo dopo anni, forse decenni, e vale la pena non perdersela non solo per la rarità dell’evento, ma anche perché, al di là delle sue fortune o sfortune, il film resta una rappresentazione esemplare della generazione che fu giovane ai tempi del fascismo e che attraverso gli orrori del regime, come le leggi razziali, e della guerra sarebbe poi cresciuta e in parte approdata su sponde politiche e ideologiche opposte. Un percorso di redenzione-maturazione anche contradittorio che fu di molti ragazzi di quel tempo, mai abbastanza affrontato nelle sue lacerazioni e nelle luci e ombre in sede storiografica. Luigi Preti, immaginando la storia di tre ventenni  – due ragazzi e una ragazza – tra 1937 e 1941 in un città molto simile alla sua Ferrara (che è anche la Ferrara, vale la pena ricordarlo, di Giorgio Bassani), adombra probabilmente anche la propria storia personale e quella di molti coetanei, magari approfittando dell’occasione romanzesca per una qualche indulgenza di troppo verso tanti che furono pro-regime e solo più tardi, troppo tardi?, si scopersero antifascisti. Giulio, figlio della piccola borghesia, e i fratelli Giordano e Mariuccia, rampolli di una ricca famiglia fascistissima, sono compagni di università. Giulio crede alla propaganda del regime, Giordano invece ha già sviluppato i germi del dissenso. La narrazione li accompagna fino ai primi anni di guerra e alle loro diverse scelte. Ritratto di un tempo da lupi, autobiografia di una nazione e di una generazione. Con più chiaroscuri e ombre di quanto la predominante narrativa resistenziale ci abbia dato negli anni postbellici. Non molti furono gli antifascisti della prima ora, molti invece gli italiani presi nella rete delle menzogne di regime. Giovinezza, giovinezza ha se non altro il merito di squarciare qua e là, pur con cautela, qualche velo di retorica e di autoassoluzione depositatosi su quel cruciale passaggio. Cast con molti nomi oggi non così conosciuti: Leonard Mann, Katia Moguy, Alain Noury, Roberto Lande. Fotografia di Vittorio Storaro, musiche di Piero Piccioni.

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