Recensione: DOWNTON ABBEY, un film di Michael Engler. Una spenta raccolta di cliché

Downton Abbey, un film di Michael Engler. Con Maggie Smith, Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Imelda Staunton, Laura Carmichael, Jim carter, Matthew Goode, Simon Jones, Geraldine James. Sceneggiatura di Julian Fellowes.
Finita la serie, incominciano i film? Visti gli incassi di questo Downton Abbey – The Movie è probabile che si continuerà. Purtroppo. Perché  qui non si va oltre la spenta galleria di cliché e luogocomunismi Old England, senza che mai regia e sceneggiatura tentino di rivitalizzarli, di ricaricarli di senso. Con oltretutto una ridicola guerra tra servi di Downton Abbey e quelli venuti da Londra con il re che neanche nei più fanciulleschi Paperino-Topolino. Imbarazzante. Voto 4 e mezzo
Della serie ho visto solo la prima, ormai lontana stagione e neanche tutta, poi mi sono perso. Ritorno solo adesso a Downton Abbey con questo film, dopo che la sua storia televisiva è stata dichiarata chiusa, nel lamento anzi nel lutto delle sciure di tutto il mondo che ne son state il pubblico di riferimento (lo sciurismo è categoria universale e una postura dello spirito che attraversa universi e culture, si può essere sciure, o non riuscire ad esserlo pur dsiderandolo pervicacemente, a Londra come a Montevideo, a Torino come a Singapore). Basterà qusto film a sedare le Downton-tossiche rese tali – come certe povere morfinomani di certi film, penso ad esempio alla contessa interpretata da Simone Signoret in La nave dei folli – nel corso degli anni dalla somministrazione sempre più massiccia della loro droga preferita? Che intanto le dipendenti , le devote, si recano, se già non si son precipitate alle prime proiezioni, in pellegrinaggio nelle sale in cui si serve la nuova agognata pozione. Ma non tremino, non si disperino, potranno rivedersi fino alla fine dei giorni le repliche della serie sulle varie piattaforme e di sicuro a questo primo film ne seguità un altro e poi un altro ancora. Perché Downton Abbey è una di quelle saghe tese all’infinito, che non si fermeranno mai e dalle quali non ci si libererà mai (come Star Wars, per capirci).
E però se non si è degli addicted si fatica parecchio a farsi piacere questo mediocre e davvero al di sotto di ogni aspettativa film. Io, che ho ancora negli occhi quanto Julian Fellowes, lo sceneggiatore-inventore dell’intera saga, riuscì a fare nei primi anni Duemila con lo script di Gosford Park (certo, là c’era un genio dietro la macchina da presa chiamato Robert Altman), che di Downton Abbey è la non dichiarata ma evidente matrice, non riesco a capacitarmi di come da quel livello stratosferico per scrittura, per capacità di penetrare chirurgicamente dentro la britishness intesa come tratto antropologio e costume collettivo sondandone le contraddizioni di classe, la contrapposizione servi-padroni, ci si sia inabissati fino a questo punto. Downton Abbey – il film è solo un’astuta operazione di marketing in cui si cerca di vendere ogni possibile cliché sull’Inghilterra. Dove si fa merce e facile spettacolo della sua differenza, del suo irriducibile isolazionismo-insularismo-sovranismo, dei riti ossificati della sua aristocrazia rurale, della sua struttura sociale inamidata e castale dove ogni mobilità non è solo impossibile ma neppure ipotizzabile. Una Britannia oleografica e sottovetro come una farfalla infilzata dove trionfano il té, le buone maniere, lo humour simil-sofisticato e intimamente feroce, lo snobismo come tratto diffuso non solo tra chi sta in alto ma anche tra gli inferiori che con chi sta in alto sono a diretto contatto e ne mutuano i modi e  vezzi. Più tutti quegli insopportabili manierismi da countryside, i cavalli, i cani seduti accanto al padrone seduto accanto al camino, le brughiere, le tappezzerie. Talmente accumulati e esibiti in questo film da farsi parodia benché involontaria, caricatura, kitsch. Una britishness venduta sul mercato dell’entertainment globale che è solo una galleria di ovvietà per confermare lo spettatore nelle sue certezze e nei suoi punti di vista pigri, esattamente come i piatti con le facce dei royal wedding e degli inquilini di Buckingham Palace. Paccottiglia, e stupisce come chi ha sceneggiato non si sia mai posto non dico l’obiettivo di discuterli, certi cliché, ma nemmeno di attraversarli, di giocarci dentro e fuori, di decostruirli e rimontarli per ridarloro spessore e senso, e quella densità perduta nel troppo uso e abuso. Un film che si snoda come una raccolta di vecchie cartoline o vecchie stampe senza mai un fremito di vitalità, un azzardo, un rischio, un scommessa.
Per carità, non è il caso di scandalizzarsi, Ogni paese cerca di ritagliarsi la sua lucrosa nicchia nel sistema globalizzato dell’audiovisivo riconfezionando la propria merce più spendibile, e se noi sforniamo serie e film su camorre e gomorre e cose nostre, spingendoci tutt’al più verso qualche prodotto d’ambiente vaticano perché anche il Papa è merce assai richiesta, loro, i britannici, cercano di piazzare questa cosa qui. Che è poi il mito della real casa, della monarchia, di quella gran donna che è Elisabetta II e della sua corte. Di cui i personaggi di Downton Abbey sono in fondo dei pallidi avatar in versione rurale e fa niente se questo film si svolge nel 1927, entre-deux-guerres. Peraltro il diretto coinvolgimento di Casa Windsor c’è ed è capitale. Perché l’innesco narrativo è costituito dal nonno di Elisabetta, Giorgio V, che – in visita nei paraggi – comunica ai signori di Downton Abbey la sua intenzione di fermarsi con la consorte e qualche persona al seguito per una cena e per una notte. Si immagini l’agitazione dei Crawley: a parte la matriarca Lady Violet (la sublime Maggie Smith, l’unica ragione per vedere il film) che, dall’alto dei suoi anni e del suo disincanto non si scompone, lei che tutto ha visto e vissuto. Il dispositivo narrativo della visita reale non era, non è, male, potenzialmente in grado di germinare comportamenti e reazioni a catena rivelatrici nella folta umanità di Downton Abbey. Invece, al di là di alcune sottotrame (la cugina in rotta con Lady Violet, la visita del torbido irlandese dalle oscure trame, la storia gay tra un cortigiano e un servitore di Downton Abbey), lo script punta soprattutto su un risibile conflitto tra la compagine di servi, in particolare i cucinieri, della magione e quelli che il re si è portato perché si occupassero del suo benessere e della sua tavola. Indignazione e orgoglio ferito nei downtonabbisti: ma come, non ci ritengono in grado di confezionare una cena per il sovrano? E sarà guerra con i rivali venuti da Londra. Con trovate e colpucci bassi talmente risibili che neanche il più sdato Paperino-Topolini. Imbarazzante. E questa sarebbe la sgrande scuola di scrittura inglese per il cinema? Si perde anche l’ocasione di dire qualcosa di serio sulle mai sopite tensioni tra Inghilterra e Irlanda mettendo in campo un patriota irlandese ovviamente incazzatissimo con la monarchia ma pure lui goffo e balordo come il piùmsfigato Paperino (di più non dico se no son spoiler). Poi certo c’è Maggie Smith, ma nemmeno lei con le poche scene a disposizione (ma pare che non volesse nemmeno girare il fim, che l’abbiano dovuta supplicare come si fa con le regine vere) può fare il miracolo. Tanto cosa importa? Downton Abbey, chiamando a racolta i fedeli, ha già incassato 180 milioni di dollari worldwide. La gente esce dal cinema contenta, c’è chi è rimasto incantato dalle tazzine e dei centrotavola, chi rapito da modi tanto aristocratici. Come se bastasero le tazzine a fare del buon cinema.

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