Recensione: PARASITE, un film di Bong Joon-ho. Capolavoro? Diciamo uno dei film dell’anno

La recensione che segue (in basso) è stata scritta allo scorso Cannes dopo la proiezione in concorso di Parasite. Che al press screening ottenne un travolgente successo – applausi e risate a scena aperta -, assestandosi subito come il favorito alla Palma d’oro, Palma che poi avrebbe puntualmente vinto. E però allora era difficile anche solo immaginare il trionfo planetario che sarebbe arriso di lì a poco al film di Bong Joon-ho. Il quale, dopo i 70 milioni di dollari incassati in patria, ne avrebbe incamerati altri 12 in Francia assestandosi come la Palma d’oro di maggior successo al box office su quel mercato da molti anni, anzi decenni, a questa parte. Stanno andando ottimamente in questo momento gli incassi negli Stati Uniti, dove Parasite ha ottenuto recensioni entusiaste e si avvia a marciare vittoriosamente sui prossimi Oscar. Se è scontato che prevarrà nettamente come migliore film straniero, anzi internazionale secondo la nuova dicitura (solo Dolor y Gloria di Almodovar potrebbe insidiarlo), Parasite potrebbe però ottenere altre nomination e vittorie in altre categorie degli Oscar, compresa la più importante, quella di migliore film dell’anno. Tanto basta per farne uno degli eventi cinematografici di questo 2019 insieme a C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino e all’assai discusso Leone d’oro Joker. Uno di quei film che esondano dai territori del cinema per travalicare nel costume e farsi segno-sintomo dello spirito del tempo. E che si sottraggono alla stessa critica cinematografica.Parasite (Gisaengchung) di Bong Joon-ho. Con Song Kang-Ho, Sun Kyun Lee, Yeo Jeong Cho, Woo Shik Choi.
Sud Corea. Una famiglia di proletari degli slums si insedia con truffe e inganni nella villona di un riccastro. Come parassiti divoreranno dall’interno quell’involucro di ricchezza, ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in forma di black comedy: fragorosamente riuscita, travolgente per almeno due terzi. Poi il plot si aggroviglia e dirama in troppi finali. Humor un filo rude per i palatifini europei. Voto 7+
Applausi fragorosi e urla (scasciate) di giubilo da parte soprattutto della critica internazional-giovinastra alla proiezione stampa di qualche sera fa, perché i pulpamenti di Parasite e il suo rude humor coreano sono perfettamente nello spirito dei nostri tempi cinematografici. Tempi che esigono visceralità, eccesso, vitalismo istintual-pulsionale, turgore narrativo, una dose di volgarità. Una famiglia derelitta ma astuta degli slums di Seul riesce a insediarsi con raggiri e inganni nella villa firmata da un’archistar e abitata da un riccastro della new economy dotato di moglie bella e instabile, due figli, servitù, ogni possibile agio e comfort, oltre che di molto denaro e considerazione sociale. I quattro divoreranno dall’interno come parassiti quella polpa di ricchezza. Ma dovranno fare i conti con un altro parassita. Lotta di classe in un interno, metafora evidentissima di diseguaglianze e scontri sociali coreani anzi globali, che ha fatto impazzire veteromarxisti, neomarxisti e marxisti eterni, e virato  in chiave di commedia sgargiante e fracassona, una black comedy un filo grossier per i nostri palati fini europei. Però indubbiamente condotta con sapienza costruttivo-registica, robusta indignazione anticasta che piace sempre e universalmente, travolgente senso dello spettacolo dal venerato Bong Joon-ho di Snowpiercer (pure quello metaforissima della lotta di classe). Si finisce in un caos entropico alla Hollywood Party, ma senza la grazia di Blake Edwards (e di Peter Sellers). Il film, fino a un certo punto coerentissimo e implacabile nella sua progressione narrativa, anche perfetto produttore di risate, si arena e ingorga però a tre quarti, anche qualcosa meno. C’è un parassita di troppo nella villa e pure nella sceneggiatura. E Bong Joon-ho fatica alla resa dei conti a decidere chi siano i buoni e i cattivi e da che parte stare. Per non parlare dei troppi finali incoerenti e indecisi a tutto. Ma potrebbe vincere perché asiatico, perché quando è al suo meglio trattasi di opera superiore, e non sarebbe certo uno scandalo. Mi scusino però gli entusiasti dell’opera di Bong, io a Parasite non sono riuscito a voler bene, pur apprezzandone le qualità evidenti. Desolé, ma la commedia coreana non fa per me.

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