Recensione: L’UFFICIALE E LA SPIA (J’accuse) di Roman Polanski. Film magnifico, visione indispensabile

L’ufficiale e la spia (J’accuse), un film di Roman Polanski. Con Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Melvil Poupaud, Mathieu Amalric, Grégory Gadebois, Vincent Perez. Vincitore a Venezia 2019 del Leone d’argento – Gran premio della giuria. Al cinema da giovedì 21 novembre.
In Francia un’ex ministra ha lanciato il boicottaggio di L’ufficiale e la spia dopo l’accusa di stupro recentemente rivolta a Roman Polanski. E invece: boicottiamo chi boicotta questo film magnifico che, al di là delle colpe private peraltro eventuali e tutte da dimostrare del suo autore, è visione obbligatoria per quanto racconta e come lo fa. L’86enne regista realizza con J’accuse la sua opera migliore da molti anni, anzi decenni, in qua. Grandi mezzi e attori perfetti (Jean Dujardin su tutti) a ricostruire l’affaire Dreyfus, il caso che a fine Ottocento spaccò la Francia e segnalò la virulenza mai domata dell’antisemitismo. Raccontato però non dal punto di vista della vittima ma di quello del colonnello Picquart, l’uomo che smontò le accuse di spionaggio contro il capitano Dreyfus. Opera magistrale. Forse il più bel film del 2019 (sì, meglio di Parasite). Voto 9
La recensione che segue riprende e riadatta quanto ho scritto all’ultima Mostra di Venezia dopo la proiezione in concorso del film. Il quale, sarà il caso di ricordarlo, fu presentato al Lido nel bel mezzo delle polemiche innescato dalle sciagurate parole della presidente di giuria Lucrecia Martel: ”Non ci sarò alla cena di gala di Polanski per non dovermi alzare ed applaudire”, disse la filmmaker argentina alla conf. stampa di apertura del festival (qualcuno però sostiene che le parole furono: “Non sarò alla proiezione di gala”), riferendosi ovviamente al caso giudiziario americano in cui Polanski è implicato dagli anni Settanta e che l’ha indotto all’autoesilio in Francia. Dichiarazione che di fatto ha tagliato fuori L’ufficiale e la spia (titolo originale J’accuse) dalla corsa al Leone d’oro che si meritava ampiamente. Gli è stato invece assegnato un consolatorio Leone d’argento – Gran Premio della Giuria, il secondo in ordine di importanza del palmarès. La recensione:

Magnifico. Roman Polanski firma il suo film più bello e importante da molti, molti anni in qua, diciamo pure da decenni, affrontando col massimo dell’indignazione civile e del senso del cinema quell’affaire Dreyfus che a fine Ottocento – tutto cominciò precisamente nel 1894 – segnò uno spartiacque. Un vulnus mai del tutto cicatrizzato nel corpo della Francia e non solo, la consapevolezza che l’emancipazione degli ebrei d’Europa post-rivoluzione francese e post-napoleonica non avesse sradicato l’antisemitismo, anzi. Ma J’accuse – il riferimento è allo storico articolo di Emile Zola – non è solo irrinunciabile per quanto racconta, ma per come lo fa. Per la forma cinema che Polanski adotta, perfeziona e porta a compimento con la maturità, la sicurezza del maestro. Cinema narrativo puro, che però non scivola mai nel didascalismo, nella piattezza grazie al perfetto controllo della macchina discorsiva da parte del regista. Che fluidità nel muovere la macchina da presa, che assenza di ogni pesantezza, in un film di perfetta costruzione dove il lavoro nel backstage non si vede mai. Nessuna cucitura o sutura è a vista, la fatica della costruzione, della composizione è occultata e mimetizzata, totalmente coperta dalla perfezione del visibile, del risultato. Come quegli arazzi di cui non puoi nemmeno immaginare la complessità della trama e degli intrecci dall’altro lato, il lato nascosto. Dicono, i detrattori di questo ineludibile lavoro polanskiano: ma è cinema vetusto, è cinema museale, è la vecchia televisione dei vecchi sceneggiati che spiegavano alle masse con l’intento di educarle complicati passaggi storici e capolavori letterari.
Macché. Nei modi apparentemente polverosi e inamidati del period movie Polanski insuffla dosi massicce di quel cinema della minaccia di cui è stato se non l’inventore certo il massimo codificatore. Come nei suoi remoti ma tuttora vitalissimi e continuamente copiati capi d’opera, Repulsion, Rosemary’s Baby, Cul-de-sac, in L’ufficiale e la spia ci mostra corpi e menti oppressi, intrappolati da un apparato di controllo impenetrabile, opaco quanto potente, da una macchina reificante che riduce gli individui a cose. Ritroviamo, in questo film basato nella capitale di Francia ma nel quale ogni traccia di stereotipata gaîté parisienne è espulsa, l’atmosfera tetra del Centroeuropa dei pogrom, rinveniamo i segni del defunto impero austroungarico con le sue diramazioni e periferie estreme multilingue e multietniche: luogo della storia e dello spirito, appartenenza che Polanski si porta dietro dalle sue origini e non ha mai perso nonostante il nomadismo-cosmopolitismo della sua vita.
Allora: il caso Dreyfus. Il caso del capitano dell’Armée Alfred Dreyfus accusato e condannato per spionaggio a favore del nemico tedesco. Degradato. Espulso dall’esercito. Imprigionato nell’Isola del diavolo (do you remember Papillon?). E poi, la controinchiesta che rivelò come quella condanna fosse stata pilotata dai ranghi alti dell’Armée, come le prove fossero state manipolate, come si fosse trascurato di perseguire il vero colpevole per indirizzarsi sull’incolpevole capitano. Fino all’eplosione dell’affaire, quando Emile Zola stila il suo J’accuse sul quotidiano L’Aurore indicando i nomi dei responsabili, appoggiato tra gli altri dal futuro primo ministro Clemanceau. Spacccando la pubblica opinione in innocentisti e colpevolisti. Una storia paradigmatica di ricerca-costruzione del capro espiatorio che si sarebbe ripetuta da allora infinite volte sotto i regimi del Novecento e anche nelle democrazie imperfette. Uno scandalo di stato matrice di infiniti altri. Perché Dreyfus? Perché ebreo, il bersaglio perfetto di un paese che nella sua ampia parte restava fortemente antisemita e di un gerarchia militare che mal sopportava la presenza degli israeliti nei suoi ranghi. Storia truce, foschissima, una lezione che l’Occidente non dovrebbe mai scordare, che scatenò non solo tempeste emotive ma svolte politiche epocali. Fu seguendo il processo Dreyfus come corrispondente in Francia dell’austriaca Neue Freie Presse che Theodor Herzl si convinse della necessità di una patria per gli ebrei sempre sotto minaccia in Europa. E fu l’inizio del movimento sionista.Polanski, mettendo in cinema un libro di Robert Harris (anche coautore dell sceneggiatura), ricostruisce la fondamentale vicenda da un punto di osservazione differente, non quello di Dreyfus, non quello di Zola, ma di Georges Picquart, l’eroe nascosto della storia, il colonnello del controspionaggio militare che ebbe il coraggio di andare contro la versione ufficiale ricostruendo pazientemente, contro tutto e tutti, la trama dell’inganno, della contraffazione, dei depistaggi. Sicché il genere cinematografico di riferimento più che il period movie diventa quello del procedural, dell’investigazione e successivamente del courtroom movie, con un Jean Dujardin enorme, in grado di restituire ogni sfumatura del suo personaggio e farne il medium di un mondo, di un’era, di un passaggio storico. I meriti di Polanski sono infiniti, a partire da un’intensità (benché sussunta in un ordine formale ferreo) che pure non è mai stata la sua cifra prevalente. C’è qui indignazione, c’è partecipazione, forse anche, come detto da molti, per un’identificazione di Polanski nel Dreyfus perseguitato, e i motivi soni ben noti, è la scia infinita del caso giudiziario in cui fu coinvolto decenni fa in America e continua a disseminare scorie. Ma io penso ci sia altro e di più, è la comune appartenenza ebraica di Polanski e del capitano Dreyfus a saturare di significati, risonanze e affinità profonde il film. Disseminato, pur nella sua classicità, di segni indubitabilmente polanskiani. Quella Parigi così poco parigina e invece così mitteleuropea, anche sinistramente, cupamente mitteleuropea, trova la sua incarnazione simbolica nel palazzo del controspionaggio militare in cui Jacquart si installa. Fuligginoso, sozzo, délabré, appestato dal puzzo di fogna. Un antro. Un labirinto di scartoffie polverose, di cataloghi sterminati a testimoniare e ricordare malefatte, tradimenti, delazioni, un universo chiuso da cui non sembra esserci scampo. Pura invenzione à la Polanski. E come si fa a non pensare a Kafka? Al Kafka non solo del Processo, ma a quello del delirio burocratico-kakanico di Un messaggio dall’imperatore. E quelle inquadrature dal basso rigorosamente simmetriche, a camera fissa, della scalinata che porta all’ingresso del tribunale, il culto delle divise che più che francese sembra pure quello austroungarico (e si pensa al feticismo per le uniformi di Erich von Stroheim). Roman Polanski, anni 86 , impartisce una clamorosa lezione di cinema. Ne è così consapevole da siglarla con un fuggevole cameo come spettatore con baffi di un concerto. Avrebbe dovuto prendersi a Venezia il Leone d’oro, sappiamo invece com’è andata dopo le esternazioni della signora Martel. E la nube nera sul film e il suo autore non si dissolve: la scorsa settimana, in occasione dell’uscita in Francia di L’ufficiale e la spia, l’ex ministra per i diritti delle donne Laurence Rossignol ha invitato gli spettatori a boicottare le proiezioni e disertare i cinema dopo che sulla testa di Roamn Polanski era piombata un’altra accusa di stupro da parte dell’attrice Valentine Monnier (per uno stupro che sarebbe successo 44 anni fa). Immediata controquerela del regista. Non aggiungo altro se non: correte a vedere il film.
Nota a margine: tra coloro che supportarono lo J’accuse di Emile Zola e si schierarono per la riabilitazione del capitano Alfred Dreyfus ci fu Marcel Proust. Il quale ricostruisce il clima di quel tempo, in particolare del processo intentato a Zola per diffamazione, in Jean Santeuil, il suo romanzo precedente La Recherche uscito incompleto e postumo nel 1952. Sarebbe utile leggerlo o rileggerlo adesso alla luce del film di Polanski: oltretutto vi si parla ampiamente di colui che di L’ufficiale e la spia è il protagonista, il colonnello Georges Picquart, innalzato dallo scrittore a una dimensione eroica (Jean Santeuil è stato riedito meno di due anni fa da Theoria; vi si parla del caso Dreyfus dalla pagina 344). Sul web è reperibile, sui rapporti tra Proust e il caso Dreyfus, un notevole paper di Yuji Murakami per l’università Paris-Sorbonne.

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2 risposte a Recensione: L’UFFICIALE E LA SPIA (J’accuse) di Roman Polanski. Film magnifico, visione indispensabile

  1. Sandra mastore scrive:

    Lei mi fa paura da quanto e’ bravo

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