Recensione: THE IRISHMAN di Martin Scorsese. Il crepuscolo degli dei del crimine

The Irishman di Martin Scorsese. Sceneggiatura di Steven Zaillian. Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale.
Un film sepolcrale. Una cerimonia degli addii al capezzale del cinema di mafia. Martin Scorsese gira con The Irishman l’ultimo dei film possibili di padrini e picciotti-killer e ricapitola tutti i precedenti con l’aiuto dei suoi attori feticcio (cui si aggiunge per la prima volta Al Pacino, ed è il più bravo di tutti). Una danza macabra in forma di gangster movie. Voto 8
Sepolcrale. Catacombale. Si comincia in un ospizio, si finisce sempre all’ospizio mentre i funerali si susseguono. In mezzo la vita (intrecciata a un bel pezzo di storia d’America secondo-novecentesca) dell’irlandese Frank Sheeran, più che un picciotto un uomo di fiducia, d’onore, un angelo custode di boss e altri potenti, un killer, uno di quelli cui negli universi criminali si affidano i lavori più delicati, sporchi, occultti. Uomo della mafia italiana della East Coast benché irishman (la comune cattolicità aiuta l’incontro), ma pure fidatissimo e fedelissimo di Jimmy Hoffa, il sindacalista-boss dei camionisti degli anni dai Cinquanta ai Settanta, “l’uomo più potente d’America dopo il Presidente”, come ci ricorda qualcuno nel film.
Martin Scorsese ricapitola su sceneggiatura di Steven Zaillian decenni interi di mafia-movies e crime-movies e la propria carriera specializzata in film di padrini e delinquenti da strada apponendo il sigillo definitivo al genere. Lo fa dall’alto di un magistero che gli è universalmente riconosciuto dal pubblico e dai critici, dai più istituzionali fino alla guerrilla critique del web scatenato. Perfetto manufatto cinematografico, The Irishman è da vedere anche come una lezione, e come l’occasione per noi di osservare-spiare un grande al lavoro. Che stavolta, diversamente – per dire solo di uno dei suoi film più recenti – che in The Wolf of Wall Street, rinuncia a ogni esibizione virtuosistica con la macchina da presa e sceglie il basso profilo di una postura registica in sottrazione, al limite dell’invisibilità: di chi si mette al servizio della storia, dei suoi attori, dei personaggi, e se ne sta in disparte e mai al centro, dissimulando la propria somma maestria dietro il paravento dell’assoluta naturalezza (poi certo, quando ti focalizzi sui movimenti della mdp ti rendi conto di cose mirabolanti che al primo sguardo sfuggono, come quel vertiginoso piano sequenza nei corridoi dell’ospedale-ospizio nella parte inziale). Un film che sfiora la sacra, austera rappresentazione (sul male, sul sangue, sul peccato, sull’impossibile redenzione) in forma di gangster story, non diversamente da quanto Scorsese aveva già realizzato nel precedente, meraviglioso Silence, solo che là la materia era la santità e qui invece è profana e mondana (e però stabilendo sotterranee connessioni e misteriosi cortocircuiti tra quella traiettoria di martirio – ma anche di tradimenti – e questa di carnefici e assassini – ma, anche qui, di tradimenti). Con il punto di vista dal basso e da servo del killer-tuttofare-uomo di fiducia Sheeran a scrutare i boss del crimine e della collusione con il crimine, gli uomini che impongono il proprio potere e lottano per accrescerlo e conservarlo. Sguardo del servo come – ed è un’analogia inaspettata che potrebbe innescare utili analisi e scoperte di significati nascosti – in un altro possente film di questa stagione, il coreano Parasite.
Lo script di Steven Zaillian mira ambiziosamete al grande romanzo americano (un’ossessione ricorrente da quelle parti), puntando parecchio oltre che su fatti e misfatti dei boss mafiosi e di Jimmy Hoffa anche sugli intrecci tra Cosa nostra e l’ascesa politica del clan Kennedy, fino a sfiorare i dietrismi e complottismi à la Oliver Stone. Ma per fortuna Scorsese non sembra granché interessato a assecondare il suo sceneggiatore sul terreno della denuncia retorica e smorza i toni pamphlettistici, interessato com’è a circoscrivere la sua attenzione alle singole figure, agli uomini, agli eroi negativi però sempre bigger than life – Jimmy Hoffa esce da The Irishman come un titano, nel male e nel bene, ben più complesso dello stampo di sindacalista-boss di in cui è sempre stato confinato  -, alle loro azioni, reazioni e relazioni. Siamo lontani dall’epos di un Coppola, che di sicuro con lo stesso plot e script avrebbe realizzato un film più sontuoso e magniloquente, mentre Scorsese lavora sulla dimensione singolare e mai plurale, se non come sommatoria di individualità. Fino a raggiungere vette shakespeariane, con personaggi percorsi da sentimenti ambivalenti e inestricabilmente intrecciati di amore, dedizione e tradimento, mentre su tutti domina la necessità, la legge inesorabile che regola i clan criminali al loro interno.
Martin Scorsese richiama i fedelissimi Robert De Niro, Joe Pesci, Harvey Keitel (cui si aggiunge il finora grande assente nella sua filmografia, Al Pacino: ed è il più bravo di tutti), a rimarcare il carattere di rito di famiglia dell’impresa, come a riunire gli amici-complici di tante avventure filmiche intorno a quello che è non solo il crepuscolo degli dei criminali di The Irishman, ma il suggello di un genere cinematografico e del proprio stesso cinema che con quel genere si è più volte fecondato. The Irishman non è solo il cronicario dei suoi personaggi vecchi e malati (quelli che son sopravvissuti alle varie faide), ma dello stesso mafia-movie così come si è venuto a configurare dagli anni Sessanta in avanti. Per questa cerimonia degli addii tra amici, fedeli, adepti del culto scorsesiano il regista ha pagato un prezzo elevato, letteralmente. Avrebbe potuto ingaggiare attori più giovani dei De Niro, Pesci e Keitel, per dire Adam Driver o Di Caprio – in fondo i caratteri di The Irishman appaiono decrepiti e sull’orlo della tomba solo a inizio e fine film, per le restanti tre ore sono uomini tra i trenta e i cinquant’anni – e invecchiarli per quella mezz’ora in cui sarebbe stato necessario. Invece Scorsese, come abbiamo visto, ha optato per la scelta esattamente opposta e abbastanza irrazionale prendendo attori ultrasettantenni per poi ricorrere alla tecnologia del de-aging per farceli apparire nel resto del racconto più giovani. Con qualche effetto collaterale decisivo, anche devastante, forse non del tutto messo in conto dallo stesso autore. Costosissimo, il ricorso al de-aging ha portato il budget di The Irishman alla stratosferica cifra di 135 milioni di dollari, con conseguente fuga degli studios e inevitabile approdo a Netflix, l’unica casa che abbia accettato di investirci sopra tutti quei soldi. Ma questo ha voluto dire consegnarsi a mani e piedi legati alla più forte delle piattaforme digitali con inevitabile quasi-scomparsa del prodotto finito dalla sala, perché la mission netflixiana non è quella di mostrare i propri film al cinema ma di incrementare gli abbonamenti (e non si dica che la pur meritoria distribuzione in Italia da parte del Cinema ritrovato di Bologna in un circuito ridotto abbia reso giustizia a un’opera di tale gigantismo spettacolare). Qualcosa di analogo è successo in America, come lamentava un paio di settimane fa un articolo su IndieWire, dove The Irishman è stato mandato in qualche sala – senza peraltro che se ne rivelassero gli incassi – giusto per rendere possibile la sua corsa all’Oscar. L’altro effetto collaterale del de-aging riguarda più direttamente la resa espressiva e il carattere, il clima interno, del film. Di cui accresce il tono cimiterial-funerario, plumbeo, con quegli attori quasi ottantenni che, nonostante il lifting ringiovanente tramite tecnologia, si muovono e hanno posture e gesti inevitabilmente della loro età (soprattutto De Niro), con un effetto straniante. Non credo Scorsese l’avesse previsto, ma anche questo contribuisce a dare a The Irishman un’aura da cinema ultimativo, terminale. Si esce con la sensazione di aver assistito a un’opera grande, ma anche inesorabilmente autoriferita, un’opera chiusa che non sa dialogare con il resto del cinema e del mondo, tutt’al più solo con sé stessa.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.