Torino Film Festival 2019. Recensione: THE BAREFOOT EMPEROR (L’imperatore scalzo), un film di Peter Brosens e Jessica Woodworth. Finis Europae

The Barefoot Emperor (L’imperatore scalzo), un film di Peter Brosens & Jessica Woodworth. Con Peter Van den Begin, Lucie Debay, Udo Kier, Geraldine Chaplin, Louise Vancraeyenes, Bruno Georis, Titus de Voog. TFF/Sezione After Hours.
Sequel di quel Re allo sbando che tre anni fa molto piacque a Venezia e poi al pubblico in sala. Stavolta il re dei belgi Nicholas III perde il trono, viene ferito a Sarajevii, finisce in un sanatorium-lager salutistico su un’isola. Mentre l’Europa collassa. Dietro alla sua levità e arguzia, L’imperatore scalzo è un realtà un apologo trasparentissimo e inquietante sul crepuscolo del nostro continente. Voto 7
Percorso interessante, quello della coppia registico-autoriale, e coppia credo anche nella vita, composta da Peter Brosens e Jessica Woodworth, lui belga lei americana ora operante in Belgio. Che, partiti da un cinema etnografico-documentaristico, sono poi approdati a un film antinarrativo di pura, cupa e potente visualità, di surrealismi e incubi fiamminghi come La quinta stagione, gran successo di stima a Venezia 2013. Per effettuare qualche anno dopo un’ulteriore metamorfosi deviando verso un cinemapiù lieve, più accessibile e amichevole nei confronti del pubblico, pur senza tradire la propria vocazione al bizzarro-visionario. Conversione palesatasi a Venezia 2016 (nella sezione Orizzonti, non più nel concorso come la volta precedente) con quel Re dei belgi che fu assai applaudito e che, uscito in sala con il più ruffiano titolo Un re allo sbando, trovò non pochi estimatori. Ricordate? Una commedia in cui si immaginava il re del Belgi Nicholas III bloccato a Istanbul dall’eruzione di un vulcano islandese: zero collegamenti telefonici, voli annullati e dunque impossibilità di tornare in patria nel momento, delicatissimo, in cui la Vallonia minacciava di staccarsi dalle Fiandre decretando la fine di quell’entità da sempre in precario equilibrio geopolitico chiamata Belgio. E allora tentativo di Nicholas e del suo piccolo entourage di raggiungere Bruxelles via terra, intraprendendo un lungo viaggio attraverso i Balcani che si rivelerà un’avventura, un divertito naufragio nella vita vera del popolo, dei popoli. The Barefoot Emperor è il sequel di quel fortunato film, riprendendo il sovrano e il suo ristretto seguito (un valletto personale di origine proletaria, la PR di corte, il compito addetto al protocollo) al punto, più o meno, in cui li avevamo lasciatio. Ovvero in Albania e zone limitrofe. Ecco adesso Nicholas presenziare a Sarajevo – la fatale Sarajevo! – alla rievocazione in costume dell’attentato all’arciduca Ferdinando d’Austria che ebbe le conseguenze che sappiamo. Ma la messinscena si rovesica in drammatica realtà quando colui che interpreta Gavrilo Pincip spara non per finzione ma proiettili veri al guitto locale cui è toccata la parte dell’arciduca. (Ri)uccidendolo. Lo stesso Nicholas III verrà colpito a un orecchio, sigillando con autentico sangue blu quella fosca pagliacciata tramutatasi in nuova tragedia. Ed è una sequenza d’apertura che marchia il film, ce ne suggerisce il senso e, ebbene sì, il messaggio: l’Europa è di nuovo a rischio dissoluzione. Ritroveremo re Nicholas in un sanatorium alquanto sinistro, una sorta di lager del benessere e della guarigione obbligatoria sull’isola croata di Brioni insediato nella villa che era stata luogo di vacanza e di delizie di Tito e della moglie Jovanka. A ogni ospite (recluso?) è assegnato un percorso di cura cui dovrà attenersi strettamente, ogni collegamento, anche telefonico, con il resto del mondo è proibito, i giorni passano tra esercizi fisici collettivi, strane sedute terapeutiche e corvée cui gli ospiti-pazienti non possono sottrarsi (raccogliete petali di rosa! lavate la macchina del capo!). Anche il povero Nicholas dovrà seguire le regole di questo universo concentrazionario del benessere, alla cui testa sta un fanatico e sinistro salutista-naturista-guru dal forte accento teutonico (Udo Kier, chi se no?, ormai icona amatissima e richiestissima dal cinema più radicale e autoriale, vedi anche il brasiliano Bacurau visto a Cannes: arriverà mai in Italia?). Dettaglio bizzarro: i pazienti della clinica non vengono chiamati con il loro nome ma con quelli degli ospiti illustri che alloggiarono a Brioni ai tempi di Tito presidente-imperatore. E dunque ecco Indira Gandhi, Guevara, Castro, Liz Taylor, Richard Burton, Gina Lollobrigida. Un omaggio ironico ma in fondo rispettoso e perfino nostalgico di Brosens & Woodworth all’epoca d’oro della Jugoslavia e del suo leader-padre della patria. Ma è tutto il film a configurarsi sempre più chiaramente come politico, una sorta di distopia assai vicina e un apologo trasparentissimo sui destini dell’Europa prossima ventura. L’indipendenza della Vallonia non provoca solo la fine del Belgio, ma con un effetto a catena manda in crisi gli stessi equilibri continentali. Del vuoto di potere approfitta un’oscura internazionale certamente di destra detta delle Maglie Nere (o qualcosa di simile), pronta a proclamare con un golpe antidemocratico una monarchia sovranazionale, anzi un Impero Europeo e a insediare sul trono un sovrano-quisling. Naturalmente il nazi-guru del sanatorium croato è coinvolto nelle oscure trame e il povero ex re di un Belgio che non esistere più rischia di diventare una sua pedina. L’imperatore scalzo – sarà un’allusione alla Contessa scalza di Mankiewicz? – dietro l’apparente levità e arguzia nasconde una lugubre atmosfera di decadenza, il presagio di un crollo, ci fa sentire i miasmi della Finis Europae e gli echi dello splengheriano Tramonto dell’Occidente. Curiosamente Peter Brosens e Jessica Woodworth mettono in scena il ritorno della regalità, della monarchia come nell’ultimo (assai brutto)film di Antonio Albanes Cetto c’è. Ci sono evidentemente idee che girano nell’aria e si materializzano nei domini cinematografici più diversi. I due registi sembrano configurare con questo loro fantasia distooica un continente-sanatorium popolato di sudditi-pazienti oggetto e bersaglio di una terapia sociale imposta dall’alto, sottomessi a un potere che promette salute in cambio della resa e della rinuncia. Quella specie di remake di Vacanze romane che era a modo suo Un re allo sbando produce in questo sequel una parabola assai più aspra e allarmante, segnando il ritorno di Brosens & Woodworth alle fosche atmosfere di La quinta stagione. Anche se qui tutto è affondato nella luce abbagliante, nel troppo sole di un’isola adriatica. Apparizione cultistica di Geraldine Chaplin nel doppio ruolo di due gemelle.

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