Torino Film Festival 2019. Recensione: EL HOYO: The Platform, un film di Galder Gaztelu-Urrutia. Nella prigione verticale

El Hoyo (Il buco); titolo internazionale The Platform, un film di Galder Gaztelu-Urrutia. Sceneggiatura di David Desola e Pedro Rivero. Cast: Ivan Massagué, Antonia San Juan, Zorion Eguileor, Emilio Buale Coka, Alexandra Masangkay. Concorso Trino 37.
Uno di quei film concettuali tipo The Cube. O quegli esperimenti per testare le reazioni umane in condizioni estreme. In una prigione verticale – centinaia di piani, ognuno di una sola cella con due detenuti –  il cibo è razionato (puoi consumare solo quello avanzato da chi sta ai piani sopra il tuo): sarà lotta per la sopravvivenza dove ogni orrore è consentito. Parabola alla Bong Joon-ho sulle diseguglianze sociali in forma di cinema di genere. Di un regista spagnolo giovane e già molto bravo. Peccato per il finale confuso. Comunque da palmarès. Voto 7+
Nel momento in cui scrivo ancora non sono stati comunicati i vincitori di questo TFF37. Il premio maggiore dovrebbe andare secondo buonsenso e previsioni al russo Dylda/Beanpole del ragazzo prodigio Kantemir Balagov – neanche trent’anni e già due film magnifici all’attivo, questo e il precedente Tesnota -, allievo di Alexander Sokurov (con il quale i rapporti pare si siano guastati, almeno così si deduce da un’intervista rilasciata dall’autore di Arca russa ai Cahiers du Cinéma). Beanpole avrebbe già dovuto vincere lo scorso maggio a Un certain regard a Cannes: la giuria gli preferì il brasiliano La vita invisibile di Euridice Gusmao, buono ma sopravvalutato), assegnando a Balagov il premio per la migliore regia. Con lui assente alla cerimonia di consegna, e non si sa se per sdegnata protesta o impedimento di altro tipo. L’unico film di un concorso zeppo di opere medie, non brutte ma nemmeno menorabili (le ho viste quasi tutte, dopo qualche diserzione nei primi giorni) che può ragionevolmente contendere a Beanpole la vittoria al Torino FF è questo spagnolo, genere fantastico engagé come oggi molto si usa, che in origine fa El Hoyo, Il buco, ma distribuito internazionalmente come La piattaforma. Sbarcato qui dopo giri altrove di gran successo: quattro premi al festival del cinema fantastico di Sitges, applausi e ottime recensioni a Toronto. Benissimo accolto anche a Torino con uno degli applausi più convinti del festival. Buonissimo prodotto, con un’idea di partenza geniale (lo sono meno invece gli sviluppi successivi), dialoghi magnificamente scritti – si pensi solo agli scambi tra il protagonista e il primo ospite da lui incontrato nella galera verticale, un vecchio cinico e a modo suo saggio, dialoghi insinuanti e minacciosi, quasi pinteriani. E dietro la mdp un regista giovane ma già scafato, che mantiene alto il ritmo e realizza una messinscena sontuosa benché tutta all’interno di spazi ridottissimi e claustrofobici, e nonostante la scarsità di elementi scenografici a disposizione. Cheapeau. Sicché ti chiedi come mai gli spagnoli siano tanto capaci nel cinema di genere, fantastico ma anche crime, realizzando prodotti esportabili perfino sul difficile mercato Usa, mentre noi ancora non ce l’abbiamo fatta a rilanciare un nostro cinema che parli al pubblico giovanil-globale. In El Hoyo si sentono perfino gli echi del nuovo maestro, il coreano Bong Joon-ho: anche questa è una parabola sulle diseguaglianze sociali e la divisione di classe, gli squilibri di potere, l’impari distribuzione delle opportunità come il suo Snowpiercer (con cui le affinità sono davvero tante).
In un oggi-che-è-già-domani di distopia assai vicina, una prigione futuristica organizzata in verticale – una torre di Babele di centinaia di piani – contiene detenuti mandati lì a scontare la pena ma anche ospiti che hanno deciso di entrarci volontariamente per ottenere, dopo sei mesi di resistenza in quell’inferno, un titolo che garantirebbe loro privilegi a vita. Ogni piano è composto da una cella con due sole persone, al centro un buco quadrangolare da cui passa una piattaforma calata dall’alto e ricoperta di cibo. La regola è: la quantità di cibo per tutti i piani è stabilita in partenza, chi sta sotto ha a disposizione solo gli avanzi lasciati dai detenutio dei piani superiori. Come sopravvivere, se stai agli ultimi livelli dove non arrivano più nemmeno i cocci dei piatti? Uno di quei film concettuali alla The Cube, sorta di mind-game o di applicazione della teoria dei giochi come quegli esperimenti condotti in certi laboratori di socioantropologia in cui si osservano le reazioni umane in situazioni estreme e speciali. Qui, in El Hoyo, l’obiettivo è, attraverso il controllo del cibo, scatenare i peggiori istinti e la lotta per la sopravvivenza: cosa succede quando non hai da mangiare, passi all’omicidio per canibalizzare il tuo compagno di cella, sempre che lui non ti abbia preceduto? O ci sono altre strade, ad esempio la solidarietà e la lotta contro chi comanda il gioco? L’idea di base, ottima, fa da premessa a una narrazione tesissima, mettendoci di fronte alla barbarie cui la privazione può portare. El Hoyo parte molto bene: la prima parte con il detenuto per scelta che ha portato con sé come unico oggetto consentito il Don Chisciotte e il vecchio imputridito lì dentro e aduso a tutto pur di sopravvivere è una lezione di storytelling. Il protagonista cambierà di piano più volte, sperimenterà gli inferi e il quasi-paradiso, mentre accanto a lui ruoteranno i compagni di prigionia a comporre una galleria di tipi umani (e disumani). Il guaio di questo per tanti versi splendente prodotto cinematografico è che, come spesso nei film altamente concettualizzati basati su una brillante idea di partenza, il gioco tenda a ripetersi con il procedere del racconto. Anche stavolta a due terzi il film arranca, e la parte finale è francamente brutta e confusa, come se sceneggiatori e regista non sapessero come concludere. Ma El Hoyo ha tutto per piacere: l’uso del genere per veicolare pensieri e idee, in questo caso sulle ineguaglianze sociali, una messinscena sfrenata e pulsionale, un ritmo elevato. Più, naturalmente, sangue, cannibalismo e altri orrori. E allora il pensiero corre subito a tanto surrealismo iberico-ispanico, da Buñuel a Jodorowsky. Gli attori son tutti perfetti, Zorion Eguileor, il vecchio, strepitoso

 

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