Torino Film Festival 2019. Recensione: MIENTRAS DURE LA GUERRA (Durante la guerra) di Alejandro Amenabar. Questo è un film importante

Mientras dure la guerra (Durante la guerra), un film di Alejandro Amenabar. Con Karra Elejalde, Eduard Fernández, Santi Prego. Sezione Festa mobile.
Il regista di The Others e Mare dentro torna con un film apparentemente assai tradizionale e pochissimo azzardato, adagiato com’è nei modi tranquilli del period movie. Ma questo Durante la guerra è film audace per i contenuti, per quanto racconta, non per come lo fa. Ritratto dello scrittore-pensatore Miguel de Unamuno, icona dell’intellettualità spagnola del Novecento, colto nelle sue oscillazioni pro e contro il franchismo nascente. Che è anche il ritratto di un paese diviso dalla guerra civile. Accusato in patria di essere un film equidistante. Traduzione: non abbastanza netto nel condannare de Unamuno e il suo appoggio alla destra. Ma Amenabar cerca di restituire con onestà il travaglio e anche gli errori del suo protagonista, in un approccio empatico ma non complice. Piuttosto, ve lo immaginate da noi un film su un intellettuale prima fascista e poi antifascista? Voto 7+
I film si parlano, dialogano a distanza. Qualche giorno fa s’è visto questo Mientras dure la guerra (pribabilmente il film più importanto, anche se non il più bello, di questo Torino FF per i motivi che andrò a dire) sullo scrittore-pensatore spagnolo Miguel de Unamuno e i suoi controversi, contorti, contraddittori rapporti con il franchismo nascente: di adesione prima, di distacco poi. Grande per me è stata la sorpresa (e spero di non essere stato il solo a sorpendermi) quando ieri mattina mi sono ritrovato a vedere più per caso che per scelta un piccolo film ceco in bianco e nero – diretto però dal cileno Alejandro Fernández Almendras -, Hra (The Play), dove un giovane regista di teatro cerca di mettere in scema in una città di provincia una sua personale riscrittura della Fedra che de Unamuno a sua volta scrisse rivisitando l’Ippolito di Eripide e la Fedra di Racine. De Unamuno, oggi, a Kladno, Boemia (e a chi gli chiede chi sia l’autore, la risposta del regista del play è: “Una specie di Kafka spagnolo”). Non so voi, ma per quanto mi riguarda son coincidenze affascinanti (qualcuno, in un altro film di questo Torino FF, il mediocre Spider in the Web dell’israeliano Eran Riklis, ci ricorda quanto disse Einstein: “Le coincidenze sono il modo scelto da Dio per restare anonimo”). Miguel de Unamuno, allora, colto nel 1936 in un cruciale passaggio della sua vita e della storia, chiedendoci chissà perche oggi, perché adesso. Certo Alejandro Amenabar (Mare dentro, The Others, Agorà ma anche il molto brutto Regression) ne ha avuto di coraggio per imbastirci intorno questo film così profondamente connesso alla guerra civile spagnola da rischiare di essere visto solo in patria e di risultare pressoché inesportabile altrove, tutt’al più nei paesi di lingua castigliana. Del resto pure in patria polemiche assai calde da quando è stato presentato lo scorso settembre al festival di San Sebastian. Già raccontare quel pezzo di storia è arduo, in un paese che ancora ne conserva la memoria viva (e le ferite non del tutto cicatrizzate), lo è ancora di più farlo attraverso la figura di un intellettuale che della cultura spagnola era un simbolo e la sua collusione con il nazionalismo e il succcessivo franchismo.
Lo vediamo nel 1936, anno fatale, nella sua casa di Salamanca con le due figlie e l’amato giovane nipote, ancora pieno di rabbia per essere stato sollevato dall’incarico di rettore dell’università dal governo di sinistra retto da Manuel Azaña (insediatosi dopo la vittoria elettorale di maggio). La sua colpa: l’essersi proclamato a favore dei nazionalisti e aver versato per la loro causa una cospicua somma di denaro. Unamuno, che nelle sue molte giravolta intellettual-politiche è stato in passato anche socialista, è ora contro il Fronte popolare al comando, prova orrore per le violenze, in molti casi autentici massacri, esercitate da militanti di sinistra estrema su esponenti della borghesia, latifondisti, clero. E prova orrore per il regime instaurato da Stalin in Unione sovietica. È questo groviglio di timori ad averlo spinto da tempo verso la destra, a vedere nei nazionalisti e nell’esercito una chance di riscatto per il paese e un argine contro disordine e violenza. Quando a luglio nel Marocco spagnolo un pugno di generali si pronuncia contro il governo – è l’Alzamiento, l’inizio del golpe che porterà alla guerra civile – lui non ne prende le distanze, anzi. Verrà dai nazionalisti insorti reinsediato come rettore dell’Università di Salamanca. Intanto l’apparentemente mite Francisco Franco diventa, tra i generali golpisti, il leader, il caudillo. Nella sua marcia verso il potere la milizia rapisce, incarcera, uccide oppositori o semplici non allineati. Gli stessi più cari amici di de Unamuno vengono colpiti. Ed è a quel punto che in lui incomincia un processo di ripensamento e autocritica che sfocerà in un discorso pubblico, durante l’infame giornata ‘per la difesa della razza’. contro il nuovo regime franchista. Mientras dure la guerra non inventa cinema, non azzarda forme e linguaggi, rinuncia a ogni rischio formale, sembra accomodarsi nei più ovvii e pigri modi del film in costume, in realtà questo permette a Amenabar di concentrarsi sui contenuti e di focalizzassi pienamente sul suo protagonista cercando di dipanarne i rovelli, descriverne le giravolte, tracciarne un ritratto privato oltre che pubblico. Con un’empatia evidente verso una figura tanto controversa, che comunque non scivola mai nella complicità né tantomeno nell’assoluzione. Amenabar non demonizza, mostra un intellettuale lacerato senza avallarne le scelte, ma con il massimo rispetto per il suo travaglio interiore. De Unamuno resta, in fondo, uno di quegli spiriti non omologati, non allineati, che nelle terribile vicende del secolo breve, e in particolare della sua prima metà, hanno avuto il destino più complicato, la vita più grama. Gente che ha odiato in pari misura ogni forma di totalitarismo, fosse di destra o di sinistra, e che da entrambi gli schieramenti è stata detestatata, ostacolata, silenziata, messa ai margini, se non perseguitata. Amenabar non si tira indietro di fronte a una figura di tale complessità e cerca di restituircela con un approccio equanime e onesto. Cosa che gli ha attirato critiche feroci in patria. In primis, di aver confezionato un film equidistante, che condanna in pari misura gli orrori che nel corso della guerra civile spagnola furono compiuti da entrambe le parti, il che equivale ad accusarlo di non aver condannato con sufficiente forza il franchismo (e il fascismo). Critica ingenerosa. Durante la guerra mostra inequivocabilmente la ferocia della destra nella sua marcia verso il potere, solo è uno dei rari film che osa andare oltre le narrazioni consolidate e cerca le ragioni e i torti sotto la superficie delle ideologie e al di là delle divisioni manichee, interrogando i suoi protagonisti anche in nome della morale, non solo per il loro schierarsi sullo scacchiere politico. Ve lo immaginate in Italia un film che ripercorra la storia di un intellettuale illustre che fu prima fascista e poi antifascista? Perché storie così ce ne furono, ma pochi hanno osato raccontarle. Questo per dare la misura del coraggio di Alejandro Amenabar. Film da vedere anche come utile ripasso di quella guerra civile, benché in patria siano fioccate critiche di infedeltà storica (Dieci errori in cui Amenabar è incorso, titola un pezzo non proprio amichevole su un sito). Un’altra occasione per ripensare a quei fondamentali, terribili anni Trenta che incubarono e produssero il peggio del Novecento europeo, anni tormentatissimi che, in questa era di nuova instabilità e incertezza del nostro continente, ci sembrano pericolosamente attuali. Ed è interessante come in Durante la guerra si tratteggi la figura di Francisco Franco, non un caudillo-capopolo alla Mussolini ma un uomo dell’ombra, un astuto calcolatore capace di decisioni dure fino alla ferocia ma di modi felpati e melliflui. Una volpe.

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