Recensione: CENA CON DELITTO – KNIVES OUT, un film di Rian Johnson. Agatha Christie meets Parasite

Cena con delitto – Knives Out, un film di Rian Johnson. Con Christopher Plummer, Daniel Craig, Jamie Lee Curtis, Don Johnson, Toni Collette, Chris Evans, Ana de Armas, Michael Shannon, Katherine Langford, Lakeith Stanfield. Al cinema da giovedì 5 dicembre 2019.
Una morte violenta nel chiuso di una grande magione, una folla di sospettati: tutti i familiari del vegliardo, figli, nuore, generi, nipoti. Perché tutti avevano un buon motivo per liberarsi del patriarca. Come un classico Agatha Christie, però adattato ai tempi nuovi, con dialoghi velocissimi e acuminati, e qualche graffio satirico anti-Trump. Ma a colpire sono le affinità (di tema, non certo di genere o di messinscena) con un film apparentemente lontano come Parasite. Assai godibile. Film di chiusura del Torino Film Festival, da giovedì in sala. Voto 7
Tutto merito, o colpa – dipende dai personali gusti e disgusti -, di Kenneth Branagh che ha riesumato un paio di anni fa Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie cavandone un film di insperato successo (353 milioni di dollari worldwide, tenitura pazzesca qui nella Lombardia milanese alla sala grandeschermo dell’Arcadia di Melzo). Tant’è che lo stesso Branagh s’è affrettato a mettere in cantiere, con se stesso sempre nella parte di Hercule Poirot, un altro Christie-movie, Assassinio sul Nilo. Senza quel precedente non ci sarebbe mai stato, immagino, questo Knives Out, più o meno Coltelli sguainati, da noi abbastanza piattamente Cena con delitto, classico mystery e whodunnit (anche whodunit con una enne sola) che al magistero della sciura sempre imitata e mai superata del giallo all’inglese chiarissimamente si ispira, almeno nella sua prima parte. Rinfrescandone con abilità i modi, gli ambienti, i caratteri, le convenzioni. Il luogo chiuso (in questo caso una magione di riccastri da qualche parte dell’East Coast americana), l’inevitabile vittima di un cruento delitto, un nugolo di potenziali assassini. Con un detective, anche qui con un nome francese (o belga?) come Poirot, a fare le sue investigazioni idiosincratiche fino alla rivelazione finale coram populo dei fatti e dei misfatti: composti in un ordine logico che agli altri era sfuggito. Il modello narrativo messo a punto e eternizzato da Agatha Christie è rievocato in Knives Out come in una seduta spiritica, ma adattato ai tempi nostri. Operazione richiosa (quei gialloni hanno sempre funzionato in una cornice d’epoca), ma di sicuro riuscita, anche se non è il caso di urlare al miracolo come invece la critica anglofona  – 82% su Metacritic! -, una benevolenza confermata dall’inserimento di Knives Out nella classifica appena rilasciata da Sight & Sound dei 50 migliori del 2019 (al trentunesimo posto: pas mal). Quanto mestiere al lavoro in questo film. A partire dalla sceneggiatura – si tratta di un cinema in cui lo script è molta parte delle riuscita o del fallimento -, che dipana con sapienza e brillantezza di dialoghi e sguardo perfido assai il groviglio dei sospetti, di chi ha il movente (tutti) e di chi non ce l’ha (nessuno), mentre come vogliono le regole del gioco la colpa passa da una testa all’altra fino allo scioglimento finale per opera del detective-deus ex machina, l’entità suprema e inappellabile, perfino al di sopra della legge, di questo specifico genere narrativo. Naturalmente torsioni e rovesciamenti, colpi di scena, e chi sembrava già al sicuro nel recinto degli innocenti si ritrova catapultato in quello opposto. Perché anche gli apparentemente buoni nascondono vizi e peccati inconfessati. Certo, il limite è quello, come spesso in simili prodotti, delle troppe sottotrame e piste intrecciate in un arabesco inestricabile, di una struttura barocca e ridondante fino al bizantinismo, sicché quando il detective-demiurgo si troverà a dover ridurre quella complessità allo schema razionale positivista (gli investigatori di questi gialli son tutti figli di Sherlock Holmes e della sua logica deduttiva) sarà costretto a spieghe defatiganti, per lui e per noi spettatori. Limite che ritroviamo puntualmente in Knives Out, soprattutto nella fase seconda, quella risolutiva. In questo siamo lontani da Agatha Christie, spirito lineare che rifuggiva naturalmente dalle costruzioni troppo elaborate. Ma erano altri tempi, oggi a un pubblico assuefatto a quelle droghe di massa che sono i blockbuster crepitanti e ipercinetici nei quali i climax si susseguono vetiginosamente e non sono consentite pause, bisogna dare anche nella cornice di un genere vestusto come il mystery-whodonuit la dose indispensabile di fatti e fattacci, twist e colpacci di scena. Senza, letteralmente, un attimo di tregua. Rispetto ai compassati gialli di Agatha Christie qui siamo alla moltiplicazione dei momenti eccitanti, tutto è velocizzato per trascinare il pubblico fino all’ultimo secondo. Kenneth Branagh aveva capito che per riproporre Assassinio sull’Orient Express doveva, più che remakizzare il meraviglioso film che ne aveva tratto negli anni Settanta Sidney Lumet (un capolavoro), ibridarlo con la muscolarità e l’effettismo speciale imperanti. E se in Lumet il treno si fermava in una piana balcanica a causa di un muro di neve invalicabile, nella versione Branagh precipitava con fragore una valanga, si spezzava un ponte, i vagoni restavano in bilico sull’abisso. Rian Johnson (suoi il gran sci-fi di qualche anno fa Looper e Star Wars: The Last Jedi), coraggiosamente non ricorre agli effetti digitali, più filologicamente chiude in un interno la sua folla di personaggi come in Dieci piccoli indiani, ma imprimendo un’accelerazione sconosciuta al modello primigenio. Un’operazione condotta con intelligenza che rischia con la sua riuscita di diventare di riferimento per chiunque in futuro voglia attingere alle fonti di un genere cercando di rivitalizzarlo, e di evitare il puro omaggio nostalgico-sepolcrale. Credo sia questo rischio corso con alta consapevolezza a aver convinto i critici anglofoni, più sensibili all’abilità artigianale di un regista (e di uno sceneggiatore) della critica autorialista europea, soprattutto francese. Ma c’è anche un piacere del testo (cinematografico) da valutare, quanto godimento, quanto coinvolgimento Knives Out riesca a innescare nello spettatore, e qui siamo a livelli alti.
Festa di compleanno – siamo a quota 85 – per lo scrittore (di thriller) nonché editore Harlan Thrombey (Christopher Plummer, che continua la sua smagliante quarta età cinematografica) nella sua opulenta villa fuori città, di una qualche città dell’Est statunitense. Ci sono tutti, a parte il nipote scapestrato e femminiere Ransom, che si paleserà più tardi. Ecco la figlia maggiore Linda, tycoon del real estate grazie a un capitale di avvio fornitole dal ricco genitore, ecco l’altro figlio Walt cui è stato dato in affido l’impero editoriale. E il marito – filoTrump: “prima gli americani!” – della prima e la moglie del secondo. E poi la vedova del terzo figlio prematuramente defunto, Joni, influencer e guru della cosmetica con un’azienda che se le dà la fama non le garantisce sufficienti introiti: tanto c’è il suocero che ripiana e consente alla figlia di Joni di frequentare le scuole più care. C’è perfino l’ultracentenaria madre di Harlan. Più la domestica, o meglio la manager della servitù, Fran. Più Marta Cabrera, la giovane infermiera-badante latinoamericana di Harlan. Sarà Fran la mattina dopo la festa a trovare il patriarca morto in camera sua, con la gola squarciata. Comincia la caccia al colpevole, condotta dalla polizia e da un detective indipendente dal nome francese, Benoȋt Blanc (omaggio a Hercule Poirot suppongo), ingaggiato da un misterioso qualcuno rimasto anonimo. Se la prima parte è Agatha Christie reloaded, la seconda se ne scosta. Perché, rivelata la dinamica della morte di Harlan, prende corpo un altro scenario che ribalta quanto ipotizzato fino a quel momento. Impossibile dire di più: allo spettatore il piacere della scoperta seguendo le mosse di Blanc, interpretato da un istrionico Daniel Craig. Cast all stars, come dev’essere in queste operazioni. Con Plummer e Craig sfilano Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Toni Collette, Don Johnson, Ana de Armas (attrice cubana in forte ascesa), Katherine Langford e molti altri, compreso in un cameo il regista Frank Oz. L’oliata macchina narrativa messa a punto dal doppio Rian Johnson regista e sceneggiatore si inceppa, o almeno ansima, nella seconda parte, quando si devono tirare le fila di troppe trame e troppi twist e si sfiora pericolosamete l’inverosimiglianza,  non al punto però da rovinare la resa finale. La sorpresa è l’affinità che si sprigiona a un certo punto tra questo film e Parasite di Bong Joon-ho, perché anche Knives Out è – pur nell’enorme differenza di genere di appartenenza e di messiscena – la storia di un’ascesa proletaria ai danni di una borghesia corrosa da interne contraddizioni. Di più non posso dire. Un altro indizio – il cinema come pochi altri mezzi sa intercettare e restituirci lo Zeitgeist – che sta per arrivare un nuovo tempo di lotta di classe o se volete di invidia sociale, di risentimento verso chi ha di più da parte di chi ha di meno.

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