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	<title>Nuovo Cinema Locatelli</title>
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	<description>Ricorderemo il mondo attraverso il cinema (Lav Diaz)</description>
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		<title>Cannes 2013. Il mistero degli applausi e dei non applausi a Sorrentino</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 14:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luigilocatelli</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048538.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51666" alt="048538" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048538.jpg" width="822" height="547" /></a>Dunque, ieri sera due proiezioni stampa di <em>La grande bellezza</em> di Polo Sorrentino, la prima alla sala Debussy alle 19, la seconda alle 22 alla più piccola sala Bazin. Stando alle cronache, le rezioni all&#8217;una e all&#8217;altra sono state molto diverse, perfino opposte. Alla Debussy, il press screeening cui c’ero anch’io, alla fine, come ho subto scritto su fb e twitter, gli applaui sono stati forti, ripetuti, lunghi, inequivocabili. E non ho avuto allucinazioni auditive, vi garantisco. Penso di essere sulla questione applausi uno abbastanza attendibile. L’anno scorso sono stato credo il solo a scrivere dei fischi, non clamorosi, ma indubbiamenti fischi, con cui alla Salle Lumière fu accolto qui a Cannes <em>Reality</em> di Matteo Garone, cosa che poi su molta carta stmpata e molti siti si sarebbe stranamente transustanziata in ‘trionfo’, ‘applausi di un quarto d’ora, ‘standing ovation’. Ma si sa, il cinema italino ai festival, soprattutto stranieri, gode di stampa amica e compiacente, nell&#8217;erronea convinzione che di un film nostro si debba parlare bene a prescindere. Tant’è che io ancora oggi sul mio blog ricevo insulti e commenti velenosi per aver scritto dei fischi a Garrone. Scusate la digressione, ma è per dire che non appartengo alla cosca filo-cinema italiana a ogni costo, e che gli appluasi a Sorentino alla sala Debussy nopn me li sono inventati. Tutto il contario invece alla proiezione tarda delle 22 alla Sale Bazin, duecento posti, la più piccola del festival. Chi c’è stato, ed è gente affidabile, mi dice di una sala semivuota (se è per questo anche la Debussy alle 7 presentava molte poltrone non occupate), di un’assoluta freddezza, di zero applausi. Com’è possibile che il clima intorno a <em>La grande bellezza</em> si sia capovolto in così poco tempo? <span id="more-51660"></span>Più che possibile, invece. A me l’anno scorso è capitata la stessa cosa a proposito di <em>Holy Motors</em> di Leos Carax. Chi l’aveva visto alla prima proiezione stampa giù alla Debussy mi parlò di trionfo, addrittura di standin ovation con battimani prolungati per un quarto d&#8217;ora. Io, che l‘avevo visto più tardi ala Bazin, rimasi basito. Perché a questa seconda proiezione nessuno, dico nessuno, aveva accennato al minimo applauso e il clima dominante era quello dello sconcerto, se non dello scazzo o dell’incazzatura aperta. Il giorno dopo i siti e i giornali francesi diedero il via al tam-tam pro-<em>Holy Motors</em>, seguiti da molti mericani. A questo punto sono addivenuto alla seguente conclusione. Ieri alla proiezione di Soroentino delle 19 evidentemente c’era un gruppo compatto e assai organizzato di supporter, immagino italiani, che hanno innescato l’applauso, il quale, si sa, fa presto a propagarsi per contagio e imitazione. Lo stesso in my opinion era accaduto con <em>Holy Motors</em>, dove però a fare da innesco al trionfo erano stati i francesi, molti arrivati a Cannes già convinti della grandezza del film di Carax. Però non basta la claque: la quale fallirebbe se non trovasse un clima adatto alla propagazione dell’applauso. Adesso stiamo a vedere cosa sucederà davvero, in sede di palmarès e nei cinema italiani in cui sta per uscire, a <em>La grande bellezza</em>. In entrambi i casi non ci sarà nessuna claque.</p>
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		<title>Festival di Cannes 2013. Recensione: LA GRANDE BELLEZZA di Sorrentino è La dolce vita 2.0. A tratti notevole, a tratti insopportabile</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 23:03:53 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito-700x4661.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51654" alt="01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito-700x466" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/01_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito-700x4661.jpg" width="700" height="466" /></a>La grande bellezza</em>, regia di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka.</strong> <strong>In concorso.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/02_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_2-700x466.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51655" alt="02_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_2-700x466" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/02_Toni_Servillo_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_2-700x466.jpg" width="700" height="466" /></a><br />
<strong> Le analogie con <em>La dolce vita</em> e molto altro Fellini (<em>Otto e mezzo</em>, <em>Satyricon</em>, <em>Roma</em>) sono lampanti. Anche qui c&#8217;è un giornalista che ci guida nei cunicoli, nei palazzi e nelle suburre di una Roma santa e puttana, ma più la seconda che la prima. A Cannes per <em>La grande bellezza</em> c&#8217;è stato un uragano di applausi e qualcuno già spende la parola capolavoro. Ci andrei cauto. Il talento visivo di Sorrentino non si discute, ma questo è un film che non riesce a darsi un centro e a farsi narrazione vera. Resta un cumulo di frammenti, alcuni sublimi (tutta la parte con la Ferilli è meravigliosa) e molti altri esecrabili (l&#8217;episodio finale con la santa è tremendo, una barzellettaccia). Difficile dare una valutazione. Intanto direi: <span style="color: #ff0000;">voto 6+</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/05_Sabrina_Ferilli_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_6-700x4661.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51656" alt="05_Sabrina_Ferilli_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_6-700x466" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/05_Sabrina_Ferilli_La_grande_bellezza_foto_di_Gianni_Fiorito_6-700x4661.jpg" width="700" height="466" /></a><br />
Se l&#8217;applausometro vuol dire qualcosa, allora questo nuovo film di Paolo Sorrentino si piazza in pole position per la Palma d&#8217;oro. Nessun altro ha ottenuto finora tanti e tanto convinti applausi alla proiezione stampa, presenti i più schifiltosi giornalisti di cinema del mondo. Metti pure che a fare da traino e da grancassa, e anche da claque, siano stati i molti italiani, però la sensazione è stata quella del successo netto, e lo dico io che pure per <em>La grande bellezza</em> non sono impazzito. Ho visto su facebook e soprattutto twitter che già si spende la parola capolavoro. Avrei precchie riserve e starei sul cauto. Il talento visivo di Sorrentino è immenso, lo sappiamo, lo abbiamo visto in tutti i suoi film precedenti, massimamente in <em>Il divo</em>, la sua capacità di montare affreschi grotteschi, goyeschi, notturni e corruschi è acclarata. <em>La grande bellezza</em> conferma tutto e di più del suo autore, si colloca anzi come il suo film più ambizioso e complesso, come il paradigma della sua visione di cinema, del suo modo di farlo, pensarlo, deformarlo. Purtroppo conferma anche la reticenza di Sorrentino allo storytelling, ad abbandonarsi alla narrazione per privilegiare invece l&#8217;immagine e l&#8217;immaginifico, piegando e subordinando il racconto all&#8217;invenzione visiva. Che cos&#8217;è questo film? Come diavolo lo si può anche solo sommariamente definire, raccontare? Sì, certo, il film è Roma, ed è il suo protagonista, Jep Gambardella, scrittore di un solo romanzo e poi pigramente adattatosi al lavoro e alla vita di cronista mondano massimo. Non avrei comunque mai pensato che scrivendo per un giornale, e scrivendo cronache mondane, si potesse diventare così ricchi, avere una casa come quella di Jep con terrazza con vista sul Colosseo. Evidentemente devo aver conosciuto altri giornali e altre redazioni, molto diversi e lontani dal mondo di Gambardella. Lo so che bisognerebbe proibire per legge l&#8217;aggettivo felliniano (e anche kafkiano, pirandelliano ecc.), ma come si fa a non usarlo per questo lavoro di Sorrentino? Che si direbbe abbia ripassato per l&#8217;occasione tutto Fellini, ma in particolare <em>La dolce vita</em>, <em>Otto e mezzo,</em> <em>Toby Dammit,</em> <em>Roma</em> e <em>Satyricon</em>, cioè il meglio. I mascheroni, i pupazzoni e i rari umani che percorrono la sua Roma sembrano <em>La dolce vita</em> 2.0.  Quel film, ricordiamolo, vinse qui a Cannes la Palma d&#8217;oro (giuria presieduta da Georges Simenon con, tra i componenti, anche Henry Miller, come ha rievocato recentemente in un bellissimo articolo Todd McCarthy sull&#8217;<em>Hollywood Reporter</em>), e chissà mai che ci sia una replica. Della <em>Dolce vita</em> si riprende la struttura, e l&#8217;espediente narrativo, quello di un giornalista che Roma la conosce e la percorre nei suoi meandri oscuri, nei suoi cunicoli, nei suoi palazzi e nelle sue suburre. Allora era Mastroianni (in un personaggio ispirato, vuole la leggenda, a Gualtiero Jacopetti), stavolta è Toni Servillo. Come quella Roma, anche questa è santa e puttana, ma più la seconda della prima. <span id="more-51642"></span>Aristocratici, plebei, suorine e pretini, cardinali, signore dei salotti e principesse dell&#8217;arstocrazia nera. Aspiranti scrittori, aspiranti scrittrici, escort, cocainomani, spogliarelliste, artisti e artiste, saggi e folli. Attraverso Jep Gambardella attraversiamo tutti i mondi di quella città-mondo che continua a essere caput mundi. Sorrentino ci stordisce con sequenze di bellezza abbacinante, soprattutto quelle dedicate alla città, in una sorta di vedutismo sublimato. Ma il film, volutamente frammentato, ondivago, rapsodico, resta un cumulo di blocchi e pezzi che non si saldano mai, che non si perdono e non si fondono in un insieme, come invece accadeva a <em>La dolce vita</em> di Fellini. L&#8217;impressione è di una film smisurato, ma come costruito sulle sabbie mobili, a rischio costante di sgangheratezza. Ci sono cose sublimi, ma anche troppe scorie, e momenti francamente esecrabili. L&#8217;incipit (il canto, l&#8217;acqua, le rovine) è notevole, e il passaggio brusco alla festa orgiastica (con una Serena Grandi-Saraghina) per i 65 anni di Gambardella è un urlo, una scarica ad altissima tensione. Tutte le scene discotecare sono un incubo di volgarità assai ben riuscito, una discesa all&#8217;inferno, un sabba reso con strepitose invenzioni visive e potena di stile. La parte con Sabrina Ferilli, meravigliosa creatura, bella e straziante, non la si dimentica: l&#8217;incontro al club del padre, la festa cui va con Gep, la visita notturna al palazzo, il funerale del ragazzo suicida. E il recupero della Ferilli a questo cinema è uno dei meriti di questo Sorrentino. Ma ci sono cose meno riuscite, anzi fastidiose, anzi insopportabili. Tutta l&#8217;ultima parte con la santa in visita romana è tremenda, una barzellettaccia dilatata chissà perché a episodio portante. I fenicotteri sul terrazzo non si reggono proprio e fanno insostenibile simbolismo anni Sessanta da film da cineforum. Certe sentenziosità nei dialoghi, soprattutto quando Jep è in vena colto-citazionista, si reggono ancora meno. Anche il mago con giraffa non è granchè, lo stesso la bambina-artista. Quello che non viene mai meno è l&#8217;occhio di Sorrentino e la sua capacità quasi naturale di fare cinema, di trasformare in cinema tutto quello che guarda e che tocca. Ma i capolavori, temo, sono un&#8217;altra faccenda. Gli attori: un esercito, tra parti maggiori, minori, comparsate eccellenti (ci sono nella parte di se stessi, per dire, Fanny Ardant e Antonello Venditti; Verdone invece fa, benissimo, l&#8217;amico sfigato e non riuscito di Jep). Isabella Ferrari fa la milanese in visita romana ed è più bella che mai. A Jep che le chiede che lavoro faccia lei risponde: &#8220;sono ricca&#8221;, ed è forse la battuta migliore. Mi sa che di questo film si dovrà riparlare un po&#8217; più avanti, a bocce ferme, e fuori dala frenesia del festival.</p>
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		<title>Festival di Cannes. Recensione: BORGMAN, la variabile impazzita (ma non troppo) del festival</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 21:05:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Borgman, regia di Alex Van Warmerdam. Con Jan Bijvoet, Hadewych Minis, Jeroen Perceval. In concorso. Doveva essere il botto-provocazione del festival, l&#8217;extravaganza, il film amato e odiato. Invece Borgman è passato nella quasi indifferenza. Storia fuori di testa, ma neanche &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/20/festival-di-cannes-recensione-borgman-la-variabile-impazzita-ma-non-troppo-del-festival/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048104.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51640" alt="048104" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048104.jpg" width="850" height="425" /></a>Borgman</em>, regia di Alex Van Warmerdam. Con Jan Bijvoet, Hadewych Minis, Jeroen Perceval. In concorso.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048561.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51638" alt="048561" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048561.jpg" width="850" height="354" /></a><br />
<strong>Doveva essere il botto-provocazione del festival, l&#8217;extravaganza, il film amato e odiato. Invece <em>Borgman</em> è passato nella quasi indifferenza. Storia fuori di testa, ma neanche tanto, di un ospite (forse un demone?) che a poco a poco distrugge dall&#8217;interno la famiglia che lo ha accolto. Di quel surreal-fiammingo-demoniaco che ogni tanto vien fuori al cinema. Di quelle critiche antifamiglia e antiborghesia anni Settanta. Deludente e non così esplosivo, anzi. <span style="color: #ff0000;">Voto 5 e mezzo</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048562.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51639" alt="048562" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048562.jpg" width="822" height="411" /></a><br />
Lo si sapeva che sarebbe stato la variabile impazzita del concorso, e difatti così è stato. Borgman, dell’olndese eccentrico ma non così neofita Alex Van Warmerdam, classe 1952 (Mon Dieu, un cognome che in Italia suona tremendissimo), è quell’indispensabile ingrediente fuori schema che in un festival va sempre bene, purché in dosi omeopatiche e controllabili. Che poi, a ben guardare, così fuori di testa non è. Niente di paragonabile all&#8217;impatto che ebbero l&#8217;anno scorso qui <em>Holy Motors</em> e <em>Post Tenebras Lux</em>. Trattasi di un noir, anzi horror, molto sul grottesco e sul surreal-fiammingo con derive demoniache dal gusto forte e spesso, abbastanza indigesto come i piatti pesanti di quelle parti, bruegheliano e boschiano nel suo immettere in un’Olanda contemporanea fugure di diavolie streghe, una piccola armata del male pronta a conquistare e corrompere le anime e i corpi. Anche, un raccontone gotico di queli che si narravano per spaventare i bambini intorno al fuoco e che ritorna in chiave appena apena postmoderna a ricordarci che il Male, l’Irrazionale, il Magico e perfino il Sacro ancora albergano dietro la patina tecnologica delle nostre esisenze. Niente di particolarmente sconvolgente, però. Borgman la sua bella parte horror ce l’ha eccome, ma si astiene dalla bassa macelleria e vela di ironia i momenti più laidi (quei corpi con la testa nel cemento inabissati in verticale, come alghe giganti). Ironia magari, leggerezza mai, no, la leggerezza non è di queste parti e di questo cinema,non lo è mai stata. Non mi pare però che Alex Van Warmerdam mostri un talento così potente, un’impronta autoriale così netta e distinguibile, ecco, per stare dalle sue parti non mi sembra un Paul Verhoevem, capace di trasfondere tutta la tradizione figurativa della sua terra, e certe pulsioni profonde, in un cinema neofiammingo ferrigno e anche maligno. La storia di <em>Borgman</em> è quella, archetipica, dell’ospite che si insinua in una famiglia apparentemente perfetta e la corrode dall’interno come un verme, un tarlo. <span id="more-51634"></span>Sì, certo, <em>Teorema</em> di Pasolini, anche il recente <em>Nella casa</em> di Ozon, ma soprattutto <em>Funny Games</em> di Haneke, che è il modello cui mi pare questo film si richiama. Un uomo e altri due che si scopriranno essere suoi complici devono sloggiare dai rifugi sottoterra nel bosco dove si sono acquartierati. Chi siano non lo sappiamo, certo devono far parte di una qualche setta, di una qualche congrega dedita al male e alla distruzione. Gente che in altri tempi avrebbero bruciato sui roghi o a cui avrebbero tagliato la testa sulla publica piazza. Il più lesto dei tre, quello che pare essere il loro leader, Camiel, lunga barba e stracci da homeless, si presenta alla porta di una casa subrbana assai fighetta e assai ben abitata da marito in carrierissima, moglie casalinga-madre però pittrice giusto per realizzarsi, più tre figlioli – un maschio e due femmine – e babysitter danese. Nonostante il pessimo e inquitante aspetto, Camiel risce a convincere la signora a aprirgli perché si possa fare un bagno e darsi una rassettata. Ce n’est qu’un début, ovviamente. Il nostro maligno ospite – demone fiammingo come per secoli da quelle parti se ne sono evocati, temuti, raffigurati tanti – incomincia a tessere la sua trama, contando sui due complici e due signore assai streghesche. Il marito lo odia (e ha ragione), la moglie incomincia a sentirlo stranamente attraente, e sarà lei il varco attraverso cui il barbuto riuscirà a installarsi definitivamente nella magione. Tanto per incominciare, fa fuori il giardiniere onde farsi assumere, dopo essersi debitamente sbarbato per rendersi irriconoscibile dal padrone di casa, come nuovo curatore di piante e fiori. Siamo a questo punto dalle parti di quel vecchio film di Schlesinger che si chiamava <em>Uno sconosciuto alla porta</em> e anche un po’ del solito, sempre omaggiato, <em>Rosemary’s Baby</em> (il film più citato e ripreso insieme a <i>Otto e mezzo</i>). La cosca, la setta, la ghenga – chiamatela come volete – si allarga sempre più, conquista anime e corpi con strani intrugli e altre cose che non si capiscono tanto bene, e chi non passa dalla loro parte viene fatto fuori e buttato a gambe in giù nel lago. Che dire? Il film non è così inquietante come vorrebbe essere e stranamente soffre di un certo perbenismo-tradizionalismo formale nella confezione che lo rende elegantuccio e anche anodino e abbastanza insapore e inodore. Di piuzza di zolfo se ne sente poca, in fondo, il regista non riesce a comunicare neanche un decimo dell’autentico orrore che ci procurava <em>Funny Games</em> di Haneke. Resta un esempio di bizzarro cinematografico che troverà di sicuro i suoi cultori e i suoi entusiasti. Nella sua evidente critica all&#8217;istituzione famiglia e antiborghese sembra déjà-vu e assai retrodatato agli anni Settanta. Rimanendo in tema di extravaganze filmico-fiamminghe, era molto meglio, pur con tutti i suoi limiti di storyrelling, <em>La quinta stagione</em> visto lo scorso settembre a Venzia.</p>
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		<title>Festival di Cannes. Recensione: INSIDE LLEWYN DAVIS dei fratelli Coen è una parziale delusione</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 16:17:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Inside Llewyn Davis, di Joel e Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garrett Hedlund, Justin Timberlake. Presentato in concorso. Per vederlo mi sono fatto prima una coda di 50 minuti sotto la pioggia: respinto (come centinaia di &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/19/festival-di-cannes-recensione-inside-llewyn-davis-dei-fratelli-coen-e-una-parziale-delusione/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/049143.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51623" alt="049143" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/049143.jpg" width="822" height="548" /></a>Inside Llewyn Davis</em>, di Joel e Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garrett Hedlund, Justin Timberlake. Presentato in concorso.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/049144.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51624" alt="049144" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/049144.jpg" width="822" height="548" /></a><br />
<strong>Per vederlo mi sono fatto prima una coda di 50 minuti sotto la pioggia: respinto (come centinaia di altri giornalisti). Poi, alla seconda proiezione, una fila di due ore e dieci minuti, alle prese con una sicurezza alquanto rude. Quando finalmente ce l&#8217;ho fatta a vedere <em>Inside Lelwyn Davis</em> son rimasto abbastanza deluso. Per carità, è pur sempre un Coen-movie, intelligente, divertente, benissimo scritto e  girato. Ma non è quella ricostruzione dell&#8217;epopea dei folksinger anni &#8217;50-&#8217;60 che le note di produzione lasciavano intendere. Sì, il Greenwich c&#8217;è, la musica anche. Ma ai Coen importa altro, importa mettere a punto un ennesimo personaggio di perdente, bersagliato dagli uomini e fors&#8217;anche da Dio. Che è un&#8217;altra cosa rispetto a quanto ci era stato detto. <span style="color: #ff0000;">Voto 6 e mezzo</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/049145.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51625" alt="049145" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/049145.jpg" width="822" height="548" /></a><br />
Era uno dei film più attesi di questo Cannes. Così atteso che ieri, sabato 18, alle proiezioni stampa è successo di tutto, code infinite, spintoni, urla, tentate ribellioni contro gli inflessibile buttadentro delle sale, ma più buttafuori. Per quanto mi riguarda: mi sono fatto cinquanta minuti di attesa sotto la pioggia battente per il primo press screening alla famigerata Salle Debussy nel tardo pomeriggio (famigerata perché di capienza insufficiente), con risultato che allo scoccare dell&#8217;inizio della proiezione è stato dato lo stop, basta, non si entrava, non c&#8217;era più posto. Centinaia di giornalisti inferociti respinti. Siccome la proiezione seguente era alla 22 alla ancora più famigerata e piccola Salle Bazin, oltretutto protetta della security più dura e rigida del festival, per non perdermi di nuovo <em>Inside Llewyn Davis</em> mi sono messo in fila alle 19,50, cioè due ore e venti minuti prima. Dopo un&#8217;ora di attesa i signori della securitate ci fanno alzare tutti (ci eravamo messi a terra a lavorare di computer per occupare utilmente l&#8217;attesa) ordinandoci con modi rudi assai di sgombrare lo spazio e di arretrare. Peccato che dietro si fosse nel frattempo formata una fila enorme, sicchè noi, che ci eravamo accampati lì ore prima, saremmo finiti in coda a loro perdendo ogni chance di entrare. A quel punto è scoppiata la quasi-rivolta. &#8220;Da qui non ci muoviamo, on reste ici!&#8221;. Urla e insulti irriferibili in tutte le lingue del mondo, minacce di sfondare i cordoni e quant&#8217;altro. Finchè si è addivenuti all&#8217;accordo: si sarebbe rimasti al posto meritatamente e faticosamente conquistato senza perdere, come dicono le centraliniste automatiche dei call center, la priorità acquisita. Ecco, poi dicono beati voi che siete a Cannes e chissà come vi divertite. Devo dire che anche l&#8217;anno scorso non era stata una passeggiata, ma quest&#8217;anno va anche peggio, con code ancora più lunghe, attese ancora più estenuanti, e ancora più pioggia che nel 2012. Dopo tutto &#8216;sto casino uno finalmente entra e si vede <em>Inside llewyn Davis</em>, e ci rimane un filo male. Non che sia brutto, per carità. I Coen non potrebbero fare un film brutto nenche se ci si mettessero d&#8217;impegno. Solo che non è quello che ci si aspettava e che le sinossi ci avevano raccontato, ed è invece un Coen-movie sul solito sfigato, sul solito loser, come i due ne hanno già fatti decine. Nelle molto colte e dettagliate note di presentazione ci avevano avvertito che si trattava della ricostruzione di una fase storica della pop culture americana e della sua musica: l&#8217;epopea dei folk singer che tra fine anni Cinquanta e primissimi Sessanta rivoluzionarono il suono americano con la voce e la chitarra. Non Peter, Paul &amp; Mary e nemmeno il Bob Dylan che sarebbe venuto subito dopo, ma coloro che occuparono lo spazio in mezzo. Così suggeriscono le note evidentemente ispirate dagli stessi Coen, e a me, che musicologo non sono nè tantomeno filologo di quella fase, mi paiono distinizioni anche troppo sottili e un filino capziose. Dunque: il protagonista di questo film si ispirerebbe a Dave Van Ronk, pioniere di un nuovo genere sfortunato e malcompreso, e i semi gettati da lui al Greenwych Village avrebbero poi fatto la fortuna di altri. Si ispirerebbe, perché il personaggio ha per nome Llewyn Davis, compone, suona e canta musica che pochi apprezzano e gran parte del pibblico e dei produttori musicali rifiuta. Non ha un dollaro, dorme sui divani di quei pochi che ancora accettano di ospitarlo. Mike, con cui aveva formato un duo di una qualche modesta notorietà, si è suicidato gettandosi da un ponte e adesso Llewyn (nome gaelico) è solo. Ci sarebbe una ragazza, ma da quando l&#8217;ha messa incinta lei non vuole più vederlo, non lo sopporta più, lo butta fuori di casa, vuol solo che lui le dia i soldi per abortire (la interpreta una livida Carey Mulligan al limite della megera). <span id="more-51613"></span>Solo che poi il film dal Village devia da un&#8217;altra parte, anzi verso molte e troppe e troppo confuse direzioni. Non che manchi la musica, anzi, e alcuni numeri sono divertenti e perfino meravigliosi. Solo che a mio parere non è quello il centro di gravità del film, il centro è Llewyn Davis, non in quanto folksinger, ma in quanto folksinger incompreso, dunque sfigato, dunque perdente perdentissimo. Un altro uomo alla deriva e bersagliato dai dardi della sorte come ne abbiamo incontrati tanti nella filmografia dei Coen, ad esempio abbastanza recentemente in <em>A Serious Man</em>, che però era assai meglio di questo. Il film è pieno di deviazioni, anche abbastanza incongrue, di subplot, di personaggi collaterali: tutto molto ben orchestrato, tutto molto ben girato, tutto molto intelligente-divertente alla maniera Coen, solo che è un&#8217;altra cosa da quanto ci era stato detto e promesso, ecco. <!--more-->Sì, si ride parecchio alle scene con il discografico spilorcio di Llewyn e la sua ineffabile vecchia segretaria. Ci si diverte alla storia del gatto perso, ritrovato e di nuovo perso e di nuovo ritrovato. Il viaggio verso Chicago è l&#8217;occassione per John Goodman di mettere a segno una delle sue ormai seriali strepitose caratterizzazioni, un vecchio, massiccio appassionato di jazz dai molti vizi privati, di una laidezza e di un cinismo alla Orson Welles ultima maniera e ultima fase. Per non parlare del suo autista, apparentemente opaco e decerebrato, che si rivelerà poi essere un attore della scena underground newyorkese senza lavoro dopo che la polizia ha chiuso il teatro per oscenità (di un testo di Orlovsky). Un cameo in cui Garrett Hedlund conferma di essere uno dei talenti maggiori sui trent&#8217;anni, e fors&#8217;anche l&#8217;uomo più sexy apparso a Hollywood dopo Brad Pitt (prendano nota le groupies di Ryan Gosling). Insomma, i Coen, al contrario delle loro dichiarazioni programmatiche, non vanno mica tanto a fondo nella scena del Village di quegli anni cui forse sono poco interessati e preferiscono al solito una narrazione ondivaga, oscillante, decostruita e destrutturata, dove rispetto all&#8217;asse principale contano i singoli quadri e ritratti, i frammenti isolati, le piccole grandi esplosioni di follia e surrealtà. Tutto molto coeniano, certo, anche molto godibile: si sorride e si ride, ma è il solito esercizio autoreferenziale e ombelicale dei due talentuosissimi fratelli. Alla fine sul palco del Gaslight, così si chiama il club cantinaro in cui si esibiscono i nuovi in cerca di fama, sale un tizio di cui vediamo solo l&#8217;ombra scontornata. I capelli sembran quelli di Bob Dylan, la boce raspata e nasale pure. E Llewyn Davis? Resta ad ascoltare e forse capisce che con quello lì non ce ne sarà più per nessuno. Finale brillantissimo di un film più furbo che bello. Dettaglio: il tenutario del club si chiama Pappi Corsicato, come il regista napoletano. Non credo sia un caso, immagino che sia un omaggio dei Coen al Pappi di <em>Libera</em> e del recento <em>Il volto di un&#8217;altr</em>a. Chi ne sa di più, faccia sapere, grazie.</p>
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		<title>Festival di Cannes. Recensione: JIMMY P. è acuto, sottile, ben girato. Peccato che non riesca a interessarci</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 14:03:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Jimmy P. (Psychoterapy of a plains indian), regia di Arnaud Desplechin. Con Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee. Presentato in Concorso. Desplechin abbandona i suoi consueti scenari della Francia del Nord e si sposta in America a raccontare di &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/19/festival-di-cannes-recensione-jimmy-p-e-acuto-e-ben-girato-peccato-che-non-riesca-a-interessarci/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048130.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51608" alt="048130" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048130.jpg" width="1029" height="684" /></a>Jimmy P. (Psychoterapy of a plains indian)</em>, regia di Arnaud Desplechin. Con Benicio Del Toro, Mathieu Amalric, Gina McKee. Presentato in Concorso.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048131.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51609" alt="048131" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048131.jpg" width="1029" height="684" /></a><br />
<strong>Desplechin abbandona i suoi consueti scenari della Francia del Nord e si sposta in America a raccontare di un indiano reduce di guerra oppresso da una misteriosa malattia e dell&#8217;antropologo che lo cura. Tratto da un famoso caso clinico, un film ben fatto e benissimo scritto che però non riesce mai a interessarci. È che la storia stavolta latita. Analogie con <em>The Master</em>, ma il risultato è assai inferiore. <span style="color: #ff0000;">Voto 5 e mezzo</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048535.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51610" alt="048535" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048535.jpg" width="1029" height="684" /></a><br />
A Arnaud Desplechin non ha fatto bene questa trasferta tra le praterie americane per girare in inglese un film assai lontano dal mondo che racconta di solito, la Francia del Nord già un po&#8217; fiamminga abitata da famiglie contorte e disfunzionali eppure vitali (mi riferisco a <em>I re e la regina</em> e <em>Racconto di Natale</em>, entrambi meravigliosi). Pare che da tempo meditasse di portare su schermo un testo di antropologia ormai classico, scritto dal francese Georges Devereux su una sua esperienza come psicoterapeuta di un indiano reduce di guerra (della seconda guerra mondiale). Curare la malattia anche tenendo conto della diversità culturale dei nativi amricani rispetto all&#8217;universo wasp: una narrazione di sicuro affascinante e sulla carta assai promettente, che però Desplechin non è riuscito a tradurre in un film interessante. Film finemente scritto e girato &#8211; Desplechin è un ottimo storyteller e dialoghista, e un regista rispettoso e insieme profondo e analitico, non dotato però del dono della sintesi e dell&#8217;ellissi &#8211; ma inesorabilmente incapace di coinvolgere lo spettatore. Gli ingredienti giusti ci sarebbero, la messinscena è di una qualità che non si può discutere, ma non c&#8217;è niente da fare, calma piatta, non si decolla mai. Stranamente sono molte le affinità con <em>The Master</em> di Paul Thomas Anderson, anche se siamo lontani purtroppo da quel risultato. Anche qui c&#8217;è un reduce disadattato della WWII, anche qui attraverso una storia di devianza e di non adeguamento alle regole sociali si fa luce su una fase decisiva della cultura americana, quella tra anni Quaranta e Cinquanta che vide l&#8217;eplosione massiccia delle scienze cosiddette umane, la psicanalisi freudiana soprattutto, ma anche la psichiatria, la sociologia, l&#8217;antropologia.<br />
Jimmy è un indiano che, tornato dal fronte europeo, non ce la fa più a riprendere una vita deecente, oppresso da incubi e mal di testa che lo lasciano prostrato. All&#8217;ospedale di Topeka dov&#8217;è ricoverato non san più che fare, fisicamente risulta a posto, qualcuno avanza l&#8217;ipotesi di schizofrenia, ma anche questa diagnosi non pare convincere. Si chiama allora Georges Devereux, un antropologo francese di origine ebraico-ungherese ormai basato a New York, perché si faccia carico di quel caso apparentemente insolubile. Quella che segue, e che vediamo, è la terapia cui Deveureux sottopone il suo speciale paziente, qualcosa a metà tra la psicanalisi e l&#8217;antropologia, che in questo caso significa attenzione all&#8217;universo nativo-americano da cui Jimmy proviene &#8211; la lingua, i simboli, i miti &#8211; e che Devereux conosce bene per averlo studiata per anni. Il problema è che questo caso clinico non è interessante, non riesce a intressarci mai, non presenta elementi in grado di innescare l&#8217;attenzione di chi guarda. Manca la storia, manca un racconto avvincente. Risulta molto datato anche il ricorso del terapeuta a tecniche vetero-freudiane parecchio logorate, come le associazioni libere, o l&#8217;interpretazione dei sogni. Cose che il cinema faceva molto bene, e molto credibilmente, negli anni Quaranta e Cinquanta quando appunto in America il sapere psicanalitico esplose, e improntò film memorabili come <em>Io ti salverò</em> di Hitchcock, <em>Lo specchio scuro</em> di Robert Siodmak e <em>Improvvisamente l&#8217;estate scorsa</em> di Tennessee Williams/Joseph Mankiewicz. Oggi tutto sembra frusto e polveroso, e poco credibile ahinoi. <em>Jimmy P.</em> parte da buonissime intenzioni e ottime premesse per approdare a qualcosa di deludente. Benicio Del Toro (il paziente) e Mathieu Amalric (l&#8217;antropologo) sono ovviamente bravi, ma non basta.</p>
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		<title>Festival di Cannes. Recensione: il giapponese LIKE FATHER, LIKE SON ripropone l&#8217;archetipo dei figli scambiati nella cullla</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 11:41:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Like Father, Like Son (Tale padre, tale figlio), regia di Kore-Eda Horozaku. Con Fukuhama Masaharu, Ono Machiko, Maki Yoko, Lily Franky. Giappone. Presentato in concorso. È il terzo film in pochi mesi su bambini scambiati nella culla: cosa mai vorrà &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/19/festival-di-cannes-recensione-il-giapponese-like-father-like-son-ripropone-larchetipo-dei-figli-scambiati-nella-cullla/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048163.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51594" alt="048163" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048163.jpg" width="476" height="595" /></a>Like Father, Like Son (Tale padre, tale figlio)</em>, regia di Kore-Eda Horozaku. Con Fukuhama Masaharu, Ono Machiko, Maki Yoko, Lily Franky. Giappone. Presentato in concorso.<a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048457.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51595" alt="048457" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048457.jpg" width="850" height="638" /></a><br />
È il terzo film in pochi mesi su bambini scambiati nella culla: cosa mai vorrà dire? <span style="color: #ff0000;"><span style="color: #000000;">Stavolta siamo in Giappone, con due famiglie travolte dala rivelazione e alla ricerca disperata di una soluzione. Con la solita domanda sullo sfon do: si è genitori per sangue o per vicinanza di vita con i figli? Film ben girato, ma che resta inesorabilmente prigioniero di molti cliché. Applausone alla fine. Potrebbe piacer a Spielberg, presidente di giuria, da sempre semsibile alle storie di bambini in difficoltà.</span> Voto tra il 5 e il 6</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048564.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51596" alt="048564" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048564.jpg" width="850" height="638" /></a><br />
Strana (e pure significativa) coincidenza: negli ultimi mesi sono tre film, comprendendo questo giapponese appena visto qui a Cannes nella competizione, a riproporre l&#8217;archetipo narrativo e anch mitico e antropologico dei bambini scambiati nella culla. Si è cominciato con I<em>l figlio dell’altra</em> della francese Lorraine Lévy (il miglioe della terzina), si è continuato con il pessimo <em>I figli della mezzanotte</em> tratto da Salman Rushide, adeso tocca a questo <em>Like father</em>, like son, Tale padre, tale figlio. Che riprende l&#8217;eterna e mille volte vista storia con una minuziosità e un’attenzione al dettaglio assai nipponici, come una preziosa raffigurazione in miniatura di sentimenti familiari e inter-familiari, come un bonsai di un grande mito originario presente in ogni cultura a ogni latitudine. Dunque, abbiamo una famiglia della Tokyo affluente (“casa vostra sembra un hotel” di lamenta la sanguigna madre di lei quando li va a trovare) più che perbene, perbenino. Lui è in carrierona in una immobiliare potente e ammanicata, e padre assente (“nessuno mi può sostituire al lavoro”, dice), lei è una donna dolce e intelligente cui tocca far fronte a un marito tanto impegnato quanto intransigente (l’elasticità non è la migliore attitudine dl nostro). Al loro bimbetto Keita danno la migliore isruzione possibile, pianoforte compreso. Finché per chissà quale test medico emerge che Keita non è il loro figlio, e si fa presto a scoprire dello scambio in culla all’ospedale. Al processo che seguirà, l&#8217;infermiera colpevole ammetterà di averlo fatto apposta, riecheggiando quella dei <em>Figli della mezzanotte</em>. Ci vuole un attimo anche a risalire all’altra famiglia, e all’altro bambino. Oviamente questi altri sono dei proletari-piccoloorghesi un filo cafoni, però allegri, vitali, con tre ambini compreso il figlio che non è geneticamente loro. Dunque la contrapposizione tra le più classiche è: borghesi versus proletari, rigidità e anaffettività da ricchi versus estroversione e calore affettivo da poverri. Non proprio una novità, diciamolo, anzi siamo nel pieno dei più vieti cliché. La figura intorno a cui ruota la narrazione è il padre borghese, con le sue insoddisfazioni verso quel figlio così poco competitivo, così poco attrezzato per le lotte dure della vita, un non-vincente nato. Figlio in cui fa fatica a riflettersi, e quando scoprirà che non è suo riuscirà a darsi una spiegazione di quel solco che ha sempre sentito tra loro due. <span id="more-51588"></span>Ma basterà scambiarseli, i bambini, come faranno le due famiglie dopo un periodo diciamo così di prova, per risolvere la situazione? Certo che no. Le cose si rivelano un bel po&#8217; più comolicate. Si va avanti per due ore e passa ad analizzare ogni minimo fremito e tremito nell’una e nell’altra famiglia, fino a un finale-non finale che lscia aperte molte domade e non dà risposte certe. Soprattutto lascia aperto l’eterno dilemma: si è figli (e padri e madri) per sangue o per consuetidine e vicinanza di vita? Il film sviscera la faccenda com civiltà, attenzione, rispetto, un grande pudore, ma anche con una certa pedanteria e abbondanti e parecchio usurati psicologismi.: senza riuscire a liberarsi da cliché vecchi e nuovi, comporesi quelli politicamente corretti. Alla fin fine <em>Like Father, Like Son</em> pencola verso quella che ormai è una convinzione di massa in Occidente e anche in Giappone evidentemente, secondo la quale i figli tuoi sono quelli che ti sei cresciuto, non importa se portano il tuo dna o no. Troppo lungo, troppo minuzioso, il film è girato assai bene e con eleganza nipponica. Lunghissimo applauso, soprattutto da parte del pubblico femminile. Piacerà di sicuro, qualche distributore italiano se lo dovrebbe comprare. Non escluderei neanche un premio qui a Cannes, anche se si è visto di molto meglio. Il presidente di giuria Steven Spielberg, si sa, è da sempre sensibile alle storie di bambini abbandonati, mal amati, cresciuti in condizioni difficili se non avverse, da <em>E.T.</em> a <em>L’impero del sole</em>, e questo film gli potrebbe essere piaciuto molto.</p>
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		<title>Festival di Cannes. Recensione: LE PASSÉ (Il passato) di Farhadi è finora il film più palmabile</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 23:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luigilocatelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le Passé (Il passato), un film di Agshar Farhadi. Con Bérénice Bejo, Ali Mosaffa, Tahar Rahim, Pauline Burlet, Elyes Aguls, Sabrina Ouazami, Babak Karim, Valeria Cavalli. Benchè lontano dal suo Iran, Agshar Farhadi conferma di essere un autore di livello &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/18/festival-di-cannes-recensione-le-passe-il-passato-di-farhadi-e-finora-il-film-piu-palmabile/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048542.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51582" alt="048542" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048542.jpg" width="935" height="510" /></a>Le Passé (Il passato)</em>, un film di Agshar Farhadi. Con Bérénice Bejo, Ali Mosaffa, Tahar Rahim, Pauline Burlet, Elyes Aguls, Sabrina Ouazami, Babak Karim, Valeria Cavalli.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048141.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51583" alt="048141" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048141.jpg" width="907" height="495" /></a><br />
<strong>Benchè lontano dal suo Iran, Agshar Farhadi conferma di essere un autore di livello massimo. Lo aveva mostrato in <em>Una separazione</em>, lo mostra in questo <em>Il passato</em> girato a Parigi. Anche stavolta si parte da un divorzio per scoperchiare segreti, simulazioni, bugie. mezze verità, inganni e controinganni. Tutto in famiglia. Tutto o quasi girato in qualche interno, eppure avvincente come un thriller e grandiosamente epico: un colossal dell&#8217;anima. <span style="color: #ff0000;">Voto 7 e mezzo</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048540.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51584" alt="048540" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048540.jpg" width="935" height="510" /></a><br />
Si temeva che la lontananza da Teheran potesse condizionare l’iraniano Agshar Farhadi e depotenziarne le qualità mostrate nel magnifico <em>Una separazione</em>, vincitore alla Berlinale, vincitore di due Oscar, uno dei più bei film degli utlimi anni, un capolavoro di scrittura. Invece <i>Le Passé</i>, il passato, girato in Francia con capitali francesi e con molti attori francesi, conferma in pieno la sua taglia di autore massimo. Film che non ha per niente deluso, anzi ha convinto tutti ed è al momento in cui scrivo (sabato 18 sera) il più palmabile tra quelli visti in compétition. Cerco manca ancora una settimana di corsa, e molte cose molto attese sono ancora da vedere, ma credo sarà difficile in sede di palmarès ignorare <em>Il passato</em>. Molte le analogie e le affinità con <em>Una separazione</em>. Anche qui c’è di mezzo un divorzio, anche qui si entra in una famiglia dalla apparente normalità per scoperchiarne man mano segreti, doppifondi, antri bui, e grovigli quasi inestricabili. Un viaggio nelle esistenze e nelle anime appassionante come un thriller, perché Farhadi conosce come pochi oggi l’arte dello storytelling, della narrazione tesa e sempre aperta a rivelazioni, capovolgimenti, colpi di scena. Con il dono di trasformare un qualunque interno di famiglia in un ring e in un terreno di scontri grandiosi, e di saper costruire dialoghi che sembrano in prea diretta dalla vita da tanto suonano credibili. Ahmad torna a Parigi dall’Iran fopo molti anni per presentarsi davanti al giudice e divorziare dalla moglie francese Marie. Tutto è pronto, si tratta solo di una pratica burocratica da sbrigare. Così almeno sembra, perché come sempre in Farhadi il semplice è solo il primo passo verso il complesso, in una sorta di piccola teoria delle catastrofi applicata al vivere quotidiano, per cui da un fatto qualunque, da una frattura minima si innesca una reazione a catena che porta a esiti imprevedibili. Questo era l’implacabile congegno narrativo di <i>Una separazione</i>, e questo è anche in <i>Le passé</i>. Ahmad viene ospitato da Marie nella sua casa fuori città, con giardino intorno e vista su binari e treni che sfrecciano. <span id="more-51576"></span>È lì, in quell’interno, e anche un po’ inferno, che ha a che fare con le due figlie avute da Marie dal primo marito, Lucie, adolescente, e la più piccola, Léa. Ma c’è anche il nuovo compagno di Marie, Samir, e suo figlio Fouad. Le pedine sono disposte sulla scacchiera, e da lì comincia la partita orchestrata da Farhadi. Il piccolo Fouad non sopporta quella casa, non sopporta che il padre stia con Marie, non sopporta Marie. Lucie è angosciata dall’idea che la madre sposi quello che lei considera un intruso. Ma il vero non-detto, il mai-detto, eppure fantasma presente e incombente, è la moglie di Samir, in coma in ospedale dopo un tentativo di suicidio. Perché l’ha fatto? Quale verità, o quali verità, sono nascoste dietro a quella che tutti, Samir in testa, liquidano come depressione? Inganni e controinganni, mezze verità e mezze bugie, residui di mistero e di inespersso anche dopo le rivelazioni più scioccanti, o gli scontri verbali più fruenti. Tutto è incerto, tutto può essere verità o simulazione. Fino al’ultima scena. Una partitura a più personaggi e a più voci che ti ingoia, ti risucchia dentro e non ti molla più. Se il film ha un difeto, è quello di essere troppo lungo e, nelle rivelazioni finali, un po’ macchinoso e artificioso. C’è una storia di email un po’ troppo contorta per esere davvero credibile. Ma sono increspature sulla superficie di un film bello e importante. Bérénice Bejo, la spigliata starlet di <em>The Artist</em>, qui si fa carico di un personaggio complesso e pieno di ambiguità fino alla sgradevolezza e lo fa con una maturità che sorprende. In corsa per il premio come migliore attrice. Gi altri sono perfetti (Farhadi è anche un eccellente direttore di attori): Ali Mosaffa è Ahmad, Tahar Rahim è un Samir inafferrabile, sfuggente, forse il personaggio più stratificato del film. Un attore in enorme crescita, Rahim (lanciato anni fa proprio qui a Cannes da <em>Un prophète</em> di Audiard), visto oggi anche in un <em>Grand Centrale</em> di Rebecca Zlotowski proiettato a <em>Un certain regard</em>.</p>
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		<title>Festival di Cannes. Recensione: il cinese A TOUCH OF SIN potrebbe vincere la Palma, ma a me non è piaciuto (e cerco di spiegare il perché)</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 14:14:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tian Zhu Ding (A Touch of Sin - Un tocco di peccato), un film di Jia Zhang-ke. Con Jiang Wu, Zhao Tao, Wang Baoqiang, Luo Lanshan. Cina. Presentato in Concorso. Potente, possente, smisurato (quasi due ore e mezzo). Gigantografia in &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/18/festival-di-cannes-recensione-il-cinese-a-touch-of-sin-potrebbe-vincere-la-palma-ma-a-me-non-e-piaciuto-e-cerco-di-siegare-il-perche/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048169.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51566" alt="048169" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048169.jpg" width="850" height="550" /></a><a href="http://org-www.festival-cannes.com/assets/Image/HD/048843.pdf">Tian Zhu Ding (A Touch of Sin </a>- Un tocco di peccato)</em>, un film di Jia Zhang-ke. Con Jiang Wu, Zhao Tao, Wang Baoqiang, Luo Lanshan. Cina</strong>. <strong>Presentato in Concorso.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048171.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51567" alt="048171" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048171.jpg" width="850" height="567" /></a><br />
<strong>Potente, possente, smisurato (quasi due ore e mezzo). Gigantografia in più atti di una Cina travolta socialmente e moralmente dal turbocapotalismo e dallo sviluppo selvaggio. Vinctori e vinti. E i vinti dan fuori di testa, ammazzano, si amazzano. Qualcuno (gli americani soprattutto) parla già di Palma d&#8217;oro per <em>Un tocco di peccato</em>. Io l&#8217;ho trovato troppo concettuale, troppo freddamente costruito, troppo programmatico, troppo a tesi per convincere davvero. <span style="color: #ff0000;">Voto 5 e mezzo</span></strong><strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048567.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51568" alt="048567" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048567.jpg" width="850" height="574" /></a></strong><br />
Sì, lo so che quetso flm è già in odore di Palma d’oro, insieme al francese Il passato (ma diretto dall’iraniano Asghar Farhadi). Sì, lo so che è un film di quelli che vengono definiti un grandioso affresco, in questo caso affresco raffigurante la nuova Cina del capitalismo &amp; socialismo, ma più il primo che il secondo. Sì, lo so che il regista Jia Zhang-ke è un nome di rspetto, anzi un maestro riconosciuto che a Venezia vinse Leone oro con <em>Still Life</em> negli anni mulleriani in cui c’era sempre un cinese a portar via qualche premio. Sì, lo so che A Tuch of Sin è un film epocale, immenso, fuori misura (dira sulle due ore e 20, e sembrano anche di più), più grande della stessa vita che vuol descrivere, di quelli che fan vrsare molto inchiostro, sia materico che virtuale. Già se ne parla come del capolavoro di Cannes 66, la stampa americano l’ha issato in cima alla lista dei favoriti, <em>The Daily Beast</em> lo ha già monumentalizzato. Non bastasse, è pure circonfuso dall&#8217;aureola dell&#8217;opera dissenziente e amtiregime. Mentre si sta in  fila, quasi sempre sotto la pioggia, gira la vice tra giornalisti che per la sua spietatezza nel descrivere le pene e le contraddizione e il marcium della Cina di questi tempi, il film sia parecchio inviso alle autorità e rischia di non ottenere l&#8217;imprimatur. Ora, di fronte a tutto questo potrò dir che invece a me il film non è poi tanto piaciuto e che anzi qua e là l’ho trovato parecchio fastidioso? Un film multifocale, sulla scia dei vecchi <em>Magnolia</em>, <em>Babel</em> e <em>AmoresPerros</em>. Più personaggi e più storie che però rispetto a qui modelli, non si intrecciano ma si susseguono, creando una narrazione per blocchi, o se volete atti e episodi di una sorta di oratorio laico, con sottili fili che li collegano, e personaggi maggiori o collaterali che congiungono un episodio all&#8217;altro, fino a che nell’ultima scena la fine e l&#8217;inizio si incontrano, a suggellare la circolarità del racconto e della struttura. Film calcolatissimo, costruito con la precisione e il virtuosismo maniacale di un orologiaio. In comune a ogni framento c’è l’anomia, per usare un vecchissima categoria sociologica ottocentesca di Durkheim, anomia che si diffonde come un contagio psico-sociale in  questo passaggio storco della Cina da paese comunista che era, e tradizionale, rurale, a punta del turbocapitalismo gloale. <span id="more-51561"></span>Vite e menti e anime, come diceva Durkheim, che precipitano in varie forme di disadattamento, se non quando di follia. Con molto sangue, molti omicidi, mote efferatezze. Un vecchio compagno (si suppone del partito comunista) si indigna per come i maggiorenti corrotti del villaggio hanno privatizzato una miniera svendendola al solito piccolo oligarca: farà una strage con un fucile da caccia. Un lavoratore che ha lasciato la famiglia per andarsene a Canton fa fuori come in un rovente action americano i tre ragazzi che tentano di rapinarlo. Sarà solo l&#8217;inizio di orrori e tragedie seriali. Vediamo una donna che lavora in una sauna-massaggeria, infelice innamorata di un uomo sposato che non si decide a lasciare la moglie. Vediamo un ragazzino che lavora in fabbrica e poi finisce a fare da cameriere-uomo security in un bordello per richi cinesi e stranieri: taiwanesi, coreani, Tutto sembra corrotto, corroso, marcio dentro, tutto sembra destinato alla dissoluzione, al disastro, alla tragedia. Tutto finisce nel sangue. È questa ineluttabilità, questo ferreo determinismo a non convincere per niente. <em>La città del peccato</em> è, visibilissimamente, un film con tesi incorporata in cui non c’è spazio per deviazioni narrative, contraddizioni, e nemmeno per la leggerezza, qui abita solo il tragico, in una sequenza di atrocità, morti, omicidi, disgrazie, suicidi che alla fine assumono una meccanicità artificiale e, spiace dirlo, perfino ridicola. Se vedete un signore prendere il treno, state certo  che quel treno avrà un incidente. E se vedete un anonimo, agghiacciante palazzo in vetrocemento state certi che da lì qualcuno si butterà. Signora mia, è tutto una disgrazia. Jia Zhang-ke condanna, stigmatizza, si indigna, cerca di farci indignare, punta il dito accusatorio sul lercio e a melma che stanno sommergendo il suo paese, su come la modernizzazione stia creando mostri e mostruosità. Non senza una qualche ambigua nostalgia del genere si stava meglio quando si stava peggio (vedi l’episodio primo, quello della miniera). Mi sbaglierò, ma ho sentito circolare in questo film una cert&#8217;aria di nostalgia canaglia del comunismo, fenomeno peraltro che si è già verificato nell&#8217;ex Unione Sovietica o nell&#8217;ex Ddr. <em>Un tocco di peccato</em> sa di troppo di manifesto e di parabola predicatoria perché mi possa piacere, sorry, è un cinema che non è nelle mie corde. Dopodichè non posso non ammirare la gran sapeienza registica di Jia Zhang-ke, il suo condurre il film con piglio robusto cavandone un quadro impressionante e perfino possente di una Cina corrosa dall&#8217;industrializzazione, dalla ricchezza (per pochi ancora), dalle disuguaglianze, dal consumismo anche questo diseguale. Certe scene non si dimenticano. Quelle arance rovesciate sull&#8217;asfalto che all&#8217;inizio metaforizzano già quello che poi vedremo lungo il racconto. Quel bordello per ricchi con le ragazze abbigliate da guardie rosse discinte. Prove che ci troviamo di fronte a un&#8217;opera di rispetto, che però ahimè non risce a farsi amare (almeno da me).</p>
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		<title>Cannes, stamattina: standing ovation per Jodorowski e il suo nuovo, meraviglioso &#8216;La danza de la realidad&#8217;</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 13:12:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo le due ore al Palais del film di Desplechin, stamattina subito via di corsa direzione Quinzaine dove alle 11,30 si dava il nuovo, misterioso e girato in gran segreto film di Alexander Jodorowski, ultraottantenne ancora in gran forma di &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/18/cannes-stamattina-standing-ovation-per-jodorowski-e-il-suo-nuovo-meraviglioso-la-danza-de-la-realidad/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/Schermata-jpeg-2013-05-18-a-15.07.08.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51557" alt="Schermata jpeg 2013-05-18 a 15.07.08" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/Schermata-jpeg-2013-05-18-a-15.07.08.jpg" width="615" height="393" /></a>Dopo le due ore al Palais del film di Desplechin, stamattina subito via di corsa direzione Quinzaine dove alle 11,30 si dava il nuovo, misterioso e girato in gran segreto film di Alexander Jodorowski, ultraottantenne ancora in gran forma di testa e di membra. UNo che ha fatto la storia del cinema tra Sessanta e Settanta, anche se oggi il lettore medio globale lo conoisce più per i suoi libri esoterici dedicati ai tarocchi e altro.<br />
Tre quarti d&#8217;ora in fila sotto una pioggia battente, fredda e cattiva, la peggior fila di questo Cannes e di quello dell&#8217;anno scorso, e i signori della Quinzaine che non si decidevano ad aprire le porte (peggio quasi che al Palais). Nonostante impermeabili e ombrelli e scarpe invernali, eravamo tutti fradici quando finalmente ci siamo potuti sedere sulle poltroncine rosse. Però il film &#8211; titolo <em>La danza de la realidad</em> &#8211; meritava e ci ha ripagato. Rimando a un ulteriore post per la recensione. Intanto dico solo che <em>La danza</em> ha convinto perfino me che non ho mai amato e talvolta detestato il regista di <em>La montagna sacra,</em> <em>El Topo</em> e <em>Santa Sangre</em>, capofila e padre di molti pessimi cineasti con voglie e derive surreal-ispaniche ma spesso privi di talento. Lui il talento ce l&#8217;ha, l&#8217;ha sempre avuto, come no, anche se magari scarsamente tenuto a freno e un po&#8217; debordante. Stavolta ha girato assai fellinianamente (Fellini è cinematograficamente sempre stato un suo parente stretto) il suo personale <em>Amarcord</em>, raccontando &#8211; imagino con parecchie libertà &#8211; la sua infanzia in una cittadina del Cile con il padre autoritario, ateo e comunista e la madre invece sempre in contatto con una dimensione parallela. Non dico di più, se non che il film, oltre che rutilante e pieno di invenzioni visive e immaginifico come si aspetta da Jodorowski, è anche assai divertente, commovente, tenero. Una grandissima riuscita che io, francamente, non mi aspettavo. <em>La danza de la realidad</em> potrebbe diventare per questo Cannes quello che fu l&#8217;anno scorso <em>Holy Motors</em>. Solo che Jodorowski è più trasparente, meno cerebrale e anche meno artefatto di Carax, suo degno allievo. Alla fine un applauso che è stato un&#8217;esplosione, e quando lui è arivato sul palco tutti doverosamente in piede. Una bella ragazza è perfino salita a baciarlo piangendo, ringraziandolo per quanto le aveva regalato il film.</p>
<div id="attachment_51558" class="wp-caption aligncenter" style="width: 1005px"><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/danza_realidad.jpg"><img class="size-full wp-image-51558" alt="La danza de la realidad" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/danza_realidad.jpg" width="995" height="746" /></a><p class="wp-caption-text">La danza de la realidad</p></div>
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		<title>Festival di Cannes 2013. Recensione: THE BLING RING. Sofia Coppola e le sue ragazzine ladre e fashioniste</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 21:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>luigilocatelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Bling Ring, regia di Sofia Coppola. Con Emma Watson, Claire Julien, Taissa Farmiga, Katie Chang, Israel Broussard e Paris Hilton nella parte di se stessa. Presentato a Un Certain Regard. Quattro ragazzine e un loro coetaneo si specializzano in &#8230; <a href="http://nuovocinemalocatelli.com/2013/05/17/festival-di-cannes-2013-recensione-the-bling-ring-sofia-coppola-e-le-sue-ragazzine-ladre-e-fashioniste/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048240.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51547" alt="_DSC1496.NEF" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048240.jpg" width="850" height="566" /></a>The Bling Ring</em>, regia di Sofia Coppola. Con Emma Watson, Claire Julien, Taissa Farmiga, Katie Chang, Israel Broussard e Paris Hilton nella parte di se stessa. Presentato a Un Certain Regard.</strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048241.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51548" alt="_DSC0754.NEF" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048241.jpg" width="850" height="566" /></a><br />
<strong>Quattro ragazzine e un loro coetaneo si specializzano in furti nelle ville dei ricchi e famosi, e delle famose per essere famose come Paris Hilton e Lindsay Lohan. È caccia grossa a vestiti, borse, scarpe, gioielli firmati. <strong>È</strong> il gusto di sfregiare l&#8217;intimità dei propri idoli. Un film che si ispira a quanto accadde davvero qualche anno fa a Los Angeles. Sofia Coppola racconta ancora di ragazzine che faticano a rescere e l&#8217;ossessione della celebrità, ma in un film più estroverso e facile. Che è anche un crudele resoconto antropologico su certi mondi, certe sottoculture e tribù. <span style="color: #ff0000;">Voto 7</span></strong><a href="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048238.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-51549" alt="_DSC6213.NEF" src="http://nuovocinemalocatelli.com/wp-content/uploads/2013/05/048238.jpg" width="850" height="566" /></a><br />
Dopo il malmostoso e molto criticato <em>Somewhere</em>, Sofia Coppola torna con il suo film più mainstream, anche più estroverso e consumabile, quello che potrebbe anche conquistare un largo pubblico globale (femminile specialmente: non si vede quanto maschi possano essere interessati a questa storia molto fashionable e molto da fashion victim). Torna a un Certain Regard e non in Compétition, quasi declassata e punita dopo che parecchi anni fa il suo molto atteso <em>Marie Antonette</em> qui in concorso fu accolto con niente applausi e molti buuh. Forse, anche, sottilmente e magari inconsciamente punita (anche i festival hanno un inconscio) per la contestata vittoria veneziana del Leone d’oro nel 2010 con <em>Somewhere</em>, assegnatale da un Tarantino presidente di giuria che la conosceva molto bene, essendo stato il suo fidanzato. Quest’anno devo dire he il downgrading, spesso per imperscrutabili motivi, si porta molo a Cannes. Anche un’altra autrice maggiore come Claire Denis è finita a <em>Un certain regard</em>, ma i casi più chiacchierati quando si sta in fila o ai tavoli di qualche cafè son quelli di giornalisti il cui badge è stato declassato: da rosa a blu, o da blu a giallo (dovete sapere che qui vige un sistema assai castale, o da società di corte: a ogni giornalista vien dato un accredito con un colore, che stabilisce il rango e anche la priorità di entrata alle proiezione. In alto stanno quelli con il badge bianco – l’aristcorazia ianca, come la chiamo io -, seguono i rosa pastillé, poi i rosa e basta, quindi i blu, gli arancioni e, in fondo, gli ultimi, i gialli, chiamati anche ‘queli della stella gialla’ per alludere alla infelice condizione di vittima designate. Gran parte dei giornalisti italiani qui, diciamo il 70 per cento, è nela fascia blu). Ecco, a moltissimi è capitato, al ritiro del badge, di trovarsi con un colore peggiore dellanno scorso, ed è stata una bella botta. Dunque, torniamo alla semi-bocciata Coppola, collocata a <em>Un certain regard</em>, anche se The <em>Bling Ring</em> ha avuto l’onore e la pompa che, essendo francese, è pompa davvero, dell’inaugurazione. <span id="more-51544"></span>Film che  me è piaciuto parecchio. Dopo <em>Somewhere</em> auspicavo che l&#8217;indubbio talento della Coppolina si applicasse finalmente a una storia un po’ più larga, un po’ più dispiegata. Questa lo è, anche se poi la talentuosa figliola di Francis continua a rigirare intorno alle sue ossessioni, ma poi, quale regista o altro artista non lo fa? Ossessioni che sono le fanciulle adolescenti, colte nel sempre complicato passaggio alla vita grande, prese nella rete di mille pulsioni. Fanciulle preferibilmente cresciute all’ombra di Hollywood, comunque attratte dal gorgo dalla celebrità. Stavolta però non ci sono più storie inimiste come in <em>Lost in translation</em> o <em>Somewhere</em>, ma qualcosa di più antropologico, il ritratto abbastanza algido e distaccato, ma di crudele esattezza, di certa subcultura giovane attratta dalla fama, dal successo, dai feticci sberluccicanti della moda. Un film-cronaca ispirato da una inchiesta di Vanity Fair America dal titolo <em>I colpevoli portano Louboutin</em> su una banda di teenager che qualche anno fa penetrava nella case dei ricchi, belli e famosi, soprattutto belle e famose, per razziare gioielli e ogni possibile oggetto fashion, scarpe, vestiti, orologi, e soldi se capitava. Eccolo qua il <em>Bling Ring</em>, come viene subito battezzata dai media la banda, e come ce la mostra il film: quattro ragazze e un loro coetaneo un po&#8217; succube un po&#8217; valletto un po&#8217; eunuco. La leader è Rebecca, consumatrice come tutti da quelle parti di droghe varie, ormai ladra consumata e seriale. Convince un compagno di scuola timido e imbranato, col problema di non essere bello come ormai la regola sociale esige, anzi più che convincerlo lo plagia, e con lui comincia a penetrare in ville lasciate vuote dai proprietari in vacanza. Seguono colpi più grossi, insieme ad altre tre amiche-complici. E i colpi veri sono a casa dei loro idoli, i loro modelli di riferimento, le ricche e famose, le famose per essere famose, masimamente le due icone Paris Hilton e Lindsay Lohan. La banda del bling bling entrerà da loro, ruberà il rubabile. Ma non è solo quello, ovvio. E’ la smania, il bisogno di stare vicino alla celebrità, di annusarne l&#8217;intimità domestica, il penetrarne gli angoli bui e segreti, è il bisogno di essere lei in un processo di osmosi psicologica e identificazione. I momenti migliori del film sono quelli dell’eccitazione, dello stupore estatico nel trovarsi all’interno del sacrario dei loro adorati totem. La stanza sereta in cui Paris custodisce centinaia e centinia di scarpe, i Rolex d&#8217;antiquariato della coppia Orlando Bloom-Miranda Kerr, i gioielli di Lindsay Lohan. Nessuno come Sofia Coppola in questo film ci aveva fatto capire finora quel brivido erotico, ma che attiene anche alla dimensione del sacro, che coglie il comune mortale a contatto con la star idealizzata e gli oggetti-simulacro che la rappresenano e ne sono il prolungeamento. Come in una cerimonia che insiema celebra l’idolo e lo sfregia, lo distrugge. La banda del <em>Bling Ring</em> estende e moltiplica ciò che le due serve di Genet mettevano in atto verso la padrona troppo odiata per non essere anche invidiata e forse oscuramente amata. Non c’è da parte della regista alcun tentativo di psicologizzare o di cercare giustificazioni sociologiche (in questo è molto affine al film di Ozon <em>Jeune &amp; Jolie</em>, visto il giorno prima a Cannes, che tratta di un’altra ragazzina, stavolta non ladra ma prostituta per scelta o per torpore o chissà cos’altro). S. Coppola segue il suo gruppo di mentecatte &#8211; con mentecatto annesso &#8211; nelle scorribande nelle magioni (ma davvero è così facile entrare in casa di divi e divetti? davvero non ci sono sistemi di allarme che pure da noi sono installati dappertutto?) senza partecipazione, semmai con una certa algida ironia. Indimenticabile la casa di Paris Hilton, già auto-mausoleo con le sue foto dappertutto, le sue copertine di vari magazine, perfino i cuscini con la sua faccia. I momenti più agghiaccianti e insieme divertenti sono le deposizioni al processo, le dichiarazioni alla stampa, da cui si desume una coscienza dei componenti del gruppo a linea piatta. Con Nicki (una Emma Watson ormai abbondamentemente mancipata da <em>Harry Potter</em> e molto cresciuta) che dichiara come l&#8217;esperienza l&#8217;abbia resa più matura e come il suo sogno sia di dirigere una grande organizzazione di charity e diventare una leader. Non aspettatevi un heist movie, un film di rapina come lo potrebbe dirigere un testosteronico giovinastro della Hollywood nuova-nuova, e nemmeno aspettatevi un altro Spring Breakers (anche se le analogie esteriori ci sono): qui i toni son sempre morbidi e sciccosamente svagati, l&#8217;andamento sinuoso ed elegante, il tocco inconfondibilmente femminile. Insomma, Sofia Coppola. Semai qualche analogia c&#8217;è con Spring Breakers, di cui è in qualche modo il lato</p>
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