Locarno 70. Tutte le recensioni dei 18 film del concorso

Winter Brothers

Winter Brothers

Quadro riassuntivo dei 18 film presentati nel Concorso Internazionale e in corsa per il Pardo d’oro. Oggi, sabato 12 agosto, alle ore 15 verrà comunicato in conferenaz stampa dal presidente della giuria Olivier Assayas il vincitore del Pardo.
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9 Doigts di F.J. Ossang
As Boas Maneiras
di Juliana Rojas e Marco Dutra
Charleston
di Andrei Cretulescu
Did You Wonder Who Fired The Gun?
di Travis Wilkerson
Dragonfly Eyes (Qing Ting zhi yan)
di Xu Bing
En el séptimo diá
di Jim McKay
Freiheit
di Jan Spekenbach
Gemini
di Aaron Katz
Gli Asteroidi
di Germano Maccioni
Goliath
di Dominik Locher
Good Luck
di Ben Russell
La telenovela errante di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento
Lucky di John Carroll Lynch
Madame Hyde di Serge Bozon
Mrs. Fang di Wang Bing
Ta Peau si lisse di Denis Côté
Wajib di Annemarie Jacir
Winter Brothers di Hilnur Palmás

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Locarno 70. LA MIA CLASSIFICA FINALE dei film del concorso

Madame Hyde

Madame Hyde

Oggi, sabato 12 agosto, alle ore 15 la giuria presieduta da Olivier Assayas annuncerà in conferenza stampa il titolo  vincitore del Pardo d’oro di Locarno 70. Il favorito a mio parere è Mrs. Fang di Wang Bing, non il migliore film del suo autore, e nemmeno del concorso internazionale. Ma è l’occasione per premiare finalmente uno dei maggiori documentaristi degli anni Duemila. 18 i film presentati: ecco la mia classifica finale.
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1) Madame Hyde di Serge Bozon
2) 9 Doigts di F.J. Ossang
3) Wajib di Annemarie Jacir
4) Dragonfly Eyes (Qing Ting zhi yan) di Xu Bing
5) As Boas Maneiras di Juliana Rojas e Marco Dutra
6) Good Luck di Ben Russell
7) Mrs. Fang di Wang Bing
8) Winter Brothers di Hilnur Palmáson
9) Lucky di John Carroll Lynch
10) Freiheit di Jan Spekenbach
11) En el séptimo diá di Jim McKay
12) La telenovela errante di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento
13) Charleston di Andrei Cretulescu
14) Gemini di Aaron Katz
15) Ta Peau si lisse di Denis Côté
16) Gli Asteroidi di Germano Maccioni
17) Did You Wonder Who Fired The Gun? di Travis Wilkerson
19) Goliath di Dominik Locher

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Locarno 70. Recensione: GLI ASTEROIDI è l’unico italiano del concorso, ed una delusione

971960Gli Asteroidi di Germano Maccioni. Con Riccardo Frascari, Nicolas Balotti, Chiara Caselli, Pippo Delbono, Alessandro Tarabelloni, Adriana Barbieri. Concorso Internazionale.
971966La chiamano la banda dei candelabri, rubano nella chiese. Sono ragazzi variamente sbandati, variamente in rotta con le famiglie, manovrati da un torvo mandante. Siamo in un’Emilia che non è più quella rossa di una volta. Sparita ogni solidarietà di classe, resta solo il nichilismo. Un film che mescola noir, family drama, racconto di formazione, ma che non ce la fa a tenere insieme i pezzi, soprattutto quando si avventura in quella contaminazione con i generi oggi dilagante, e non sempre necessaria. Voto 4 e mezzo
971964Ma scusate, perché è stato messo in concorso in quota Italia questo goffo, malriuscito e indeciso a tutto Gli Asteroidi al posto di Easy, commedia di insolita finezza e di belle idee collocata invece nella sezione seconda Cineasti del presente? Non conoscevo prima di Locarno Germano Maccioni, il regista di Gli Asteroidi, non avevo visto i suoi precedenti documentari, uno dedicato a Giovanni Lindo Ferretti (e lo vorrei recuperare: per Ferretti, of course). Ma questo suo primo lungo di fiction, spiace dirlo, non è gran cosa, per usare un garbato eufemismo. Racconto di formazione, storia nera di provincia, crime story, family drama con difficili rapporti madre-figlio e padre-figlio, insomma si miscela tutto con parecchie strizzate d’occhio al cinema di genere, anzi dei generi come fa figo adesso. Solo che Gli Asteroidi va da tutte le parti, ovvero da nessuna parte, un po’ qua un po’ la, senza imboccare mai una strada. E, Dio mio, che dialoghi inudibili, che battute (“ero il miglior topo di appartamento della Bassa”: ma si può?). E musica e cultura – il violoncello, Montale – buttati lì a segnalare il sublime della vita, ché una vita alta e nobile è possibile oltre il fango e la merda in cui si dibattono i protagonisti. E la banda dei candelabri! Oggi, nella Bassa emiliana! Ma è mai possibile che degli sbandati come quelli che Maccioni ci mostra si mettano in testa di potersi arricchire rubando nelle chiese? Che saranno almeno quarant’anni che giustamente i parroci – quei pochi rimasti, e in quelle poche chiese rimaste ancora aperte (e, se aperte, comunque part time) – han ritirato ogni cosa di un qualche valore, e se proprio non han messo gli allarmi, almeno han chiuso gli ori in sacrestia. Invece qua no, tutto a portata di razzia. Un ragazzo maligno e guasto dentro di nome Ivan, perfetto nome da comunismo emiliano di una volta, e il suo amichetto di buona famiglia ma roso da tormenti, l’incube e il succube, il marcio e il traviato, rubano i suddetti candelabri (per Ivan è l’ennesima volta, per il buon Pietro è la prima) agli ordini di un torvo mandante-pizzaiolo, scellerato puparo di quella vita criminale di provincia, cattivissimo maestro (è Pippo Delbono, ormai specializzato nel repertorio di occhiate oblique e silenzi minacciosi, vedi anche La ragazza del mondo). Le news locali raccontano le imprese della banda degli altari – altro che Igor – , e non si capisce come i carabinieri, che di sicuro conoscono da sempre fatti e misfatti di tutti, non riescano a beccarli.
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Locarno 70. Recensione: EN EL SÉPTIMO DIÁ chiude il concorso (può un film tradizionalmente narrativo come questo vincere qualcosa?)

971753En el séptimo diá, di Jim McKay. Con Fernando Cardona, Gilberto Jimenez, Alfonso Velazquez, Abel Perez. Concorso Internazionale.
971757Sette giorni nella vita di José, giovane immigrato messicano a Brooklyn. La domenica deve giocare la partita finale del campionato di futbol della comunità, ma il padrone lo ha precettato al lavoro. E se non si presenta, sarà licenziato. Il fim segue lo sbattimento di José per trovare una soluzione. Ed è anche l’occasione per penetrare in una comunità di immigrati e raccontarla. Film in apparenza troppo semplice per i sofisticati palati da festival (“vuoi mettere con Raul Ruiz?”), e invece non così trascurabile. Con una macchina che non fa mai sentire la propria presenza, non è mai soverchiante. Al contrario di tanto cinema alto. Voto 6 e mezzo
971759L’ultimo press screening del concorso (ho bucato ieri quello di Gli asteroidi, unico italiano in corsa pe il Pardo, per vedermi finalmente Le vénérable W. di Barbet Schroeder, e ne valeva la pena: sicché il film di Maccioni lo recupero oggi in proiezione per il pubblico), e non un applauso, quache sbuffo di noia, generale indiffereza. Eppure si tratta di un film assai godibile, un ritratto alla Ken Loach, ma con un più di legerezza e meno enfasi ideologica, di un pezzo di working class di Brroklyn, una piccola comunità di immigrati messicani, alcuni con papeles, altri in attesa di regolarizzazione se mai ci sarà. Con una bella idea narrativa che evita l’effetto letale del puro cinema di impegno o del docu etnografico. Impeccabilmente girato, e però con una macchina da presa che non fa mai sentire la propria presenza, mai soverchiante, mai protagonista, con un senso di verità dentro che è del migliore cinema indie americano. Eppure snobbato dai malmostosi cinefestivalieri. Certo, dopo giorni e giorni di cose ad altissimo tasso di complessità e sofisticazione, di Raul Ruiz postumi e incompiuti (e incomoprensibili), di documentari che sembrano horror (e viceversa), di estenuanti piani sequenza onde restituire in tempo reale tranches di vite derelitte in ogni angolo del globo, ormai non hai più i recettori per un film come questo. Ben costruito, ben raccontato, di impianto tuttosommato classico nonostante l’ibridazione tra cinema del reale e fiction che fa molto film da festival. Anch’io per una mezz’ora almeno ho sbuffato di fronte a tanta semplicità, poi mi sono arreso, mi sono fatto coinvolgere dal protagonista, dai suoi snatimenti quotidiani, dalla sua passione per il calcio. Il calcio giocato, mica solo guardato. Che è più di una passione, è un segno identitario del suo gruppo, della comunita di Mex in New York.
José vive in un minuscolo appartamento diviso con altri connazionali immigrati (e quando arriva uno nuovo, stremato da giorni di viaggio, si mette giù un materasso, un tappeto, e via). Lui ha almeno un lavoro decente, delivery man in bicicletta di un ristorante con padrone (non ispanico) alquanto stronzo. Gli altri puliscono cessi, vendono spugne e altra robaccia per strada, lavano piatti. Un pugno di maschi compatti, autorganizzati (sono i maschi soli che tendono a lasciarsi andare, quando invece condividono con altri la stessa casa tirano fuori la casalinga che  c’è in loro spartendosi pulizie, spesa, cucina, lavaggio e stiro ecc.), Poi c’è il calcio, come no. José è la piccola star dei Puebla, equipo che partecipa a un campionati tutto interno alla comunità. Vincono la semifinale, devono disputare la domenica successiva la finale. Sognando una vittoria che è anche, ovvio, un riscatto sulla qualunquità di ogni giorno. E però Steve, il padrone di José, lo precetta al lavoro per quel giorno fatale, proprio per la domenica, il settimo giorno. Ha una festa di gente con soldi lì mel locale e non può rinnnciare a lui: e se non ti presenti ti licenzio. Continua a leggere

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Locarno 70. Recensione: il cinese DRAGONFLY EYES è il film che non ti aspetti: la vera sorpresa del concorso

976995Qing Ting zhi yan (Dragonfly Eyes – Gli occhi della libellula) di Xu Bing. Concorso internazionale.
976997A descriverlo sembra un film folle, o troppo concettuale per funzionare. E invece funziona. Videoartist, Xu Bing (non parente di Wang, anche lui in concorso con Mrs. Fang) ha raccolto una gran quantità di footage di videocamere di sorveglianze, e lavorando di selezione e montaggio ne ha ricavato una storia. Quella di una ragazza che parte monaca buddista e diventa qualcosa di molto diverso. Con un incredibile colpo di scena. Poteva essere un’operazione artficiosa, non lo è. Tra le cose più interessanti del concorso. Un altro passo verso la cancellazione del confine tra cinema del reale e cinema della finzione. Voto 7+
976998Xu Bing chi? Cinese come il suo omonimo e più conosciuto Wang, pure lui in concorso (vedi alla voce Mrs. Fang), ma non parente. Quanto al da dove viene-cos’ha fatto, il curriculum fornito dal festival ci fa capire come sia un videoartist, più aduso alle biennali, alle accademie, ai musei, alle mostre che ai festival di cinema. Eppure questo suo film, che non nega per niente identità e passate opere del suo autore e anzi ne è la coerente evoluzione, è sorprendentemente tra i più narrativi di questo concorso così faticoso e anche punitivo in fatto di storie. Non dico avvincenti, ma storie tout court, racconto, trama. Operazione comunque anche assai concettuale, a forte rischio cerebralità, questo Dragonfly Eyes. Fortunatamente benissimo introdotta a inizio film da una lunga e chiara spiegazione (che quando ci vuole ci vuole, altroché, mica come certi film fighetti che per timore dell’effetto didascalia considerato cheap si astengono dal darti la minima informazione utile, sicché tu annaspi in cerca disperata di un appiglio). Dunque: Xu Bing ci fa sapere che da anni cercava di metter su um film con i footage delle videocamere di sorveglianza ormai presenti in ogni angolo e anfratto di Cina, specie della Cina urbana. Ma c’erano problemi di accesso ai materiali, permessi ecc., finché una gran quantità di video è stata immessa su Internet, e lui ha potuto attingervi. Poteva limitarsi a un film di puro montaggio, a produrre senso e visioni attraverso l’accostamento delle immagini. Invece ha scelto una strada più impervia e più interessante, alla quale non mi risulta ci siano precedenti (se sì, ditemelo: grazie). Vale a dire costruire per mezzo di un’accurata selezione e accostamento di quei footage una storia. Con un protagonista, un tragitto drammaturgico, con twist e colpi di scena. E, abbastanza incredibilmente, ci è riuscito. Il bello è che la cerebralità del progetto non la si avverte quasi. Certo, si segue il film come si assiste alla difficile performance di un acrobata, al salto della morte. Ammirati dalla temerarietà dell’impresa e dal suo grado di difficoltà ai limiti dell’impossibile. Il che induce nello spettatore una sorta di strabismo, di doppio sguardo: partecipe (verso la storia e i personaggi) e distaccato, di pura osservazione-contemplazione (della sfida linguistica e narrativa messa in atto). Una duplicità che produce, qua e là, qualche inevitabile distorsione visiva e percettiva.
Si comincia con il footage da un monastero buddista di una qualche provincia del paese-continente. Una giovane monaca resta turbata dagli interventi di ristrutturazione e apliamento che incombono: “Il fengshui sarà alterato!”, si lamenta con la badessa. Capisce che quel posto non fa più per lei e che è ora di buttarsi nel mondo, nel suo vortice, di misurarsi e contaminarsi con la realtà. Se ne va, passa da un lavoro all’altro, conosce un bravo ragazzo che si innamora di lei. Ne succederanno di ogni, finché lei si riciclerà, in qualche modo rinascerà. con nuovo nome cone star dello streaming- Non aggiungo altro. Dico solo che gli sviluppi sono sorprendenti – chapeau al videoartist Xu Bing assai abile anche nel maneggiare lo storytelling -  con qualche (qualche) affinità con La pelle che abito di Pedro Almodovar. Intanto ci scorrono davanti frammenti-footage di frenesie urbane, parchi divertimento, disastri naturali, annegamenti, colossali incidenti stradali, immani templi del consumo, ristoranti. Di quella bellezza impersonale, muta e ipnotica, come di realtà parallele, che è delle immagini riprese dagli occhi tecnologici, impassiblii,  avalutativi delle camere di sorveglianza (io ne sono sempre stato affascinato). Spesso Xu Bing si concede delle soste, rallenta il passo della narrazione, si ferma, contempla, lascia che i footage più clamorosi erompano sullo schermo con la loro inconsapevole fantasmagoria o con la purezza estetica casualmente colta e raggiunta dall’occhio tecnologico. Naturalmente la ragazza protagonista è il risultato di video eterogenei, con donne diverse riprese da lontano e pazientemente editati fino a creare l’illusione dello stesso personaggio. Ed è strabiliante anche il lavoro fatto sui dialoghi, inventati ex novo e però benissimo adattati alle immagini dellevideoc amere di sorveglianza. Xu Bing è anche assai abile nell’alternare registri e perfino generi diversi, dal dramma al mélo al noir allo psicothriller. Ma, come sempre nei film cinesi, a strabordare e conquistare lo schermo è la Cina, paese di stupefacente e inquietante vitalità che non si finirebbe mai di guardare.

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