Locarno 70. Recensione: il cinese DRAGONFLY EYES è il film che non ti aspetti: la vera sorpresa del concorso

976995Qing Ting zhi yan (Dragonfly Eyes – Gli occhi della libellula) di Xu Bing. Concorso internazionale.
976997A descriverlo sembra un film folle, o troppo concettuale per funzionare. E invece funziona. Videoartist, Xu Bing (non parente di Wang, anche lui in concorso con Mrs. Fang) ha raccolto una gran quantità di footage di videocamere di sorveglianze, e lavorando di selezione e montaggio ne ha ricavato una storia. Quella di una ragazza che parte monaca buddista e diventa qualcosa di molto diverso. Con un incredibile colpo di scena. Poteva essere un’operazione artficiosa, non lo è. Tra le cose più interessanti del concorso. Un altro passo verso la cancellazione del confine tra cinema del reale e cinema della finzione. Voto 7+
976998Xu Bing chi? Cinese come il suo omonimo e più conosciuto Wang, pure lui in concorso (vedi alla voce Mrs. Fang), ma non parente. Quanto al da dove viene-cos’ha fatto, il curriculum fornito dal festival ci fa capire come sia un videoartist, più aduso alle biennali, alle accademie, ai musei, alle mostre che ai festival di cinema. Eppure questo suo film, che non nega per niente identità e passate opere del suo autore e anzi ne è la coerente evoluzione, è sorprendentemente tra i più narrativi di questo concorso così faticoso e anche punitivo in fatto di storie. Non dico avvincenti, ma storie tout court, racconto, trama. Operazione comunque anche assai concettuale, a forte rischio cerebralità, questo Dragonfly Eyes. Fortunatamente benissimo introdotta a inizio film da una lunga e chiara spiegazione (che quando ci vuole ci vuole, altroché, mica come certi film fighetti che per timore dell’effetto didascalia considerato cheap si astengono dal darti la minima informazione utile, sicché tu annaspi in cerca disperata di un appiglio). Dunque: Xu Bing ci fa sapere che da anni cercava di metter su um film con i footage delle videocamere di sorveglianza ormai presenti in ogni angolo e anfratto di Cina, specie della Cina urbana. Ma c’erano problemi di accesso ai materiali, permessi ecc., finché una gran quantità di video è stata immessa su Internet, e lui ha potuto attingervi. Poteva limitarsi a un film di puro montaggio, a produrre senso e visioni attraverso l’accostamento delle immagini. Invece ha scelto una strada più impervia e più interessante, alla quale non mi risulta ci siano precedenti (se sì, ditemelo: grazie). Vale a dire costruire per mezzo di un’accurata selezione e accostamento di quei footage una storia. Con un protagonista, un tragitto drammaturgico, con twist e colpi di scena. E, abbastanza incredibilmente, ci è riuscito. Il bello è che la cerebralità del progetto non la si avverte quasi. Certo, si segue il film come si assiste alla difficile performance di un acrobata, al salto della morte. Ammirati dalla temerarietà dell’impresa e dal suo grado di difficoltà ai limiti dell’impossibile. Il che induce nello spettatore una sorta di strabismo, di doppio sguardo: partecipe (verso la storia e i personaggi) e distaccato, di pura osservazione-contemplazione (della sfida linguistica e narrativa messa in atto). Una duplicità che produce, qua e là, qualche inevitabile distorsione visiva e percettiva.
Si comincia con il footage da un monastero buddista di una qualche provincia del paese-continente. Una giovane monaca resta turbata dagli interventi di ristrutturazione e apliamento che incombono: “Il fengshui sarà alterato!”, si lamenta con la badessa. Capisce che quel posto non fa più per lei e che è ora di buttarsi nel mondo, nel suo vortice, di misurarsi e contaminarsi con la realtà. Se ne va, passa da un lavoro all’altro, conosce un bravo ragazzo che si innamora di lei. Ne succederanno di ogni, finché lei si riciclerà, in qualche modo rinascerà. con nuovo nome cone star dello streaming- Non aggiungo altro. Dico solo che gli sviluppi sono sorprendenti – chapeau al videoartist Xu Bing assai abile anche nel maneggiare lo storytelling -  con qualche (qualche) affinità con La pelle che abito di Pedro Almodovar. Intanto ci scorrono davanti frammenti-footage di frenesie urbane, parchi divertimento, disastri naturali, annegamenti, colossali incidenti stradali, immani templi del consumo, ristoranti. Di quella bellezza impersonale, muta e ipnotica, come di realtà parallele, che è delle immagini riprese dagli occhi tecnologici, impassiblii,  avalutativi delle camere di sorveglianza (io ne sono sempre stato affascinato). Spesso Xu Bing si concede delle soste, rallenta il passo della narrazione, si ferma, contempla, lascia che i footage più clamorosi erompano sullo schermo con la loro inconsapevole fantasmagoria o con la purezza estetica casualmente colta e raggiunta dall’occhio tecnologico. Naturalmente la ragazza protagonista è il risultato di video eterogenei, con donne diverse riprese da lontano e pazientemente editati fino a creare l’illusione dello stesso personaggio. Ed è strabiliante anche il lavoro fatto sui dialoghi, inventati ex novo e però benissimo adattati alle immagini dellevideoc amere di sorveglianza. Xu Bing è anche assai abile nell’alternare registri e perfino generi diversi, dal dramma al mélo al noir allo psicothriller. Ma, come sempre nei film cinesi, a strabordare e conquistare lo schermo è la Cina, paese di stupefacente e inquietante vitalità che non si finirebbe mai di guardare.

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Locarno 70. LA MIA CLASSIFICA del concorso (a giovedì 10 agosto, 16 film su 18)

'9 Doigts (9 dita)', al secondo posto

’9 Doigts (9 dita)’, al secondo posto

16 dei 18 film del Concorso Internazionale sono stati proiettati, sabato la proclamazione del Pardo d’oro. Ecco la mia classifica a oggi, giovedì 10 agosto, a due film dalla fine (tra cui l’italiano Gli Asteroidi). Cliccare sul link per la recensione di questo blog.

1) Madame Hyde di Serge Bozon
2) 9 Doigts di F.J. Ossang
3) Wajib di Annemarie Jacir
4) Dragonfly Eyes (Qing Ting zhi yan) di Xu Bing
5) As Boas Maneiras di Juliana Rojas e Marco Dutra
6) Good Luck di Ben Russell
7) Winter Brothers di Hilnur Palmáson
8) Mrs. Fang di Wang Bing
9) Lucky di John Carroll Lynch
10) Freiheit di Jan Spekenbach
11) La telenovela errante di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento
12) Charleston di Andrei Cretulescu
13) Gemini di Aaron Katz
14) Ta Peau si lisse di Denis Côté
15) Did You Wonder Who Fired The Gun? di Travis Wilkerson
16) Goliath di Dominik Locher

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Locarno 70. Recensione: LA TELENOVELA ERRANTE, il film postumo di Raul Ruiz. Telenovela Cile

974886La telenovela errrante, di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento. Con Luis Alarcon, Patricia Rivadeneira, Francisco Reyes, Consuelo Castillo. Concorso Internazionale.
973010Perso, ritrovato, adesso restaurato e montato dalla moglie Valeria Sarmiento, che cofirma la regia. Riaffiora, postumo, un film del 1990 di Raul Ruiz: il Cile raccontato in forma di telenovela. Si ammirano la messinscena e la capacità mimetica del regista nel riprodurre i modi delle soap latinoamericane. Ma i frammmenti restano irrelati, manca il frame in cui inserirli. E si fatica enormemente a orientarsi in questo film-labirinto (e a cogliere i riferimenti al Cile). Sarebbe stato più saggio presentarlo fuori concorso, come si è fatto quest’anno a Cannes con il film postumo di Kiarostami. Voto 6 (voto neutro che sta per: impossibile valutare un film mai concluso dal suo autore).
973014Il film più indecifrabile di questo Locarno. Girato da Raul Ruiz nel 1990 in una settimana con un pugno di amici, perlopiù inetellettuali cileni come lui. Mai uscito. Creduto perso. Ritrovato. Adesso ripreso e montato dalla vedova Valeria Sarmiento. Un evento. Ma perché metterlo in concorso? Un film che Ruiz non aveva concluso o, almeno, su cui non aveva apposto il proprio sigillo. Sarà dura per la giuria non dargli un premio, che lo meriti o meno. Si doveva fare come a Cannes con il film post-mortem (peraltro spiazzante e bellissimo) di Abbas Kiarostami montato dal figlio, e metterlo saggiamente fuori concorso, che sarebbe stata la sua collocazione naturale. Non ho letto finora commenti né online né cartacei, ma immagino che, soprattutto dall’ala più oltranzista della critica, arriveranno devote recensioni e reverenti genuflessioni di fronte al capolavoro riesumato e salvato dall’oblio. Io dico che il film è pressoché impenetrabile, un oggetto alieno con cui è impossibile relazionarsi (ci vorrebbe la glottologa di Arrival). Se non fosse per le peraltro scarne note del pressbook si brancolerebbe nel buio. Vero che siamo abituati a tutto, e tutto abbiamo visto, dalla frantumazione-distruzione di ogni forma narrativa al cinema estatico di pura visione, ma qui viene meno ogni appiglio. Ecco, il pressbook ci informa come nel 1990 Raul Ruiz (attenti alla data e alla storia: in Cile un referendum ha mandato a casa Pinochet e ripristinato la democrazia, ma il dittatore resta ambiguamente a capo delle forze armate) vari questo film convinto che il solo modo di raccontare il suo paese sia quello della soap latinoamericana. Cito testualmente: “Il film si svolge intorno al concetto di telenovela. La sua struttura si basa sull’assunto che la realtà cilena non esista, ma è piuttosto un insieme di telenovelas“. Una telenove errante, allora, nel senso (se ho ben capito) di quattro tracce di racconto, ognuna focalizzata su un aspetto del Cile, con personaggi che possono trasmigrare da una novela all’altra. O che, mentre interpretano la loro novela, assistono al tournage o alla messa in onda delle altre (e viceversa). Rispecchiamenti, biforcazioni, finzioni. Borges in fondo non è così lontano. Continua a leggere

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Locarno 70. Recensione: DO YOU WONDER WHO FIRED THE GUN? Il documentario si fa pulp

960584Do You Wonder Who Fired the Gun? (Ti sei mai chiesto chi ha tirato il grilletto?) di Travis Wilkerson. Documentario. Concorso Internazionale.
960586Il regista parte per l’Alabama deciso a vederci chiaro in una storiaccia di famiglia, l’assassinio nel 1946 da parte del bisnonno razzista di un nero. Sarà un’indagine complicata. Intanto emergono altri pezzi di una violenza endemica e quasi genetica contro i black. La novità è che Wilkerson non adotta i codici austeri del cinema del reale, o del cinema di denuncia, ma enfatizza, massimalizza, esagera non negandosi niente: viraggi in rosso, grafica aggressiva, toni da B-movie (“questo è uno store stregato! pensate, tre persone ammazzate qua dentro!”). Peggiorando il tutto con la sua debordante voce fuori campo. Voto 4
960585Applausissimi a fine proiezione stampa. Io no, non ho applaudito. Ci sono dei film che semplicemente non sono a tua misura. Per i quali non hai i recettori giusti. Magari belli e importanti, ma incompatibili con la tua visione di cinema e, ebbene sì, del mondo. Questo Ti sei mai chiesto chi ha tirato il grilletto?, ma anche Ti sei mai chiesto chi ha sparato?, è quel tipo di film, pur trattando – mi rendo conto benissimo – un tema sensibile e ineludibile come il razzismo profondo, diffuso, quasi una malattia genetica, del Sud degli Stati Uniti. Anzi, lascia capire il regista Travis Wilkerson, dell’America tutta. È il tono sovreccitato, alterato e anche narciso (il regista si mette sempre di mezzo con una soverchiante voice over e con la propria storia personale e familiare che, come di fronte a certo Moretti, ti vien voglia di dire: per favore scansati che voglio sentire altro) a rendermelo indigeribile. Si comincia con spezzoni da Il buio oltre la siepe con Atticus Finch/Gregory Peck nobilmente impegnato nella difesa di un black accusato dello stupro di una bianca, spezzoni virati in rosso a imprimere una coloritura pulp che il bianco e nero dell’originale ovviamente non aveva. Perché Tom Wilkerson, autore a me non così noto ma che mi dicono essere doumentarista dal curriculum importante, ha di bello almeno questo. Che non si attiene ai codici austeri del documentarismo, alla penitenzialità del cinema del reale, ma sceglie una strada tutta sua, e devo ammettere originale, del docu fiammeggiante, sovreccitato, massimalista, ad alto tasso di emozionalità, sensazionalista. Tutto, pur di coinvolgere e travolgere lo spettatore e portarlo dalla sua parte. Che è anche, intendiamoci, la parte giusta. Perché, signori, non si può non provare raccapriccio e sdegno di fronte a cosacce infami quali segregazione razziale, linciaggio dei neri, suprematismo bianco e tutte le nequizie che Wilkerson ci sbatte addosso nell’ora e mezza del film. Peccato non abbia il senso della misura, né di una qualsiasi coerenza narrativa e stilistica. Sicché la pur encomiabile audacia di un documentarismo flamboyant crea solo cacofonia e ridondanza. Ma torniamo a Il buio oltre la siepe. Subito Wilkerson in voce fuori campo ci dice che se Atticus Finch è il bianco del Sud che si mette contro il ssuo mondo per stare dalla parte del nero innocente, lui invece deve raccontare la storia di un bianco dell’Alabama che un nero lo ha ammazzato. A colpi di pistola, E quest’uomo è il suo bisnonno S.E. Branch, un omone che nel 1946 uccise nel suo store un black di nome Bill Spann. Accusato di omicidio ma immediatamente prosciolto. Il bisnipote, che è sì bianco ma assai liberal, mica come quei buzzurri tarati dell’Alabama, vuole saperne di più, vederci chiaro, ricostruire cosa sia successo, scovare testimoni, riaprire l’album di famiglia. Con un’indagine in piena regola. E anche questo slittamento dal docu verso la detective story non sarebbe malaccio, se non fosse che Wilkerson non riesce a scoprire granché, anzi quasi niente, dunque divaga, tirando dentro cose anche importanti ma che non c’entrano molto con l’oggetto della sua ricerca. Non bastasse, ecco intermezzi grafici con cui si sparano a tutto schermo i nomi dei ragazzi neri uccisi negli ultimi anni da polizia e altri corpi di security, da Travyon Martin in avanti, come dire: ancora e sempre è il nero il bersaglio, il capro espiatorio della paranoia bianco-americana, non è cambiato e non cambierà niente. Sì, va bene, ma scusate, e il bisnonno? Come’è andata? Ce lo racconti o no? Lui ci prova, ma ovviamente ecco il muro di omertà e silenzio. Documenti spariti, bocche cucite. Una congiura. Certi orrendi ceffi lo seguono, probabilmente fanatici suprematisti bianchi armati e pericolosi. Intanto lui raccoglie e racconta altro. Le prime lotte antisegregazioniste. Le storie dei neri in fuga per non essere linciati. L’uccisione di un militante (bianco) impegnato nella lotta per i diritti civili accanto a Martin Luther King. Ne esce un quadro foschissimo, di violenza endemica, di una resistenza all’integrazione mai scomparsa del tutto e pronta a riesplodere. Continua a leggere

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Locarno 70. Recensione: MRS. FANG di Wang Bing è il molto probabile Pardo

962017Mrs. Fang, un documentario di Wang Bing. Concorso Internazionale.
962022Un film che ha tutte le stimmate del vincitore annunciato: è di uno dei maggiori documentaristi in circolazione, il cinese Wang Bing. E racconta e mostra la fase terminale di una signora affetta da Alzheimer. Commovente e disturbante. Però, di fronte a questo pur autoriale cinema del dolore, qualche dubbio molesto affiora. Voto tra il 6 e il 7
962014Eccolo, il grande favorito al Pardo d’oro. Il Pardo annunciato (all’altro titolo che non può essere dimenticato nel palmarès, il flm postumo di Raul Ruiz La telenovela errante, verrà dato un premio speciale, vedrete). Pardo assai probabile, anzi quasi certo, perché Wang Bing è autore di rispetto, l’uomo che con la macchina da presa è andato negli ultimi dieci-quindici anni a frugare nella Cina più nascosta ma anche qualunque, media, ordinaria, e per questo trascurata, meno raccontata dai media. Mostrandone con occhio implacabile e insieme compassionevole le vite complicate, la modernizzazione vertiginosa che ha rimodellato paesaggi naturali e paesaggi umani, le faglie che si sono prodotte nelle piccole e medie comunità, e nelle famiglie, a causa dell’emigrazione, dell’industralizzazione. Anche, dell’abbandono dei valori tradizionali. Non si potrà ricostruire e capire la Cina nel suo processo di mutazione verso lo status di superpotenza senza i film di Wang Bing. Che sono presenze abituali ai maggiori festival, Venezia, Berlino, Locarno, spesso premiati (non ricordo un Wang Bing a Cannes in questi anni Dieci, ma potrei sbagliarmi). Come un altro grande asiatico, il filippino Lav Diaz, anche il cinese Wang Bing ama la lunga durata, riprese interminabili e ipnotiche in tempo reale, camera fissa incollata alle facce e ai corpi, o a contemplare glacialmente i paesaggi e le minuscole presenze umane che vi si muovono dentro. E dunque di solito, quando si vede in programma a un festival un Wang Bing, ci si prepara con animo zen a una visione di qualche ora. Invece stavolta la durata è quella, aurea, dei 90 minuti. Cui corrisponde una dimensione assai più intima dei suoi soliti lavori (l’ultimo, Ku Qian, presentato lo scorso settembre a Orizzonti a Venezia, era l’affresco multifocale di una piccola, infaticabile città di piccoli laboratori tessili attiva h24). Accettando l’invito di una signora conosciuta durante la lavorazione di un precedente documentario, WB va nella sua piccola città, nella sua casa, a riprenderne l’anziana madre da molti anni malata di Alzheimer e adesso nella fase terminale di disfacimento fisico e mentale. Sono novanta minuti commoventi, perturbanti, agghiaccianti. Il volto di Mrs. Fang, questo il nome della morente, implacabilmente sbalzato in primissimo piano dalla mdp, un volto che sembra pacificato o, al contrario, devastato dalla paura (dipende dai momenti, dipende da come lo osserva il regista e da come noi spettatori lo guardiamo). Minuti e minuti di lei a riempire lo schermo, ed è difficile restare insensibili. Mrs. Fang giace in un piccolo letto in una piccola stanza con un altro letto dove dorme la figlia, o altri, dove persone di famiglia, vicini, conoscenti convergono per assistere l’inferma e allo spettacolo della malattia e della morte (e viene in mente il Louis XIV di Albert Serra, quasi un docu in costume sugli ultini giorni del Re Sole). Si sciabatta, si fanno cose assai ordinarie, si parla di cibo, si fuma, si guarda la televisione, e Mrs. Fang a pochi passi immobile, apparentemente incosciente, nel suo giaciglio. Turbano la promiscuità, la mancanza di quella che noi chiamiamo privacy (ci sarà un equivalente in mandarino?), l’esposizione quasi pubblica, l’ostensione del corpo martoriato. Si parla già di funerale, si discute di dove seppellirla, se lì nel villaggio o in un altro accanto alla tomba del marito. Si partecipa alla sua agonia e insieme ognuno procede nella sua solita vita. Wang Bing, con una delle sue intuizioni che lo rendono molto più di un osservatore del reale, alterna le riprese nella stanza della moritura con frequenti esterni, chiacchiere e cene intorno a una tavolata, scene di pesca sul fiume lì vicino, melmoso e torbido, probabilmnete inquinato. Si resta turbati non solo dalla promiscuità, ma anche dalla scarsa attenzione a certe elementari norme di pilizia. Continua a leggere

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