(al cinema) Recensione: NOI SIAMO LA MAREA, un film di Sebastian Hilger. Misteri sul Baltico

Noi siamo la marea (Wir Sind die Flut – We Are the Tide), un film di Sebastian Hilger. Con Max Mauff, Lana Cooper, Swantje Kohlhof, Roland Koch, Max Herbrechter, Waldemar Hooge. Al cinema da giovedì 21 giugno 2018. Distribuito da Mariposa Cinematografica in collaborazione con 30Holding.
Perché quel giorno su una spiaggia del Baltico la marea si è arrestata? E perché quindici bambini sono scomparsi? Uno studente di fisica si mette in testa di far luc sul mistero. Si scontrerà con parecchi ostacoli e l’ostilità del villaggio, finché una finestra sulla verità comincerà a schiudersi. Le ambizioni di uno sci-fi metafisico tipo Stalker di Tarkovsky sono evidenti, ma restano irrealizzate. Film tedesco presentato in concorso al Torino Festival 2016 e adesso nei nostri cinema. Voto 4 e mezzo
Il fantascientifico umanista, più centrato sui rovelli e i tormenti esistenziali di questo mondo che sulle battaglie stellari di altri mondi, parco di effetti speciali e pieno invece di risonanze pichiche, è un genere illustre che include autori immensi come Kubrick e Tarkovsky. Vi appartiene anche questo film, l’unico tedesco del concorso, che però non ce la fa nonostante le evidenti ambizioni ad andare oltre una modesta narrazione e a riscattarsi da una confezione che un tempo, prima della nuova serialità, si diceva televisiva. E a me son venuti in mente i legnosi film made in Germany che hanno affollato per anni – ed erano soprattutto gialli e family dramas – i palinsesti di Rai2 del weekend. Dietro un titolo pretenzioso come Noi siamo la marea si nasconde una storia lambiccata. In un piccolo paese del Baltico, mare che subito rimanda a plumbee atmosfere e foschi intrecci, c’è una zona chiusa, recintata, inaccessibile, guardata a vista dai militari. Verboten. Dal giorno in cui, quindici anni prima, la marea si è di colpo arrestata e in contemporanea sparirono quindici bambini. Volatilizzati, come rapiti dagli alieni. Uno studente di fisica di Berlino si mette in testa di far luce sul mistero rianalizzando i dati disponibili e cercandone altri sul campo. Ma si rifiutano di finanziargli il progetto, sicché non gli resta che raggiungere il Baltico e infiltrarsi clandestinamente nell’area proibita. Intanto al villaggio lui e la sua ex ragazza che ha deciso di seguirlo nella pazza impresa destano i peggio sospetti e suscitano ostilità e rigetto da parte della chiusissima comunità. Perché nessuno collabora? Perché tante bocche cucite?
Per un po’ si spera che il film ripercorra le nobili orme di Stalker di Tarkovsly, che ampli le porte della nostra perceezione e ci introduca a un’altra dimensione, che squarci il velo del reale per farci vedere oltre. Macché, è tutto un cavillosissimo procedere per ipotesi di fisica teorica, con nostra grande noia. Con una soluzione-non soluzione del mistero alla Shyamalan, ma più spiccia. Robetta, o robaccia. Senza neanche lo stile ad alzare il film dalla qualunquità. E l’annunciato sci-fi metafisico resta al livello di intenzione.

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(al cinema) Recensione: L’AFFIDO, un film di Xavier Legrand. Il più sopravvalutato dell’anno?

38148-Jusqu_a_la_garde_3___KG_ProductionsL’affido (Jusqu’à la garde) di Xavier Legrand. Con Denis Ménochet, Léa Drucker, Thomas Gioria, Mathilde Auneveux. Presentato a Venezia 2017, dove ha vinto il Leone d’argento per la migliore regia e il Premio Opera prima ‘Luigi De Laurentiis’. Al cinema da giovedì 21 giugno distribuito da Nomad Film Distribution, P.F.A. Films.
38144-Jusqu_a_la_garde_2___KG_ProductionsSi è preso allo scorso festival di Venezia due premi, e non ne meritava neanche mezzo. Il francese L’affido sfrutta un tema sensibile e di presa immediata come quello delle mogli stalkizzate dagli ex violenti e ci imbastisce sopra un film efficace ma rozzo, senza la minima sfumatura. Pencolante tra lo psicologismo da tribunale dei minori e il racconto horror. Voto 5 e mezzo
A038_C008_0715P8Nel 2014 il francese Xavier Legrand arrivava nella cinquina finale dell’Oscar per il miglior cortometraggio di fiction con il suo buonissimo Avant que de tout perdre (Prima di perdere tutto): mezz’ora tesissima intorno a una donna che cerca di scappare con i due figli dal marito intenzionato ad ammazzarla. L’Oscar non lo ha vinto, ma quel corto gli ha aperto molte porte permettendogli di realizzare questo suo primo lungometraggio, Jusqu’à la garde, letteralmente ‘Fino all’affido’, presentato lo scorso settembre a Venezia l’ultimo giorno del concorso. Film che riprende astutamente il nucleo di quella storia e gli stessi due attori protagonisti, Denis Ménochet e Léa Drucker. E strapiaciuto al pubblico, per come va a trattare il tema sensibilissimo e assai dibattuto tra talk show, inchieste, cronache, delle separazioni sanguinose con affidamento complicato e sempre rimesso in discussione – da una parte e dall’altra – dei figli.
Miriam se n’è andata, è tornata dai genitori con i due rampolli, Joséphine ormai quasi maggiorenne e Julien, undici anni soltanto. Il giudice minorile, che è poi una giudice, dovendo deciderne l’affido ascolta le ragioni dell’una (la madre) e dell’altro (il padre) e le accuse che reciprocamente si buttano addosso. Miriam parla di minacce da parte di Antoine, lui ribatte che la moglie gli nega il diritto fondamentale di vedere i suoi figli. Chi ha ragione? O, meglio, chi ci sta più vicino? Solita decisione salomonica della giudice: Julien resterà con la madre, ma un weekend su due lo passerà con il padre.
L’affido parte come un’indagine, non nuovissima, su quanto sia difficile in questi casi stabilire torti e ragioni, e sui costi psicologici procurati ai figli. Ci si aspetta che si esplorino adeguatamente tutti i lati e gli angoli del problema, che ci si addentri in un terreno tanto delicato utilizzando un pensiero complesso e non univoco. Continua a leggere

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Film stasera in tv: LA TALPA (giov. 21 giugno 2018, tv in chiaro)

La talpa, Rete 4, ore 23,22. Giovedì 21 giugno 2018.
Recensione scritta dopo la proiezione al festival di Venezia 2012.
La Talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy) di Tomas Alfredson.
Con Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, John Hurt.
Tratta dal capolavoro di John Le Carré La talpa, una spy-story dal gusto classico benissimo girata, con un manipolo di attori inglesi eccellenti. Ma contorta e labirintica, lenta e avvolgente, lontanissima dal cinema spionistico attuale alla Bourne. Un film nobile, ma a tratti incomprensibile e dalla noia asfissiante.Ora, cosa mai avrà spinto i produttori a investire in questo spionistico dal sapore vintage, tutto un sospettare e sorvegliare e pedinare e punire a ritmi lentissimi, adesso che il paradigma della spy-story è Bourne, cioè massima velocità e adrenalina? Dove andrà a pescare il suo pubblico questo pur nobile e impeccabilmente confezionato Tinker, Tailor, Soldier, Spy, oggi che il consumatore di popcorn dei multiplex se non vede laghi di sangue e qualche decina di morti nella prima mezz’ora diserta e molla il colpo? Cos’è, un’operazione filologica che intende far rivivere la spy-story com’era e come non è più? Non capisco, non ho capito. Sarà che non ho mai amato John Le Carré e prodotti derivati (a parte La spia che venne dal freddo girato molto, molto tempo fa da Martin Ritt), non ho mai amato, intendo, le sue giravolte e le sue circonvoluzioni e tortuosità, i doppi e tripli e quadrupli giochi, i colpi e controcolpi di scena, la verità che signora mia non è mai quella che appare e che forse non esiste proprio, e poi tutta la retorica dello spionaggio ai tempi della guerra fredda che tra Ovest e Est ci si combatteva senza esclusioni di colpi ma in fondo rispettandosi, mica come adesso che tutti giocano sporco e al massacro. Si sarà capito che questo Tinker ecc., che poi è La talpa (così si chiama in italiano il romanzo di Le Carré da cui è tratto) non è proprio il mio film preferito di questo festival. Mi sono impegnato, ho cercato di farmelo piacere, di apprezzare le atmosfere ambigue, l’aura british, l’ecellenza degli attori altrettanto british, le ombre e le penombre in cui il regista svedese Tomas Alfredson (quello del film etno-adolescenzial-vampiresco Lasciami entrare) immerge la vicenda, ma non ce l’ho fatta. Troppo contorta questa storia, così contorta da essere quasi incomprensibile, e pochissimo appassionante, nonostante che il libro sia considerato un capolavoro del genere. Quanto allo stile adottato da Alfredson mi pare guardi, più che alle grandi spy-stories classiche degli anni Sessanta come appunto La spia che venne dal freddo di Martin Ritt o il meraviglioso Ipcress File con Michael Caine, al recente Le vite degli altri del tedesco Florian Henckel von Donnersmarck, temo uno dei film più sopravvalutati degli ultimi anni. Toni lividi e plumbei, spie dalla faccia qualunque e senza il minimo appeal, ambienti disadorni, luci basse. Film, come dire, di qualità indiscutibile, Tinker ecc., ma di una noia asfissiante. La storia, per i cultori del genere, è abbastanza nota. Continua a leggere

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Film stasera in tv: CAROL di Todd Haynes (giov. 21 giugno 2018, tv in chiaro)

Carol, un film di Todd Haynes, Rai 3, ore 21,15. Giovedì 21 giugno 2018.
Recensione scritta all’uscita del film.12189287_414793595391541_5772603437639418672_ofde5db75a15012411deff380154b6ea3Carol, un film di Todd Haynes. Da Patricia Highsmith. Con Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson.
c9846aaaac2f7d91c3200d5e4d59e17cTodd Haynes torna a raccontare un amore difficile nell’America anni Cinquanta, come in Lontano dal paradiso, senza però replicarne l’esito. Stavolta è la storia tra Carol, elegante signora alto-newyorkese, e la commessa Therese a scatenare il rigetto da parte del mondo in cui vivono. Ricostruzione visiva portentosa per verosimiglianza e bellezza. Ma è il racconto a non convincere, soprattutto nella vagolante parte finale. E però già se ne parla come di un’opera assoluta. Non lo è. Se mai, Carol è il film perfetto per rendere il lesbismo mainstream e definitivamente accettabile nei salotti e salottini d’Occidente. Voto 6+
12188024_414793502058217_5463519061045888711_oSono circondato. Circondato dagli entusiasti di Carol, da quelli che è un capolavoro assoluto, da quelli che è il miglior film dell’anno anzi no, del decennio. Da quelli che gli han dato una valangata di nomination ai Golden Globes (e prossimamente si replicherà agli Oscar) e da quelli che a Cannes, dov’era in concorso, avevano gridato al miracolo folgorati come neanche a Medjugorje cadendo genuflessi di fronte a Cate Blanchett e twittando estatici in tutte le lingue del mondo. Circondato da quelli che stan battendo la grancassa prima ancora di averlo visto e da chi, prendendo sul serio Adele – intesa come cantante pop – che da Fazio ha detto di essersi molto commossa alle tribolazioni delle due protagoniste, già prepara la scorta di kleenex.
Ecco, dissento. Se permettete, questo film di Todd Haynes non è una gran cosa rischiando per l’eccesso di elogi di diventare il più sopravvalutato non solo dell’anno, ma degli anni Duemila tutti. Che se continua a questo ritmo forsennato la produzione di encomi da parte dei suoi adoranti finirò con l’odiarlo definitivamente, anche al di là dei suoi effettivi limiti. In my opinion, è stato la più cocente delusione dello scorso Cannes, dove pure di film al di sotto delle attese ce n’era stato più di uno (tanto per fare qualche titolo: Louder than Bomb, Il racconto dei racconti). E bene ha fatto la giuria presieduta dai tosti Coen Brothers, due che di cinema capiscono davvero, a tagliarlo fuori dai premi maggiori per dargliene alla fin fine solo uno secondario, e pure quello solo a metà, l’ex aequo a Rooney Mara come migliore attrice (in condominio con l’Emmanuelle Bercot di Mon Roi e ignorando clamorosamente la regina Cate Blanchett). Io, che ero stato respinto al primo press screening dalla folla mostruosa che si accalcava e che per entrare alla seconda proiezione mi ero fatto due ore e mezzo di fila, mi aspettavo molto, moltissimo, anche perché Todd Haynes mi aveva letteralmente stordito prima con Lontano dal paradiso e poi con la saga televisiva Mildred Pierce. Invece macché, ho dovuto prendere atto che Carol non è a quei livelli. Come se Haynes si autocitasse, riproponendo ancora una volta, e una volta di troppo e con una certa stanchezza, la storia da lui già molto raccontata di donne sole in lotta contro il mondo. Continua a leggere

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Un grande film stasera in tv: COME LE FOGLIE AL VENTO di Douglas Sirk (lun. 18 giugno 2018, tv in chiaro)

Come le foglie al vento, Rete Capri (66 dt), ore 22,30. Lunedì 18 giugno 2018.
wotw14All’anteprima stampa milanese quache giorno fa di Una favola, film di Sebastiano Mauri con un Filippo Timi en travesti quala casalinga disperata made in Usa, molto si è parlato dei melodrammi anni Cinquanta di Douglas Sirk come di un ineludibile riferimento iconico e non solo (Una favola sarà nei cinema distribuito disoerata Usa da Nexo Digital il 25, 26 e 27 giugno). Stasera su Rete Capri c’è l’occasione di vederlo, uno di quei mélo Fifties del tedesco-a-Hollywood Douglas Sirk, autore di riferimento che avrebbe influenzato molti cineasti successivi di rango come Fassbinder, Almodovar, Todd Haynes, Ozon. I sentimenti, gli amori, le passioni come scontro furibondo di anime e di corpi, come estrinsecazione ed esplosione degli istinti e sabotaggio dell’ordine (familiare, patriarcale). Le relazioni umane quale luogo in cui si stabiliscono i rapporti gerarchici, di potere, e specularmente, e si innesca il loro sovvertimento. Come le foglie al vento (Written on the Wind) racconta di due uomini, uno, Kyle, ricco e perverso, l’altro, Mitch, onesto e gneroso lavoratore, che si disputano la stessa donna, Lucy. Lei sceglierà il peggiore dei due, ovvio, e sarà l’inizio di una foschissima vicenda, di una tragedia familiare in cui si intrecceranno presunti tradimenti, gravidanze sospette, sorelle invidiose e pronte alla calunnia, padri dai molti peccati. Una macchina narrativa implacabile che Sirk governa con la consueta maestria, accentuando la finzione della messinscena fino a farla deflagrare e rivelarne i meccanismi sottostanti. Colori pieni fino al turgore, come da sfacciato Technicolor allora dominante, ed è uno spettacolo. Con il suo attore-feticcio Rock Hudson e Lauren Bacall, Dorothy Malone (Oscar come best supporting actress), Robert Stack.

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