Il film da non perdere stasera in tv: AMORI E INGANNI di Whit Stillman (dom. 15 sett. 2019, tv in chiaro)

Amori e inganni, un film di Whit Stillman. Rai Storia, ore 21,15, domenica 15 settembre 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.
114735Amore e inganni (Love & Friendship), un film di Whit Stillman. Tratto dal romanzo epistolare Lady Susan di Jane Austen. Con Kate Beckinsale, Chloë Sevigny, Xavier Samuel, Stephen Fry.
397372A fine Settecento, tra Londra e il countryside, i maneggi della piacente vedova Lady Susan per maritare la figlia e rimaritare se stessa. Tra giovani bellocci, giovani cretini ma ricchi e altri buoni o pessimi partiti, la signora si muove con la lucidità e la visione strategica di un Von Clausewitz sui campi di battaglia. Un commedia tratta da un romanzo epistolare di Jane Austen che pialla via ogni leziosaggine da film in costume per riproporci l’oggi rimossa guerra dei sessi. E l’amore come partita a scacchi dove una mossa sbagliata può essere fatale. Gran film, nonostante il soappistico titolo italiano. Voto 8
319879402216Whit Stillman, professione autore di cinema, americano, classe 1952, dunque non proprio un virgulto. Eppure solo cinque film spalmati su un arco di 26 anni: Metropolitan (1990), Barcelona (1994), The Last Days of Disco (1998), Damsels in Distress (2011) e adesso questo Love & Friendship (uso il titolo originale, che sta per Amore & amicizia, al posto dell’orrendo e soappistico Amore e inganni della versione italiana, e siamo alle solite con le balorde e pure insensate – almeno servissero a qualcosa, invece manco quello – rititolazioni autarchiche). Media bassa, da autore schivo, appartato, ritroso e un po’ malmostoso, secondo il modello messo a punto e incarnato mitologicamente da Terrence Malick. Ma si sa che la scarsità di film prodotti e l’assenza intensificano l’aura anziché distruggerla, e intensificano pure la curiosità e l’attesa (The Young Pope di Sorrentino docet), difatti Whit Stillman è regista di nicchia e di culto, e di culto perché di nicchia. Da quanto ho visto di suo – il bellissimo Damsels in Distressmesso qualche edizione fa a chiusura di Venezia, e  adesso questo Love & Friendship – mi pare sia un autore unico, difficile da classificare, men che mai apparentabile ad altri in circolazione. Un regista fortemente orientato alla scrittura, alla parola, ai dialoghi, con l’ambizione forse di riesumare la gloriosa stagione della sophisticated comedy americana, anche nella sua versione screwball-mattocca, replicandone arguzie, perfidie, disincanti e cinismi. E con estrema attenzione ai microcosmi abitati da forti individualità, e segnati da protagonismi perlopiù femminili. Al centro di questo film collocato nel secondo Settecento inglese c’è una signora assai assertiva e determinata, una calcolatrice e un’arrampicatrice non così lontana dalla coeva (il romanzo epistolare di Jane Austen che ha ispirato il film è del 1794) Locandiera di Goldoni, e affine nell’abilità manipolatoria alla Marchesa di Merteuil delle Relazioni pericolose. Analogamente, il perno del precedente Damsels in Distress (Donzelle in pericolo) è una ragazzona – Greta Gerwig difatti – intenzionata a ripulire il college in cui studia dai peggio e volgari maschilismi per elevarlo alla bellezza e alle buone maniere, quasi una missione salvifica, di civilizzazione di quegli essere bruti che sono gli uomini, con pericolosi risvolti però di intolleranza fanatica e un malcelato disegno di igiene sociale. In Stillman, almeno nei suoi ultimi due film, la grazia e i modi coltivati nascondono spesso spinte luciferine, pulsioni inconfessabili al potere, alla sopraffazione, al predominio, al controllo, al suprematismo, all’affermazione di sé a ogni prezzo. Un mondo di lupi e agnelli, dove a fara la storia, e a fare le storie intese come narrazioni, sono i primi, con i loro appetiti, la voracità, la prepotenza ferina. Qualcuno ha inquadrato il lavoro di Stillman nella categoria comedy of manners, o comédie des moeurs, ove si raffigurano e spesso si stigmatizzano e ridicolizzano modi, manie, convenzioni, riti, vizi privati e pubblici – e cattive maniere mascherate da buone – di una classe, di una casta, di un mondo, di una fetta di società, spesso quella che sta in alto (Tackeray, Oscar Wilde…). Ma credo che la definizione, l’etichettatura, gli stia stretta, non mi pare che Stillman abbia aspirazioni o voglie di satira sociale, piuttosto a interessarlo sono i giochi interindividuali, la fitta rete delle relazioni uomo-donna, uomo-uomo, donna-donna e le manovre, le trame messe in atto da protagonisti e personaggi collaterali per trionfare sugli altri nel campo di guerra dell’esistenza, o almeno per non soccombere. Giochi di cui Stillman è un osservatore divertito ma in fondo impassibile e neutro. Inevitabile che prima o poi finissse a misurarsi con il Settecento, il secolo meno sentimentale e più lucido e disincantato che ci sia stato, con la sua consapevolezza diffusa che le storie, gli incontri, gli scontri, le attrazioni e le repulsioni tra persone sono partite da giocare secondo tattiche e strategie militari, senza tirare in ballo emozioni, affetti e sentimenti. Continua a leggere

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Un film imperdibile stasera (tardi) in tv: UNA DONNA LIBERA di Vittorio Cottafavi (dom. 15 sett. 2019, tv in chiaro)

Una donna libera di Vittorio Cottafavi, Rai 3 (Fuori Orario), ore 1,05. Domenica 15 settembre 2019.
Segue, sempre di Vittorio Cottafavi, La signora delle camelie, realizzati per la Rai nel 1971 (con Rossella Falk e Massimo Foschi).
Un donna libera è anche reperibile su YouTube a questo link.
A Venezia ho sentito ragazzi entusiasti di Maria Zef, tardo capolavoro di Vittorio Cottafavi presentato tra i Classics in versione restaurata. Naturalmente nient’altro sapevano né avevano visto di Cottafavi, benché la sua attività e il so magsierro registico si fossero dispiegati per decenni, dall’era del cinema del Ventennio fino agli anni Ottanta, attraversando anch ela grande televisione in bianco e nero della Rai, la migliore di sempre. Curatissimi, rigorosi per contenuti e forma sceneggiati da lui realizzati, come Padre Brown, e qualche capolavoro della famosa prosa della Rai, a partire da un Le troiane con una meravigliosa Ana Miserocchi: uno dei vertici assoluti della televisione italiana. Visse anche Cottafavi, gran signore di nobile famiglia, la stagione del cinema-melodramma anni Cinquanta alla Matarazzo, e subito dopo quela dei peplum e degli avventurosi. Ma dopo lo smacco comerciale del sublime e incompreso I cento cavalieri, film storico ambientato ai tempi della Reconquista spagnola, si prese una lunghissima pausa di riflessione (delusione?) dal cinema e si diede alla Rai: eppure quei Cento cavalieri sarebbero stati salutati di lì a qualche anno come un risultato assoluto dalla critica francese più snob e esigente.
Vittorio Cottafavi, da autore scarsamente considerato dalla critica istiuzionale mentre era in vita, è diventato post mortem nome di culto. Maria Zef, dramma naturalista-verista della miseria girato in stretta lingua carnico-friuliana, è stato presentato subito dopo Venezia al festival più chic e cinefilo d’Italia, il triestino Milleocchi, e trasmesso a Fuori Orario. Ed è solo la punta visibile di una Cottafavi-Renaissance che coinvolge l’intero corpus della sua opera. Sicché stanotte su Rai 3/Fuori Orario ecco Una donna libera del 1954 (anche reperibile integralmente su YouTube). Storia ambivalente, sospesa tra emancipazionismi e tradzionale schiavitù femminile dei sentimenti, di Liana, ragazza liebra, laureata, che rifiuta il matrimonio con un ingegnere per cui non priva amore. Inamorandosi invece subito dopo, e pericolosamente, del musicista Gerardo, uomo inaffidabile e traditore. Liana se ne andrà a Parigi cercando di vivere d’arte e pittura, ma ripiomberà nell’amore malato per Gerardo. Finirà drammaticamente. Continua a leggere

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Film stasera in tv: SANTIAGO, ITALIA di Nanni Moretti (dom. 15 sett. 2019)

Santiago, Italia, un docufilm di Nanni Moretti. Rai 3, ore 23,35, domenica 15 settembre 2019.
Recensione scritta dopo la proiezione al Torino Film Festival.

Santiago, Italia. L’ambasciata di Santiago del Cile

Santiago, Italia, un docufilm di Nanni Moretti. Distribuzione Academy Two. Al cinema dal 6 dicembre 2018. Voto 5

Nanni Moretti nel carcere di Punta Peuco con il militare Eduardo Iturriaga condannato per omicidio e sequestro

Credo di essere tra i pochi delusi da questo nuovo e inatteso Nanni Moretti-movie. Non ho letto che commenti commossi, entusiasti, deferenti che, francamente, stento a condividere. Sarà che sulla base di quanto annunciato qualche settimana prima della proiezione di Santiago, Italia al Torino Film Festival mi ero immaginato tutt’altra cosa: una ricostruzione rigorosa e dettagliatissima di quanto accadde a Santiago subito dopo il golpe antiAllende dell’11 settembre 1973 allorquando all’ambasciata italiana accorsero, non respinti, uomini e donne nel mirino dei militari golpisti e a rischio di internamento, tortura, morte per il loro sostegno al governo di Unidad Popular o la loro militanza rivoluzionaria in movimenti come il MIR. Uomini e donne sopravvissuti grazie alle nostre autorità diplomatiche che li accolsero in accordo, presumo, con il nostro ministero degli esteri. Con tali premesse e promesse mi aspettavo – ingenuamente? –  una grande storia, una narrazione avvincente pur nei codici del cinema del reale a metà tra il caso Perlasca e Schindler’s List, uomini buoni e giusti che si adoperano in condizioni improbe per salvare i perseguitati. Invece niente o pochissimo di tutto questo. Santiago, Italia dura 80 minuti, dei quali i primi 45-50 (non ho cronometrato, vado sull’onda del ricordo) dedicati al governo Allende e alle sue riforme. E a seguire ecco il giorno del giudizio militare – l’Armageddon, le coup -, il palazzo presidenziale della Moneda preso d’assalto dai mezzi di terra e d’aria dell’esercito, Allende morto per suicidio (questa almeno la historia official, mentre molti sono convinti dell’omicidio), l’insediamento di una giunta militare presieduta dal generale Pinochet, i rastrellamenti di militanti della gauche governativa e rivoluzionaria, il loro concentramento nello stadio di Santiago e nelle caserme, gli interrogatori, le torture, le uccisioni, i desaparecidos, bambini compresi rapiti e assegnati a famiglie adottive colluse con il nuovo regime, tutto secondo uno schema repressivo applicato in analoghe circostanze anche nei vicini Uraguay e Argentina. Orbene (anacronismo voluto: ci sono fossili linguistici che è bello riesumare), solo nell’ultima mezz’ora di film si rievoca – attraverso testimonianze dirette ma scarsissimi documenti visivi o d’altro tipo – quanto sarebbe dovuto essere il focus di Santiago, Italia: l’assalto ai muri dell’ambasciata italiana di cileni a rischio cattura e internamento, la loro accoglienza e messa in salvo da parte del nostro apparato diplomatico. In questa ultima parte è compresa la testimonianza di alcuni rifugiati che poi, con un salvacondotto ottenuto grazie al nostro ministero degli esteri (e qui nulla si dice: ci fu una trattativa con i golpisti? se sì, quanto durò?) approdarono in Italia. Dove tutti trovarono presto un lavoro e qualcuno sarebbe poi rimasto fino a oggi.
Del film colpiscono le scarne informazioni fornite e il modo di condurre la ricostruzione dei fatti: attraverso una sequenza di testimonianze interrotta solo raramente da altri materiali visivi come filmati d’epoca (oltretutto concentrati nella prima parte su governo Allende e golpe e quasi completamente assenti nella seconda sulla ‘scalata del muro’). Uomini e donne ripresi frontalmente mentre raccontano e rievocano: quelli che nel gergo del documentarismo vengono chiamati talking heads. Ora, son modi di fare cinema del reale che ricordano più i Tv7 della Rai anni Sessanta e certe pur storiche e pregevoli inchieste alla Sergio Zavoli che i nuovi linguaggi del genere. Il documentario è una delle forme cinema che negli ultimi anni si è più evoluta come emerge dai festival, dove le ‘visions du réel’ occupano un posto sempre più centrale: con certe esperienze-faro a illuminare e fare da riferimento, a partire dall’opera del sommo Frederick Wiseman il quale, come sa chiunque abbia visto un qualcosa della sua sterminata filmografia, ha abolito il ricorso ai talking heads, le ‘facce che parlano’, lasciando alla macchina da presa il compito e il dovere di raccontare, oltre che di osservare. O si pensi a un guru del documentarismo politico come Errol Morris che, basti solo citare i suoi film su Donald Rumsfeld e Steve Bannon, ricorre sì alle ‘facce parlanti’ ma contrappuntandole con massicce dosi di immagini tratte dai più vari repertori e archivi, e altre realizzate ad hoc da lui stesso. Si potrebbe continuare a lungo con esempi al cospetto dei quali Santiago, Italia sembra un esercizio formale retrò (cito solo Unas Preguntas, visto sempre al Torino FF, in cui la regista-giornalista svizzera Kristina Konrad rimonta il materiale da lei girato in Uruguay alla fine degli anni Ottanta quando fu indetto un referendum sulla legge di amnistia dei reati della giunta militare al potere tra il 1973 e il 1985. Un film immersivo, ipnotico per il suo fluire incessante di voci, parole, sussurri e grida, rumori dentro e fuori campo, e che ci restituisce la temperie di quel passaggio storico. La cinepresa entra nella corrente, vi si abbandona, rinunciando a governarla. E non si può non pensare vedendolo, anche perché il tema affrontato non è così lontano da quello di Santiago, Italia, all’enorme differenza rispetto al film di Moretti e alla sua fissità e rigidità). Continua a leggere

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Stasera in tv un film di Todd Phillips, il regista del Leone ‘Joker’: PARTO COL FOLLE – dom. 14 sett. 2019, tv in chiaro

Parto col folle di Todd Phillips (2011), canale 20, ore 21,15. Domenica 15 settembre 2019.
Todd Philips chi? Son stati in molti, anche tra gli addetti ai lavori, a chiedersi chi mai fosse il regista del Joker presentato a Venezia 2019 e insignito del Leone d’oro dalla giuria presieduta da Lucrecia Martel. E i più secchioni a dire: ma non ricordate?, è quello di Una notte da leoni. Mica solo di quello però, anche di questo Parto col folle stasera – sarà un caso? o trattasi di astuzia e cinefilia dei palinsestisti? propendo per la prima – in onda sul canale 20. Film del 2011 che si configura, cerentemente con tutta la filmografia di Phillips, come una comedy di masculi e tra masculi, stavolta un buddy-buddy in forma di road movie con la solita coppia di opposti, un uomo socialmente riuscito e straight e un altro che fuoriesce da ogni normalità, medietà, sopportabilità. Un pazzariello tendente al freak che naturalmente nel corso di un viaggio scombinerà l’ordine costituito in cui si è sempre inscritta la vita del suo accompagnatore facendogli scoprire, attraverso il caos, il gusto e il gesto della libertà.
Il bravo architetto Peter Highman (Robert Downey Jr.) deve laciare Atlanta e raggiungere al più presto Los Angeles dove la moglie sta per partorire. Ma per uno stupido accidente non potrà imbarcarsi sull’aereo prenotato, e come lui resterà a terra Ethan Tremblay, cui Peter aveva dato un passaggio, pure diretto a Los Angeles per un’audizione e per disperdere nel Grand Canyon le ceneri di papà. Non resta ai due che prendere una macchina e farsi la traversata Atlanta to LA. Ethan non tarderà a rivelarsi un deragliato, un fuori di testa incontrollabile. Finirà come deve finire. Ma Peter da quella trasferta e da quella coabitazione forzata col matto uscirà cambiato. Continua a leggere

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Venezia 2019. Recensione: GLORIA MUNDI, un film di Robert Guédiguian. Marsiglia non è più quella di una volta

Ariane Ascaride, Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile. Foto: Courtesy Biennale di Venezia; foto ASAC.

(Sic Transit) Gloria Mundi, un film di Robert Guédiguian. Con Ariane Ascaride, Gérard Meylan, Jean-Pierre Darroussin, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Loa Naymark, Grégoire Leprince-Ringuet. Concorso Venezia 76.
Il film più desolato e disperato di Ribert Guédiguian, già cantore della classe operaia marsigliese. Che qui registra la mutazione antropologica intervenuta in quel mondo, il turboconsumismo e il narcisismo di massa che hanno corroso ogni solidarietà e gli stessi affetti privati. Sylvie si spezza la schiena, ma non ce la fa a arginare le tensioni che stanno distruggendo la sua famiglia. Strameritata Coppa Volpi a Ariane Ascaride per la migliore interpretazione femminile Accolto male da gran parte della stamp: io l’ho adorato. Voto tra il 7 e l’8
Malamente accolto alla proiezione stampa. Accusato dalla critica giovanotta (govinastra?) di essere cinema antico, tradizionale anzi reazionario nella forma, il ritratto fazioso di un vecchio nel quale rifulgono per dignità e dirittura morale solo i vecchi a fronte di giovani sciagurati cui il turbocapitalismo ha rubato l’anima. Giovani descritti quali mostri narcisi, egotici, macchine spietate programmate per il denaro e il successo. Figuriamoci, i moltissimi ragazzi variamente accreditati al festival si sono sentiti messi sotto accusa, ma Guédiguian noi non siamo così, sei tu antico a disegnarci tali. Sicché i venti/trentenni hanno messo alla gogna Gloria Mundi e il suo autore (le battute sentite in fila andavano da ‘vietato ai minori di 65 anni’ a ‘non andatevelo a vedere per nessun motivo, è una porcata’) eleggendo invece, e a proprio santo e patrono il Franco Maresco di La mafia non è più quella di una vita:ma perché? Sto dalla parte del regista marsigliese, ovvio, che con Gloria Mundi realizza il suo film più desolato e disperato, un quadro glaciale di come ormai il nichilismo, la supremazia dell’Io, la fine delle ideologie e delle religioni laiche, l’affermarsi del turboconsumismo, la fine di ogni sistema etico abbiano corroso la stessa psiche individuale e le relazioni familiari. Espugnando il fortino degli affetti. Forse Guédiguian eccede in schematismo, ma si tratta di un dato necessario in un cinema come il suo neo-neorealista e altamente, nobilmente, didattico-didascalico. Un film-parabola con una costruzione narrativa al servizio di ciò che si vuole mostrare (e dimostrare). E se qua e là la trama finalizzata a una tesi è fin troppo evidente, il film finisce per convincere per come fenomenologicamente restituisce l’hic et nunc di quella che un un tempo fu la classe operaia e che oggi si agita smarrita e confusa in un post-, in un dopo- privo di ogni segnaletica ideologica, senza più fede, in un mercato del lavoro di ferocia darwiniana.
Se nei film degli anni scorsi di Guédiguian, Le nevi del Kilimangiaro, il meraviglioso La villa – La casa sul mare, prevaleva il tono dell’elegia, l’osservazione malinconica del mondo di ieri travolto dal cambiamento, adesso in (sic transit) Gloria Mundi ogni speranza è spenta, consumata, resta solo la presa d’atto del disastro antropologico intervenuto, la constatazione dell’apocalisse morale. Nemmeno più rabbia o indignazione, solo rassegnazione amarissima. E questo sarebbe il film mediocre dipinto da tante opinioni e recensioni veneziane? È che non ce la si fa ad accettare che un fiero cantore dell’anima operaia come Guédiguian non creda più ai suoi eroi, si sia arreso alla sconfitta della sua classe di riferimento, al suo imbarbarimento. Mentre un Ken Loach continua a credere nonosante tutto in una possibile lotta, alla resistenza umana, a un soprassalto di dignità.
Dopo più di trent’anni Daniel esce dal carcere e torna nella sua Marsiglia (da sempre la città-feticcio, l’universo socioantropologico di riferimento, il laboratorio di osservazione di Guédiguian) dalla ex moglie Sylvie, la quale nel frattempo si è come usa dire ricostruita una vita con il buon Rchard. La loro figlia Aurore è sposata con il losco piccolo imprenditore Bruno con cui gestisce un negozio di paccottiglia usata; Mathilde, la figlia che Sylvie aveva avuto precedentemente da Daniel, è appena diventata mamma di Gloria  e sta con lo sfigatissimo Nico, molti fallimentari lavori alle spalle adesso driver per Uber. Sono perennemente indebitati, Mathilde e Nico, mentre i truci Aurore e Daniel i soldi li fanno e stanno per aprire un altro negozio di robaccia però “sulla Canabière”. È a questo nucleo familiare apparentemente pacificato che Guédiguian applica il suo cinema di osservazione e disvelamento, mostrandoci via via i piccoli luridi segreti che ne uniscono/separano i componente e inquinano i rapporti interni, specie quelli tra le due sorelle (sorellastre!, ci tiene a ricordare l’orrida Aurore), mentre solidaretà e compattezza si logorano, si sfaldano. Continua a leggere

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