Locarno Festival 2018. Recensione: GLAUBENBERG, un film di Thomas Imbach. Lena, innamorata del fratello, nuova femmina folle del cinema

Glaubenberg di Thomas Imbach. Con Zsogia Köros, Francis Meier, Milan Peschel, Nikolas Šošic, Morgan Ferru. Concorso internazinale.
Lena, 16 anni, è innamorata del fratello Noah e non vuole rinunciarci. Arriva al cinema un’altra femmina folle, sulla scia di tante signore del passato prigioniere delle loro passioni sconvenienti e impossibili. Il regista svizzero Thomas Imbach cerca di cavarne un melodramma senza riuscirci, affondando poi in un finale incongruo. Voto 4
Dello svizzero Thomas Imbach s’era visto qui in concorso – era il 2013 – il discreto Mary. Queen of Scots, tratto da una biografia dell’oggi rivalutatissimo Stefan Zweig sulla regina di Scozia fatta decapitare dalla cugina e rivale Elisabetta I. Storia archetipica di ogni sucessivo fight femminile. Con Glaubenberg percorre invece tutt’altre strade, e strade impervie. Allontandosi dal rassicurante periodo movie stavolta Imbach va a raccontare un incesto adolescenziale fortemente bramato ma non realizzato, l’amore ostinato e resistente a ogni ostacolo, a ogni critica, della sedicenne Lena per il fratello di poco maggiore Noah. Un amore sconveniente da tutti respinto e condannato, a partire dallo stesso oggetto del desiderio Noah terrorizzato da quella sorella così devota e persa da essersi trasformata in stalker. E come non scappare da quella femina folle che è Lena, intossicara dalla sua passione fino a perdere la ragione. Cerca sì di fuoruscire da quel desiderio andando a letto con il migliore amico di Noah, il buon Enis, costringendolo però a indossare mentre fanno l’amore la T-shirt del bramato. Sicché anche a Enis non resta che scappare. Come ha già fatto il fratellino che, con il pretesto di un lavoro nel sito archeologico di Afrodisia, se n’è andato lontano, a Izmir, insomma Smirne. Ma Lena la pazza, ormai irefremabile, lo raggiungerà anche lì. Non sto a dirvi altro, se non che siamo dalle parti degli amori matti e disperati, e delle eroine che degli amori disperati si nutrono, vivono, si consumano, si spengono, muoiono, come la Isabelle Adjani di Adele H. Solo che Imbach non è Truffaut purtroppo. Indeciso a tutto, cerca prima di mettere in scena un melodramma raffreddato, immergendolo in un minuto realismo quotidiano, per poi virare nella parte finale assai incongruamente nel fantastico, tra metamorfosi ovidiane e i miracoli di certe sante della devozione popolare. Ed è un cambio di registrocosì radiucale da lasciare allibiti. Ma il fallimento di Glaubenberg sta nella totale mancanza di empatia verso la sua protagonista, e nella sottovalutazione del suo estremismo desiderante: sconveniente e antisociale quanto si vuole, ma fiammeggiante e divorante e a suo modo grandioso, trattato e derubricato invece a pura isteria, a deragliamento psicologico. Ma c’è anche, va detto, l’obiettiva difficoltà oggi di costruire un melodramma scatenato sulla tentazione dell’incesto, che resta sì un tabù, ma ormai depotenziato e privato di ogni aura di scandalo, ridotto a deviazione comportamentale e della mente da aggiustare con una qualche teraia psico o farmacologica. Quando l’ex ragazzo di Lena rivela a tavola come lei gli avesse fatto indossare la T-shirt del fratello i presenti, genitori compresi, non restano poi così sconvolti. E come volete si possa costruire un mélo in simili condizioni? Imbach si attorciglia intorno al suo soggetto e all sua protagonista in cerca di qualche soluzione, senza trovarla. Perché per venirne a capo bisogna essere almeno Almodovar o Fassibinder, e Imbach in tutta evidenza non è né l’uno né l’altro. Continua a leggere

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Locarno Festival 2018. Recensione: A LAND IMAGINED, un film di Yeo Siew Hua. Inferno Singapore

A Land Imagined, un film di Yeo Siew Hua. Con Peter Yu, Liu Xiaoyi, Luna Kwok, Jack Tan, Ishtiaque Zico.
A Singapore, in un cantiere dove lavorano in condizioni subumane lavoratori-schiavi venuti da Cina e Bangla-desh. Uno di loro scompare, poi un altro, e un detective indaga. Mentre il film si trasforma da denuncia assai realista e neorealista in un sudoku onirico alla Lynch. Non sempre i due livelli vanno bene insieme, anzi quasi mai. Ma A Land Imagined resta un tentativo interessante e generoso. Voto 7 meno
Quasi una rivelazione. Quasi, perché questo assai interessante film arrivato da Singapore tenta di percorrere la strada assai interessante benché rischiosa di miscelare due registri, due livelli assai diversi e pressoché incompatibili tra loro, il duro realismo di denuncia di condizioni oppresse e disagiate e le derive surreali e sub-reali alla David Lynh. Che sta influenzando parecchio, e non è cosa poi così scontata, il cinema giovane e giovanissimo di lingua cinese, non solo questo A Land Imagined (a Singapore sono dominanti etnia, cultura e lingua cinese), ma anche, soprattutto, i due film di Bi Gan, autore-prodigio lanciato proprio a Locarno qualche anno fa con Kaili Blues, e il notevole benché irrisolto Suburban Birds proiettato qui qualche giorno fa a Cineasti del presente. È come se l’operosa Cina, così ancorata al fare, alla concretezza delle cose, alla dimensione materiale, nascondesse nel fondo di sé, negli anfratti del proprio inconcscio, un altrove sfuggente e pauroso abitato da fantasmi, del quale certo cinema cerca di rendere conto. Yeo Siew Hua è ragazzo coraggioso, e anche se il suo A Land Imagined, ambiguo e doppio già nel titolo, non è all’altezza delle sue intenzioni e ambizioni, è interessante per come esplora un altro, possibile cinema.
Siamo in uno di quegli enormi cantieri di Sngapore che buttano sabbia in mare per allargare la parte abitabile della città-stato. A lavorarci sono tutti stranieri, vengono perlopiù dalla Cina continentale o dal Bangla-desh e sono trattati come schiavi. Passaporto sequestratl dall’orrido padrone affinché non possano andarsene, ritmi di lavoro massacranti, condizioni di vita subumane. Il giovane cinese Wang è uno di loro, dopo un incidentenon ce la fa più a dormire, ha incubi continui, e frequentando di notte la vicina sala gioco i suoi incubi vengono alimentati, moltiplicatii dagli scenari dei videogames e da misteriosi interlocutori virtuali. Esiste una dimensiona parallela? Un mondo oltre gli schermi dei computer? Intanto l’amico bengalese, che ha cercato di fomentare una rivolta contro il padrone schiavista, scompare. Lo troverà Wang, morto, mentre anche lui è costretto alla fuga. Ma non tutto è come sembra. Una ragazza della sala giochi di cui Wang è innamorato è forse una creatura extraterrena che fa da ponte con il mondo altro, nascosto. E precipitamo in pieno Lynch, mentre ogni coerenza narrativa esplode e A Imagined Land si trasforma in un film di sogni e visioni, di realtà dematerializzate. C’è anche, a rendere ancora più complicato il plot, un’ulteriore traccia narrativa, quella di un detective della polizia che indaga sulla scomarsa di Wang e del suo amico bengalese. Ma anche lui sarà risucchiaro nel labirinto, e noi spettatori pure. Inutile cercare di rintraccuiare il senso di questo film-sudoku, meglio lasciarsi anadare alle sue suggestioni e alla concatenazione subconscia delle immagini. Resta, al di là delle incursioni nell’onirico e nel fantastico, il duro realismo di A Imagined Land con la sua decrizione minuziosa, e la denuncia, delle condizioni di vita e di lavoro degli stranieri a Singapore. Che non è quel paradiso realizzato descritto da una stampa fin troppo complice e amica.

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Locarno Festival 2018. La mia classifica finale dei 15 film del concorso. E sabato è Pardo

Gangbyun Hotel, di Hong Sangsoo

Ormai proiettati a stampa e pubblico tutti i 15 film del Concorso internzionale, quelli in gara per il premio maggiore del festival, il Pardo d’oro. I vincitori saranno annunciati domani, sabato, verso le 15, con premiazione domani sera in Piazza Grande. Avvertenza: di La Flor, l’ormai mitologico film argentino di 15 ore, inserito in concorso, ho visto tutta la prima tranche di tre ore e mezzo, due terzi della seconda di sei ore, oggi alle 14 cercherò di completare la visione con le ultime cinque ore e mezzo. Credo comunque di averne visto abbastanza per poter già dare una valutazione e inserirlo in questa classifica.
Cliccare il link per la recensione di questo blog.

1) Gangbyun Hotel di Hong Sangsoo. Voto 9
2) A Family Tour di Ying Liang. Voto 7 e mezzo
3) RAY & LIZ di Richard Billingham. Voto 7
4) M di Yolande Zauberman. Voto 7 meno
5) A Land Imagined di Yeo Siew Hua. Voto 7 meno

6) La Flor di Mariano Llinas. Voto tra il 6 e il 7
7) Yara di Abbas Fahdel. Voto tra il 6 e il 7
8) Sibel di Çağla Zencirci e Guillaume Giovannnetti. Voto tra il 6 e il 7
9) Diane di Kent Jones. Voto 6 e mezzo
10) Tarde para morir joven di Domingo Sotomayor. Voto 5
11) Menocchio di Alberto Fasulo. Voto 5
12) Genèse di Philippe Lesage. Voto 4
13) Wintermärchen di Jan Bonny. Voto 4
14) Glaubenberg di Thomas Imbach. Voto 4
15) Alice T. di Radu Muntean. Voto 3

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Locarno Festival 2018. Recensione: YARA, un film di Abbas Fahdel. Nella valle di Qadisha, Libano

Yara, un film di Abbas Fahdel. Con Michelle Wehbe, Elias Freifer, Mary Alkady, Elias Alkady, Charbel Alkady. Concorso internazionale.
Nella valle di Qadisha, enclave cristiana nel Nord del Libano, una ragazzina di nome Yara e la nonna: sole. Poi un giorno arriva da chissà dove un ragazzo e Yara dovrà scegliere. Film di contemplazione che si astiene da ogni accensione melodrammatica, girato da un regista della diaspora irakena. Voto tra il 6 e il 7
Il fenomeno è noto e più volte osservato: ci sono film che con il passare del tempo crescono nella memoria, e altri che invece si spengono, perdono ogni attrattiva e interesse. Sta succedendo con Yara, che se alla visione mi è sembrato discreto, nobile, dignitoso ma anonimo e poco incisivo, adesso, a un paio di giorni di distanza, mi sembra tra i migliori del concorso. Non lo vedo candidato al pardo, e però se gli equilibri in giuria pendessero dalla sua parte potrebbe entrare nel palmarès. È che Yara è film a presa lenta, educato e sommesso com’è, e film di radicale austerità che con fa niente per ingraziarsi lo spettatore, che si astiene da ogni narratività evidente, fino a sfiorare l’anoressia drammaturgica e espressiva. E però, che sguardo terso quello del regista, e con che rispetto si avvicina ai personaggi, senza mai invaderli, e come riesce a coglierli quale parte del tutto che li contiene e ingloba, una valle come ferma in un tempo oltre la Storia (maiuscola). Ma non è così, perché tutto è connesso e niente separato e isolato, oggi più che mai, e il mondo là fuori farà sentire nel film il suo rumore, anche se solo come eco lontana. La valle di Yara si chiama Qadisha, sta nel Nord del Libano ed è terra e santuario e rifugio da secoli della popolazione cristiano-maronita, con i suoi villaggi e le sue croci, le chiese, i monasteri. Un’enclave circondata dall’Islam. Ci vuole una speciale sensibilità e consapevolezza e conoscenza di cose mediorientali per ambientarci una storia (con la minuscola, stavolta). Abbas Fahdel è irakeno, ma da molti anni vive e lavora altrove, in Europa. Scorrendo la sua bio mi sono reso conto di aver visto qualche anno fa, anche se non ricordo dove (qui a Locarno? al Torino Film Festival?), il suo precedente Homeland: Iraq Year Zero, gran bel documentario sul suo paese, la sua Baghdad, la sua famiglia prima e dopo la caduta di Saddam, prima e dopo la guerra e l’arrivo degli americani. Con riprese tesissime nella capitale sconvolta da scontri, agguati, attentati e pure rapimenti a scopo di estorsione. Un inferno. In Yara cambia tutto: siamo in un racconto di finzione e dal rumore delle bombe e degli spari si passa a un mondo dominato dal silenzio. Un film di contemplazione, meditativo, quasi a replicare quella che era la pratica quotidiana dei monaci della valle di Qadisha, di cui intravediamo sullo sfondo i monasteri.
Yara è una ragazzina rimasta presto senza i genitori, cresciuta in una casa sulla montagna con la nonna. Vivono di quello che coltivano, degli animali che allevano. Fahdel osserva, registra con la macchina da presa il fare quotidiano, i gesti, le poche parole scambiate. Non sono mai davvero sole, qualcuno da un villaggio che si immagina vicino passa sempre a dar loro una mano, a portare le cose necessarie. Passa un giorno anche un ragazzo venuto da chissà dove, non sappiamo nemmeno se sia cristiano come Yara o musulmano. Tornerà, e tornerà ancora. Non succede niente, i loro corpi appena si toccano, solo lunghe e caste passeggiate nela valle, ma succede che si innamorano. Solo che lui sta per partire, e Yara dovrà scegliere. Continua a leggere

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Locarno Festival 2018. Recensione: M, un film di Yolande Zauberman. Menahem e gli altri, abusati

M, un docufilm di Yolande Zauberman. Concorso internazionale.
Un documentario che va a indagare i casi di pedofilia all’interno di una comunità ultraortodossa di Israele. Guida in questo viaggio è Menahem, che gli abusi li ha subiti e li ha denunciati. M riesce a evitare miracolosamente le semplificazioni e il sensazionalismo di tante inchieste sulla pedofilia e a restituircene, attraverso molte voci, la complessità. Voto tra il 6 e il 7
Un documentario sulla pedofilia, sulle vittime, su chi abusa, ma che miracolosamente riesce ad andare oltre la pura denuncia e la peraltro giusta e sacrosanta indignazione. La francese, mi par di capire ottima conoscitrice di Israele, Yolande Zauberman si addentra nelle pieghe, negli interstizi, nelle zone d’ombra e penombra di uno dei fenomeni più mediatizzati degli ultimi anni evitando il rischio, sempre presente quando se ne parla, della semplificazione e soprattutto del voyeurismo, del sensazionalismo, dell’exploitation. La sua guida, il suo Virgilio in questo che è (anche) un viaggio all’inferno, è il trentenne Menahem Lang, ora abitante a Tel Aviv, ma cresciuto nel sobborgo di Bnei Brak, un universo a sé, massima concentrazione nel paese di ebrei ultraortodossi (e la classificazione da parte di un ragazzo delle varie sottocomunità – si distinguono tra loro per piccole ma assai significative varianti dell’abbigliamento – è tra le parti più belle del film). Menahem è stato un eccellente cantore bambino della liturgia ebraica, e ancora oggi canta con una maestria abbagliante, dandocene più di una dimostrazione durante il film. A lungo allievo di una yeshivà, è stato per anni oggetto e vittima della passione pedofila del suo rabbino. La sua denuncia, qualche anno fa, è stato uno shock per tutto Israele, suscitando una controversia che non è mai finita. È lui a ri-raccontare alla regista la propriaa storia, lui a metterla in contatto con altri ragazzi e giovani uomini che sono stati e alcuni lo sono ancora oggetti sessuali nelle scuole talmudiche. Ostracizzato dalla famiglia, dalla comunità dopo la rivelazione, Menahem è però diventato indispensabile riferimento per chi abbia passato esperienze simili alla sua. E sono tanti, contattati da lui, a raccontare a Yolande Zauberman le violenze subite, e quel peculirare stato psicologico per cui succede che la vittima si leghi al suo carnefice. Continua a leggere

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