Film stasera in tv: IN FABRIC di Peter Strickland – merc. 10 luglio 2024

In Fabric, un film di Peter Strickland (2018). Rai 4, ore 22:51, mercoledì 10 luglio 2024.
Recensione scritta dopo la presentazione del film al Torino Film Festival 2028.

In Fabric di Peter Strickland. Con Marianne Jean-Baptiste, Fatma Mohamed, Hayley Squires, Leo Bill, Gwendoline Christie.
Peter Strickland si conferma talento irregolare e non omolologabile. E con questo In Fabric continua la sua perlustrazione nei territori di certo horror italiano e europeo, riproponendone i modi e i vezzi, ma con parecchio feticismo in più e un inaudito livello di stulizazione. Guardando stavolta anche a Poe e ai classici, con la storia di un abito rosso maledettissimo che è un veicolo del Male. Voto tra il 7 e l’8
Mai fidarsi dei negozi di moda, di abiti (e accessori) belli e più o meno firmati, possono nascondere orribili segreti e abissi insidiosi. Già ci aveva avvertito allo scorso Festival di Venezia Laszlo Nemes facendoci entrare con il suo capolavorissimo Sunset in una sinistra modisteria di Budapest. Adesso In Fabric, di quel Peter Strickland che appartiene alla corrente visionaria del cinema inglese  che da sempre accompagna come un’ombra i british movies più compassati e perbene – qualche nome: Monty Python, Ken Russell, Terry Gilliam, lo stesso Hitchcock -, il luogo di ogni tentazione e pericolo è uno scintillante store di vestiti in una media città dell’Inghilterra. È tempo di saldi, le clienti si accalcano alle entrate come falene intorno alla fiamma per poter mettere le mani sulla Grande Occasione prima che sparisca, ma dietro al rito selvaggio del consumo se ne nasconde un altro segreto e demoniaco. Un proprietario vampiresco e voyeur, una capocommessa abbigliata in nero a sbuffi e balze come una bambola vittoriana, e sembra di una bambola cattiva o di una maschera kabuki la sua faccia allisciata e porcellanata, di vitrea quanto spaventosa inespressività. Si tratta di procurare donne giovani e  meno giovani al padrone perverso, e lo strumento per catturarle è un vestito rosso dai poteri magici, di magia nera, nerissima. Chi lo indossa se ne trova prigioniero e diventa una sorta di pupazzo, di marionettà comandata a distanza dalla demoniaca capocommessa, la sinistra officiante del rito dei saldi (e che meraviglia quei cataloghi da Postalmarket con pretese chic).
Peter Strickland continua con coerenza la sua perlustrazione nei territori dell’orrore più fiammeggiante, ma con un senso alto dello stile che lo separa e distingue dai molti praticanti del genere. Il suo progetto di messinscena è glamourizzare il terrore, estrarne tutto il potenziale estetico, la mortifera bellezza. Con i precedenti Berberian Sound System (lo vidi a Locarno e non apprezzai: mi dichiaro pentito) e The Duke of Burgundy, aveva citato, omaggiato, rifatto a modo suo i gialli erotici e non erotici all’italiana degli anni Settanta, da Dario Argento a Lucio Fulci con un che dei lounge di Umberto Lenzi (soprattutto in Burgundy), scatenandosi nel gioco dei riferimenti. Ma aggiungendo parecchio di proprio, il feticismo dei corpi, degli oggetti, dei decori, una stilizzazione assai più spinta di quella degli ordinari italian horror di allora. E vedendo In Fabric, mi pare sempre più spiccata la propensione di Strickland per le coreografie del sangue e del massacro, per i cerimonali mortuari, come a voler realizzare un musical all’inferno. Di cui il negozio degli abiti maledetti è il palcoscenico designato. Sembra, tra quegli abiti in cui si nasconde la morte, di rivedere l’atelier di uno dei gialli non gothic di Mario Bava, Sei donne per l’assassino (del 1964, pre-argentiano, di un’altra era e di un’altra sensibilità dunque rispetto all’italian giallo), e chissà se Strickland lo avrà visto.
Il motore narrativo di In Fabric sta in un abito, naturalmente rosso sangue, rosso fiamma, il colore più rischioso. In saldo da Dentley & Soper, strettamente consigliato dalla satanica Miss Luckwood con oscure parole tra il sapienziale e il poetico, viene acquistato da una signora appena mollata dal marito e in cerca di una nuova storia (tramite inserzioni di un’era pre-app). Quel vestito si animerà, mostrerà una sua volontà, diventerà una minaccia sospesa su di lei, il figlio illustratore e graphic novelist e la sua odiosa fidanzata-musa-modella. Di più non si può dire. Ma siamo solo alla prima metà del film. Che continua con una seconda storia in cui il vestito rosso, ridotto a brandelli, riprende vita e finisce in casa di un operaio riparatore di lavatrici e della ragazza che sta per sposare. Lo sviluppo ricalca quello del primo episodio, solo senza quello scintillio estetico e feticistico, messo in scena in una forma dimessa e qualsiasi, come a contrapporlo al fashionismo del precedente. Anche se non mancano sequenze perturbanti (l’addio al celibato), non si raggiunge qui la potenza espressiva della prima parte, ed è questo il limite din un film altrimenti importante e bello. Dove Strickland si diverte a creari rimandi e rifrazioni e ripetizioni diferenti (la lavatrice impazzita) o a imprimre un’ironia disseccata, deadpan (quella coppia di strani datori di laoro che sembra una reincarnazione di Gilbert & George). Ho avuto anche l’impressione che stavolta Strickland volesse allargare il suo panorama di riferimento. L’animismo, il pensiero magico su cui si fonda il film – un vestito dotato di vita propria – ricorda certi horror classici alla Edgar Allan Poe, la doppia storia rimanda ai cosiddetti portemanteau movies, più trame chiuse nella stessa cornice (in questo caso il negozio che vende la morte in forma di abito). Incassiamo intanto il bello di In Fabric al di là dei suoi squilibri, rinnovando piena fiducia a Peter Strickalnd, forse il solo, insieme alla coppia belga Hélène Cattet e Bruno Forzani di L’Étrange Couleur des larmes de ton corps, a praticare un cinema di genere così affascinato dalla forma, dalle ubriacature coloristiche, dalle possibili e impossibili visioni. Quanto alla critica al consumismo che sembra emergere in alcune sequenze, non mi pare il caso di prenderla troppo sul serio, e ancora meno mi sembra il caso di attribuire al talento anarchico di Strickland un’intenzione politica.

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

8 FILM da vedere stasera in tv – sabato 6 luglio 2024

Velluto blu

A qualcuno piace caldo

La pantera rosa

Cliccare per la recensione di questo blog.

La zona morta di David Cronenberg, Mediaset Italia 2, ore 21:15.
Midnight in Paris di Woody Allen, Twenty Seven, ore 21:15.
La Pantera rosa di Blake Edwards, la7, ore 21:15.
Il film che nel 1963 fondò una delle serie più fortunate della storia del cinema. Dirige Blake Edwards. Il ladro gentiluomo è David Niven, la bella è Claudia Cardinale. Ma a rubare la scena è l’ispettore Clouseau di Peter Sellers. Nascita di un mito. E di un franchise. Cast inarrivabile: oltre a Sellers ci sono Claudia Cardinale, David Niven, Capucine, Robert Wagner.
Conviene fare bene l’amore di Pasquale Festa Campanile, Cielo, ore 21:20.
Il discorso del re di Tom Hooper, Tv 2000, ore 23:12.
A Chiara di Jonas Carpignano, Rai 3, ore 23:25.
A qualcuno piace caldo di Billy Wilder, la7, ore 23:30.
Velluto blu di David Lynch, Iris, ore 23:35.

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Film stasera in tv: CONVIENE FARE BENE L’AMORE di Pasquale Festa Campanile – sabato 6 luglio 2024

Conviene fare bene l’amore di Pasquale Festa Campanile (1975), Cielo, ore 21:20. Sabato 6 luglio 2024.
Nessuno, che io sappia, ha mai recuperato in vista di una possibile rivalutazione critica la filmografia di Pasquale Festa Campanile, cineasta che pure tra anni Sessante e primi Ottanta fu nome centrale nel nostro cinem mainstream, prima come sceneggiatore poi come regista su script perlopiù propri ma non soltanto (ma anche scrittore di romanzi assai popolari e pure quelli oggi dimenticati). PFC svariò tra infiniti generi, privilegiando la commedia non così omologata però a quella egemone dei Risi-Monicelli-Scola-Age-Scarpelli-Sonego, se mai con qualche frisson intellettuale in più, un qualche gusto per l’eccentrico, il bizzarro, che lo colloca (qualche volta) più dalle parti di un Elio Petri. Oggi è stato completamente espulso dalla memoria di spettatori, critici, cinefili, come se non avesse mai lavorato, come se non avesse firmato colossali successi di pubblico come Il merlo maschio e Quando le donne avevano la coda. Eppure nella sua corposa produzione ci sono titoli che meriterebbero una ri-visione, se non altro per il disallineamento rispetto alla medietà di allora e per l’audacia di inoltrarsi in territori mai troppo esplorati dal nostro cinema come lo sci-fi e il distopico. Titoli che solo in quei folli anni Settanta potevano essere realizzati e distribuiti. Come, esemplarmente, questo oggi impensabile Conviene fare bene l’amore, anno 1975, ispirato incredibilmente alle teorie più estreme e visionarie di Wilhelm Reich, freudiano per niente ortodosso, terapeuta e pensatore e agitatore politico con una qualche vicinanza con l’austera (però lui per niente austero) Scuola di Francoforte, inteettuale che operò nella ribollente Germania anni Venti e primi Trenta per poi riparare negli Stati Uniti. Uno che, partendo dalla psicanalisi freudiana, sviluppò un propria teoria espressa in un libro tutt’oggi fondamentale come Psicologia di massa del fascismo, dove analizzaza le radici pulsionali, inconsce ed erotiche dei totalitarismi fascionazisti: in quanto sarebbe, secondo Reich, la repressione dei sani istinti sessuali il terreno fertile su cui si insediano e prosperano quelle deviazioni antidemocratiche. Ma, per dichiarazione dello stesso Festa Campanile e del suo cosceneggiatore Ottavio Jemma, è al Reich successivo e ancora più radicale che si sono ispirati per Conviene fare bene l’amore, il Reich che (ormai tra anni Quaranta e Cinquanta) è convinto dell’esistenza di un’energia cosmica da lui detta orgonica la quale impregna la materia vivente tutta e la sessualità. Anzi, è la pratica della sessualità uno dei modi in cui quell’energia orgnica può essere prodotta, estratta, perfino capitalizzata attraverso speciali accumulatori (e per catturarla, Wilhem Reich costruirà delle folli cabine orgoniche). Pochi hanno preso sul serio quella bislacca teoria, che però a Festa Campanile e Jemma sembrò giustamente perfetta per tirarci fuori una commedia italiana scollacciata ma non troppo, con qualche pretesa o alibi di nobiltà culturale. Arriva così questo film. Combinando Wilhem Reich con lo shock energetico energetico, la crisi petrlifera di un paio di anni prima che aveva messo in ginocchio tutto l’Occidente, i due autori immaginano una Roma distppica collocata verso il 1980 dove la penuia di energia ha ormai devastato il vivere civile: nulla più funziona, tutto è bloccato, alimentazione elettrica, trasporti. A un medico, il dottor Nobili, vine allora l’idea di mettere in pratica le teorie reichiane creando un reparto speciale di forsennati copulatori in grado di produrre l’energia mancante. L’esperimento funziona, fare l’amore riavvia i trasporti, riaccende le lampadine, si cercherà allora di allargare su vasta scala la pratica del sesso a fini energetici. Il film (tratto dal libro precedentemente scrtto da PFC) non fu un gran successo di pubblico, la critica, dal canto suo, lo ignorò altezzosamente. Oggi giace nel magazzino dei film anni Settanta dimenticati, troppo risqué e fuori norma e però nemmeno abbastanza trash per poter essere riabilitati in un qualche festival o retrospettiva. Non resta, da cinefili carbonari, rivederselo in privato, saggiarne la tenuta dopo tanto tempo, eventualmente farne un personale culto e rilanciarlo pesso il proprio circuito di amici e conoscenti. Cast allora stellare: Gigi Proietti, Agostina Belli, Eleonora Giorgio, Mario Scaccia, Adriana Asti.

Pubblicato in cinema, Container, DVD, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Film da non perdere stasera in tv: A CHIARA di Jonas Carpignano – sab. 6 luglio 2024

A Chiara di Jonas Carpignano, Rai 3, ore 23:25. Sabato 6 luglio 2024.
Tra i nomi luminosi del cinema italiano nuovo anzi novissimo c’è quello, forse il più luminoso di tutti, di Jonas Carpignano, 40 anni giusti, italiano con cittadinanza e si suppone passaporto statunitense, autore di tre lungometraggi assai personali e riconoscibili che gli hanno aperto le porte dei festival maggiori e del circuito arthouse europeo e nordamericano. Il suo esordio nel lungometraggio, Mediterranea, fu il nostro nostro film italiano a raccontarci l’epopea e l’odisseaa dei migranti africani adottando il loro punto di vista, molti anni prima (era il 2015) che lo facesse il Matteo Garrone di Io capitano: ma fu apprezzato più negli Usa e alla Semaine de la Critique di Cannes, dove era stato lanciato in prima mondiale, che da noi (se non ricordo male, non venne mai distribuito in sala se non in occasione di qualche evento come il Premio Lux del Palamento europeo). Fu una scoperta, anche per il microcosmo che andò a rappresentare, quello di una comunità Rom fino a quel momento sconosciuta a gran parte degli italiani insediata da tempo immemorabile nella Calabria interna (nella zona mi pare di Vibo Valentia), un microcosmo coi suoi riti e regole ferree che interagiva con il gruppo dei braccianti arrivati dall’Africa. Sempre quel mondo, sempre quelle relazioni complesse, quelle interferenze tutt’altro che scontate e prive di attrito tra culture ugualmente marginali ma profondamente diverse tra loro, Jonas Carpignano va a mettere a fuoco nel 2017 con il suo film successivo, ancora adottando un cinema ibrido tra approccio etnografico e narrazione. A Ciambra, questo il titolo, viene presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e vi ottiene il premio di miglior film. È per il regista la definitiva affermazione, il consolidamento del suo status di autore, anche se ancora una volta la nomenklatura della critica italiana faticherà ad accorgersi di lui: quanto al pubblico, mai pervenuto. A Chiara, in onda stasera su Rai 3, segna il terzo step nella filmografia di Carpignano: anche questo viene lanciato a Cannes- Quinzaine des Réalisateurs nel 2021, anche questo ottiene un riconoscimento, senza però smuovere all sua uscita in Italia gli spettatori: un misero 147mila euro è a tutt’oggi il suo incasso totale al box office. Eppure marca, nel tragitto autoriale del suo autore, se non una svolta radicale almeno una nuova linea di sviluppo. Siamo sempre nella Calabria interna, ormai la homeland del Caprignano filmmaker (ma pare ci abbia abitato anche nel tempo extraset), siamo semre vicina alla Ciambra, l’insediamento rom, dunque la continuità con le opere precedenti è evidente e dicharata. Ma stavolta l’approccio osservativo-documentario-etnografico è meno radicale e pervasivo, lasciando uno spazio più largo alla narratività e ai personaggi. Soprattutto alla protagonista, Chiara, una ragazzina quindicenne che vediamo all’inizio felice nela sua vita di famiglia, scuola, amicizie. Finché il padre, da lei amatissimo fino a sconfinare nel freudiano complesso di Elettra, è costretto alla clandestinitàper sfuggire a un mandato di cattura  causa della sua affiliazione a un clan criminale. E Chiara si trova di fronte a una biforcazione, dilaniata tra l’affetto e la lealtà verso il padre e la necessità di fare i conti con quel mondo criminale cui appartiene senza volerlo e senza averlo scelto. Un conflitto che è ache la traccia su cui si avvierà man mano, faticosamente tra consapevolezze  e scelte complicate, il suo processo di formazione. Dei tre film di Carpignano è il meno rigoroso e quello che amo di meno per qualche concessione di troppo alla retorica dell’engagement, ai modi fin troppo ovvii e virtuosi della denuncia civile (in questi caso contro i misfatti della criminalità organizzata e l’omertà che ne deriva). Ma il regista non perde la sua anima e A Chiara resta, come gli altri suoi, un ritratto fosco e potente di un mondo in cui sotto alla superficie della modernizzazione (sempre imperfetta, sempre precaria) si agitano i demoni della violenza, della sopraffazione, del mancato rispetto dell’individuo nel nome di un tribalismo trionfante e, forse, invincibile.

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Tornano stasera in tv ‘Giovani si diventa’ di Baumbach e ‘Noi’ di Jordan Peele – ven. 5 luglio 2024

Cliccare per la recensione del film.
Giovani si diventa di Noah Baumbach, canale Twenty Seven, ore 23:15. Venerdì 5 luglio 2024.

 

Noi (Us) di Jordan Peele, Mediaset Italia 2, ore 23:28. Venerdì 5 luglio 2024.

 

 

 

 

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento