Film stasera in tv: ‘Nessuno mi crederà’ (ven. 16 novembre 2018, tv in chiaro)

Nessuno mi crederà, un film di Irving Pichel (1947). Rete Capri (canale 66 dt), ore 21,00, venerdì 16 novembre 2018.
Un noir RKO considerata a suo tenpo, anno 1947, assai minore e qualunque e poi, come spesso capita, recuperato come opera indispensabile dai cinefili più intransigenti. Tra Hitchcock e il Billy Wilder di Double Indemnity, un thriller lurido e amorale benissimo girato da Irving Pichel, attore e poi regista, uno dei blacklisted di Hollywood (morirà nel 1954 anche per i colpi inferti al suo cuore da quella losca stagione di traditori e tradimenti). Un uomo e le sue tre donne. Lui, Larry Ballentine, si è sposato per interesse con l’arrogante Greta, ma naturalmente ha un’amante di nome Janice. Quando la moglie lo scoprirà gli detterà le sue condizioni: ti faccio socio di una nuova, lucrosa attività e ti prendo un ranch a casa di Dio, a patto che tu te ne stia fuori fuori da ogni giro e soprattutto lontano da lei. E il codardo accetta. Questa la prima parte della sua complicatissima vicenda, dallo stesso Larry raccontata in tribunale, mentre siede sul banco degli accusati per un omicidio. Che giura di non avere commesso. E continuano i flashback della sua strana storia, oltre che della sua incontinenza sessual-amatoria. Benché confinato nel ranch, troverà una nuova amante di nome Verna (nome se ben ricordo chandleriano, misterioso e minaccioso). Che è una fisicamente trionfante Susan Hayward in un ruolo di femme fatale da lei indossato nel modo più convincente. Ci sarà un incidente stradale, brucerà un corpo di donna: è quello di Verna, che però verra scambiato dagli inquirenti per la moglie di Larry. Ma le svolte e i twist di questo cupissimo thriller non sono ancora finiti, mentre si avvicina uno scioglimento per niente scontato. Con Robert Young. Per spettatori che non temono l’insolito.

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Recensione: ‘Non dimenticarmi’, un film di Ram Nehari. Il vincitore dello scorso Torino Festival è in sala

OFF_AlTishkechiDontForgetMe_01Non dimenticarmi (Al Tischkechi Oti) di Ram Nehari. Con Nitai Gvirtz, Moon Shavit, Carmel Bato. Al cinema da giovedì 15 novembre 2018 distribuito da Lab 80.
OFF_AlTishkechiDontForgetMe_02Il film israeliano che ha sbancato il Torino Film Festival 2017: migliore film, migliore attore (Nitai Gvirtz), migliore attrice (Moon Shavit), premio AVANTI. Storia di una strana coppia. Lei ricoverata in un centro per disturbi alimentari, lui suonatore di tuba con qualche neurone non perfettamente funzionante. Si conoscono, si piacciono, scappano insieme. La screwball comedy incontra il cinema di denuncia-satira sociale. Voto 7
Un boy-meets-girl sghembo, alterato, fallato, allucinato, sempre a rischio deriva e naufragio come i suoi due protagonisti. Con intorno un Israele che non somiglia niente a quello descritto dai suoi amici e dai suoi (tanti, troppi) nemici. Una società complicata e stratificata, come tutte, esattamente come tutte, di cui questo film mostra linee di faglia, differenze e divaricazioni insospettate, reti (familiari, sociali) minate e precarizzate dall’ipermodernità liquefacente con il suo carico di narcisismo, nichilismo, autismo di massa. Una commedia nera che sa essere rom-com delle più tenere, e però grazie al cielo scevra da ogni smancerie sentimentalista. Nella sua pazzia – anche nel senso più proprio e letterale, perché sia lei, una ragazza di nome Tom, che lui, Neil, sono afflitti da qualche smagliatura mentale che li scosta dalla medietà -, Non ti scordar di me (lasciatemelo tradurre così il suo titolo inglese-internazionale) discende dritto dalla screwball comedy, la forma più estrema della commedia sofisticata, quella che dissolveva la cosiddetta normalità nell’assurdo. Ecco, per dire, la Katharine Hepburn di Susanna! di Howard Hawks che se ne va in giro col felino al guinzaglio. Qui invece è lui, Neil, ad andarsene in giro in strana compagnia, quella di un basso-tuba si immagina pesantissimo che si porta in spalla e non abbandona mai. Neanche quando lei, Tom, prende l’iniziativa e lo bacia (e poi scende giù, mica siamo più negli anni Trenta). Continua a leggere

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Recensione: ‘Summer (Leto)’, un film di Kirill Serebrennikov. Leningrado suona il rock

Summer (Leto), un film di Kirill Serebrennikov. Con Teo Yoo, Irina Starshenbaum, Roman Bilyk, Filipp Avdeev, Alexandr Gorchilin, Alexander Kuznetsov, Nikita Efremov, Julia Aug, Elena Koreneva, Lia Akhedzhakova, Anton Adasinskyi, Vasiliy Mikhailov. Al cinema da giovedì 15 novembre 2018 distribuito da I Wonder.
Tratto da un libro autobiografico, un film che racconta la scena punk-rock della Leningrado primi Ottanta. E il triangolo non così scandaloso tra Mike, Natasha e Viktor. Tutto in un’estate di suoni selvaggi e amori non selvaggi benché appassionati. Succede poco e le due ore di film sono francamente troppe. Kirill Serebrennikov la butta sulla forma e la velocità, scatenandosi in virtuosistici numeri musicali e in un bianco e nero alto-autoriale. Molto apprezzato a Cannes 2018, dove Summer era in concorso. E dove s’è molto parlato anche del suo regista, messo agli arresti domiciliari dal regime. Voto 6 e mezzo

No, non è venuto lo scorso maggio a Cannes. Il suo Leto è stato proiettato in concorso in absentia. Il quarantanovenne Kirill Serebrennikov, regista russo non allineato (al regime putinista), supporter della causa LGBT, stava agli arresti domiciliari sotto l’accusa di presunti reati amministrativi nella gestione di un teatro moscovita. Accuse pretestuose che hanno tolto di mezzo uno che, semplicemente, dava fastidio, una voce fuori dal coro acclamante il nuovo zar. A scatenare il caso Serebrennikov era stato il progetto di un suo spettacolo al Bolshoi su vita, gloria e dolori del mito della danza russa e planetaria Rudolf Nureyev, pare poco aderente ai canoni nel neo-realismo socialista-patriottardo in salsa putiniana per via delle molte nudità e delle molte pratiche erotiche (poi lo spettacolo è andato in scena al Bolshoi, non saprei dir se in versione epurata o no). Nemmeno la richiesta del ministro degli esteri francese allo zar Vladimiro di concedere un espatrio temporaneo a Serebrennikov perché potesse presenziare alla prima del suo Leto a Cannes è servita. Noi qui abbiamo il massimo rispetto dell’indipendenza della magistratura e non ci permettiamo di interferire nel suo operato, pare abbiano sfacciatamente risposto dalla Russia ai francesi, e non si sa se ridere o piangere. Che poi, francamente, questo film paraculissimo e benissimo girato, anche troppo, e con troppe astuzie e piacionerie, non contiene nessuna seria critica al regime né di oggi, né di ieri e di domani. Raccontando una piccola, piccolissima e non minacciosa fronda esistenzial-musicale nella Leningrado primi Ottanta, una scena rock non così maledetta e clandestina (e sempre copiata dai modelli occidentali), anzi ospitata dal ‘sistema’, con soddisfazione di suonatori, ascoltatori e burocrati, in speciali centri destinati alle band giovani, purché non esagerassero in trasgressioni e incitamenti alla rivolta. Ispirato con parecchie libertà a veri fatti e veri personaggi (e al libro scritto dal lato femminile del triangolo rock-sentimentale di cui parla il film), Leto ci parla di Mikail, musicista punk di non poco talento, della sua compagna Natasha nonché madre del loro bambino, e del rocker non-punk sovietico-coreano Viktor. Tutto in un’estate di suoni selvaggi e di amori non altrettanto selvaggi benché appassionati. Succede che Natasha, benché sempre in amore con il suo Mike, si invaghisca del più dolce e più androgino, e anche più nuovo sulla scena musicale, Viktor. Un talento peraltro incoraggiato dal già famoso Mike. Succede poco più di niente, “ci teniamo per mano”, confessa al marito o compagno Natasha, in quella smania molto modernista e molto scema che contagiò evidentemente anche la Russia ancora sovietica di “dirsi sempre tutta la verità, di non essere mai ipocriti”. Continua a leggere

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Film stasera in tv: ‘Lussuria – Seduzione e tradimento’ di Ang Lee, Leone d’oro a Venezia 2007 (ven. 16 novembre 2018, tv in chiaro)

Lussuria – Seduzione e tradimento (Lust, Caution), Cielo, ore 21,15. Venerdì 16 novembre 2018.
Da Il film che fece vincere ad Ang Lee nel 2007 il suo secondo Leone d’oro a Venezia a soli due anni da Brokeback Mountain. Troppo, si disse. Sembrò una sbandata della giuria, e per qualcuno anche un’eccessiva e sospetta benevolenza visto che a presiederla era Zhang Yimou, cinese come Ang Lee. Ma questo elegante melodramma di amore, sesso, abiezione, mercificazione e tradimenti nell’ambigua e sordida Shanghai dell’occupazione giapponese è da riscoprire senza pregiudizi. Siamo nei primi anni Quaranta. Una studentessa che fa parte della resistenza clandestina ha l’incarico di sedurre un ricco collaborazionista degli odiati occupanti nipponici e ucciderlo. Ma ci si mette di mezzo l’amore, o la fatale attrazione sessuale, e tutto si complicherà parecchio. Shanghai come luogo labirintico di ogni trappola, come lurido scenario di ogni tradimento e gioco di maschere che sembra venire da Shanghai Express di Josef von Sternberg. Le si contrappone Hong Kong, colonia britannica dove sono sfollati molti cinesi, luogo aperto e libero e trasparente, che fa da sfondo alla prima parte del film. Lui è Tony Leung, divo del cinema di Hong Kong consacrato grande e star internazionale da In the Mood for Love di Wong Kar-wai.

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Recensione: ‘In guerra’, un film di Stéphane Brizé. Nell’era del lavoro che scompare

In guerra (En guerre), un film di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, Olivier Lemaire. Al cinema da giovedì 15 novembre 2018.
Uno dei film migliori di Cannes 2018, purtroppo uscito dal festival senza premi. Una multinazionale chiude in Francia una fabbrica, e gli operai scendono in lotta per non perdere tutto. In guerra va a raccontare la questione oggi di tutte le questioni, la perdita del lavoro, l’assenza del lavoro. Ed è straordinario come il regista Stéphane Brizé lo fa, mimando i linguaggi visivi delle news tv e dei social, entrando con la macchina da presa nelle stanze degli incontri e scontri tra le due parti. Un film ossessivo, ipnotico, claustrofobico, che comunica un senso di intrappolamento e inesorabilità. Voto 8+
In guerra conferma quanto sia cresciuto, esponenzialmente cresciuto, in questi ultimi anni il suo regista, il francese Stéphane Brizé. Prima con La legge del mercato con Vincent Lindon che si portò via qui a Cannes – correva l’anno 2015 – il premio (sacrosanto) come migliore attore, poi con Une Vie, dato in concorso a Venezia 2016 che sorprendentemente, visti i precedenti neo-neorealistici del suo autore, adava a ripescare un Guy de Maupassant decostruendo il period movie mediante macchina da presa mobile e una sceneggiatura ellittica che piallava via premesse, spieghe, antefatti per mostrare solo i fatti e gli effetti. Quell’esperienza radicale non è andata perduta, e se ne vedono le tracce corpose in questo film che pure per i temi affrontati somiglia più a La legge del mercato, di cui riprende il protagonista Vincent Lindon. Tutto sembra uguale. Perché si va a a trattare anche qui, come allora, la questione di tutte le questioni in occidente, no, non il populismo, non le derive xenofobe, ma la crisi del lavoro, la perdita del lavoro, l’assenza del lavoro che se ne va in altre parti del globo meno costose. Problema, in my humble opinion, da cui discendono tutti gli altri. E questione lancinante che preme sulle esistenze e le cambia e reindirizza e devasta, trattata stavolta da Stéphane Brizé in una sorta di film-manifesto, di storia esemplare che ne riassume infinite altre capitate qua e là nell’Europa della deindustrializzazione e della delocalizzazione. Ma dire, come ho sentito dopo la proiezione a Cannes, che Brizé ricalca se stesso e che già tutto stava in La legge del mercato, dove un cinquantenne colpito da disoccupazione era costretto a reinventarsi la vita, è un abbaglio. In guerra non racconta una storia ma storie plurime che si intrecciano lungo un asse narrativo che ingloba e sovrasta le individualità, e lo fa con una forma cinema e uno stile assai audaci che mimano e riproducono i linguaggi visivi caotici e informi delle news tv, di youtube, dei video postati sui social e spediti via whatsapp. Qualcosa che porta In guerra molto ai di là dei tanti film sulla stessa questione.
Ad Argen, in Francia, una multinazionale con sede in Germania chiude la fabbrica Perrin, una delle sue filiali sparse per il mondo. I salariati, operai in testa, passano alla lotta dura opponendosi alla chiusura, con l’appoggio ovviamente del sindacato. Fermano la produzione, bloccano l’accesso, in uno scontro che durerà mesi e sposserà entrambe le parti. Il cuore duro del film sta nel mostrare, come in un documentario militante di altri tempi ma anche come i resoconti telegiornalistici attuali, i continui dibattiti e confronti e scontri verbali all’interno del fronte combattente e gli incontri tra i delegati delle due parti. In una sovrapposizione continua, confusa e sovreccitata di voci, in un disordine della comunicazione, in una cacofonia che è il sintomo e in parte la causa dell’impossibile conciliazione tra chi lavora nell’azienda e chi la dirige. Al tavolo di volta in volta si presentano per interloquire con i delegati degli operai il management locale, quello nazionale, e il superboss che dalla Germania plana ad Anger per incontrare finalmente, dopo mesi, la gente dell’usine Perrin (esordendo con un infelice “amo la Francia, mia madre è francese, ho una casa di vacanza in Camargue”). Continua a leggere

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