I MIGLIORI FILM del 2018. Secondo me

Contravvengo al buon proposito di non redigere – come tanti, troppi hanno già fatto – la lista dei miei film preferiti del 2018. Ma è il 31 dicembre, l’anno se ne sta andando e una folla di titoli vortica nella mia testa spingendo per uscire fuori prima che sia troppo tardi: un’ossessione, anche se per niente magnifica. Sicché, cospargendomi il capo di cenere e chiedendo venia, eccomi qua pure io con la mia classifica del meglio dell’anno che se ne va. Avvertenza: ho scelto tra i film visti ai festival e in sala. No Netflix e altre piattaforme.

20) Suspiria di Luca Guadagnino

19) En Guerre di Stéphane Brizé

18) Mandy di Panos Cosmatos

17) Un couteau dans le coeur di Yann Gonzalez

16) Dovlatov di Alexey German Jr.
15) Sophia Antipolis di Virgil Vernier
14) The Favourite di Yorgos Lanthimos

13) Nuestro Tiempo (Our Time) di Carlos Reygadas

12) High Life di Claire Denis

11) Long Day’s into Night (Di Qiu Zui Hou De Ye Wan) di Bi Gan

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Il film imperdibile stasera in tv: DUE GIORNI, UNA NOTTE dei fratelli Dardenne (ven. 18 gennaio 2019, tv in chiaro)

Due giorni, una notte, un film di Luc e Jean Pierre Dardenne. Tv 2000, ore 21,10. Venerdì 18 gennaio 2019.
355097Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet, Pili Groyne.
3e520722154cdf02cbc91fc9872435f3Tornano i Dardenne, e ancora una volta con un film grande. Che tocca il punto sensibile dell’Europa di oggi, il lavoro a rischio. L’azienda di Sandra fa una proposta ai dipendenti: se accettate il taglio di un posto di lavoro avrete un bonus di mille euro a testa. E la vittima designata è Sandra. Farà in un weekend il giro dei colleghi per convincerli a rinunciare ai soldi e votare perché lei resti. Idea narrativa straordinaria, che permette ai Dardenne di costruire una storia avvincente come un thriller e di veicolare con la massima efficacia quanto ci vogliono dire. E Marion Cotillard quale proletaria è perfetta. Voto 8 e mezzo
346503Il più bel film dei Dardenne da parecchi anni in qua, meglio dei pur bellissimi Il ragazzo con la bicicletta e Il matrimonio di Lorna. Due giorni, una notte è di quelle cose che resteranno, per la capacità di centrare con precisione chirurgica e assoluta lucidità il problema di tutti i problemi di questo presente, di questa Europa, ovverossia il lavoro, la fatica di trovarlo quando non lo si ha, la paura di perderlo quando lo si ha, la crisi economica, la sua squassante ricaduta sulla vita, i corpi, le menti della gente. Film troppo didascalico? troppo a tesi? Ma vogliamo scherzare? I Dardenne non son mica dei rozzi agit prop, non son mica figli del cinema politico a una dimensione e dal pensiero unico. Le loro idee ce le hanno e ce le comunicano chiare e forti, ma sono bravi, molto bravi, nel genere sono i migliori di tutti. Per la semplice (anzi complessa) ragione che i Dardenne Brothers sono dei meravigliosi storyteller, dei narratori sublimi che sanno come arpionare lo spettatore, non mollarlo più, coinvolgerlo e interessarlo al loro, ebbene sì, messaggio. Cosa che li distingue dalla massa sterminata di cineasti giovani e meno giovani che li copiano e al loro magistero chiaramente si rifanno (a ogni festival si vedono almeno cinque o sei film à la Dardenne). Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: LA PELLE CHE ABITO di Pedro Almodóvar (sab. 12 gennaio 2019, tv in chiaro)

La pelle che abito di Pedro Almodóvar, Iris, ore 23,42. Sabato 12 gennaio 2019.
Recensione scritta all’uscita del film.

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Non si capisce perché questo Almodóvar non sia piaciuto: non al pubblico che lo segue devotamenteda anni, non ai critici. Eppure La pelle che abito è puro Almodóvar, nel bene e anche nel male. Solo che stavolta la butta sul macabro e si astiene da certe piacionerie che l’hanno reso tanto gradito. Ma La pelle che abito va visto, altroché, se non altro per il suo clamoroso colpo di scena.

Banderas sul set con Almodóvar

La pelle che abito, di Pedro Almodóvar. Con Antonio Banderas, Marisa Paredes, Elena Anaya, Eduard Fernández, Blanca Suárez.
z10In La pelle che abito Pedro Almodóvar rifà per l’ennesimo volta se stesso, e lo stesso film. Come in molta sua produzione, soprattutto degli anni Duemila (vedi La mala educacion e Gli abbracci spezzati), moltiplica trame e sottotrame, va avanti e indietro nel tempo con flashback e flashforward, confonde le acque e le carte, depista seminando falsi indizi. E come sempre, la narrazione è così spezzata e discontinua, così affollata di digressioni e elementi-personaggi paralleli che render conto anche solo parzialmente dell’intreccio è impresa ardua. Proviamoci. Siamo in un futuro molto, molto prossimo, nell’anno 2012 (questa recensione è stata scritta al’uscita del film, l’ottobre 2011, ndr), e siamo a Toledo, in una Spagna però abbastanza fantastica e anche qua e là incongrua che talvolta sembra il Brasile, con tutto quel parlare di favelas e di Bahia, e quella parata di chirurghi plastici-star.
C’è un chirurgo plastico appunto, un virtuoso del bisturi estetico, di nome Robert Ledgard (un Antonio Banderas tornato dopo vent’anni sul set con il suo scopritore e mentore Almodóvar), che nella sua sontuosa villa con annessa camera operatoria privata tiene prigioniera una donna di nome Vera, oggetto dei suoi esperimenti e del suo feticismo-voyeurismo. Ne rimodella i connotati, la riveste di una pelle ricavata in laboratorio incrociando tessuti umani e dna suino, in oltraggio a ogni bon ton etico. La scruta attraverso un grande schermo, ne segue ogni movimento, ogni gesto. Chi è Vera? È la moglie del chirurgo, data per morta e bruciata in un incidente stradale, e invece forse sopravvissuta, alla quale ora l’amorevole marito cerca di ridare con i suoi interventi un volto e un corpo normali? O è una sua sosia, che Robert vuole riplasmare a immagine della defunta, in una operazione di duplicazione necrofila simile a quella che tenta il James Stewart di La donna che visse due volte quando ricrea in una anonima commessa l’amata scomparsa per suicidio? A governare la casa c’è una fantesca-padrona, che è una delle attrici-feticcio di Almodovar, Marisa Paredes, la quale si scoprirà essere più intimamente legata al protagonista Robert di quanto non si pensi.
A ossessionare il chirurgo c’è anche il ricordo della giovane figlia Norma, andata fuori di testa dopo aver subito uno stupro e suicidatasi nella clinica in cui era ricoverata (benché in rehab per uso e abuso di ogni possibile droga, Norma è rappresentata dal regista come brava ragazza dal viso acqua e sapone e i capelli raccolti a coda di cavallo, che figurativamenrte sembra ispirata alla Gigliola Cinquetti poco più che adolescente del mitologico musicarello Dio come ti amo, coproduzione italo-iberico-brasiliana del 1966 che ebbe nei paesi latinoamericani un successo travolgente e che Almodovar di sicuro conosce molto bene). Robert, secondo il canone del rape-and-revenge, rapisce lo stupratore per farsi giustizia. I molti livelli narrativi naturalmente a un certo punto si incroceranno e daranno vita a un colpo di scena, a un twist come raramente s’è visto negli ultimi anni al cinema. Qualcosa che davvero non ti aspetti e che è di gran lunga la cosa migliore di La pelle che abito e che, nonostante tutto e nonostante i molti fastidiosi almodovarismi da cui è afflitto, ne rendono altamente consigliabile la visione. Continua a leggere

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Film stasera in tv: APOLLO 13 (sab. 12 gennaio 2019, tv in chiaro)

Apollo 13, Iris, ore 21,00. Sabato 12 gennaio 2019.
Fu la missione lunare più travagliata. Era il 1970. L’esplosione di un serbatoio di ossigeno impedì ai tre astronati a bordo dell’Apollo 13 di raggiungere come previsto la luna. Il film, del 1995, diretto da quel grande fabbricatore di cinema popolare che è Ron Howard, ricostruisce l’incidente e il successivo tentativo – riuscito – di riportare a terra l’equipaggio. Una storia già di suo di formidabile appeal e che questo film rende travolgente. Con Tom Hanks, Kevin Bacon, Gary Sinise e Ed Harris. Da vedere e magari confrontare con il più recente dei film aerospaziali, il First Man di Damien Chazelle.

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Un film-capolavoro stasera in tv: SENSO di Luchino Visconti (sab. 12 gennaio 2018, tv in chiaro)

Senso di Luchino Visconti (1954). Rai Storia, ore 21,10, sabato 12 gennaio 2019.Il film di Luchino Visconti che preferisco insieme a Rocco e i suoi fratelli. Più che mai da ri-vedere, Senso, una delle non molte pellicole che mettono in scena il Risorgimento, dunque attualissima per via delle infinite controversie, storiografiche, politiche, ideologiche che continuano a accendersi intorno a quel periodo (una vera guerra culturale, un Kulturkrieg come non se ne vedevano da molto nel nostro paese). Il Risorgimento amaro di Visconti è anche da confrontare con quello revisionato di Noi credevamo di Mario Martone, inatteso successo al box office di qualche anno fa.
Il racconto in Senso dell’amore matto e disperato della contessa Serpieri (una meravigliosa, memorabile Alida Valli) per l’ufficiale austriaco troppo bello e troppo giovane e dissoluto Farley Granger, in Visconti – il Visconti impegnato di allora, molto marxiano e lukacsiano – vorrebbe farsi rappresentazione della decadenza aristocratica, della fine di una classe. E di un Impero absburgico ormai allo sfascio di fronte ai nazionalismi rampanti e aggresssivi. In realtà oggi ci appare soprattutto come una straordinaria storia di amour fou, la pazzia di una donna che per passione si fa trascinare nel gorgo e nella vergogna, tradendo se stessa, il suo ceto di appartenenza, la sua italianità. Il tutto in una Venezia ancora di Francesco Giuseppe ma in attesa di riunirsi al nascente stato italiano. Melodramma inarivabile, aggiornato al gusto anni Cinquanta di Tennessee Wiliams, che difatti collaborò ai dialoghi (date un’occhiata alla lista degli sceneggiatori, c’è da rimanere senza fiato: Carlo Alianello, Giorgio Bassani, Paul Bowles, Suso Cecchi D’Amico, Giorgio Prosperi, Tennessee Williams. E poi si dice il cinema italiano di oggi). In origine la coppia protagonista sarebbe dovuta essere Ingrid Bergman-Marlon Brando. Alida Valli non fa rimpiangere la Bergman, Farley Granger invece Marlon Brando lo fa rimpiangere, e parecchio.

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Il film imperdibile stasera in tv: IL CLAN di Pablo Trapero (giov. 10 gennaio 2019, tv in chiaro)

Il Clan, un film di Pablo Trapero. Rai Movie, ore 22,35, giovedì 10 gennaio 2019.
451948Il Clan, un film di Pablo Trapero. Con Guillermo Francella, Peter Lanzani, Lili Popovich, Gaston Cocchiarale, Giselle Motta. Al cinema da giovedì 25 agosto.558967Primi anni Ottanta, Argentina. Mentre il regime dei generali si avvia al crollo, un addetto dei servizi segreti mette su un’azienda familiare di rapimenti a scopo di lucro. Tutti sanno, la moglie, i figli, che anzi collaborano fattivamente all’impresa. Il male come ordinario quotidiano. L’omicidio e la tortura come un qualsiasi lavoro. Pablo Trapero è asai bravo nel farci vedere la mostruosità del normale. Presentato in concorso a Venezia 2015, dove ha poi vinto il Leone d’argento per la regia. Voto 7 e mezzo
319927Made in Argentina, con però alle spalle la produzione di Pedro Almodovar e del fratello Agustin tramite la loro Deseo, Il Clan di Pablo Trapero sfiora il grandissimo risultato, il capo d’opera, se non fosse per qualche vistosa caduta (un imperdonabile, quasi pornografico montaggio alternato di una scopata con la scena di tortura di un ostaggio) e per un sovraccarico ideologico-politico che connette il racconto di una famiglia criminale e dei suoi misfatti alla dittatura dei generali tra anni Settanta e Ottanta, spiegando troppo sbrigativamente i primi con la seconda. Ma questo è cinema di rara potenza, che finalmente si misura con un caso (di vera e nerissima cronaca) sconvolgente, con i demoni che stan sotto la civilizzazione e la borghese vita dei suburbia, che non si perde nei narcisismi e negli ombelicalismi di tante cose e cosucce viste anche a questo Venezia Film Festival. E alla fine del press screening, lungo e sacrosanto applauso.
Nell’ultimo anno della dittatura militare (1982), in un regime già vacillante in cui comincia la resa dei conti, Arquimedes Puccio, lavoratore dei servizi segreti con parecchi figli a carico, capisce che è ora di riciclarsi. Di trovare nuove fonti di denaro. Avendo, si immagina, sviluppato un certo know-how durante il regime in fatto di torture, rapimenti di oppositori e altre sporchissime faccende, pensa di mettere a frutto quanto ha imparato mettendo su un’aziendina familiare insieme a un paio di amici. Un’azienda di rapimenti a scopo di lucro. Tutti in famiglia sanno, la moglie, i figli, le figlie. Il rampollo più grande, star della squadra argentina campione di rugby, vien subito coinvolto come braccio destro, incaricato di individuare i bersagli grossi e di far da picchiatore quando occorre. Un paio di loschi figuri, probabilmente pure loro implicati nei servizi, vengono arruolati come manovalanza. Continua a leggere

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