Torna stasera in tv IL SORPASSO di Dino Risi (mart. 17 novembre 2020)

Il sorpasso di Dino Risi, Iris, ore 23:26. Martedì 17 novembre 2020.
Il_sorpassoLa miglior commedia di sempre del nostro cinema, per qualcuno pure il miglior film italiano di sempre. Quando uscì, nel remoto 1962, non furono poi in tanti a rendersi conto di cosa fosse davvero questo immenso racconto orchestrato da Dino Risi (su clamorosa sceneggiatura, obbligario ricordarlo, di Ruggero Maccari e Ettore Scola,oltre che dello stesso Risi). Racconto che adesso ci appare come un ritratto assoluto, definitivo, dell’Italia in preda alle convulsioni del miracolo economico e a una mutazione antropologica che l’avrebbe travolta. Vittorio Gassman, nel ruolo della vita, è il cialtrone e nullafacente Bruno che in un ferragosto romano vuoto e deserto conosce, e imbarca a bordo della sua decapottabile, il probo studente Roberto, un Trintignant contrappunto perfetto, nel suo malinconico autocontrollo, nella sua nobile timidezza, al debordante compagno d viaggio. Si imbocca l’Aurelia, verso Castiglioncello, poi qua e là in Toscana. Road movie, in paesaggi ancora meravigliosi e intoccati, e quasi zero macchine in giro. Con fermate e deviazioni in posti e tra persone che finiscono col disegnare una mappa socio-etnografica di quell’Italia. Mogli cornificate e lasciate, nobili di campagna in via di rapida decadenza. Il timido conoscerà attraverso il cialtrone qualcosa di più della vita, il cialtrone attraverso il timido intuirà l’esistenza dell’ombra. Complicità, ma anche un sordo, tacito braccio di ferro tra i due. Rivalità maschile e forse un’impossibile (allora) attrazione omoerotica. La conclusione, drammatica, rivelerà un vincitore e un vinto. Uno di quei film perfetti dove funziona tutto, sceneggiatura, regia, interpreti. Bianco e nero meraviglioo, come si usava ancora negli anni Sessanta (di lì a poco sarebbe scomparso dal cinema destinato al largo pubblico). Vedere e rivedere.

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Film stasera in tv: ANASTASIA di Anatole Litvak (mart. 17 novembre 2020)

Anastasia, un film di Anatole Litvak, Tv 2000, ore 22:48. Martedì 17 novembre 2020.
Anastasia (1956)Che il mito dei Romanoff, a oltre un secolo dall’esecuzione dello Zar Nicola II e della sua famiglia per opera dei bolscevichi a Ekaterinenburg, sia ancora ben viva lo dimostra la serie tv Amazon I Romanoff. Nella quale si sono messe in scena storie e vite di nostri contemporanei convinti di discendere dalla dinastia che a lungo dominò la Russia. Una fiction che rinfresca una delle più diffuse e resistenti fantasie collettive del secolo scorso (le fake news mica son cosa di oggi) secondo la quale al massacro di Ekaterinnburg del 17 luglio 1918 sarebbe in realtà sopravvissuta una delle figlie di Nicola e Alessandra, Anastasia, poi riparata sotto falso nome in Occidente. Ed è a quella storia creduta vera da folle di europei e americani nonostante le smentite degli storici, che si ispira questo film al cui centro ritroviano Ingrid Bergman, attrice tra le più grandi della storia del cinema, e non si esagera. Donna, anche, di coraggio e dalle molte stagioni professionali ed esistenziali, e spesso le due dimensioni in lei coincisero, come quando si buttò nel post-neorealismo italiano e mollò Hollywood per amore di Roberto Rossellini. Con le felici conseguenze che sappiamo, film come Stromboli, Viaggio in Italia e Europa ’51, mica poco.Anastasia, del 1956, marca uno dei tanti punti di svolta della sua carriera, il ritorno a Hollywood dopo la parentesi euro-rosselliniana. Ritorno accolto con l’allegrezza e la pompa con cui si festeggia il figliol prodigo, gran successo al box office e per lei il secondo Oscar come migliore attrice protagonista dopo quello per Angoscia. Ma Anastasia non è solo un vehicle per il rientro della diva, è anche uno di quei melodrammi anni Cinquanta a uso di un pubblico popolare e in prevalenza femminile che il cinema americano sapeva produrre quasi serialmente, e sempre a livelli più che dignitosi. Stavolta, prendendo spunto da una pièce, si gira intorno a uno dei grandi tormentoni della stampa popolare della prima metà del Novecento, la presunta sopravvivenza di una delle figlie dello zar Nicola II, la principessa Anastasia, alla strage bolsceviva della sua famiglia. Un fantasma, uno spettro che da quel momento non ha mai smesso di aggirarsi per l’Europa, accendendo le speranza revanchiste dei tanti legittimisti russi della diaspora, alimentando apparizioni in serie di signore e signorine autoproclamantesi la sopravissuta Anastasia. A una di loro, Anna Anderson, cui i rotocalchi negli anni Cinquanta dedicavano pagine su pagine, si ispira questo film di Anatole Litvak, uno dei tanti registi della grande emigrazione da centro ed est Europa verso la capitale del cinema americano. Continua a leggere

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Film stasera in tv: THE HATEFUL EIGHT di Quentin Tarantino (mart. 17 novembre 2020)

The Hateful Eight di Quentin Tarantino, Rai 4, ore 21:20. Martedì 17 novembre 2020.
486455558463The Hateful Eight, un film di Quentin Tarantino. Con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Tim Roth, Jennifer Jason Leigh, Demian Bichir, Walton Goggins, Bruce Dern, Michael Madsen, Channing Tatum, James Parks. Musiche di Ennio Morricone.
THE HATEFUL EIGHTTre ore e più in 70 mm per raccontarci otto dannati chiusi in un microcosmo a sbranarsi, prima con le parole poi con le pistole e altro. Una summa del cinema di Tarantino con in bella vista tutte le sue ossessioni ormai elevate a maniera, a partire dalla violenza più truce. Ma l’impressione è che il signor Quentin si muova ormai in una dimensione autistica e autoriferita, schiavo di se stesso, chiuso nella gabbia del tarantinismo. E se i dialoghi sono una meraviglia, il plot ha fin troppe incongruenze (e non credete a chi ne parla come di un film politico, non lo è). Voto 6
The Hateful EightTHE HATEFUL EIGHTRecensione scritta all’uscita del film.
Il meglio è la musica di Ennio Morricone (che difatti si prenderà poi l’Oscar: aggiunta al testo originAle). Se non trovate altri motivi per andarlo a vedere, e in questo film alquanto odioso come gli otto del suo titolo Tarantino fa parecchio per farsi malvolere e respingere lo spettatore, andateci per lui, Morricone il grande. Che se poi The Hateful Eight lo vedete in uno dei quei pochi cinema dove lo proiettano in 70 mm UltraPanavision (a Milano bisogna fare una gita extra moenia fino all’Arcadia di Melzo) secondo i desiderata del feticista Tarantino – feticista del widescreen in pellicola come si faceva nei Sessanta e come non si fa più -, avrete in premio qualche minuto in più rispetto alla versione distribuita nella maggioranza delle sale. Soprattutto vi potrete godere un’Overture (no, non Ouverture come scriverebbe una persona dabbene: quei barbari di americani hanno tolto la u) che dà l’idea di chi sia il signor Morricone, del perché sia un venerato maestro, e di come a 87 anni sia sempre capace di meraviglie. Va bene, ma il film? Premesso che l’ho visto due volte, la prima in v.o. sottotitolata e la seconda doppiata, e tutte e due sul megaschermo dell’Arcadia di Melzo per un totale di oltre sei ore di visione e interminabili e fittissimi dialoghi (grazie maestro Morricone anche per aver interrotto qua e là la verbosità tarantiniana), dico che non è il meglio prodotto dal suo autore demiurgo, dal suo regista-dominus, il quale qui realizza la sua cosa più estrema, quasi una summa della propria visione di cinema, e però in un autismo allarmante, se non proprio patologico. Sfrenato, solipsista, autocitazionista, Tarantino entra definitivamente nella fase del manierismo, in una dimensione blindata e autoriferita, in un territorio in cui ogni elemento esterno e altro-da-sé è meticolosamente espunto. Una enorme stanza degli specchi in cui il già gigantesco Io dell’autore viene rifratto e moltiplicato all’infinito. Come il Fellini maturo, quello che parte dal Satyricon, si liquefà man mano nel fellinismo, anche Tarantino sprofonda definitivamente, voluttuosamente e senza avvertire da narciso i possibili rischi, nel tarantinismo. Continua a leggere

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Film stasera in tv e su RaiPlay: MAPS TO THE STARS di David Cronenberg (ven. 23 ott. 2020)

Maps to the Stars di David Cronenberg, Rai 2, ore 0:35. Venerdì 23 ottobre 2020. Anche su RaiPlay.d1b5b964b35fa448e42e4b16d29e4930Maps to the Stars, un film di David Cronenberg. Con Mia Wasikowska, Robert Pattinson, Julianne Moore, John Cusack, Olivia Williams, Evan Bird. Presentato in concorso a Canes 2014. Premio a Julianne Moore come migliore attrice.
f5d190fc2ab1e7be8e781dd9b9e8fc86Una commedia nera su Hollywood. Con baby divi psicopatici, terapeuti smargniffoni e sporcaccioni, dive pronte a passare ui cadaveri per una parte, agenti che vendono al prezzo più alto la loro carne umana. E assassini, incesti, sozzerie e turpitudini varie. Una Hollywood freak. Solo che Cronenberg non ha proprio il dono naturale della commedia grottesca. Non all’altezza del suo Cosmopolis dello scorso Cannes. Voto 6+

Ma perché sul sito ufficiale del festival non c’è il pressbook di Maps to the Stars? Non era pronto? Non si son voluto fare rivelazioni per sfruttare l’effetto sorpresa? Volevo verificare se questo bizzarro oggetto cinematografico – bizzarro anche per un autore non certo medio come Cronenberg – fosse tratto da un qualche romanzo, invece zero informazioni. Dai credits finali (mi riferisco alla proiezione stampa di domenica sera delle 19.00, in una Salle Debussy gremita) mi pareva di ricordare di no, che la sceneggiatura fosse originale. Difatti andando poi a rovistare sui soliti benedetti siti americani – che Dio ce li conservi – ho scoperto che lo script è di un tizio* che vi ha riversato la sua lung esperienza come driver di limousine per celebrities a Hollywood. Solo che nessuno ne ha mai tratto un film per vent’anni. Perché il massimo regista canadese (non se la prendano Egoyan, Arcand, Villeneuve) abbia deciso di farlo lui, adesso, e di metterci la faccia, è cosa abbastanza inspiegabile. No, non per certe scene tipo Julianne Moore che fa pipì e pupù (e giustamente Paola Jacobbi parla di transito intestinale come uno dei massimi trend del festival) e poi si lamenta della puzze. Non per qualche grevità scopereccia. No, è che questa black commedia con scivolamenti nel dark non mi è parsa congeniale a Cronenberg, che è sì tipo tosto, disturbante e perturbante, e per niente timoroso di addentrarsi nel laido e nel sordido, però non così dotato del senso del grottesco, dell’humor cupissimo di cui è invece ampiamente provvisto, tanto per stare all’oggi, un Ben Wheatley. Continua a leggere

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Film stasera in tv: SELMA – LA STRADA PER LA LIBERTÀ di Ava DuVernay (ven. 23 ott. 2020)

Selma – La strada per la libertà, un film di Ava DuVernay, Rai Movie, ore 23:40. Venerdì 23 ottobre 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.
SELMA?????Selma – La strada per la libertà, un film di Ava DuVernay. Con David Oyelowo, Tim Roth, Tom Wilkinson, Giovanni Ribisi, Oprah Winfrey, Alessandro Nivola, Cuba Gooding Jr, Carmen Ejogo. Candidato all’Oscar del miglior film.?????Tra 1964 e 1965, i mesi cruciali nella vita di Martin Luther King, quando preparò e guidò in Alabama la marcia di protesta da Selma a Montgomery per il diritto dei neri al voto. Il prima, il durante, e anche il dopo, di quell’evento, in un film rispettabile che riesce ad evitare le secche dell’agiografia. Con uno stile registico distaccato e storicizzante che poco concede alle convulsioni e alle iper-espressività del cinema militante. Buona riuscita. Ma piacerà al pubblico questo Selma così alieno dalla ruffianaggine? Voto 7?????Ava DuVernay l’avevo visto al Venezia Film Festival un paio di anni fa presenziare alla proiezione del suo The Door, il quinto degli Women’s Tales prodotti da Prada/Miu Miu con registe di tutto il mondo. Lei, una ragazzona afroamericana assai elegante, come peraltro il suo minifilm, un interno di borghesia nera americana, con una giovane donna bella e inquieta, percorsa da inesplicati turbamenti. Ci sarà un’altra donna, e un’altra, e un’altra ancora che cercheranno di disattivare quel suo spleen. Un’operina assai elegante e fashionista, tutta da-lei-a-lei, con un che di lesbochic sospeso nell’aria, formalmente accuratissima, distaccata come un Antonioni d’annata. Lontana abissalmente, con il suo glamour e i suoi climi bourgeois, da ogni cinema black politicamente denunciatorio e militante (penso a Spike Lee, per dire). Difatti quel corto fu accolto freddamente dal pubblico, che, si sa, da una regista afroamericana si aspetta, vuole, esige?, il solito j’accuse (contro lo stato, le istituzioni, la polizia, e via dilagando con i bersagli).
Quando ho letto che proprio Ava DuVernay stava girando Selma, non un biopic di Martin Luther King ma la ricostruzione di una stagione strategica della sua vita e del suo impegno, son rimasto perplesso. Non mi sembrava la regista adatta. Vedendo adesso il film mi son dovuto ricredere. Selma è una riuscita superiore alle attese, in primis per una sceneggiatura che non punta all’ennesima santificazione del suo protagonista, ma esplora con un certo coraggio anche le zone d’ombra e le contraddizioni sottese alla marcia che cambiò per sempre la condizione dei neri d’America, e l’America tutta, quella in Alabama, da Selma a Montgomery nel 1965. Ma anche DuVernay ci mette parecchio del suo nel conseguimento dell’ottimo risultato. Attraverso una conduzione registica attentissima alla messa in scena, agli equilibri delle inquadrature e alla loro costruzione, con, nelle scene di massa, la folla disposta secondo schemi quasi geometrici. In un mood che resta freddo, se non raggelante, con una macchina da presa che si tiene preferibilmente a una certa distanza dai suoi personaggi, che non li invade, non punta sulla loro fisicità, il linguaggio del corpo, l’espressività espansa ed esasperata, ma guarda, osserva, descrive, prende nota, registra. Un film dove l’urlo, anche quando c’è non si fa sentire quasi, dove anche la violenza e il sangue sono rappresentati con occhio documentaristico e oggettivizzante. Passione e indignazione ci sono, ma senza tracimare, trattenuti come sono dal pudore. Continua a leggere

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