7 FILM da vedere stasera in tv – dom. 21 luglio 2024

Patton generale d’acciaio

Twister

Tutti altamente consigliati, quelli in rosso anche di più. Cliccare per la recensione di questo blog.
Heat – La sfida di Michael Mann, la7, ore 21:15.
Twister di Jan De Bont, Canale 20, ore 21:19.
Mentre sta sui nostri schermi – andatelo a vedere che c’è da divertirsi – Twisters, canale 20 ripropone quello che negli anni Novanta fu il suo precursore e la sua matrice, Twister (al singolare): disaster-movie della sottovariante con tornado che risultò un gran successo al box-office. Una specialista in cicloni ha messo a punto un apparecchio da lanciare nel vortice onde studiarne dinamica e genesi. Ma se la dovrà vedere con un altro cacciatore di tornado deciso a scoprire il chiamiamolo così segreto ciclonico prima di lei. Me lo ricordo non male. L’apparecchio si chiama Dorothy, in chiaro omaggio a Il mago di Oz. Protagonista l’Oscar Helen Hunt.
Lawrence d’Arabia di David Lean, Tv 2000, ore 21:23.
Basta che funzioni di Woody Allen, Twenty Seven, ore 22:50.
Patton generale d’acciaio di Franklin J. Schaffner, Rai Movie, ore 23:00.
Grandissimo bellico old fashioned dell’anno 1970, cioè prima di quel film spartiacque del genere che sarebbe stato Salvate il soldato Ryan. Con una seconda guerra mondiale ricostruita e ripercorsa da Hollywood come una lotta fondamentale tra Bene e Male, senza sconti né concessioni né alcuna comprensione per il nemico. O meglio, per i vinti. Eppure, benché in questo quadro di massima rigidità, Patton diretto dal gran professionista Franklin J. Schaffner riesce a darci un ritratto memorabile perché non convenzionale, non agiografico, a più dimensioni, stratificato e complesso, e perfino inquietante, del generale che, a capo della Settima Armata americana, guidò insieme agli inglesi al comando di Montgomery lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943: evento cruciale che avrebbe ridisegnato il conflitto e portato in Italia alla caduta del fascismo e poi all’armistizio dell’8 settembre. Ma il film, sceneggiato da un Francis Coppola già grande anche se non ancora famoso, è soprattutto un ritratto da vicino e quasi dal di dentro di Patton, di cui non si tacciono le contraddizioni, l’Ego smisurato, la volontà di potenza, la personalità debordante e scomoda. Un film che è un classico imprescindibile. Premio Oscar a George G. Scott e mai Oscar fu più meritato. Un film che amo molto.
Cena tra amici di Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte, la7, ore 23:00.
The East di Zal Batmanglij, Rai 4, ore 23:07.

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Film stasera in tv: THE EAST di Zal Batmanglij – dom. 21 luglio 2024

The East di Zal Batmanglij (2012). Rai 4, ore 23:07,domenica 21 luglio 2024.
Recensione scritta nel 2013 all’uscita del film nelle sale italiane.
east2The East, un film di Zal Batmanglij. Sceneggiatura di Brit Marling, Zal Batmanglij. Con Brit Marling, Alexander Skarsgård, Ellen Page, Julia Ormond, Shiloh Fernandez, Toby Kebbell, Patricia Clarkson.east3Occhio a Brit Marling, attrice e sceneggiatrice più che emergente nel panorama del cinema indie americano. Qui è una ex agente Fbi che si infiltra in una cellula di ecoterroristi. Ma succederanno parecchie cose – compreso un innamoramento non previsto – che la cambieranno, e sposteranno The East dal thriller verso il melodramma e il racconto morale. Uno dei più eccentrici film degli ultimi tempi. Venato da una fastidiosa ideologia complottistica e anti-industrialista, ma strano e bello. Voto 7
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il regista sul set

il regista Zal Batmanglij sul set

Strana creatura cinematografica, l’americana Brit Marling. Bella, bionda, austera, altera, con un’aria da fotomodella di rango che ha appena mollato uno shooting per Vogue, potrebbe sfondare come attrice di furbi prodotti mainstream, invece insegue il sogno di un cinema indpendente, engagé, mai banale e un po’ ostico. Era, tanto per dire, la figlia di Richard Gere nel racconto morale, a sfondo finanziario con crisi globale incorporata, Arbitrage (in italiano più banalmente La frode). Era in Anothr Earth, fantascientifico strano e bello di impronta tarkovskiana visto un paio di anni fa a Locarno e purtroppo mai arrivato in Italia. A renderla ancora più interessante, c’è che non si limita a fare l’attrice, ma ha anche messo su un sodalizio con un signore che porta il nome impossibile di Zal Batmanglij, franco-iraniano di origine ma attivo in America, gay dichiarato: scrivono film insieme, poi lui li dirige e lei li interpreta. Una premiata ditta che si è fatta largo negli ultimi anni nel cinema indie Usa realizzando prima Sound of My Voice, adesso questo The East. Il quale – dopo l’anteprima al solito Sundance – ha incassato al box office americano finora quasi due milioni di dollari, cifra che per un film piccolo è di tutto rispetto, e che incredibilmente ha trovato un distributore in Italia. Andatevelo a vedere, è un film anomalo, difficile da classificare, con un solido racconto, ma con strane derive, accensioni e visioni che lo deviano su direzioni incongrue e imprevedibili. La partenza è quella di un thriller, anzi di una spy story alquanto classica. Sarah Moss (Brit Marling) è una ex agente Fbi ingaggiata da un’azienda di spionaggio e security industriale con l’obiettivo di infltrarsi in una cellula ecoterroristica che ha già messo a segno degli attentati e, presumibilmente, ne sta progettando altri. Cellula che si fa chiamare The East (“noi – cito a memoria, dunque scusate qualche approssimazione – siamo la nuova alba, il risveglio della tua coscienza”). Missione difficile, ma Sarah è abile, preparata, furba, determinata, e bazzicando per un po’ gli ambienti chiamiamoli così anarco-antagonisti (viaggia clandestina su treni merci come i gloriosi hobos degli anni Trenta) riesce a trovare la persona e il corridoio giusti per arrivare al covo del gruppuscolo. Il quale è stanziato in una casa nel bosco, ovvio, ha per capo il guresco e capelluto Benji (il molto fico Alexander Skarsgård, già marito infelice di Kirsten Dunst in Melancholia di Lars Von Trier), si fonda su un credo d’acciaio secondo il quale il sistema industriale sta distruggendo la natura e dunque bisogna agire, agire e agire, anche con i mezzi più duri, per sabotarlo. Estremismi ideologici anni Sessanta e Settanta aggiornati alla diffusa sensibilità pro-natura di oggi, con un che della tradizione settaria religiosa (con punte di fanatismo) che punteggia la storia degli stessi Stati Uniti dalla nascita. Affinità, anche, con certi gruppi antagonisti-altermondialisti di casa nostra, ed è interessante vedere come il regista mette in scena il quotidiano di questa cellula-comune arrabbiatissima, raffigurandola con un qualcosa di inquietantemente charles-mansoniano e nello stesso tempo di fondamentalista-cristiano. Rigorosa povertà, assoluta comunione dei beni (e anche dei corpi, se necessario), uno stato di natura ritrovato e rivendicato come alternativa al torvo consumismo di massa e allo spreco, una diffusa, ossessiva cultura del riciclaggio e del recupero (memorabili le scene del ragazzo che rivista nei cassonetti estraendone verdure, mele morsicate ma ancora mangiabili, avanzi di hamburger), strani riti di iniziazione nell’acqua del fiume, una promiscuità senza troppe barriere di sessi e di generi (quando il gruppetto gioca al gioco del verità, non mancano baci gay sia tra femmine che tra maschi). L’atmosfera all’inizio sembra un po’ quella plumbea di fanatismo e di plagio di un film come La fuga di Martha, poi però prende un’altra piega. Sarah l’infiltrata, che da certi indizi indoviniamo essere una cristiana fervente, fa un attimo fatica ad accettare quello strano stile di vita anarcoide, ma il lavoro è lavoro, e ben presto diventa un membro modello, tant’è che la coinvolgono in un’azione terroristica contro un’industria farmnaceutica. No, non si tratta di mettere bombe, ma di infilarsi in un party di ricconi somministrando nello champagne dosi massicce di un antibiotico dai pesanti effetti collaterali da loro prodotto. E quando i barbuti e capelluti anarchici dei boschi si presentano in smoking e abiti da sera è un gran coup de theatre, e uno dei migliori momenti del film. Ottima doppiogiochista, la nostra riesce a passare le informazioni ai suoi datori di lavoro e nello stesso tempo a guadagnarsi – non senza dover superare diffidenze e qualche ardua prova d’iniziazione – la fiducia dei compagni del gruppo, e sopratutto del capo Benji. Ecco, è qui che il film, finora mossosi sui binari del thriller per quanto alternativo e indipendente, devia, anche sbanda, comunque prende altre strade. Emergono storie private che complessificano il quadro e introducono pathos, sentimenti, passioni: ogni membro della cellula ha un background nascosto che man mano emergerà e condizionerà le stesse azioni collettive (mi riferisco in particolare al personaggio interpretato da Ellen Juno Page). In più, e ovviamente, l’infiltrata e il capo fico si innamoreranno. Da quel momento Sarah non sarà più la stessa e comincerà a interrogarsi su di sé, la propria vita, il proprio lavoro, la missione che sta compiendo. The East diventa (anche) un racconto morale sul male e il bene, e sulla necessità di scegliere la parte giusta. C’è uno slittamento, una deriva che porterà Sarah verso un punto esistenziale di non ritorno. E la scena in cui, tornata alla base dalla spietata manager che l’ha ingaggiata, davanti a lei pesca da un cestino una mela sbocconcellata e la morde, è il segno definitivo del cambiamento, di un passaggio ad altro. Come Francesco che nella piazza di Assisi si spoglia dei suoi ricchi abiti di figlio di mercante, così Sarah con quell’atto dichiara di rinnegare il proprio mondo e di voler entrare in un altro. Ovviamente non rivelo né ulteriori sviluppi né tantomeno il finale. Certo che The East è un eccentrico film – tra i più imprevedibili degli ultimi tempi – che, in parallelo all’evoluzione della sua protagonista, esce dal genere di partenza – quello del thriller/spy story – per destruttrarsi e sfrangiarsi in visioni e contemplazioni della natura, in osservazione quasi antropologico-documentaristica di riti di una eco-setta, in melodramma in cui l’amore finisce col diventare il motore di impensabili cambamenti. Sì, c’è un côté fastidiosamente complottista e veteroideologico secondo cui tutte le industrie e le corporation son cattive in quanto tali e inevitabilmente produttrici di nequizie e misfatti. Il solito odio anticapitalista, ma ce lo ingoiamo in cambio di un film che, nonostante certe ovvietà, riesce a essere bello e strano.

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Torna stasera in tv un capolavoro vero: LAWRENCE D’ARABIA di David Lean – dom. 21 luglio 2024

Lawrence d’Arabia di David Lean,Tv 2000, ore 21:23. Domenica 21 luglio 2024.
larab_stl_18_h-700x470larab_stl_2_h-700x538Potevo esimermi dal segnalare Lawrence d’Arabia? Vale a dire il film che ha fatto per un bel po’ da immagine-logo di questo blog, prima che virassi sull’attuale Apichatpong Weerasethakul di Cemetery of Splendour. Oltretutto l’epic di David Lean, anno 1962, resta di folgorante attualità per via dello scacchiere geopolitico in cui si muove il suo protagonista, quel Medio Oriente, quel mondo arabo e islamico che sono ancora oggi al centro della nostra attenzione (e preoccupazione). Fu un un diluvio di Oscar, sette per l’esattezza, compresi quelli al miglior film e alla migliore regia. Non lo vinse invece Peter O’Toole, che l’avrebbe ampiamente meritato. Un’interpretazione entrata nella storia del cinema, e tanto basti. Con lui la star egiziana Omar Sharif che trovò qui la sua occasione per farsi conoscere da Europa e America.
Immensa avventura, immenso spettacolo, personaggi bigger than life. Eppure quella raccontata dalla colossale opera di David Lean è storia vera, anche se la fedeltà ai fatti e alle persone è stata nel corso del tempo messa in discussione, anche se tra la realtà e la sua rappresentazione si è (giustamente, inevitabilmente) insinuato il romanzesco. Lawrence è Thomas Edward Lawrence, eccentrico signore inglese dell’inizio Novecento attratto dall’azione, dall’eroico, dalla dimensione titanica dell’esistere, dall’andare oltre se stessi e forse oltre l’umano, verso l’über umano. Quando in un Impero Ottomano agonizzante le province arabe – le terre che grossomodo ora si chiamano Arabia Saudita, Iraq, Giordania, Siria, Territori Palestinesi – covano la ribellione e la voglia di indipendenza dalla Sublime Porta di Costantinopoli, lui, inglese, cavalca quell’onda, si schiera con le tribù beduine in rivolta contro i Turchi, diventa da perfetto inglese creatura dei deserti e delle sabbie adottando i modi, gli stili di vita, gli abiti di quei popoli. Diventando (apparentemente almeno) arabo tra gli arabi. Lawrence d’Arabia. Appoggerà e capeggerà i rivoltosi, portandoli alla conquista di piazze strategiche e territori in mano ai turchi. Ora gli storici si chiedono se l’abbia fatto per dedizione disinteressata alla causa e per dare carne e materia e vita ai sogni eroici di cui si era sempre nutrito, o se sia stato un agente inglese al servizio del suo paese, incaricato di pilotare e incanalare la ribellione araba e anti-ottomana nella sfera d’influenza britannica. Forse le due cose non si escludevano, e il film sembra cavalcarle entrambe. Ma noi siamo spettatori, e noi vogliamo godere dello spettacolo che il film di David Lean ancora oggi sa darci. Pensando magari a quanto è successo in anni recenti econtinua a sucederen da quelle parti con la crisi in Siria, l’Iraq in cronica instabilità, un Kurdistan di fatto autonomo, un Isis avanzante e trionfante, un conflitto tra Israele e palestonese ormai insanabile, fattori e attori che stanno ridisegnando una mappa e equilibri geopolitici che proprio Lawrence con le sue impresi aveva contribuito a disegnare e definire e che ormai sono al collasso.

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Il film da non perdere stasera in tv: QUI RIDO IO di Mario Martone – sabato 20 luglio 2024

Qui rido io di Mario Martone (2021). Rai Movie, ore 21:10, sabato 20 luglio 2024.
Recensione scritta dopo la proiezione all Mostra di Venezia 2021.
Qui rido io di Mario Martone. Con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Roberto De Francesco, Iaia Forte, Nello Mascia, Gigio Morra. Voto 7 e mezzo
Il miglior Martone dai tempi di Noi credevamo. Successo trasversale: di stampa, di pubblico, presso giovani, non più giovani, decisamente vecchi. Anche se ognuno l’avrà poi guardato-apprezzato a modo suo, secondo la lente della propria appartenenza professionale o generazionale. E però che meraviglia la rapresentazione a mezzo cinema di quella Napoli effervescente e piena di talenti, di scazzi e guerre culturali tra fine Ottocento-inizi Novecento. Non solo quella lumpenproletaria dei vicoli e degli stereotipi stracciaroli, anche la Napoli (piccolo)borghese in piena fioritura dopo le ferite e le ustioni per la fine del Regno delle due Sicilie o forse rinascente proprio grazie a quel decisivo tornante della Storia (qui i molti neoborbonici d’oggidì non saranno d’accordo). Musiche meravigliose, la canzone napoletana si codifica, comincia a conquistare il mondo, diventa quella che è tuttora (anche se oggi degradatasi nel neomelodico). Le file a teatro, per ogni tipo di teatro, sono interminabili (come quelle nella Parigi della Restaurazione che si vedono in un altro film del concorso, Le illusioni perdute di Xavier Giannoli, da Balzac).
L’autore-attore-capocomico Eduardo Scarpetta è il re del far ridere – tra farsa e commedia – alla napoletana, il suo Felice Sciosciammocca ha preso il posto quale maschera dell’antropologia partenopea del Pulcinella dei Petito, è ricco, amato dal pubblico, scrive e recita in lingua locale come scelta identitaria, come resistenza all’italiano lingua dei conquistatori, per fedeltà alla propria cultura, alle proprie origini, al proprio pubblico. Ma altri modi di mettersi e mettere in scena si stanno affermando. D’Annunzio con La figlia di Iorio a Roma si è imposto quale simbolo della cultura (autoproclamatasi) alta dell’Italia postunitaria, mentre nella sua stessa città Eduardo Scarpetta è osteggiato e messo in discussione da una nuova leva di scrittori e poeti come Salvatore Di Giacomoi e Libero Bovio, fautori di un teatro popolare non comico, non schiavo dei cliché basso-partenopei (e se Scarpetta ha trionfato, trionfa e trionferà con ‘Na Santarella, Miseria e nobiltà, Aninali pazzi, Di Giacomo risponderà con Assunta Spina, destinato a diventare un classico del muto con Francesca Bertini). Ecco, è questo lo sfondo mosso e formicolante come un Brueghel mediterraneo su cui Martone ritaglia Qui rido io. Che di Scarpetta illustra vita pubblica di teatrante e fatti privati. Si resta esterrefatti di fronte a quella famiglia che è un acumulo di figli variamente legittimi e illeggittimi avuti con donne diverse, che dirla allargata suona ridicolo. Un clan tribale piuttosto, sul quale governa quale indiscusso capo e padre-padrone lui, Scarpetta. Installato come un sovrano o un despota in un palazzo dove ai vari piani vengono collocati gli spezzoni della complicatissima famiglia (poi lui si trasferirà a Palazzo Scarpetta, in una villa che considererà la sua reggia e ne consacrerà agli occhi del mondo lo status di uomo ricco, famoso, rispettato, sui muri della qual farà scrivere “qui rido io”). Vediamo di fare un po’ luce su quel falansterio in gran parte di femmine in cui tutti, solidali e rivali, mogli e concubine, convivono. Scarpetta è sposato con Rosa, ha dato il proprio cognome al figlio avuto da lei prima del matrimonio nientedimeno che con il re d’Italia (se sbaglio correggetemi, please), figlio da lui preso in casa e allevato come proprio ricevendo in cambio i fondi necessari a mettere su il suo primo teatro. Ci sono, riconosciuti, altri due figli, uno avuto da Rosa e l’altra, Maria, nata da un relazione con una maestra di musica. Avrà altri due rampolli, senza mai separarsi ovvio da Rosa, con una fantesca, soprattutto ne avrà altri tre dalla nipote giovane della moglie. Sono Titina, Eduardo, Peppino, che di cognome fanno De Filippo come mamma perché lui, il patriarca, non li ha mai riconosciuti anche se se li tiene sotto lo stesso tetto facendosi chiamare zio. Inutile dire cosa diventeranno per il teatro italiano quei tre ragazzi. Ecco la mappa del clan, e spero di non avere commesso errori.
Tutti in quel palazzo sanno, anche se tutti fingono di non sapere: la moglie ha accettato e continua ad accettare i tradimenti, i figli con le altre, come fosse la regina madre di un harem, esercitando su tutti un potere di cui il sultano Eduardo l’ha investita. Mario Martone mette in scena con la perizia che gli si conosce, confermandosi forse l’ultimo erede della tradizione novecentesca dei grandi allestitori di teatro e cinema, Luchino Visconti in testa e poi i suoi accoliti ed epigoni, da Mauro Bolognini a Franco Zeffirelli a Giuseppe Patroni Griffi. Spesso sbeffeggiati come meri illustratori, invece rappresentanti eccelsi del gusto per la bellezza della tradizione italiana. Martone, anche se la sua storia personale e professionale indica altri percorsi e altre radici, viene idealmente (anche) da lì, è parte di quella genealogia. Tant’è che dal punto di vista figurativo Qui rido io è uno splendore. Però Martone non è un calligrafo, un illustratore, sa raccontare come pochi oggi in Italia (la sceneggiatura è perfetta), sa tenere sotto controllo un materiale così magmatico e una massa di personaggi maggiori e minori in cui molti si sarebbero persi, sa muovere senza sbagliare le sue pedine e figure sulla scacchiera dello spazio schermico. Se il film è Eduardo Scarpetta, interpretato da un Toni Servllo con un istrionismo finalmente giustificato e funzionale al personaggio, a fare la differenza rispetto a una qualsiasi bio è la Napoli che a Scarpetta sta intorno e addosso. La polemica con D’Annunzio, che manda in tribunale Scarpetta chiedendo un risarcimento per la sua parodia di La figlia di Iorio, apre squarci su quel mondo, su quella stagione, sulla divisione netta tra cultura popolare e cultura alto-accademica, su quella temperie culturale (a un certo punto viene arrruolato per sostenere in giudizio Scarpetta perfino Benedetto Croce). Certo viene da chiedersi, come sempre in Martone, se il suo sia cinema o solo il prolungamento del teatro con altri mezzi. L’uso della mdp sembra basico, primario, mdp come oggetto deputato a riprendere passivamente ciò che, allestito dal metteur en scène, sta davanti al suo occhio più che a creare o ricreare un altro universo, un’altra realtà attraverso il proprio sguardo. Ma sono questioni oggi non così fondamentali, oggi che il cinema non si sa più cosa sia, moltiplicatosi com’è in una pluralità di formati, modi, linguaggi. Credo che tra i cinque film italiani del concorso Qui rido io sia quello con le maggiori chance di entrare in palmarès. Domani sera vedremo.

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Film stasera in tv: INFERNAL AFFAIRS di Andrew Lau e Alan Mak – ven. 19 luglio 2024

Infernal Affairs di Andrew Lau e Alan Mak (2002). Rai 4, ore 21:19, venerdì 19 luglio 2024.
Il film cinese, anzi hongkonghese (le due cinematografie sono assai diverse, produttivamente e non solo), che sta all’origine di The Departed. Dopo averlo visto, era il 2002, Martin Scorsese decise di  acquisirne i diritti e di girarne il remake, ne sarebbe risultato un film magnifico, duro e ambiguo quanto l’originale. Un titolo Infernal Affairs, che a suo tempo impresse un salto di qualità decisivo all’action-poliziesco hongkonghese sottraendolo al classico spara-spara di mafie e difensori della legge e portandolo in un’area di indagine psicologica e doppiezze morali.
Un malavitoso si infila per conto della criminalità organizzata tra i ranghi delle forze dell’ordine, parallelamente un poliziotto sotto copertura entra nella mafia locale. Non è che l’inizio di un polar senza un attimo di respiro, con identità scambiate, rovesciamenti e colpi di scena fino a non distinguere più non solo chi siano i buoni e i cattivi, ma gli stessi confini tra bene e male. Un film sull’ombra e la zona grigia, sulla verità e la menzogna che possono anche confondersi e scambiarsi i ruoli. Un film che ha ridato nuovo lustro all’hard-boiled made in Hong Kong e lo ha rifondato, insieme a Face/Off che il maestro hongkonghese John Woo ha però girato in America. Protagonisti due attori massimi di quel cinema, Tony Leung (In the Mood for Love, Hong Kong Express) e Andy Lau (Detective Dee, A Simple Life). Il film genererà un prequel e un sequel, a comporre una trilogia da storia del cinema action (e non solo).

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