Il film imperdibile stasera in tv: ‘Uomini e cobra’ di Joseph L. Mankiewicz (mart. 11 dicembre 2018, tv in chiaro)

Uomini e cobra, Iris, ore 23,51.
there-was-a-crooked-man-1970-kirk-douglas-henry-fondaDel 1972, sembra un classicissimo western, in realtà trattasi dell’ennesima variazione operata da un maestro della Golden Age hollywoodiana, Joseph L. Mankiewicz (Eva contro Eva, Cleopatra, Improvvisamente l’estate scorsa) sui suoi prediletti temi dell’inganno, della dissimulazione e della simulazione, del camuffamento, del tradimento. Ebreo emigrato da Berlino a Hollywood, Mankiewicz si portava dietro il disincanto sull’umana natura così tipico della Mitteleuropa, e della fragile era weimeriana sospesa sull’abisso. Qui, nei modi apparenti del cinema di frontiera, si racconta di una partita che ha come obiettivo il denaro e l’eliminazione di ogni altra pedina sulla scacchiera. Continua a leggere

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Film stasera in tv: ‘L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo’ (lun. 10 dicembre 2018, tv in chiaro)

L’utima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, Rete 4, ore 23,38. Lunedì, 10 dicembre 2018.BryanCranstonHelenMirrenTrumboL’ultima parola: la vera storia di Dalton Trumbo. Un film di Jay Roach. Sceneggiatura di John McNamara, basata sul libro L’ultimo parola di Bruce Cook (Rizzoli). Con Bryan Cranston, Diane Lane, Elle Fanning, Helen Mirren, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Louis C.K., David James Elliott, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Dean O’Gorman, Christian Berkel.
trumbo-xlargeDa vedere contestualmente a Ave, Cesare! dei Coen, perché tutti e due rievocano i tempi della caccia alle streghe comuniste a Hollywood. L’ultima parola ricostruisce vita, opere, ascesa, caduta e riabilitazione dello sceneggiatore Dalton Trumbo, che di Hollywood fu uno dei dieci blacklisted. Lo fa evitando i toni da agiografia e martirologio, e perfino con tocchi comedy. Per il resto tutto è abbastanza convenzionale. Bryan Cranston si è comunque guadagnato la nominaton all’Oscar come migliore attore protagonista. Voto 6 e mezzo
dalton-trumboRecensione scritta all’uscita del film in sala.
Il meglio di questo film, tuttosommato convenzionale, di quelli artigianalmente ben fatti ma senza guizzi di stile, linguaggio, messinscena, sta nel suo tono non lagnoso. Nel suo essere inaspettatamente comedy oltre che drama. Nel presentarci e raccontarci storia, vita e opere – manifeste e clandestine – del più famoso dei dieci blacklisted di Hollywood, lo sceneggiatore – ma diciamo pure, e meglio, scrittore di cinema – Dalton Trumbo senza troppi piagnistei né lagne. Anzi restituendoci del suo protagonista non solo le sofferenze patite e il senso di umiliazione e sconfitta, ma pure lo smagliante charme intellettuale, il dandysmo beffardo, il coraggio irridente e sardonico di chi va con allegrezza e sfacciataggine a sfidare i mulini a vento, in questo caso i cacciatori di comunisti (presunti) infiltrati nella capitale del cinema. Se Trumbo fu un martire, grazie a Dio questo film, che pure ne ricostruisce fedelmente tutte le traversie – un anno di galera compreso -, non adotta lo stile compunto della agiografie e il tono plumbeo dei martirologi. Fin qui, i pregi. Per il resto, non aspettatevi sorprese. L’ultima parola (e però sarebbe stato meglio mantenere il titolo originale, il sintetico e sobrio Trumbo) si attiene alla storiografia ormai ufficializzata e comunemente accettata e condivisa sul suo protagonista e il tempo difficile in cui agì e visse. Un signore che già a fine anni Trenta era uno degli sceneggiatori più pagati e riveriti dagli studios, con elevato train de vie fatto di villa con piscina, agi e lussi vari. E però comunista e filosovietico convinto, anche se al partito comunista americano si iscriverà solo nel 1943. Trumbo non è mica il solo pro-Urss e anticapitalista a lavorare per Hollywood, son parecchi gli attori e soprattutto gli screenwiter, e se non son proprio comunisti, certo sono socialisteggianti e leftist, e assai union-sindacalisti, come il divo Edward G. Robinson. Nonostante i suoi privilegi, peraltro ampiamente meritati grazie al suo talento, Trumbo è attivo nelle rivendicazioni degli scrittori di film, in maggioranza sottopagati dalle majors e sfruttati come polli in batteria, un copione via l’altro, e spesso più di un copione in contemporanea, in una fordiana organizzazione del lavoro intellettuale. Continua a leggere

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Il film imperdibile stasera in tv: CLASH di Mohamed Diab (lunedì 10 dicembre 2018, tv in chiaro)

Clash (Eshtebak), Cielo, ore 21,25. Lunedì 10 dicembre 2018.
Quando mai capita di vedere un film egiziano in prime time sulle nostre tv? Già solo per questo Clash – titolo originale in arabo Eshtebak –  è da non perdere: lo programma sorprendentemente Cielo in un nuovo ciclo dedicato al cinema d’autore/engagé, forse varato per emendarsi dai tanti erotici, specie anni Settanta, con cui vengono farciti abitualmente i suoi palinsesti. Clash non è un film qualsiasi. Il suo regista Mohamed Diab, 40 anni giusti, ha un solido currriculum da esibire, compresa la partecipazione come sceneggiatore al maggior successo del cinema egiziano degli ultimi decenni, El Gezira/L’isola, anno 2007. Con Clash ha raggiunto la consacrazione internazionale grazie al festival di Cannes 2016 che lo ha scelto come titolo di apertura della sua sezione seconda Un certain regard. Da lì successivi passaggi in vari festival, compreso quello di Torino nello stesso anno, e però che io sappia mai l’uscita nelle sale italiane. La messa in onda di stasera contribuisce benché tardivamente a farlo conoscere al pubblico meno pigro e più curioso, quello che di fronte all’etichetta film egiziano non si spaventa e non scappa. Anche perché signori miei questo Clash è cosa importante davvero, andando a raccontare in forma abilmente drammatizzata e fictionale uno snodo centrale della storia recente dell’Egitto, il coup d’état del luglio 2013 da parte dell’esercito e del generale Al Sisi contro il presidente Mohamed Morsi appartenente ai Fratelli Musulmani, vincitore delle elezioni indette dopo la svolta imposta dai moti di piazza Tahrir del 2011. Ma anche presidente assai discusso, Morsi, per il non impeccabile tasso di democrazia mostrato nei suoi otto mesi al potere, un periodo segnato da ripetuti tentativi di imporre allo stato una gabbia confessional-religiosa ispirata alla legge islamica. Il regista Mohamed Diab descrive quel luglio 2013, decisivo non solo per l’Egitto e per il mondo arabo ma per gli equilibri mondiali tutti, immaginando che in un cellulare di polizia vengano stipate una ventina di persone arrestate nelle strade in fiamme durante gli scontri tra pro Morsi e anti Morsi che accompagnarono il colpo di stato di Al Sisi. Tra loro un giornalista e il suo fotografo. E quel cellulare, diretto verso una prigione certo non confortevole, diventa il microcosmo perfetto in cui si rispecchiano e si coagulano chimicamente tutte le contraddizioni di un paese lacerato. I laicisti contro i sostenitori dei Fratelli Musulmani, al punto che i due gruppi all’interno del cellulare vengono divisi per impedire tra loro uno scontro sanguinoso. Un quadro assai istruttivo e allarmante, un film che spiega letteralmente dal di dentro l’Egitto, e il mondo arabo degli ultimi anni, molto più di qualsiasi inchiesta giornalistica. Film pochissimo amato dalla critica più chic (i nostri giovani recensori del web se ricordo bene l’hanno perlopiù detestato), ma assai ben scritto, girato, diretto, interpretato. Diab riesce nella difficile impresa di tenerci avvinti con un pugno di personaggi stretti in un interno chiuso, anzi blindato, comunicandocene tutte le tensioni e le claustrofobie, non diversamente da quanto aveva fatto l’israeliano Samuel Maoz con il suo Lebabon concentrando l’azione drammatica dentro un carrarmato. Un film di ottimo mestiere – sarà per questo che a tanta critica non è piaciuto? –  che ce la fa, nel mentre ci apre una finestra sulle turbolenze di un mondo a noi assai vicino benché rimosso e dimenticato dalle cronache, a diventare narrazione pulsante. Assolutamente da vedere. Ricordo che a Cannes ci fu chi accusò Diab di aver girato un film allineato con il regime (ma quale? quello di Morsi o di Al Sisi?): a me francamente non parve proprio.

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Recensione: ‘Santiago, Italia’, un docufilm di Nanni Moretti. Quando eravamo brava gente

Santiago, Italia. L’ambasciata di Santiago del Cile

Santiago, Italia, un docufilm di Nanni Moretti. Distribuzione Academy Two. Al cinema dal 6 dicembre 2018. Voto 5

Nanni Moretti nel carcere di Punta Peuco con il militare Eduardo Iturriaga condannato per omicidio e sequestro

Credo di essere tra i pochi delusi di questo nuovo e inatteso Nanni Moretti-movie. Non ho letto che commenti commossi, entusiasti, deferenti che, francamente, stento a condividere. Sarà che sulla base di quanto annunciato qualche settimana prima della proiezione di Santiago, Italia al Torino Film Festival mi ero immaginato tutt’altra cosa: una ricostruzione rigorosa e dettagliatissima di quanto accadde a Santiago subito dopo il golpe antiAllende dell’11 settembre 1973 allorquando all’ambasciata italiana accorsero, non respinti, uomini e donne nel mirino dei militari golpisti e a rischio di internamento, tortura, morte per il loro sostegno al governo di Unidad Popular o la loro militanza rivoluzionaria in movimenti come il MIR. Uomini e donne sopravvissuti grazie alle nostre autorità diplomatiche che li accolsero in accordo, presumo, con il nostro ministero degli esteri. Con tali premesse e promesse mi aspettavo – ingenuamente? –  una grande storia, una narrazione avvincente pur nei codici del cinema del reale a metà tra il caso Perlasca e Schindler’s List, uomini buoni e giusti che si adoperano in condizioni improbe per salvare i perseguitati. Invece niente o pochissimo di tutto questo. Santiago, Italia dura 80 minuti, dei quali i primi 45-50 (non ho cronometrato, vado sull’onda del ricordo) dedicati al governo Allende e alle sue riforme. E a seguire ecco il giorno del giudizio militare – l’Armageddon, le coup -, il palazzo presidenziale della Moneda preso d’assalto dai mezzi di terra e d’aria dell’esercito, Allende morto per suicidio (questa almeno la historia official, mentre molti sono convinti dell’omicidio), l’insediamento di una giunta militare presieduta dal generale Pinochet, i rastrellamenti di militanti della gauche governativa e rivoluzionaria, il loro concentramento nello stadio di Santiago e nelle caserme, gli interrogatori, le torture, le uccisioni, i desaparecidos, bambini compresi rapiti e assegnati a famiglie adottive colluse con il nuovo regime, tutto secondo uno schema repressivo applicato in analoghe circostanze anche nei vicini Uraguay e Argentina. Orbene (anacronismo voluto: ci sono fossili linguistici che è bello riesumare), solo nell’ultima mezz’ora di film si rievoca – attraverso testimonianze dirette ma scarsissimi documenti visivi o d’altro tipo – quanto sarebbe dovuto essere il focus di Santiago, Italia: l’assalto ai muri dell’ambasciata italiana di cileni a rischio cattura e internamento, la loro accoglienza e messa in salvo da parte del nostro apparato diplomatico. In questa ultima parte è compresa la testimonianza di alcuni rifugiati che poi, con un salvacondotto ottenuto grazie al nostro ministero degli esteri (e qui nulla si dice: ci fu una trattativa con i golpisti? se sì, quanto durò?) approdarono in Italia. Dove tutti trovarono presto un lavoro e qualcuno sarebbe poi rimasto fino a oggi.
Del film colpiscono le scarne informazioni fornite e il modo di condurre la ricostruzione dei fatti: attraverso una sequenza di testimonianze interrotta solo raramente da altri materiali visivi come filmati d’epoca (oltretutto concentrati nella prima parte su governo Allende e golpe e quasi completamente assenti nella seconda sulla ‘scalata del muro’). Uomini e donne ripresi frontalmente mentre raccontano e rievocano: quelli che nel gergo del documentarismo vengono chiamati talking heads. Ora, son modi di fare cinema del reale che ricordano più i Tv7 della Rai anni Sessanta e certe pur storiche e pregevoli inchieste alla Sergio Zavoli che i nuovi linguaggi del genere. Il documentario è una delle forme cinema che negli ultimi anni si è più evoluta come emerge dai festival, dove le ‘visions du réel’ occupano un posto sempre più centrale: con certe esperienze-faro a illuminare e fare da riferimento, a partire dall’opera del sommo Frederick Wiseman il quale, come sa chiunque abbia visto un qualcosa della sua sterminata filmografia, ha abolito il ricorso ai talking heads, le ‘facce che parlano’, lasciando alla macchina da presa il compito e il dovere di raccontare, oltre che di osservare. O si pensi a un guru del documentarismo politico come Errol Morris che, basti solo citare i suoi film su Donald Rumsfeld e Steve Bannon, ricorre sì alle ‘facce parlanti’ ma contrappuntandole con massicce dosi di immagini tratte dai più vari repertori e archivi, e altre realizzate ad hoc da lui stesso. Si potrebbe continuare a lungo con esempi al cospetto dei quali Santiago, Italia sembra un esercizio formale retrò (cito solo Unas Preguntas, visto sempre al Torino FF, in cui la regista-giornalista svizzera Kristina Konrad rimonta il materiale da lei girato in Uruguay alla fine degli anni Ottanta quando fu indetto un referendum sulla legge di amnistia dei reati della giunta militare al potere tra il 1973 e il 1985. Un film immersivo, ipnotico per il suo fluire incessante di voci, parole, sussurri e grida, rumori dentro e fuori campo, e che ci restituisce la temperie di quel passaggio storico. La cinepresa entra nella corrente, vi si abbandona, rinunciando a governarla. E non si può non pensare vedendolo, anche perché il tema affrontato non è così lontano da quello di Santiago, Italia, all’enorme differenza rispetto al film di Moretti e alla sua fissità e rigidità). Continua a leggere

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Film stasera in tv: ‘Spartacus’ di Stanley Kubrick (merc. 5 dicembre 2018, tv in chiaro)

Spartacus di Stanley Kubrick, Focus (canale 35 dt), ore 23,38.
spartacus-1960-05Un film del 1960 in cui Kubrick rilegge e reinventa il genere peplum, raccontando con un realismo mai visto prima, con una muscolarità visiva e narrativa che satura lo schermo e sembra farlo esplodere, la rivolta dello schiavo che osò mettersi contro Roma. Un kolossal dalla visione ribellistico-anarco-socialisteggiante (derivata da un libro ormai classico di Howard Fast) che ha lasciato il segno nel cinema, e non solo. Kirk Douglas mostra i muscoli tirati a lucido e giganteggia e titaneggia nella parte di Spartaco, lo schiavo ribelle che fece vacillare Roma. Accanto a lui Tony Curtis, nella sua migliore interpretazione di sempre insieme a quella di A qualcuno piace caldo (e si alluse parecchio allora ai sottintesi omoerotici che il suo personaggio si portava dietro). Con Laurence Olivier e Jean Simmons. Screenplay del blacklisted Dalton Trumbo, che qui dopo anni e anni di ostracismo e lavoro clandestino torna a firmare ufficialmente le sue sceneggiature (e, come s’è visto nel biopic Trumbo, a volerlo fortissimamente era stato Kirk Douglas, anche produttore del film). Richiami politici evidentissimi, del resto Spartacus era sempre stato una delle icone dei movimenti rivoluzionari dalla fine Ottocento in poi, e s’era chiamata spartachista l’insurrezione berlinese di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Qualcosa del ribellismo e dell’antischiavismo di questo Spartacus è arrivato fino al Django Unchained di Tarantino.

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