18 fim stasera in tv (sabato 28 marzo 2020, tv in chiaro)

Tom Hardy in ‘Child 44’

Pierfrancesco Favino in ‘Senza nessuna pietà’

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Ipotesi di complotto, Iris, ore 21:00.
Il titolo originale, Conspiracy Theory, è molto più chiaro di quello italiano, confusissimo. Film del lontano 1997 con protagonista un tassista newyorkese che vede complotti dappertutto: un paranoico molto in anticipo sui tempi, anzi profetico. Purtroppo Ipotesi di complotto, diretto dal Richard Donner di Ladyhawke e Il presagio, poi imbocca le prevedibili strade di una qualsiasi crime e spy story, mettendo il suo protagonista al centro di un intrigo di CIA e altri serviziacci più o meno segreti, più o meno deviati. Peccato, poteva essere un nuovo Taxi Driver. Con Mel Gbson e Julia Roberts.
Il cerchio si chiude, Rete Capri (122 dtt), ore 21:00.
I quattro dell’Apocalisse di Lucio Fulci, Cine34, ore 21:10.
Tardo italian western (siamo nel 1975, e il genere è prossimo alla scomparsa) che, essendo stato girato da Lucio Fulci, ha assunto con il passare dei decenni uno status cultistico. Naturalmente violentissimo (Marco Giusti nel suo dizionario del cinema bis Stracult parla di sadismo), con stupri e scuoiamenti perpetrati da uno scatenato Tomas Milian. Con dentro quel disperato radicalismo di tutto il cinema di Fulci, quel suo bisogno insopprimibile di oltressare il limite. Con Milian c’è Fabio Testi, altro attore feticcio del nostro cinema di genere anni Settanta.
Child 44, Rai Movie, ore 21:10.
Giallissimo tratto da un bestseller inglese dove si ricostruisce la caccia nei primi anni Cinquanta sovietici e ancora staliniani (ma l’era dello Zar rosso stava chiudendosi) da parte di un detective a un mostruoso seral killer. Nel libro molto si parlava di un’infanzia infelice durante la terribile carestia indotta dal Cremlino che sterminò milioni di contadini ucraini. Il film è decoroso, ma ha quell’aria finta da Urss ricostruita in qualche reppubbica baltica o in Finlandia. Tanta, tanta neve, ovviamente. Però c’è il nostro adorato Tom Hardy quale protagonista. Con lui Noomi Rapace e Gary Oldman, perfetto quale sinistro homo sovieticus.
Michael di Nora Ephron. Paramount Nrtwork, pre 21:10.
La signora senza camelie di Michelangelo Antonioni, Rai Storia, ore 21:10.
Operazione sottoveste di Blake Edwards, la7, ore 21:15.
Agente 007. Una cascata di diamanti di Guy Hamilton, Tv8, ore 21:30.
Il sipario strappato di Alfred Hitchcock, Top Crime (canale 39), ore 22:55.
Bill il taciturno, Cine34, ore 23:05.
Italian western, anche se dal sobrio titolo non si direbbe. Del ’67, diretto da Massimo Pupillo, al solito scontro tra eroe-vendicatore e banda di cargone unisce stavolta una corposa trama sentimentale. Lui è George Eastman, lei Liana Orfei.
Lovelace, Cielo, ore 23:10.
Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, la7, ore 23:30.
Psycho II di Richdiretto da Richard Franklin. Rlasciato dallìospedalepsichiatrico, Norman Bates (ancora Anthony Perkins) ritorna letteralmente sul luogo deldelitto. Al leggendario motel. E ritorna anche Vera Miles.
Senza nessuna pietà di Michele Alhaique, Rai Movie, ore 23:30.
Il regno (El Reino) di Rodrigo Sorogoyen, Rai 4, ore 23:35. Anche su RaiPlay.
Sotto il segno del pericolo di Phillip Noyce, Iris, ore 23:50.
Terza avventura cinematografica dell’agente Jack Ryan, il character delle spy-action stories di Tom Clancy qui interpretato da Harrison Ford. Il quale indaga e agisce su uno sporchissimo intreccio tra intimi del presidente Usa e i cartelli colomobiani del narcotraffico.
L’ora di religione di Marco Bellocchio, Rai Movie, ore 1:15. Anche su RaiPlay.
Uno dei titoli maggori del terzo Bellocchio (essendo il primo quello degli esordi e degli anni contestativi, il secondo quello della riflessione con bagno nell’antropologia, nell’autoanalisi e nel mito del periodo Fagioli, il terzo quello della maturità che sintetizza i vari sé precedenti). Il solito, ma anche più complicato del solito, groviglio familiare di parenti-serpenti, con molte virtù esibite e molte picoli grandi follie e derive psichiche nascoste. Ernesto, pittore, è uno dei figli di una madre che il clan parentale intende portare alla canonizzazione: donna di descritte somme virtù, uccisa sceonddo la historia official da uno dei figli pazzi. Dunque santa e martire. Il povero pittore,o,tetuttonon credente, si ritrova incastrato in questa strategia tesa a resuscitare l’onore, la gloria e la fama di famiglia attraverso la beatificazione di una sua componente, onde riscattarsi dala decadenza economica e socialea che da tempo ha travalto la dinastia. Intanto Ernesto sente il richiamo assai terreno e carnale del sesso,richiamo esercitato su di lui dall’insegnante di religione del figlio. Siamo sempre alla famiglie disfunzionali, come se il regista fosse rimasti fissato per sempre al suo folgorante esordio I pugni in tasca. Ma in fondo, ogni autore ha le sue ossessioni, quelo che conta è come le sa di volta in volta rielaborare e modulare. Con Sergio Castellitto.
Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin, Rai 3, ore 1:20. Anche su RaiPlay.

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Film stanotte in tv (anche su RaiPlay): RE DELLA TERRA SELVAGGIA di Benh Zeitlin – sab. 28 marzo 2020

Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin, Rai 3, ore 1:10. Sabato 28 marzo 2020. Anche su RaiPlay.
Recensione scritta all’uscita del film, nel febbraio 2013.
beasts08Re della terra selvaggia (Beasts of The Southern Wild), regia di Benh Zeitlin. Con Quvenzhané Wallis, Dwight Henry. beasts11
Premiato al Sundance, a Cannes, nominato a quattro Oscar. Ma è all’altezza della piccola leggenda che gli si è saldata intorno? La prima parte di Bestie del selvaggio sud (così il titolo originale, mica quello edulcorato italiano) è sensazionale, il ritratto quasi etnografico e impietoso di un mondo a parte dominato dalla legge della sopravvivenza: un film che molto deve a The Tree of Life, ma molto più brutale e darwiniano di Malick. Poi nella seconda parte prevale il politically correct e Beasts si banalizza e si sgonfia. Voto 7 e mezzobeasts18
Domanda: ma perché il titolo originale che suona più o meno come Bestie del selvaggio sud diventa da noi Re della terra selvaggia? Temo che c’entri una certa qual pudibonda correttezza politica. Forse s’è voluto evitare che si pensasse che le bestie fossero (anche) gli umani di questo film, umani che in effetti vivono al più basso limite biologico possibile, alle soglie dell’animalesco, in un ecosistema a parte dove ogni creatura sembra appartenere allo stesso implacabile ciclo di sopravvivenza, l’unica differenza stando nel posto occupato nella catena alimentare. Sicchè ci ritroviamo con un titolo carino sì, ma che proprio non vuol dire niente, a parte forse il blando riferimento alla battuta rivolta dal padre alla bambina protagonista del film “un giorno sarai tu il re” (no, non la regina, lui le dice proprio re). Si è voluto edulcorare e rendere grazioso con una simile ripulitura un film che, almeno nella sua prima parte, non lo è per niente, anzi il suo bello sta nella selvaggeria della visione e di quel che mette in scena, nel suo essere un qualcosa tra il doc etnografico, il porn finto ecologista e finto naturalista e molto gnam-gnam di quei filmati di gazzelle divorate dai leoni e The Tree of Life. Sì, perché il vero padre e la vera matrice di questo Beasts of Southern Wild è l’immenso film di Terrence Malick, ormai avviato a diventare il più importante degli anni Duemila, chè da quando è uscito ha dato inizio a una maniera, un genere e figliato decine e decine di imitazioni o quantomeno di epigoni. Questo è decisamente tra i più interessanti. Opera d’esordio del fino a ieri quasi sconosciuto americano Benh Zeitlin, Beasts è già circonfuso di un alone leggendario, critiche estasiate, incassi americani superiori a ogni previsione (oltre 20 milioni di dollari, e non è finita), perfino l’apprezzamento di Obama. Son poi arrivate le quattro nomination all’Oscar – comprese quelle al miglior film, al miglior regista e, nonostante i suoi 9 anni, a Quvenzhané Wallis come migliore attrice protagonista – dopo un cursus honorum già impressionante: vittoria al Sundance, che di Beast of the Southern Wild è stata la rampa di lancio, poi Caméra d’Or a Cannes, il premio assegnato alla migliore opera prima tra tutte quelle presenti nelle varie sezione. Ricordo che a Cannes, dove venne presentato a Un certain regard, il film di Zeitlin era il talk of the day, la cosa che bisognava assolutamente vedere e io, infastidito da tanta grancassa, decisi di disertare. Adesso che l’ho visto devo dire che la fama non era e non è usurpata. Continua a leggere

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Torna stasera in tv IL REGNO di Rodrigo Sorogoyen (anche su RaiPlay) – sab. 28 marzo 2020

Il regno (El Reino) di Rodrigo Sorogoyen, Rai 4, ore 23:35. Sabato 28 marzo 2020. Anche su RaiPlay.
Rai 4 dedica la serata al trentottottenne, talentuosissimo, spagnolo Rodrigo Sorogoyen: nome da tenere d’occhio per il cinema di questi anni Venti aoena cominciati. Con due film: il recente e noteve Il regno, un diluvio di premi Goya vinti, finalista al premio Lux del palamento europeo: al quale seguirà, alle 23:40, Che Dio ci perdoni (dell’anno 2016). Il regno, allora.Un film che mei modi del thriller più teso e minaccioso si confronta con una delle malattie (inguaribili?) della politica oggi, la corruzione diffusa. Si immagina – ma i riferimenti alle cronaca e alla storia sia spagnola che europea sono corposi – che un uomo di partito in vertiginosa ascesa si ritrovi coinvolto in uno scandalo di mazzette e tangenti. Dovrà vedersela con l’opinine pubblica inferocita e i media, ma ancora di più con i suoi stessi compagni che cercano di incastrarlo. E sarà una complicata partita a scacchi per salvare la reputazione e forse la pelle. Come molti dei cineasti di nuova generazione Sorogoyen abbatte i coifini tra cinema autoriale e di genere, procede qui a una classica denuncia da glorioso cinema civile “di una volta” (si pensi a Francesco Rosi, Elio Petri, Damiano Damiani) immergendola però nei climi del noir e nei ritmi vertiginosi dell’action. Con mirabili acribazie formali, lubghissimi e ipnotici piani sequenza a seguire-inseguire i suoi personaggi e a restiotuire in tempo reale il loro agitarsi, la loro (nistra) nev rosi, Riuscendo a fare del suo Il regno un racconto sulla corruzione e lo sfacelo dell’etica e, insieme, la storia di un uomo solo contro tutti, nemici visibili e invisibili. Scritto da Sorogoyen – che alla scorsa Mostra di Venezia ha portato nella sezione Orizzonti l’acclamatissimo Madre – con la sua co-sceneggiatrice abituale Isabel Peña. Non perdetevelo.

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Film stasera in tv: LOVELACE (sab. 28 marzo 2020, tv in chiaro)

Lovelace, Cielo, ore 23:10. Sabato 28 marzo 2020.
Recensione scritta dopo la presentazione del film alla Berlinale 2013.103415_galLovelace, regia di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. Con Amanda Seyfried, Peter Skarsgaard, Sharon Stone, Juno Temple, James Franco. lovelace d04 _24.NEFBiopic della pornostar che con Gola profonda e il blow job conquistò il mondo e fama imperitura. Vittima poi di un marito avido, violento, sfruttatore. Ottime intenzioni degli autori, ma ne vien fuori un film agiografico, pura vita dei santi (già peccatori).
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Mi aspettavo parecchio, invece Lovelace del duo Rob Epstein e Jeffrey Friedman, gli stessi di Howl su Allen Ginsberg, non è proprio gran cosa. Ottimo prodotto, intendiamoci, scritto, girato, interpretato come Dio comanda, con quel ferreo mestiere americano che trapela anche nelle produzione indie come questa. Partecipazioni eccellenti anche in ruoli collaterali, come Chloé Sevigny, Debi Mazar e James Franco. Il guaio è che, al di là della smagliante e e ultraprofessionale confezione, e un lavoro alla sceneggiatura encomiabile, non riesce a riscattarsi dall’agiografia, dalla lettura a una sola dimensione del personaggio Linda Lovelace, la pornostar che con Gola profonda è entrata davvero nella storia e ha fatto del blow job a modo suo un’arte. Semplicemente, secondo il film, LL è una santa e una martire.
Ma andiamo con ordine. Questo è un (parziale) biopic che ci racconta di come una brava e timorata ragazza di una rigida famiglia cattolica californiana (madre implacabilmente bigotta, interpretata da una Sharon Stone irriconoscibile e molto brava) diventa la diva del pornomovie più famoso di sempre. Siamo agli inizi dei torridi anni Settanta e Linda ha la sventura di conoscere quel Chuck che sarà l’uomo fondamentale della sua vita, un gaglioffo sempre strafatto e impasticcato e sempre a caccia di soldi. Lui la inizia al sesso, lui la introduce a quel blow job che diventerà il successivo brand Lovelace. Finisce in galera, quando esce costringe Linda, intanto diventata sua moglie, a darsi da fare per guadagnare quattrini, e darsi da fare vuol dire entrare nell’industria porno. Sarà Gola profonda, un successo immenso, e Linda sarà regina assoluta del pompino, icona del sesso Seventies. “Sono stata solo 72 giorni nel porno”, scriverà anni dopo nella sua autobiografia, “ma io resterà per sempre la donna di quei 72 giorni”. Le sequenze del tournage, con il regista Joe Damiano e il produttore, sono le migliori di tutto il film, riuscendo a resituirci il mondo di quei pionieri che, buttandola sulla rivoluzione sessuale, in realtà si divertivano parecchio e facevano un sacco di dollari. Dopo per lei è il buio. Il marito ne sfrutta la popolarità e la costringe a prostituirsi a ricchi e meno ricchi. Un calvario. Poi arriverà la fuga (e ad aiutarla sarà il produttore di Deep Throat). Vent’anni dopo scriverà il suo libro autobiografico e si batterà contro la pornografia e la violenza domestica, ed è quel libro immagino ad aver ispirato questo film. Morirà a 53 anni per i postumi di un incidente stradale. Ora, gli autori puntano soprattutto sul rapporto tra Linda e il marito manesco Chuck, la realizzazione di Gola profonda e il suo successo. Ma fanno della figura di lei una sorta di giovane traviata da un lurido villain, una pura, imnnocente, sentimentale, ingenua, incorrotta ragazza che viene ingannata da un figlio di mignotta. Il resto, le botte, le umiliazioni, è puro martirio, secondo i canoni dei martirologi antichi. In fondo, questo film è come certi melodrammi italiani (e non solo) anni Cinquanta, in cui l’ingenua fanciulla veniva sedotta e ingannata dal gaglioffo di turno ritrovandosi poi sul marciapidede, magari con bambino a carico da mantenere. Lovelace segue questo schema narrativo, schema primario e binario, di qui tutti buoni di là tutti cattivi, e santifica la sua protagonista oltre ogni ragionevlezza (come peraltro in Italia accadde con Moana Pozzi). Possibile che Linda Lovelace si sia trovata su un set porno pressoché inconsapevole, come ci mostra questo biopic? Possibile che si diventi professioniste del pompino senza quasi rendersene conto? Lovelace è un santino, e ne ha tutti i limiti di semplificazione. Avremmo preferito un film più ambiguo, ombroso, inquietante. Amanda Seyfried fornisce la sua prova d’attrice migliore. Peter Sarsgaard era il gaglioffo simpatico che in An Education introduceva Carey Mulligan al sesso e alla vita, qui rifà lo stesso personaggio, ma in versione malvagia, seduttore di Linda e suo violento marito-magnaccia. James Franco fa una comparsata come Hugh Hefner, il signor Playboy.

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Film-capolavoro stasera in tv: INTRIGO INTERNAZIONALE di Alfred Hitchcock (sab. 28 marzo 2020, tv in chiaro)

Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, la7, ore 23:30. Sabato 28 marzo 2020.
north-by-northwest2-700x478north-by-northwest-1-700x516Decade mirabile, gli anni Cinquanta del secolo scorso, per Alfred Hitchcock. Non solo realizza alcuni dei suoi film assoluti, da La finestra sul cortile a La donna che visse due volte, ma diventa un’icona pop grazie alla serie tv Hitchcock presenta. In quella fase il gran signore del thriller riuscì anche a riscrivere e rifondare alcuni generi, l’horror con film-capostipite come Psycho e Gli uccelli, e la spy-story con questo meraviglioso Intrigo internazionale (anno 1959), padre di tutti i futuri Bond e Bourne. Lo schema è quello dell’everyman coinvolto malgré lui in avventure e intrighi che lo sovrastano, preda di ignoti nemici che lo vogliono morto e dunque costretto a tirare fuori gli artigli e il testosterone per sopravvivere. L’uomo qualunque stavolta si chiama Roger Thornhill, ed è interpretato da un Cary Grant elegante e impeccabile come al solito, ma meno compassato e più dinamico del solito. Scambiato per un altro, si ritrova ad essere bersaglio di ignoti nemici per motivi altrettanto ignoti. Sa solo che per salvare la pelle deve scappare. Quante volte l’abbiamo vista, dopo Intrigo internazionale, una storia del genere? Naturalmente in Intrigo internazionale c’è la mano crudele e insieme felpata di Hitchcock, che con assoluto cinismo mette i suoi personaggi nelle situazioni più perigliose e perverse, trasformando i loro patimenti in spettacolo per sé e per noi spettatori. Cinema amorale il suo, che si dà come unica regola quella di garantire il godimento di chi guarda. Il Roger braccato di Intrigo internzionale è anche braccato dalla macchina da presa, e dai nostri sguardi. Hitchcock è qui, più che mai, sadico e voyeur, e ci rende suoi complici. Continua a leggere

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