Locarno Festival 2019. Pardo d’oro a ‘Vitalina Varela’ di Pedro Costa, il film migliore (discutibili gli altri premi)

Pedro Costa, Pardo d’oro per il suo Vitalina Varela

VItalina Varela, premio come migliore attrice

Il Pardo e gli altri: i premi del Concorso internazionale. E meno male che la giuria presieduta da Catherine Breillat ha assegnato il Pardo d’oro a Vitalina Varela del portoghese Pedro Costa: di gran lunga il migliore del concorso. E speriamo sia finalmente per Costa la consacrazione tra i Grandi Autori e per film l’inizio di un carriera internazionale. Dicevo: meno male, ché si temevano gli effetti metooisti con un premio a una donna in quanto donna più che per meriti dimostrati sul campo. I premi agli interpreti: Vitalina Varela, eroina eponima del film (leo)pardato, migliore attrice. E come migliore attore il protagonista del brasiliano A Febre, Regis Myrupu, anche lui come Vitalina in un ruolo modellato sulla sua vita. Scusate l’autocitazione, ma giusto nella recensione di A Febre scrivevo settimana scorsa: “Regis Myrupu potrebbe vincere come migliore attore (le giurie festivaliere adorano premiare attori sconosciuti e presi dalle strade più disagiate delle periferie del mondo)”. Non è questione di averci la sfera di cristallo, è che dopo qualche anno di frequentazioni festivaliere qualcosa capisci di come funzionino o non funzionino le giurie. Solo che, come sempre in simili casi (ricordo quando a Cannes si premiò una sconosciuta filippina, che tale sarebbe rimasta anche dopo il premio, al posto della Isabelle Huppert di Elle), ci si chiede: avrà senso insignire di allori vari e comunque importanti attori che non lo sono, nemmeno sullo schermo, giacché vien chiesto loro non di recitare ma di essere sé stessi?
Il peggio del palmarès del Concorso internazionale sta però in altri e molto discutibili riconoscimenti. Incominciamo con il Premio speciale della giuria al sudcoreano Pa-go (Height of the Wave) di Park Bung-jum, tra i più deludenti del concorso. Io, che pure amo il cinema made in Korea, non ho sopportato questo esangue e diligente compitino – che non si compromette mai, cautelosissimo – su una povera adolescente presa a bersaglio e capro espiatorio da una comunità di maschi vigliacchi in un’isola a casa di Dio. C’erano tutti gli estremi per un mélo fiammeggiante e, ebbene sì, politico, invece qui si sta sul politico, però del peggiore, del più conformista e più virtuosamente corretto – ah, il genere! il femminile! Con oltretutto l’adozione da parte del regista di un minimalismo sconfinante nel nullismo. Dargli il premio secondo in ordine di importanza del festival è stata un’esagerazione insensata, per non dire peggio. Andiamo avanti con la lista: Pardo per la migliore regia a Les enfantas d’Isadora di Denis Manivel, e anche qui non ci siamo. Del giovane Manivel, autore di squisite miniature in forma di film, avevo visto i tre film precedenti, lievi e come fatti d’aria, ma in grado di raccontare se non una storia almeno un personaggio e il suo microcosmo. Stavolta mette in scena tre modi di riproporre e rivivere la coreografia che Isadora Duncan creò dopo la morte tragicisssima (in una carrozza caduta nella Senna!) dei due figli bambini. La bidimensionalità del cinema di Manivel, la riduzione nel suo lavoro di ogni traccia e trama a elegante, smaterializzata calligrafia, più che negli altri suoi film appare qui pratica di irrimediabile sterilità. Il premio non è uno scandalo, ma c’erano altre sette o otto cose in concorso che lo avrebbero meritato al posto suo. Infine, le due menzioni speciali: la prima all’indonesiano Hiruk-Piruk Si Al-Kisah (The Science of Fictions) di Yosep Anggi Noen, la seconda a Maternal dell’italiana Maura Delpero (ma il film è girato in Argentina). L’indonesiano è il più ostico del Concorso, una parabola con al centro un personaggio fatto simbolo dell’Indonesia del secondo Novecento. Da Sukarno a Suharto e oltre. Un uomo, dopo aver visto un set segreto in cui si ricostruiva lo sbarco sulla Luna, viene punito, mutilato. Si trascinerà, mimando la lentezza delle passeggiata dei cosmonauti sulla Luna, lungo decenni senza mai invecchiare facendosi involontario testimone, anche se non si capisce bene di che cosa. Un film-rompicapo il cui splendore formale (peraltro debitore dei due registi totem di quell’area asiatica, il filippino Lav Diaz e il thailandese Apichatpong Weerasethakul) non basta a giustificare gli smodati compiacimenti del suo autore e anche le follie. Per dire: come si fa a sposare la tesi complottista dello sbarco sulla Luna ricostruito in uno studio cinematografico? Quanto all’italo-argentino Maternal: tocco delicato e assai partecipe da parte della regista verso i suoi personaggi, una pulizia, un pudore e un approccio umanista in certi momenti alla Olmi. Ma è lo storytelling a latitare vistosameente. Maternal è stato comunque tra i più amati dal pubblico, tant’è che si sono dovute aggiungere due proiezioni. Successo confermato da altri tre premi assegnati al film di Maura Delpero dalle giurie collaterali: Premio ecumenico; Premio Europa Cinemas Label; secondo premio della Giuria dei giovani. Se distribuito bene, potrebbe trovare un suo pubblico perfino nell’ormai inospitale (per il cinema non mainstream) Italia. Variety ha scritto, non senza ragione, che la giuria del Concorso internazionale di Locarno 72 ha privilegiato la forma sul racconto, assecondando una tendenza ormai massiccia del cinema d’autore verso l’antinarratività. Sì, vero, ma poi non del tutto. Il film coreano sarebbe pura forma e narrativamente anoressico per scelta o invece, come temo, per inadeguatezza di scrittura? E se la giuria ha voluto privilegiare la ricerca formale perché non ha incluso nel palmarès l’ardito spagnolo Longa Noite, quello sì proteso a una ridefinizione delle forme classiche del cinema d’impegno?

Baamun Nafi (Nafi’s Father) di Mamadou Dia, Pardo d’oro Cineasti del presente

I premi di Cineasti del presente. Premessa: quest’anno la sezione seconda Cineasti del presente, dedicata all’esplorazione e alla scoperta del nuovo, ha presentato almeno cinque o sei ottimi titoli. Almeno. La giuria ha fatto un buon lavoro, orientandosi per i due riconoscimenti maggiori su solidissimi film dal forte storytelling, dunque muovendosi in controtendenza rispetto a quella del Concorso internazionale. Pardo d’oro Cineasti del presente al senegalese Baamun Nafi (Nafi’s Father) di Mamadou Dia, davvero bello e importante: due fratelli e due famiglie in un villaggio senegalese si confrontano in modo opposto con la micidiale espansione di un gruppo jihadista-criminale. Molto affine a Timbuku di Abderrahmane Sissako dato a Cannes qualche anno fa, ma più concreto, più immerso nei fatti e nei drammi e nella Storia, meno segnato dall’ossessione estetica. Un film che potrebbe avere una circolazione internazionale e che si è anche portato via il premio per la migliore opera prima (Swatch First Feature Award).
Premio per il migliore regista emergente – Città e regione di Locarno a 143 Rue du Désert dell’algerino Hassen Ferhani. E anche qui non si può che applaudire. Doumementario su una vecchia signora di nome Malika che in pieno deserto algerino, ai bordi delle trafficata strada per Tamanrasset, da sola gestisce un cubicolo di ristoro, tè e qualcos’altro. Personaggio straordinario, valorizzato da una regia e da un montaggio assai sapienti, come sapiente è la capacità di Hassen Ferhani di costruire un racconto solido con i pochi elementi narrativi a disposizionee: la presenza di Malika e i clienti-visitatori che a lei si rivolgono per un té e per uno scambio di chiacchiere. Premio speciale della giuria Ciné+ Cineasti del presente a Ivana Cea Groaznica (Ivana la terribile) di Ivana Mladenovic: autoficion di un’attrice-regista serba ma domiciliata a Bucarest che ci racconta di sé, dei apporti non facili con la famiglia, di un amore troppo giovane. Il tutto mentre cura un festivalino nella sua città natale sul Danubio, all’esatto confine tra Serbia e Romania. Vitale, lunatico, assai balcanico. Non male, però c’era di meglio da premiare, come il messicano La Paloma y el Lobo. A completare il palmarès di Cineasti del presente la menzione speciale a Here for Life di Andrea Luka Zimmerman, documentario su alcuni squatters inglese. Non l’ho visto, quindi non commento.

La Paloma y el Lobo, di Carlos Lenin: premio Swatch Art Peace Hotel

Premio opera prima. Come già detto sopra, lo Swatch First Frature Award (Premio per la migliore opera prima) è andato al senegalese Baamun Nafi (Nafi’s Father) di Mamadou Dia. Ultrameritato. Lo Swatch Art Peace Hotel Award è stato assegnato al messicano La Paloma y el Lobo (The Dove and the Wolf) di Carlos Lenin, in my opinionla vera rivelazione di questo Locarno 72. Un’estetica smagliante e di inaudita bellezza applicata all’amore disgraziato di un uomo e una donna in un città messicana mortifera (forse Ciudad Juarez). Siamo dalle parti del capolavoro. Menzioni speciali: Instinct di Halina Reijn (Olanda) e Fi Al-Thawra (During Revolution) di Maya Khoury (Siria/Svezia). Film tra di loro agli antipodi, anche se entrambi di registe donne. Instinct, presentato nella sezione Piazza Grande, la più orientata al grande pubblico, è la disturbante storia di innamorameno e/o attrazione tra una psicologa e il detenuto – per plurimi ed efferati stupri – che ha in terapia. Come possibile antecedente mi viene solo in mente Il portiere di notte. Assai sottile, maniacalmente attento alle altalene mentali della sua protagonista. Teso, davero inquietante. Con Carice von Houten, la strega del Trono di spade scoperta da Verhoeven a suo tempo in Black Book. Attrice formidabile, in grado di reggere fino alla fine una storia impossibile. Fi Al-Thawra è invece un docu che copre sette anni di storia (tragica) siriana, dalla rivoluzione fallita del 2011 al grande esodo. Non però all’altezza di altri film sullo stesso tema come Still Recording premiato l’anno scorso a Venezia alla Settimana della critica.

Instinct, di Halina Rejn: premio Variety Piazza Grande

Premi di Piazza Grande. E il pubblico che affolla come da tradizione le proiezioni serali in Piazza? Ha fatto, votando con l’apposita scheda, la sua scelta e ha assegnato il Prix du Public UBS al francese Camille di Boris Lojine, ricostruzione di vita, opere e purtroppo precoce morte durante il conflitto nella Repubblica Centroafricana di una giovane fotoreporter francese. Una storia non lontana da quelle delle nostre Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, raccontata senza la minima retorica, in una ricostruzione assai fedele che molto ci dice sulle stragi e le guerre tribali in Africa. Il pubblico ha votato bene. Il Variety Pazza Grande Award, assegnato come ogni anno dalla rivista di cinema di maggior peso al mondo a un film della Piazza, è andato a Instinct di Halina Rejin (vedi sopra quanto scritto per la menzione come opera prima).

Ci sarebbero altri premi ufficiali: quelli per i corti, quelli per la sezione Moving Ahead, la più votata alla sperimentazione e agli sconfinamenti tra i vari formati del cinema. Ma rimando per questi al sito del festival.

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Locarno Festival 2019. Recensione: CAT IN THE WALL, un film di Mina Mileva e Vesela Kazakova. Scontri di civiltà nel condominio

Cat in the Wall di Mina Mileva e Vesela Kazakova. Cast: Irina Atanasova, Angel Genov, Orlin Asenov, Gilda Waugh, Chinwe Nwokolo, Kadisha Gee Camara, Jon-Jo Inkpen. Concorso internazionale.
Fratello e sorella expat bulgari in una periferia londinese. Saranno screzi e scazzi e piccoli ma cattivissimi scontri di civiltà tra vicini. Colpa di un gatto e di certe spese condominali. Un quadro assai divertente ma dal fondo amaro di quanto sia complicata la convivenza multikulti. Con ottima. cinica ironia quasi billywilderiana su welfare, brexit e molto altro. Voto 7
Pensavo a inizio film fosse autofiction, da tanto che è ‘vita vissuta’ questo Cat in the Wall sugli expat (dalla Bulgaria) in una Londra periferica e un tempo popolare ora in gentrification e nello stesso tempo in sottoproletarizzazione. Una Londra e un’Inghilterra incattivite dalla Brexit e dall’intolleranza verso gli stranieri (ma io vengo dalla Bulgaria, sono cittadine Ue, mica una rifugiata!, protesta la protagonista Irina; come se bastasse a convincere gli xenofobi che la Bulgaria la chiamano Bulgaristan). Dicevo: pareva un’autofiction, pensavo che l’attrice che interpreta il main character fosse una delle due registe, invece no, film di finzione, anche se immagino che le autrici ci abbiamo messo dentro un qualcosa e anche più di autobiografico. In ogni caso, film non pososo, non piangina, non lamentoso su come-ci-trattano-male-gli-spocchiosi-inglesi, piuttosto un resoconto d’ambiente assai preciso e quasi documentario benché svoltato in chiave di commedia vivave e (forzatamente) multietnica. Poiché la coabitazione tra etnie e gruppi sociali differenti cui assistiamo in Cat in the Wall non è per niente scelta, solo imposta dalle circostanze e dunque subita, con le conseguenti inevitabili frizioni e minuscole ma cattive guerre culturali. Altro che felice compresenza e fusione e commistione e meticciato.
Irina abita in un condominio di una periferia londinese non (ancora) così degradata, con il figlio – è una madre single – e il fratello un filo fanigottone. Lei, architetta e pittrice, campa lavcorando in bar (come una moltitudine di immigrati in Inghilterra dai paesi Ue: quanti italiani a Londra fanno i pizzaioli e i camerieri o i recepetionist?) per portare a casa i soldi. Anche perché lui, laureato e specializzato in storia, fa poco quasi niente, ogni tanto un lavoro d’antennista, ecco. Irina è una tosta, asimentale fino alla brutalità, concretissima (non per fare indebite generalizzazioni, però mi pare un tipo umano-antropologico femminile assai dsffuso nei paesi est europei ex comunisti, o sbaglio?). Sempre incazzata perché perché qualcuno piscia in ascensore (un classico del degrado abitativo-urbano), perché il fratello non si sbatte, perché i vicini non sono inappuntabili. Trovano un gatto abbadonato al freddo, lo adottano. Solo che a rivendicarlo arriverà un’orrenda famigliaccia di vicini inglesi, madre ex strafattona, figlio non granché voglioso di lavorare, pitbull d’ordinanza (anche questo un classicissimo del degrado urbano). Figurimoci, saranno liti, e da lì sgorgherà di ogni, insulti reciproci che è fin troppo facile liquidare come razzisti (ma chi è il razzista? la ragazza nera che insulta la bulgara – ma tornatene al tuo paese! – o la bulgara che si incazza con la ragazza nera? o tutti e due?). Ma qualcos’altro farà scoppiare le tensioni sotterranee del condominio. Trattasi delle ingenti spese condominiali di riparazione, dunque di soldi, tabti soldi. Continua a leggere

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Locarno Festival 2019. Recensione: O FIM DO MUNDO (La fine del mondo), un film di Basil Da Cunha. Ragazzi di vita a Lisbona

O Fim do Mundo (La fine del mondo) di Basil Da Cunha. Con Michael Spencer, Marco Joel Fernandes, Alexandre Da Costa Fonseca, Iara Cardoso. Concorso internazionale.
All’inizio questo La fine del mondo sembra una qualunque paranza dei bambini (ragazzini) in versione portoghese. Poi il film cambia, cambia lo sguardo del regista Basil da Cunha suoi suoi ragazzi di vita, e sembra di trovarsi in una sacra/laica rappresentazione pasoliniana tra Mamma Roma e Accattone. O in certo Gus van Sant. Peccato che il regista non mantenga un tale rigore fino alla fine ripiombando qua e là nella solita gomorrata. Voto 7
Uno dei tre film portoghesi del concorso (egemonia lusitana quest’anno). O, almeno, ambientato in Portogallo. Forse più correttamente si dovrebbe dire film di doppia nazionalità come il suo regista Basil Da Cunha, nato in Svizzera e poi trasferitosi in Portogallo dove stanno le sue radici di famiglia. Trasferitosi a Reboleira, periferia di Lisbona dove si svolgono le vicende del protagonista Spira e altri adolescenti come lui sull’orlo del crimine e anche oltre. Anzi, pare che i pasoliniani ragazzi di vita del suo O Fim do Mundo lui li conosca bene e alle loro storie si sia ispirato, almeno così dicono qui i bene informati, gente che lo ha sentito in conf. stampa (cui non vado quasi mai: preferisco vedermi un altro film nel frattempo) o l’ha intervistato. Da Cunha, anni 34, film precedenti dati a Cannes alla Quinzaine, sfiora il gande risultato, ma poi lo manca per inadeguato, omeglio: per discontinuo controllo dela materia narrativa e l’incostanza dello stile. Ma le cose belle di O Fim dio Mundo sono bellissime. Come in Pedro Costa, siamo all’inferno, nella parte più disagiata di Reboleira abitata dai reietti, ovevro gli imigrati dall’Africa e dai loro figli e nipoti, mentre le ruspe del comune procedono alla demolizione e alla bonifica delle baracche (gli occupanti verranno trasfeiti si immagina nei soliti palazzoni multipiano). Solo che l’approccio di Da Cunha è, almeno all’inizio, opposto a quello dell’autore di Vitalina Varela. Realismo, duro, puro, intransigente, di nuova o seminuova scuola dardenniana sposato alle maniere piùo meno fictionaliztae di tanto cinema globale (americano,latinoamericano, italiano, asiatico) sugli slums e i loro ragazzi perduti. Che son fuori e dentro di galera, spacciano, depredano miserabili anche più miserabili di loro, qualche volta ammazzano. Succede in La fine del mondo con Spira, adolescente dalla bellezza di un santo d’altare ma già assai vissuto e peccatore, che torna dopo anni di riformatorio a Reboleira nella casa del padre (assente), abitata dalla seconda moglie di lui. Continua a leggere

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Locarno Festival 2019. Recensione: LONGA NOITE (Lunga notte), un film di Eloy Enciso. Dopo la guerra civile

Longa Noite di Eloy Enciso. Con Misha Bies Golas, Nuria Lestegás, Manuel Pozasl, Verónica Quintela. Concorso internazionale.
Un uomo torna nel suo villaggio in Galizia, la Spagna più nordica e aspra. È appena finita la guerra civile: uomini e donne entrano in scena a raccontare quanto è successo e il proprio punto di vista. Un film al limite dello sperimentalismo, senza una costruzione narrativa compatta, piuttosto un insieme di tableaux, un polittico cinematografico. Voto 7
Uno dei film più ostici e misteriosi di questo Locarno, di quelli che ti fan venire voglia di gettare la sougna dopo mezz’ora e anche meno e darti alla fuga. Poi si sa, c’è il Super Io cinefilo che ti inchioda (e che ti fa vivere la fuga come una diserzione, con conseguente senso di colpa). Però stavolta per fortuna che ho resistito, non ho rinunciato, perché a conti fatti, al di là della sua pretenziosità, Longa Noite (Lunga notte in galiziano) risulta a visione conclusa un tentativo assai rispettabile e coraggioso di ri-raccontare il già molto  detto in una forma cinema differente. Astrusa magari, ma differente. Sbandando qua e là, irritando lo spettatore che s’affanna a trovare la chiave d’interpretazione dell’ennesimo film-sudoku di questo festival (e non solo). Lo spagnolo, immagino della Galizia, Eloy Enciso che già aveva portato anni fa qui a Locarno un docu su quella parte settentrionale e aspra della penisola iberica, mette in scena un reticolo di storie – anzi no, non proprio, sono piuttosto quadri di una rappresentazione, elementi di un polittico cinmatigrafico, cellule di un organismo filmico – sulla Sagna e gli spagnoli a guerra civile appena conclusa con il caudillo Francisco Franco vittorioso e in irresistibile consolidamento (il regime durerà decenni infatti). Il regista immagina un uomo che torna nel suo villaggio, in Galizia, forse dal carcere, forse dalla guerra. Intorno a lui, sulla scia e a lato di lui, si materializzano personaggi di volta in volta diversi ognuno con un racconto e un punto di vista sul conflitto franchisti-repubblicani e il dopo conflitto. La scommessa di Enciso sta principalmente nel non lavorare su una sceneggatura propria, nel rinunciare a qualsiasi traccia e sviluppo narrativo coerente per assemblare invece frammenti di testi teatrali, letterari, testimonianze e lettere dalle prigioni degli arrestati o giustiziata durante la guerra civile. Un impianto più teatrale che cinematografico, almeno dal punto di vista drammaturgico.Ma è puro cinema come Eloy Enciso gira questi frammenti, com riprende volti e cirpi e restituisce le voci, in un’estetuca che ricorda certa videoart nella sua contemplatività, nella fissità ieratica e rituale. Due vagabondi dialogano fuori da un chiesa. Una donna che ha perso il marito e aspetta il ritorno del figlio si scaglia contro la guerra degli uomini. Un gruppo di franchisti inneggia al caudillo. Non sempre parole e immagine sono coerenti, qualche volta, come nella parte finale, si scindono. Se ci si arrabbia per certa altezzosità intellettualistica, si resta anche sedotti dall’audacia dell’operazione. La lunga notte è il franchismo, ma anche quella in cui si muovono o appaiono i personaggi del film, l’ennesimo del concorso immerso nel buio. Come Vitalina Varela di Pedro Costa e O Fim do Mundo di Basil Da Cunha. Naturalmente Longa Noite è in galiziano (non si dica spagnolo, per carità).

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Locarno Festival 2019. La mia CLASSIFICA finale del concorso

Vitalina Varela

Classifica personale dei film del concorso. Sabato 17 la proclamazione del vincitore con consegna del Pardo. Qulche ripensamnento e variazione – ma di poco conto – rispetto alla classifica parziale precedente. Cliccare i link per le recensioni (ne mancano ancora un bel po’).

1) Vitalina Varela di Pedro Costa. Voto 8 e mezzo
2) Yokogao (A Girl Missing)
di Kōji Fukada. Voto 8
3) Terminal Sud di Rabah Ameur-Zaïmeche. Voto 7 e mezzo
4) Technoboss di João Nicolau. Voto 7+
5) Longa Noite di Eloy Enciso. Voto 7
6) Cat in the Wall di Mina Mileva e Vesela Kazakova. Voto 7
7) O Fim do Mundo di Basil Da Cunha. Voto 7
8) Douze Mille di Nadège Trebal. Voto tra il 6 e il 7
9) The Last Black Man in San Francisco di Joe Talbot. Voto tra il 6 e il 7
10) A Febre di Maya Da-Rin. Voto 6 e mezzo
11) Das Freiwillige Jahr di Ulrich Koehler e Henner Winckler. Voto 6
12) Les Enfants d’Isadora
di Damien Manivel. Voto 6
13) Bergmál (Echo) di Rúnar Rúnarsson. Voto 6
14) Maternal di Maura Delpero. Voto 6 meno
15) Hiruk-Piruk Si Al-Kisah (The Science of Fictions) di Tospe Anggi Noen. Voto 6 meno

16) Fi Al-Thawra (During Revolution) di Maya Khoury. Voto 5
17) Pa-Go (Hight of the Wave) di Park Jung-bum. Voto 4

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