Berlinale 2024. PEPE di Nelson Carlos De Los Santos Arias. Il viaggio dell’ippopotamo

Pepe di Nelson Carlos De Los Santos Arias. con Jhon Narváez, Sor María Ríos, Fareed Matjila, Harmony Ahalwa, Jorge Puntillón García.
Il film più ostico del concorso. Il più anarchico e fuori-norma. Tant’è che alla proiezione stampa molti se ne sono scappato via dopo mezz’ora. Impossibile da descrivere: diciamo che in Pepe si parla di ippopotami pensanti, di Pablo Escobar, di villaggi amazzonici, di safari fotografici. Un film-enigma che si nasconde allo spettatore. Eppure di una potenza visionaria e evocativa assoluta. Voto tra il 7 e l’8
Amato (poco) e detestato (molto). Il più divisivo (una di quelle parole pche si dovrebbero evitare, come resilienza: scusate se ogni tanto ci casco) di tutta la Berlinale. Anche il più eccentrico, libero, radicale, anarchico, inclassificabile, fuori-norma. Risultato: transumanaza di critici di ogni nazionalità dopo mezz’ora verso l’uscita del Cinemaxx, la multisala dove si tiene la gran parte dei press screenings. Noia, orrore, indignazione. Non ci sono state risse tra entusiasti (“è un capolavoro!”) e detrattori (“è una boiata pazzesca!”) perché ormai non si usa più, ogni passione forte, rabbia compresa, va spenta, tenuta sotto controllo se no si passa per selvaggi, peggio, soggetti da psichiatrizzare. Pepe è davvero un film difficile da maneggiare, anche da recensire perché sta tutto nel suo enigma, nel suo nascondersi a chi guarda, nel suo presentarsi come un mind-game. Ma bisogna pur spiegare e cercare di (far) capire. Proviamoci.
Partiamo dal regista: il dominicano Nelson Carlos De Los Santos Arias – il nome più lungo nella storia dei festival -, rivelatosi a metà anni Dieci a Locarno con lo scatenato e caraibico Cocote. E che qui fa il salto verso il cinema grande guardando alle lectio magistralis del messicano Carlos Reygadas e del suo Post Tenebras Lux. E dunque eccolo dilaniare ogni compattezza narrativa, spargere frammenti di storie apparentemente irrelati tra loro, procedere per accumulo e sovrapposizione di dettagli tincongrui che solo più tardi l’eroico spettatore riuscirà (almeno parzialmente) a comporre in un insieme. L’audacia maggiore è dar voce a un ippopotamo, anzi intercettare il suo pensiero, il suo flusso di coscienza (operazione affine a quella di Mati Diop che in Dahomey “fa parlare e pensare” le statue) espresso in una voce fuori campo cavernosa, di volta in volta in lingue diverse: afrikaans (la lingua dei coloni boeri), mbukushu (lingua dei nativi della Namibia), tedesco, inglese, spagnolo. Con effetti a momenti suggestivi e perfino strazianti (il flusso di coscienza è post mortem), altri decisamente cringe, di massimo imbarazzo. Il prezzo da pagare se si osa l’inosabile. Oltre ai pensieri dell’ippopotamo, ripreso prima in Africa poi in un altrove assai lontano ma sempre liquido di fiumi limacciosi, il regista ci mostra, come in un diorama scoperto a poco a poco, altro: sentiamo parlare di Pablo Escobar, il boss dei boss del narcotraffico colombiano, e della sua passione per gli animali esotici e feroci; sentiamo voci di militari in assetto di guerra sulle tracce di un nemico misterioso; vediamo scene di vita da un villaggio nella foresta amazzonica; assistiamo a ottusi turisti europei in Sud Africa in un safari fotografico. In un cinema ora convulso ora contemplativo che ci tiene in ostaggio e ci frustra impedendoci di capire. Come si fa però a non farsi travolgere dalla bellezza di quanto vediamo, dal tropicalismo, dai paesaggi immensi? Le spedizioni notturne sul grande fiume, i riflessi del cielo e della luna, il senso di una natura enorme, dilatata, incombente, ancora padrona del mondo e in grado di incutere soggezione agli umani. E poi, la paura nel villaggio per quella mostruosa creatura che si annida nell’acqua (e qui siamo in pieno monster movie, tra Lo squalo e Piranha Paura, con sempre sullo sfondo l’archetipico Moby Dick). Uno dei migliori film del concorso. Se non si arriva al capolavoro è per via di quel flusso di coscienza dell’ippopotamo espresso in lingue umane. Sì, certo, sono quelle dei mondi che ha attraversato, ma attribuirgliele è pur sempre un atto di impropria antropomorfizzazione. Che è quello di cui si accusava Walt Disney quando umanizzava topi e paperi.

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Berlinale 2024. DAHOMEY di Mati Diop – recensione. Il ritorno di guerrieri e re

Dahomey, documentario di Mati Diop. Concorso.
Nel 2021 la Francia ha restituito allo stato africano del Benin 23 opere d’arte locali trafugate e portate a Parigi ai tempi della colonizzazione. Mati Dop, già gran premio a Cannes 2019 per Atlantique, filma il ritorno dall’esilio delle statue. E quello che poteva facilmente scadere in un film retorico, tronfio e celebrarico diventa invece una lezione di cinema: di un cinema terso, immaginifico, in grado di tascolorare dal realistico all’onirico. Voto 7+
Mati Diop, un nome da imprimersi nella mente: regista francese di radici senegalesi già vincitrice del gran premio della giuria, il secondo in ordine di importanza nel palmarès, a Cannes 2019 con Atlantique. Film che, arrivato in concorso sottotraccia, si rivelò una più che discreta sorpresa, mescolando il realismo e il dramma dell’emigrazione dall’Africa verso l’Europa al cinema di genere degli zombie movies. Dopo qualche anno di assenza, Mati Diop (da non confondere con la quasi omonima, ma non parente, Alice Diop, anche lei regista di successo e talento: suo il molto premiato Saint-Omer, lanciato a Venezia 2022) è tornata presentando qui alla Berlinale un documentario assai interessante e di una bellezza abbagliante, un film tut’altro che minore e che conferma il suo talento , la trasparenza e la pulizia del suo sguardo, la capacità di metamorfizzare il puro dato di realtà in visione e forma. Tutto, in questo Dahomey che sarebbe potuto cadere facilmente nel didascalico, è puro cinema: schivando le molte insidie di un film probabilmente nato su commissione per celebrare un accordo epocale tra Francia e lo stato africano del Benin. Succede, siamo nel 2021, che Macron accetti, dopo richieste ripetute per anni, di restituire al Benin parte delle opere d’arte – soprattutto statue – depredate e portatie in Francia ai tempi dell colonizzazione. Sono 23 manufatti di enorme valore storico e artistico (quanto l’arte africana abbia influenzato quella europea e americana del Novecento è cosa nota: vedi alla voce Picasso) appartenenti al regno del Dahomey, potenza dell’Africa occidentale fino all’inizio del ventesimo secolo quando passò sotto il dominio di Parigi. Sarebbe stato facile adottare il registro della retorica e del pompierismo, eppure Dahomey è qualcos’altro e molto altro. Una lezione di cinema. La prova che con la mdp si può andare oltre alla piattezza di tanto cinema del reale. Anche, soprattutto, una finestra spalancata sull’Africa di oggi, sulla sua ribollente vitalità, sulle nuove generazioni. In una sorta di animismo postmodermo, la regista fa parlare una delle statue, la più maestosa, o meglio, ci fa ascoltare un flusso di coscienza in cui il sovrano rappresentato nell’opera riflette sulla sua storia, sulla gloria del passato, sulla deportazione e l’esilio, sull’attesa, finalmente premiata, del riscatto. Con oggettività Diop ci restituisce il complesso cerimoniale della restituzione, i passaggi  burocratici, la partenza e l’arrivo in Benin tra ali di folla esultante. Mantenendosi sempre alla giusta distanza da ogni trionfalismo, anzi trasformano anche i più noiosi dei protocolli in occasione di indagine etnografica e sociale (come la sequenza, magnifica, che riprende i potenti del Benin e relative consorti arrivare a palazzo per la celebrazione dell’evento nel tripudio dei colori e pure, talvolta, del kitsch dei loro vestiti tradizionali). Ma è l’ultima parte la migliore, qualle in cui la mdp entra in una università a riprendere il dibattito, anche aspro, degli studenti sulla restituzione. C’è molta ideologia, ci sono molti stereltipi nei discorsi dei ragazzi e delle ragazze, c’è un african pride senza molte sfumature che esalta la propria identità e cultura e demonizza quella europea. Ma trapelano anche dubbi, riflessioni più sottili, critiche e autocritche. Come quando qualcuno ricorda che il regno del Dahomey non fu solo gloria e potenza, ma anche conquista e sottomissione schiavistica di altri popoli. Si resta  conquistati da questi ragazzi appassionati, ansiosi di conoscere, di dire, di farsi ascoltare, di non essere più i dannati della terra come scriveva Fanon dei loro padri (anzi nonni), ma protagonisti.

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Berlinale 2024. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso

Concorso terminato, quindi ecco la classifica definitiva. Negli ultimi giorni qualcosa di buono si è visto, soprattutto Pepe e Shambhala, entrambi non perfetti e lacunosi, ma assai promettenti, finestre sul cinema che verrà. Ho introdotto per meglio sgranare la lista dei 20 film qualche cambiamento di valutazione di poco conto rispetto alla precedente classifica parziale. Sale Hong Sangsoo: da 8 a 8 e mezzo. Scende a 7+ dal precedente tra il 7 e l’8 Assayas. Cresce invece di quasi un punto Dahomey di Mati Diop, che più passano i giorni e più mi sembra notevole. Migliora leggermente La Cocina di Ruizpalacios: da 5 e mezzo a un quasi sufficiente tra il 5 e il 6. Passano da 7 a 7+ Sterben e da 7 e a 7 e mezzo My Favourite Cake.
Ho diviso la classifica in tre fasce: alta, media, bassa. Purtroppo il terzo gruppo, quello degli insufficienti, è piuttosto folto, a riprova del non eccelso livello complessivo. Male i due italiani, Another End e Gloria! Sabato sera al Berlinale Palast proclamazione dei vincitori.

al secondo posto: ‘Pepe’ di Nelson Carlos De Los Santos Arias



Prima fascia

1) A Traveler’s Needs
(Yeohaengjaui Pilyo) di Hong Sangsoo Voto 8 e mezzo
2) Pepe di Nelson Carlos De Los Santos Arias Voto tra il 7 e l’8
3) My Favourite Cake (Keyke Manboobe Man) di Maryam Moghaddam e Behtash Snaeeha Voto 7 e mezzo
4) Shambhala di Min Banadur Bam Voto 7 e mezzo
5) Sterben di Matthias Glasner Voto 7+
6) Hors du temps (Fuori dal tempo) di Olivier Assayas Voto 7+
7) Dahomey di Mati Diop Voto 7+

Seconda fascia
8) Mé El Ain (Who Do I Belong To)
di Maryam Joobeur Voto 7
9) L’Empire di Bruno Dumont Voto 6 e mezzo
10) In Liebe, eure Hilde (From Hilde, with Love) di Andreas Dresen Voto 6

Terza fascia
11) Das Teufel Bad (The Devil’s Bath)
di Veronika Franz e Severin Fiala Voto 6 meno
12) La Cocina
di Alonso Ruizpalacios Voto tra il 5 e il 6
13) A Different Man di Aaron Schimberg Voto 5+
14) Architecton di Victor Kossakovsky Voto 5
15) Another End di Piero Messina Voto 5
16) Vogter (Sons) di Gustav Möller Voto tra il 4 e il 5
17) Small Thing Like These di Tim Mielans Voto 4 e mezzo
18) Black Tea di Abderrahmane Sissako. Voto 4 e mezzo
19) Gloria! di Margherita Vicario. Voto 4 e mezzo
20) Langue étrangère di Claire Burger Voto 4

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Berlinale 2024. A DIFFERENT MAN di Aaron Schimberg – recensione. Maschere e volti

A Different Man (Un uomo differente) di Aaron Schimberg. Con Sebastian Stan, Renate Reinsve, Adam Pearson. Concorso.

Un uomo dal viso deforme (avete in mente Elephant Man?) guarisce grazie a una cura sperimentale. E con la sua nuova levigatissima faccia diventa un attore di successo. Ma un clamoroso rovesciameno – la nemesi? – è in agguato. Commedia ambigua e non così convincente contro la dittatura della bellezza. Voto 5+
The Elephant Man, però in chiave di commedia paradossale. Uno dei film più divisivi di questa Berlinale (quanto a me, non l’ho per niente amato). A Different Man è un produzione americana, e però si porta dietro un che di mitteleuropeo, più precisamente un sentore di cinema tedesco e austriaco entre deux guerres, di stagioni espressioniste con tutti quei diversi di vario tipo – different men per usare il cauto eufemismo del titolo – a popolare gli schermi (dal Golem a Mabuse a Caligari al langhiano M). Anche, sapore di commedie come l’originale Viktor und Viktoria (austriaco), dove la diversità e la dialettica maschera-volto facevano/fanno da motore narrativo. Troppi riferimenti per un film poi non così importante come questo di Aaron Schimberg presentato al Sudance e qui a Berlino in seconda visione mondiale? Può darsi. Però davvero la matrice mi pare quella (matrice in cui includerei anche le commedie acide e disincantate di Ernst Lubitsch e Billy Wilder).
Un uomo di nome Edward vorrebbe fare l’attore, ma quel lavoro gli è di fatto impedito dalla malattia che gli ha deformato la faccia, la neurofibromatosi. Quando un medico gli annuncia la possibilità di sottoporsi a una terapia sperimentale, non esita ad accettare. Intanto si innamora della vicina aspirante commediografa e regista (siamo a New York), non ricambiato anche se la ragazza, di nome Ingrid, non disdegna la sua compagnia. Una vita da paria quella di Edward, vittima di aperti rifiuti o accettato con appiccicosa quanto sospetta accondiscendenza (e nella sua povera e lurida casa un’infiltrazione gli scarica sul avimento topi annegati e altre schifezze, come nel Buco di Tsai Ming Liang). La terapia avrà un successo pieno quanto insperato: Edward ne riemerge con la faccia levigata. Decide di cambiare identità e vita. Scoprirà che la sua (passata) deformità ha ispirato l’astuta vicina (personaggio antipatico, ma a interpretarlo è la meravigliosa Renate Reinsve, la norvegese rivelatasi a Cannes qualche anno fa con La persona peggiore del mondo), che ne ha tratto un play in corso di allestimento off Broadway. E lui, sotto il nuovo nome di Guy e con il nuovo aspetto, si pesenta al casting, ottenendo la parte. Quanto alla deformità ormai sparita verrà adeguatamente simulata in scena da una maschera. Ed è a svolta. Successo, soldi e l’amore di Ingrid. Ma l’impreviato (il destino? il karma? la nemesi?) è in agguato. Un uomo si aggira in platea, ha la faccia deformata dalla neurofibromatosi, la stessa faccia del protagonista del play di Ingrid. Non tarderà, quello spettatore, a ingaggiare un confronto dialettico con Edward/Guy e la stessa Ingrid, convincendola che lui sarebbe l’interprete perfetto per il suo spettacolo. Difatti, come in Eva contro Eva, Edward/Guy viene estromesso e al suo posto si installerà “il visitatore”. Quanto segue non si può dire, ma è abbastanza intuibile. La commedia si regge sul rovesciamento dell’ovvio, perché stavolta è l’ex differente a ritrovarsi svantaggiato una volta recuperata la (presunta) normalità. Banalizzando: la moralina è ‘si stava meglio quando si stava peggio’ cioè da deformi/diversi (ma anchem moralina assai più woke: non accettare la propria diversità porta solo guai). Un paradosso in nome del quale il film arranca, si attorciglia su sé stesso, cerca faticosamente di rendere credibile l’inverosimile. Francamente stento a capire i molti elogi riversati su A Different Man qui a Berlino, anche da parte dei recensori italiani.  I temi in ballo sono evidenti e tutti assai sensibili, a partire dall’inferiorizzazione sociale di chi non corrisponde al canone estetico vincente. E agli autori va riconosciuto di aver svoltato in chiave brillante quel che di solito è raccontato secondo i codici del dramma o del mélo lacrimevole. Ma l’impianto resta schematico e rozzo, il messaggio anti-body shaming è in piena evidenza, perfino ricattatorio, non ci  sono sottigliezze né sfumature. Una volta stabilito il congegno – la perfezione fisica non dà la felicità, anzi può portare al suo opposto – la sceneggiatura procede a pilota automatico innestato, meccanicamente, senza sorprese e senza mai perturbare davvero lo spettatore. Dettaglio importante: l’attore che interpreta lo spettatore dal volto deforme che porterà via il posto a Guy si chiama Adam Pearson ed è davvero affetto da neurofibromatosi.

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Berlinale 2024. ANOTHER END di Piero Messina – recensione. Distopie italo-globali

Another End di Piero Messina. Con Gael García Bernal, Renate Reinsve, Bérénice Bejo, Olivia Williams, Pal Aron. Concorso.
Parlato in inglese, ma di (co)produzione italiana e con un regista italiano. L’intenzione è quella di un prodotto di genere “alto” spendibile sul mercato globale. Impresa non del tutto riuscita. Siamo in una distopia assai vicina dove si possono impiantare in un host i ricordi delle persone scomparse e in qualche modo farle rivivere. Tra Philip Dick e Alpis di Lanthimos. Ma non siamo a quei livelli. Voto 5
Film di produzione italiano di un regista italiano, ma girato in inglese. Di quelle produzioni anodine senza più identità precisa, non solo nazionale, perse nel magma di un mercato dell’audiovisivo che, almeno della sua zona più mainstream, tende all’omologazione e espunge le differenze. Mercato comunque con cui bisogna pur misurarsi se si vuol sopravvivere come industria. L’intenzione dietro a questo Another Day credo sia di confezionare anche in Italia un film di genere-con-ambizioni vendibile e spendibile dappertutto, come ad esempio hanno imparato a fare egregiamente gli spagnoli. Ma anche stavolta l’impresa non funziona.
Siamo nella solita distopia forse vicina forse lontana, ma più la prima, in uno scenario urban che potrebbe essere in un qualsiasi punto dell’Euramerica (pare sia una sovrapposizione tra Roma e Parigi). Strutture iper e postmoderniste a suggerire alienazioni e gelo dell’anima e altre reificazioni di massa imminenti o già presenti. Niente di nuovo, anzi parecchio di antico. Figuriamoci, l’idea narrativa di base, il dispositivo cui regista e sceneggiatori ricorrono, è un déjà vu, tra Philip Dick e un episodio (come hanno già detto e scritto moti critici: ma come si fa a non pensarci?) di Black Mirror. Un’azienda vende la possibilità di riversare i ricordi di persone morte in un host, un corpo portatore che possa far rivivere (per un tempo limitato) il defunto. Il tutto per consentire ai suoi cari, genitori, mariti, mogli, amanti che sian , di potergli/le stare accanto e prepararsi alla dipartita, metabilizzare e addolcire l’addio. Viene in mete Alpis di Yorgos Lanthimos, del Lanthimos greco minimalista e perturbante, non certo quello di gran  successo globle degli ultimi soi astuti lavori english-speaking. Là, in quel film desolato a asimentale, puramente constatativo e oggettivo, uomini e donne impersonavano a pagamento persone scomparse a chi ne facesse richiesta. Tutto il fragore e il massimalismo anche un po’ cafone di Another End, che vuole mostrarci in ogni sequenza, in ogni inquadratura, il budget investito, non riescono a comunicare neanche lontanamente l’inquietufne che da Alpis promanava. Naturalmente si va subito sul sentimentale più facile: il vedovo Sal rivive qualche pezzo di vita con la moglie Zoe, morta in un incidente stradale, grazie alla (bellissima) host in cui sono state riversate le sue memorie. Succederà, ovviamente, che si innamorerà di Ava, l’impersonator, al punto da seguirla e insinuarsi nella sua vita “vera”. Con qualche complicazione che non sto a dire. Peccato che la prima mezz’ora e anche più si perda in spieghe sul lambiccato meccanismo di riattivazione dei defunti, anche con store collaterali di scarso interesse. E l’ultima parte è di un dociastro da San Valentino Day. Resta, di guardabile, la parte di mezzo, quella in cui Sal ripercorre la storia con Zoe inoltrandosi nei propri fantasmi. Ma è troppo poco, in un’economia filmica dove a dominare sono la sentenziosità, la pesantezza, il larmoyant. Oltretutto Piero Messina (autore comparso a sorpresa anni fa a Venezia portando in concorso un film, L’attesa, nientedimeno che con Juliette Binoche), che pure mostra di saper girare secondo lo stile fragoroso e muscolare oggi necessario a questo tipo di prodotto, non ha mai il passo giusto, il ritmo adeguato. Perdendosi paradossalmente in un’estenuazione da vecchio cinema intimista e psicologizzante. Gael Garcia Bernal è professionale come sempre. Ma il film è della norvegese Renate Reinsve, diventata di colpo famosa con la vittoria a Cannes qualche anno fa come migliore attrice per La persona peggiore del mondo. Reinsve ha la luce della grandi star del passato e a questa Berlinale è forse la vera, unica diva: co-protagonista, oltre che di Another End, pure di un altro titolo del concorso, A Different Man di Aaron Schimberg.

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