Cinema stasera in tv: SPARTACUS di Stanley Kubrick – giovedì 24 settembre 2026

Spartacus di Stanley Kubrick, 1960, canale Twenty Seven, ore 21:10, giovedì 24 settembre 2026.spartacus-1960-05Un film del 1960 in cui Kubrick rilegge e reinventa il genere peplum, raccontando con un realismo mai visto prima, con una muscolarità visiva e narrativa che satura lo schermo e sembra farlo esplodere, la rivolta dello schiavo che osò mettersi contro Roma. Un kolossal dalla visione ribellistico-anarco-socialisteggiante (derivata da un libro ormai classico di Howard Fast) che ha lasciato il segno nel cinema, e non solo. Kirk Douglas mostra i muscoli tirati a lucido e giganteggia e titaneggia nella parte di Spartaco, lo schiavo ribelle che fece vacillare Roma. Accanto a lui Tony Curtis, nella sua migliore interpretazione di sempre insieme a quella di A qualcuno piace caldo (e si alluse parecchio allora ai sottintesi omoerotici che il suo personaggio si portava dietro). A completare un cast leggendario ecco anche Laurence Olivier, Jean Simmons, Peter Ustinov e Charles Laughton. Screenplay del blacklisted Dalton Trumbo, che qui dopo anni e anni di ostracismo e lavoro clandestino torna a firmare ufficialmente le sue sceneggiature (e, come s’è visto nel biopic Trumbo, a volerlo fortissimamente era stato Kirk Douglas, anche produttore del film). Richiami politici evidentissimi, del resto Spartacus era sempre stato una delle icone dei movimenti rivoluzionari dalla fine Ottocento in poi, e s’era chiamata spartachista l’insurrezione berlinese di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Qualcosa del ribellismo e dell’antischiavismo di questo Spartacus è arrivato fino al Django Unchained di Tarantino.
Kubrick non l’ha mai riconosciuto come opera integralmente sua tanto da averla espunta dal ‘canone kubrickiano’ per via dei troppi compromessi cui dovette sottostare con Kirk Douglas, che di Spartacus era non solo il protagonista ma anche e soprattutto produttore e padrone. Era stato lui, che con K. aveva lavorato, e molto bene, in Orizzonti di gloria, a chiamarlo per sostituire il regista originariamente designato, Anthony Mann, da lui ritenuto troppo poco affidabile, non in grado di manovrare una macchina cinematografica tanto poderosa e complessa. Douglas aveva avuto la giusta intuizione e offerto a Kubrick una grossa chance, ma questo non gli avrebbe garantito le sue simpatie. Sul set fu continua frizione se non proprio conflitto aperto tra i due su innumerevoli questioni riguardanti copione e messinscena: prevalse Douglas, che ci aveva messo i soldi. Non avrebbe mai più lavorato insieme. La censura sforbiciò all’uscita la scena sovraccarica di allusioni e sottintesi omoerotici del lavacro di Laurence Olivier alla presenza dello schiavo Tony Curtis, scena che sarà poi ripristinata nella sua integralità con il restauro del 1991. Mancavano però dal materiale recuperato le voci: Curtis si prestò al doppiaggio, Olivier, nel frattempo scomparso, fu degnamente sostituito da Anthony Hopkins.

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Venezia 2026. LOOK BACK di Hirokazu Kore-eda: recensione

Look Back di Hirokazu Kore-eda. Con Natsuki Deguchi, Aju Makita, Furi Nanase, Rokka Okada, Masaki Suda, Kankuro Kudo, Kayo Noro. Concorso. Voto 8
Dopo il suo deludente The Sheep in the Box lo scorso maggio a Cannes, non ci si aspettava granché qui a Venezia da Hurokazu Kore-eda in concorso con Look Back (uno Stakanov della mdp: due film nuovi in un anno e va detto che stavolta Venezia ha pescato quello giusto e Cannes quello sbagliato). Invece tutti (quasi tutti) incantati e convinti. Look Back è inaspettatamente tra le cose migliori che si siano viste tra quelle in corsa per il Leone, anche se chiede, soprattutto all’inizio, parecchio allo spettatore in concentraziine e pazienza. Un film sui manga, che sono un pezzo consistente oggi dell’identità del Giappone e del syo soft power. Meglio, un film sull’immaginario manga (e sugli anime derivati), su chi li realizza e su chi li consuma, sui modi della loro produzione e diffusione. E sulla grafica, l’estetica, sui mondi che i manga sono in grado di evocare.
Allora: nel 2021 esce Look Back, un manga di enorme successo cpm aòl centro della storia due ragazzine che diventano famose creando manga per i loro coetanei. Diventerà di lì a tre anni un anime diretto da Kiyotaka Oshiyama. Adesso ecco il live action diretto da uin autore di riuspetto (vincitore anche di una Palma d’oro a Cannes qualkche anno fa) come Kore-eda. Spero di essere stato chiaro, perché io – non so voi – ho faticato a capire la catena sfociata nell’oggetto cinematografico qui in concorso. In ogni caso ripeto e riassuno. Kore-eda gira un film tratto da un manga che racconta di due amiche autrici di manga dopo che un altro regista ne aveva già tratti un animato (di cui peraltro vediamo una sequenza in Kore-eda). Detta così, l’operazione sembrerebbe altamente concettuale e lambiccata, una mise-en-abyme multipla, un gioco di replicazine e di rispecchiamento di quelli che entusiasmano i cinefili più spinti e annichiloscono lo spettatore. Invece film di una linearità narrativa esemplare oltre di una bellezza stordente, in cui si fatica inizialmente a penetrare perché Kore-eda, tra le molte cose che nutua dai manga (e dagli anime), si prende anche l’atto della creazione e della realizzazione grafica riproducendolo quasi in tempo reale, costringendo lo spettatore a concentrarsi a lungo sulla mano che tratteggia, riempie i bianchi, indugia sulla facce, crea dal nulla gli sfondi (come quello, meraviglioso, di una spiaggia). La mano, le mani sono quelle delle due protagoniste, prima bambime poi adolescenti,  compagne di scuola, opposte per temperamento. Una, la dominante della coppia amicale, è determinata nonostante la givanisima età a diventare una mangaka (autrice di manga) famosao, l’altro, la succube, è invece introversa, terrorizzata dalla realtà al punto da essersi autorelegata in casa per molto tempio. Saranno, insieme, un marchio di gran successo, fino alla separazione quando la succube deciderà di emancioarsi da quella dioendenza per truvare una strada tutta sua. Ma ci sarà, improvvisa e devastante, l’intrusione del mondo di fuori con tutte le sue tensioni a determinare una svolta inattesa e drammatica. E se fino a quel momento Kore-eda aveva adottato il tempo interno e lento della creazione dei manga, qui cambia di colpo imprimendo al film un’accelerazione.
Ma Look Back non sta tanto nel suo contenuto, nel racconto, ma nella sua estetica. Che Kore-eda prende dai manga (e dagli anime, compresi quelli di scuola Miyazaki) riproducendola attrvaverso la macchina-cinema, Riuscendo benissimo nella quasi impossibile impresa. Quello che resta di Look Back sono le corse nei prati delle due ragazzine e i loro giubmotti colorati, ilmare che sconfina nel cielo in una gradazione di blu, le distese di ciliegi in fiorr che miracolosamente Kore-eda riesce a trasfigurare in pura bellezza scansando il rischio del cartolinesco o dell’instagrammatico. Sta nei treni che corrono attrvaerso lèinquadratura come su una pagina, con quel sapoire di infanzia e di avventura. C’è in questop film un’immersione nell’anima profonda del Giappone e nella sua tradizione visiva, figurativa, pittorice. Dalla calligrafia fino appunto agli anime. Ancora e sempre è Impero dei segni, secondo la definizione che del Giappone diede Roland Barthes.

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Venezia 2026. LA MIA CLASSIFICA FINALE del concorso

Possible Love

Look Back

DAU

Ormai li si è visti tutti i 21 film del concorso: l’ultimo a essere protettato è stato Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. Non resta che aspettare sabato 12 settembre il Leone e il resto del palmarès. Intanto per chi fosse interessato ecco la mia personale classifica dei 21 film, con qualche minima variazione di voto rispetto alla parziale di qualche giorno fa, questo per sgranare il gruppo, soprattutto a metà classifica. Non ci sono stati capolavori assoluti. Poteva esserlo il colossale e molto atteso DAU, che però tradisce nell’ultima parte la monumentalità e la potenza devastante delle sue prime due ore e mezzo (dura 195′ più 15 di intervallo). In questi ultimi giorni è emerso il bellissimo Un bon petit soldat di Stéphane Brizé, inserendosi tra i migliori del concorso e candidandosi a un posto nel palmarès. Poi c’è il caso NAZA, l’elefante nella stanza di questa Mostra, la presenza ingombrante e ineludibile: cosa farà la giuria, gli darà il Leone per meriti politici? Ma come si fa in sede critica a valutare serenamente un film su una questione ultrasensibile come l’occupazione di Gaza da parte dell’IDF, un film che ti chiede perentoriamente di schierarti più che di esprimere la tua opinione? Cercherò di parlarne as soon as possible. Intanto l’ho collocato nella mia lista come potete vedere qui sotto.

1) Possible Love
di Lee Chang-dong  voto 8 e mezzo? 
2) Look Back di Hirokazu Kore-eda  voto 8
3) DAU di Ilya Khrzhanovsky  voto tra il 7 e l’8
4) Un bon petit soldat di Stéphane Brizé voto tra il 7 e l’8
5) 15/18 (A Place to Heal) di Cédrica Kahn  voto 7 e mezzo
6) Wild Horse Nine di Martin McDonagh  voto 7+
7) Un peu avant minuit di Nicolas Pariser voto 7+
8) NAZA di Yuval Abraham, Rachel Szor  Voto 7
9) PrimeTime di Lance Oppenheim  voto 7
10) Bucking Fastards di Werner Herzog  voto tra il 6 e il 7
11) Succederà questa notte di Nanni Moretti voto 6 e mezzo
12) A Bit of Light (Kami Nour) di Ali Asgari  voto 6 e mezzo
13) Mr. Nelson, Did You Kill People? di Sjinya Tsukamoto  voto 6+
14) Woman Unknown di May el-Toukhy  voto 6+
15) Bunker di Florian Zeller voto tra il 5 e il 6
16) L’estranea di Paolo Strippoli  voto 5 e mezzo
17) Ink di Danny Boyle  voto 5
18) Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis voto 5
19) Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis voto 4 e mezzo
20) Company di Casey Affleck  voto 4
21) The Echo Chamber di Andrea Pallaoro  voto 3

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Venezia 2026. WOMAN UNKNOWN di May el-Toukhy – recensione

Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy. Con Mathilde Arcel, Carsten Bjørnlund, Thorbjørn Hedegaard, Marina Bouras, Mia Plantin, Soyfia Nolsøe, Flora Yde Sander, Mikael Birkkjær, Joen Højerslev. Concorso. Voto 6+
Update: Woman Unknown ha vinto il Leone d’oro. Alla protagonista Mathilde Arcel la Coppa Volpi come migliore attrice.

L’unico film firmato da una donna del concorso, cosa che ha suscitato un turbine di polemiche già prima che la mostra incominciasse. Film danese di una regista dal nome non tradizionalmente danese, May el-Toukhy, difatti di radici egiziane e però nata, cresciuta, professionalmente maturata a Copenaghen. Che qui a Lido ha portato un film di perfetto ambiente e sensibilità scandinavi, con quegli interni borghesi ombrosi e silenziosi, quella luce livida, quel rigore luterano nelle posture, nel comportamento, nella psiche dei personaggi, quella inflessibilità e severità nelle cose pubbliche e private. E si pensa, vedendo gli interni in cui si muovono i protagonisti di Woman Unknown, spazi divisi tra quelli dei padroni e della servitù, a film come Gertrud del gran danese Dreyer e Fanny e Alexander di Bergman. Anche se il lavoro della pur professionale e volenterosa May el-Toukhy non è neanche lontanamente paragonabile a quei giganti.
Siamo nel 1945 a Copenaghen, a guerra appena finita. La Germania, che aveva occupato a lungo la Danimarca, è stata sconfitta. Come in altre parti d’Europa, si dà adesso la caccia a chi ha collaborato con i nazisti. È l’ora della vendetta, le squadre dei resistenti entrano nelle case, negli ospedali, nelle aule, rapiscono e uccidono. Le donne colpevoli di essere andate a letto con il nemico vengono umiliate in pubblico, rapate a zero, denudate, marchiate con una svastica rossa.
Questo il clima in cui si muovono Christian e Marie. Lui, vedovo, titolare di un’azienda di guanti (cosa di più nordico?) e dunque assai benestante, sta per risposarsi con lei, entrata nel suo sontuoso appartamento quale donna di servizio, diventata poi la sua amante e adesso in procinto di diventare padrona. Ma dietro alla facciata immacolata covano tensioni, potenziali conflitti, cattivi sentimenti: l’invidia delle colleghe nei confronti di Marie l’arrampicatrice; la tacita ostilità dell’élite cittadina verso quel matrimonio-mésaillance tra borghesia e proletariato; i complicati rapporti tra Marie e la figlia bambina di primo letto di Christian; l’incombere suMarie del ricordo della prima moglie. Simbolizzato dall’abito da sposa della defunta che Christian vuole che Marie indossi il giorno delle nozze (prima o poi al cinema rispunta sempre qualcosa di La donna che visse due volte di Hitchcok e in questo caso pure di Rebecca la prima moglie).
Ma c’è un incontro casuale in città che riporta Marie al suo passato, a storie che lei ha sempre tenuto nascoste e che, se venissero alla luce, potrebbero rovinare la sua reputazione e indurre Christian a annullare l’imminente matrimonio. Parte il ricatto da parte di chi sa (Marie ha avuto un figlio, poi morto, da un soldato tedesco occupante) e minaccia di dire tutto. Da qui si sviluppa un intreccio piuttosto interessante in cui Marie, sotto minaccia del ricattatore, è costretta a trovare una soluzione per allontanare il sospetto di collaborazionismo. E troverà la soluzione, ma sarà un’infamia perpetrata ai danni di un innocente. E sarà una tragedia. Non è il caso di andare oltre. Va detto però che la storia e la sua costruzione in sede di sceneggiatura è quanto di meglio offra il film. Una trama solido, curata, credibile, con una torsione che non ci si aspetta e che fa narrativamente decollare Woman Unknown mettendo a fuoco quello che è, al di là della singola vicenda di Marie, ne il tema vero e molto più ampio, il collaborazionismo in Danimarca (e in Europa) durante la seconda guerra mondiale. Tema tra l’altro che è stato anche al centro del festival di Cannes lo scorso maggio con film come Notre Salut e La Troisième Nuit.
Ci sarà una cena a casa di Christian con altri esponenti dell’élite cittadina in cui la questione sarà apertamente posta: collaborazionista è stato solo chi si è apertamente schierato col nemico? O anche chi, come lo stesso Christian e altri imprenditori, ha continuato sotto l’occupazione a produrre e fare affari con gli stessi tedeschi? Anche se magari finanziava in parallelo anche la resistenza in modo da assicurarsi a fine guerra l’impunità? E ancora: che dire di quella larga zona grigia di danesi che non hanno collaborato ma neanche hanno resistito cercando semplicemente di sopravvivere? Anche loro hanno delle responsabilità o vanno assolti? Domande che valgono anche per altri paesi, Italia compresa, e scomode ancora oggi a tre quarti di secolo dalla fine della guerra.
Woman Unknown non è un gran film, anzi è cinema piuttosto medio. Certo professionalmente messo in scena, formalmente ineccepibile, un buon prodotto pensato per il pubblico arthouse di tutto il mondo e che funzionerà molto bene. Ma cinema nella sua essenza inerte e poco personale, senza uno sguardo originale, che non si assume mai rischi e non va oltre il compito diligentemente eseguito. Però quello che racconta è importante, le domande che osa porre sul collaborazionismo, su dove sia (se esiste) la linea che separa la colpa dall’innocenza, la complicità dall’estraneità, restano una questione sensibile. Per questo è assolutamente da vedere. Credo che un premio, magari quello per la sceneggiatura,  se lo prenderà, se non altro per placare le discussioni sull’assenza quasi totale di donne registe nel concorso. Anche perché abilmente e sottilmente le autrici (regista e sceneggiatrice) introducono un sottotesto femminista che potrebbe parecchio piacere alla giuria: che in fondo a pagare per collaborazionismo sono state soprattutto le tante donne accusate di aver fatto l’amore con un tedesco e poi messe alla gogna. La scena finale di Woman Unknown suggerisce che fosse proprio proprio questa l’intenzione-interpretazione da parte delle autrici (interpretazione che non condivido, anche se sicuramente le donne hanno pagato, sul loro corpo, in proporzione più degli uomini che avevano collaborato con i nazisti). Sarebbe il caso di leggere e rivedere Marguerite Duras, che degli ambigui amori tra donne francesi e occupanti tedeschi fece materia per libri e film, su tutti Hiroshima Mon Amour e La douleur.

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Venezia 2026. POSSIBLE LOVE di Lee Chang-dong – recensione

Possible Love (Ga-Neung-Han-Sa-Rang) di Lee Chang-dong. Con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung, Cho Yeo-jeong. Concorso. Voto 8 e mezzo

Possibile anzi probabile Leone d’oro, stando a tutti i sondaggi e le classifiche e pure al passaparola. Se lo meriterebbe, il coreano Lee Chang-dong, veterano di Venezia dove con Oasis ha vinto nel lontano 2002 il Leone d’argento per la regia. Ormai venerato maestro del cinema del Far East, è riplanato quest’anno al Lido (dopo il successo a Cannes di Burning) con un film di quasi tre ore messo in scena con una cura meticolosa dei dettagli, con un lavoro di bulino in ogni fase di lavorazione, a partire dalla sceneggiatura, precisissima. Un film percorso da un afflato umanistico oggi raro e si direbbe fuori moda (lo si è rintracciato a questo festival in pochi altri film, ad esempio nel bellissimo e ovviamente sottovalutato Nessun dolore di Gianni Amelio) che va a trattare anzi ri-trattare un terma centrale nel cinema sudcoreano degli ultimi anni, quello della fine del lavoro (Jeremy Rifkin dixit. E scrisse), della disoccupazione, della dissolvenza soprattutto del lavoro manuale, corporale, fisico, surrogato dalle macchine e dalle diavolerie neo-techno. Era il nucleo drammaturgico di No Other Choice di Park Chan-wook, presentato proprio qui a Venezia l’anno scorso, torna a esserlo in questo Possible Love, incrociandosi con un altro tema distintivo del cinema recente di Seul, quello della diseguaglianze, delle differenze di classe, della marxiana lotta di classe condotta però con altrri mezzi, sul terreno del confronto e scontro tra individui più che nelle piazze. In questo senso, Possible Love sembra quasi una replica in versione non comedy e più drama di Parasite. Anche qui in Lee Chang-dong ricchi e poveri si ritrovano a condividere un pezzo di vita (e, per un certo tempo, lo stesso spazio abitativo), anche qui l’apparente pacifica convivenza è destinata a saltare rivelando le fratture sociali sottostanti. Ma mentre Bong Joon-ho spingeva sull’acceleratore della black comedy grottesca e anche grosssolana, Lee Chang-dong si concentra sui caratteri e le loro storie, siulle interazioni tra personaggi, sulle dinamiche di desiderio e repulsione, sul risentimento di chi ha poco verso chi ha molto e troppo, sulla manipolazione dei ricchi verso i poveri (ma anche viceversa). Con una finezza di analisi e di osservazione del tutto sconosciuta al volutamente) ruvido Bong.
Veniamo a conoscere da subito (a un funerale!) una coppia di proletari: lei, Mi-ok, operaia, lui, Ho-Seok, operaio senza lavoro, licenziato da poco da un’azienda che ha tagliato drasticamente i costi e dunque il personale per essere più appetibile sul mercato (difatti, ha rapidamente trovato un acquirente straniero). I dipendenti sono scesi in sciopero occupando per molto tempo la fabbrica reclamandlo la riassunzione: senza risultato. Sgomberati con violenza dalla polizia, stanno ora cercando tutti in qualche modo di sopravvivere (anche attraverso un gruppo di auto-aiuto) al trauma e alle difficoltà causate dalla perdita del lavoro. A contattare Mi-ok, la moglie, è Ye-ji, una signora borghese assai chic e acculturata che sta girando, lei così socialmente privilegiata, un documentario sulla condizione proletaria e la crisi del lavoro in Sud Corea. Comincerà a filmare l’estroversa Mi-ok, a raccogliere la sua storia di donna del popolo e, attraverso di lei, entrerà in contatto con Ho-Seok, il marito disoccupato, assai più introverso rispetto alla ciarliera consorte e senza la minima voglia di farsi intervistare dalla elegante documentarista, benché lei ci provi in ogni modo. In questo reticolo relazionale si introduce anche Sang-woo, il marito ricchissimo e bello di Ye-ji. Le due coppie, benché così socialmente lontane, finiranno col diventare amiche o simulare qualcosa che assomiglia all’amicizia. Ma per la regista l’obiettivo resta lo stesso: far cadere le difese del marito di Mi-ok e fargli raccontare non solo la sua storia di disoccupato ma anche il drammatico sgombero della fabbrica operato dalla polizia durante il quale lui è rimasto seriamente ferito. Intanto la sua macchina da presa diventa sempre più indiscreta, sfacciata, fino a invadere gli spazi più privati e personali della coppia proletaria e a sopraffarla. Ed è questo uno dei lati più interessanti del film, la riflessione sul cinema, anche quello che si dice militante e dalla parte degli ultimi, come ambiguo strumento di manipolazione del reale e delle persone. Cinema come controllo e, ancora una volta, strumento di potere.
Lee Chang-dong è straordinario nel penetrare nella psiche dei suoi quattro protagonisti, nel farli inteargire e far esplodere tensioni e contraddizioni nascoste. La condiscendenza dei ricchi verso chi non lo è, la differenza di classe ipocritamente mascherata da un una solidarietà che è in realtà un disegno manipolatorio, i sentimenti reciproci di attrazione e repulsione, di desiderio (anche sessuale), di rivalsa. A tutto questo Lee Chang-dong aggiunge una quantità di osservazioni sullo stato delle cose della società coreana, sulle sue dinamiche economiche, produttive, politiche. Film grande e necessario. Anche se non tutto funziona. Non è credibile ad esempio che la coppia proletaria accetti per tanto tempo l’intrusione della macchina da presa della signora regista nella propri vita, una falla di sceneggiatura che doveva essere meglio risolta. Ma sono obiezioni che non vanno a intaccare l’importanza del film. Leone? Sabato sapremo

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