Venezia 2021. Recensione: LA CAJA, un film di Lorenzo Vigas. Il più sottovalutato del concorso

La Caja (La cassa), un film di Lorenzo Vigas. Con Hernán Mendoza, Hatzín Navarrete, Elián González, Cristina Zulueta, Dulce Alexa Alfaro, Graciela Beltrán. Concorso. Voto 7+
Il film più sottovalutato del concorso. E Lorenzo Vigas il regista il più detestato. È che al venezuelano (ma che al Messico fa produttivamente riferimento) Vigas non si perdona il Leone d’oro 2015 assegnato imprevedibilmente da una giuria presieduta da Alfonso Cuaron al suo Desde Allá, uscito poi da noi come Ti guardo. Fui tra i pochi a apprezzare allora il film e ad andare contro il sentimento prevalente di rigetto. Col passare del tempo il clima intorno a Vigas si è perfino incattivito, come ha dimostrato la perlopiù gelida accoglienza a questo suo La Caja (relegato a fine Mostra in fondo alle classifiche stilate da critici di vario tipo, genere e generazione: damnatio condivisa con i fratelli D’Innocenzo e il loro America latina, pure loro odiatissimi. Perché anche i gemelli romani hanno il torto di aver avuto successo, con l’aggravante di averlo raggiunto presto, neanche trentenni). Brutta bestia il livore, specie quando va a obnubilare ulteriormente la lucidità di addetti ai lavori già provata da quattro-cinque film al giorno e dal perenne corpo a corpo con il mai troppo deprecato sistema di prenotazione online.
La Caja è un buon film, che se a Venezia avesse agguantato un premio non sarebbe certo stato uno scandalo (nel palmarès lo avrei preferito al posto di The Power of the Dog di Jane Campion o di The Lost Daughter di Maggie Gyllenhaal: due titoli che adesso vedo spuntare nelle Oscar prediction di molti siti americani, e francamente non ho parole). Come in Desde Allá, anche stavolta Lorenzo Vigas indaga le correnti edipiche tra un ragazzino e una figura paterna per niente irreprensibile, anzi di massima irregolarità e pessima moralità. Senza la minima partecipazione emotiva, senza l’empatia (una delle parole equivoche da espungere dal nostro dizionario) che inquina e falsifica tante narrazioni di cinema e non, ma anche senza cinismo. Se mai una giusta distanza per osservare, scrutare, cercare di decifrare quello che si cela sotto la superficie delle relazioni e interferenze tra i due protagonisti, l’adulto che la vita l’ha attraversata e il ragazzo che deve ancora farlo. Un cinema che può sembrare apatico, senza fremiti né abbandoni, e che conferma Vigas autore di una Neo-Nuova Oggettività che non è riduzione a cosa del vivente, ma pudore, consapevolezza di come un eccesso di vicinanza possa contaminare l’oggetto del proprio sguardo. Se nel cinema messicano in cui opera c’è un nome a lui affine, questo è Michel Franco, certo non i tre pesi massimi Del Toro, Cuaron e Inarritù (forse l’Inarritu di AmorePerros sì, ma da allora molto cinema è passato). La Caja, nella sua impassibilità, dipana una storia terrificante di cui, in questi tempi di paranoia da spoiler, non si può svelare il cuore di tenebra, il punto di caduta. Basti dire che ci si trova in uno dei luoghi più infernali del mondo, quella striscia di Messico a ridosso della Frontera con gli Stati Uniti dove tutto è permesso e la legge assente. Dove a comandare e decidere di vita e morte sono i cartelli dei narcos e i trafficanti di clandestini diretti verso gli States. Dove il lavoro nelle fabbriche è regredito a schiavismo, con uomini e donne degradati a carne da catena di montaggio, da sfruttamento intensivo. È lì che arriva, dalla capitale, l’adolescente Hatzin, deciso a ritrovare il padre scomparso sulla rotta Mexico-Usa. Forse vivo, nascosto da qualche parte, forse già negli Stati Uniti, o forse in una delle tante fosse comuni in cui finiscono i molti disperati prima derubati dai banditi di strada o dalle gang che controllano il territorio e poi ammazzati. Restituiscono difatti a Hatzin, in un centro preposto al recupero e identificazione dei desaparecidos, una cassetta con i resti del padre, con, a certificarli, tanto di carta di identità trovatagli addosso. Ma lui continua a sperare, contro ogni evidenza, che il padre sia ancora vivo. E quando per caso incrocia un signore assai somigliante al genitore scomparso si convince che sì, si tratta di lui, e da allora lo seguirà, lo pedinerà, non lo lascerà più. Il signore nega ogni parentela, ha un altro nome, una famiglia, un lavoro che, scopriremo più tardi, consiste nel reclutare tra i disperati che si affollano a ridosso della frontiera la manodopera a basso costo per i padroni e padroncini delle fabbriche della zona. Scopriremo altro e di peggio di lui, mentre Hatzin al suo fianco compirà il suo percorso di formazione. Fino alla prova cruciale, di inimmaginabile ferocia.
Ma quell’uomo è o no il padre di Hatzin? E la convinzione di Hatzin che lo sia è delirio o oscura percezione della verità? Lungo queste rotte di ambiguità, di inganno, autoinganno, disinganno corre per gran parte il film, riproponendo le atmosfere sospese del precedente Desde Allá. Poi una svolta che non si può dire e che farà di Hatzin qualcuno, qualcosa, che mai avrebbe pensato di diventare. Lorenzo Vigas segue i suoi due protagonisti per poi allonantarli dalla macchina da presa, lasciare che si muovano e si perdano in un paesaggio che li riduce a pietra tra le pietre. Puro cinema del disagio, della messa in scacco di ogni certezza dello spettatore, che interroga e lascia dietro di sé una scia di malessere. Anche, cinema dell’inespresso, dove il fuori campo sembra assai più decisivo di quanto vediamo nell’inquadratura, dove il primato del non detto e dell’alluso sulla parola è schiacciante. Cinema non frontale. E come volete che possa trovare cittadinanza e consenso oggi che, come ha argomentato su Libération Luc Chessel (in un articolo poi ripreso da Internazionale) a proposito del Leone d’oro a L’Evénement, a prevalere è invece un cinema fin troppo diretto e senza sfumature. “Insieme alla palma d’oro a Cannes di Titane (il leone d’oro a L’Evénement) indica il consolidamento e il trionfo di un certo cinema francese che potremmo definire post-commerciale”, scrive Chessel, “che riversa le condizioni del cinema d’autore nello stampo di una fattura particolarmente docile, in cui l’esplicito e il frontale regnano sui sentimenti e sui corpi”. Sottoscrivo. Chiaro che in una simile congiuntura un film come La Caja non possa che sembrare inattuale o, semplicemente, non venga nemmeno più individuato dai radar ormai manomessi di pubblico e critica.

Pubblicato in cinema, Container, festival, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Stanotte in tv due film fondamentali (poi su RaiPlay): IL FIGLIO DI SAUL e TESNOTA – sabato 2 ottobre 2021

Il figlio di Saul di Laszlo Nemes, Rai 3 (Fuori orario), ore 1:50. Anche su RaiPlay.
Tesnota di Kantemir Balagov, Rai 3 (Fuori orario), ore 3:35. Su RaiPlay.

Il figlio di Saul: ripubblico la mia doppia recensione, la prima scritta a Cannes 2015 dopo la prima mondiale del film, la seconda alla sua uscita in sala.267296Il figlio di Saul (Saul Fia) di László Nemes. Con Geza Röhrig, Levente Molnár, Todd Charmont.
317864In un campo di sterminio l’ebreo ungherese Saul è addetto alle camere a gas e ai forni crematori. Quando tra i corpi vede quello di suo figlio ha solo un pensiero in testa: dargli degna sepoltura, trovare un rabbino che reciti per lui il Kaddish. Antigone al centro dello sterminio. Macchina da presa sul protagonista, a seguirlo in tutte le bolge dell’inferno, e con lui anche noi veniamo trascinati dentro. Radicalmente innovativo nel panorama dei film sulla Shoah. Grand Prix a Cannes 2015, Golden Globe e Oscar come migliore film in lingua straniera. Voto 8 e mezzo256855

il regista Laszlo Nemes

il regista Laszlo Nemes

Recensione #1: scritta nel maggio 2015 a Cannes dopo la proiezione stampa del film (in concorso).
Forse il film di questo Cannes. Tutti, prima della proiezione, in fremente attesa del capolavoro annunciato. Perché per Saul Fia lo stesso delegato generale Thierry Frémaux aveva speso parole inusuali di elogio nella conf. stampa di presentazione del programma. Opera prima – l’unica del concorso – di un cineasta ungherese allievo di Bela Tarr, che è una credenziale di peso, altroché. Un film sulla Shoah, una storia insostenibile. Che non può non porci di fronte all’eterna questione: ma è possibile rappresentare quell’orrore? non è che ogni rappresentazione è in una qualche misura un tradimento? ed è possibile mantenere per lo spettatore di fronte a un film sulla Shoah un distacco critico? Bisognerà riparlare, di Il figlio di Saul, che sicuramente si prenderà più di un premio, e magari anche la Palma. Da dove partire per darne un’idea? Ecco, siamo in un campo di sterminio. L’ebreo ungherese Saul è un Sonderkommando, uno di quegli internati scelti per spogliare coloro che vengono condotti alla camera a gas, per ripulire le camere dopo ogni ‘operazione’, per bruciare i cadaveri nei forni, per spargere le ceneri nel fiume. Gente che dopo pochi mesi viene a sua volta uccisa perché non possa raccontare quel che ha visto e ha fatto. (Attenzione: esiste anche un libro dal titolo Sonderkommando Auschwitz scritto da Shlomo Venezia, un ebreo romano che ad Auschwitz è sopravvissuto). Un giorno tra i corpi tirati fuori dalla camera a gas c’è anche quello di un ragazzo, è il figlio di Saul. Che da quel momento ha solo un obiettivo in testa: dargli sepoltura degna, trovare un rabbino che reciti per lui il Kaddish. Antigone nei lager. Intanto nel campo è, letteralmente, l’inferno. Nemes ha un’idea forte e precisa di cinema, e la applica al suo racconto con coerenza assoluta. Macchina da presa sul volto del suo protagonista, e pronta a seguirlo nel suo affannarsi in quella bolgia demoniaca in lunghi piani-sequenza, a simulare il tempo reale. Intorno a Saul tutto, uomini e cose, è sfuocato, indistinto, e questo consente a Nemes di sfuggire almeno in parte al dilemma della rappresentabilità o non-rappresentabilità dell’orrore. Continua a leggere

Pubblicato in cinema, Container, film, film in tv | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Recensione: NO TIME TO DIE, un film di Cary Fukunaga. James Bond e il signor Craig

No Time To Die di Cary Joji Fugunaga. Con Daniel Craig, Léa Seydoux, Ana de Armas, Ben Whishaw, Rami Malek, Ralph Fiennes, Christoph Waltz, Lashana Lynch, Naomie Harris.
Identificazione totale di Daniel Craig con il personaggio dell’ex 007 (perché ex lo capirete in corso di film). “Je suis Bond!” e Craig lo è fino in fondo, in questa ultima tappa del processo di decostruzione del mito cominciato con Casino Royale. Adeguamento al nuovo canone del metoo e del fluid? Macché, celebrazione (non credo programmata dagli autori) della mascolinità non-tossica. Avete in mente il Bogart/Rick di Casablanca? Ecco. Voto 6 e mezzo (ma 9 a Daniel Craig)

Dopo il magnifico Vincent Lindon di Titane e il suo capopompiere che si bomba i glutei di steroidi per stoppare il declino muscolar-virile (e per fortuna che c’è lui, ché il resto del film sta ai confini dell’inguardabile), ecco un’altra parabola, la definitiva, sul crepuscolo dell’essere uomo e maschio oggi. Con No Time To Die un simbolo della virilità occidentale come James Bond arriva all’ultima stazione di un processo decostruzionista (decostruttivo?) cominciato con l’avvento di Daniel Craig in Casino Royale. Non rimane più niente, solo cenere, dello 007 di Sean Connery (che del resto era una pura invenzione del duo di produttori Broccoli-Saltzman, lui e quei suoi vezzi e vizi tremendi – il Martini e l’Aston Martin, le truccherie cretine e le conquiste seriali di femmine cosificate, ridotte a bambole di carne -, roba che in Ian Fleming non c’è mai stata, leggere per esempio come è capitato a me Casino Royale. E se il Bond cartaceo ha poco a che vedere con quello primigenio seanconneriano, figuriamoci con quello cazzeggione di Roger Moore, se mai risulta più simile, o meno distante, da quello danielcraighiano introverso, tormentato, cupo).
Piangono dopo questo NTTD i nostalgici e le prefiche dello 007 com’era (ma com’era? quale James Bond si piange?), approvano invece o restano indifferenti alla questione coloro ai quali non gliene è mai importato niente di Bond (per quanto mi riguarda, amo solo delle stagioni pre-Craig il meraviglioso Dalla Russia con amore, l’unico in cui l’agente conneriano esce dal sua bidimensionalità da figurina Panini e dal proprio cliché di cinico femminiere seriale per provare un qualcosa di somigliante a quello che diciamo amore. Nella fattispecie, per la spia Daniela Bianchi: la Bond Girl assoluta).
Questo Bond di No Time To Die Daniel Craig se lo porta in giro con fatica, come un peso insostenibile, ed è un Bond con lo sguardo incerto e circospetto del presibite, che svolge il lavoro come una pratica cui non si può sottrarre per via della leggenda che gli sta addosso, del proprio mito. Un Bond che perfino costeggia, eresia secondo i nostalgici, il metter su famiglia e pronto a infilarsi le babbucce. Si è scritto: gli autori stavolta son scesi a patti, sono dovuti scendere, con i nuovi imperativi metooisti e dunque che vengano smussate le asperità muscolari del character, che lo si risagomi, lo si risani, lo si adegui alle emergenti sensibilità, lo si depuri di ogni tracca della cosiddetta mascolinità tossica.
Ma è davvero così? Per fortuna Bond resiste a ogni processo di neutralizzazione e addomesticamento, la sua essenza virile resiste (se mai è lui a dosarne l’erosione), come resiste lui nel segmento iniziale del film all’accerchiamento dei sicari mandati da non-si-sa-chi. Acciaccato? Depotenziato? Sì, ma solo per via dell’inevitabile declino biologico e del troppo aver vissuto, corso, ammazzato. È Daniel Craig, è il suo corpo – esattamente come il corpo di Lindon in Titane – a dirci lo stato delle cose, di come si possa oggi ri-definire la mascolinità, non solo di Bond. Nella fase del tramonto ecco che 007 (cui è stata intanto sfilata la qualifica per attribuirla a un’arrembante e muscolosa ragazzona priva di ogni carisma e appeal benché assai efficiente nel lavoro di agentessa segreta) ci mostra il lato luminoso dell’essere uomini e maschi, la dignità, la virtù del silenzio e della laconicità, il senso della responsabilità e del dovere, l’accollarsi sulle spalle il fardello delle cose, la disponibilità al sacrificio per salvare il prossimo (in questo caso: il mondo intero). Bond è qui, definitivamente, l’Eroe, la quintessenza e la sublimazione dell’essere uomo. In un film che, volendolo adeguare al canone oggi imperante dell’oltre-maschio, finisce invece con l’esaltarne le peculiari virtù. Il film, questo film, è insieme racconto di una decadenza e una celebrazione della virilità non tossica, non diversamente da illustri precedenti, penso al Grinta di John Wayne o al Bogart di Casablanca. E Daniel Craig ci accompagna in questa parabola abbattendo ogni barriera tra attore e personaggio, pigiando forte sul tasto dell’identificazione, mostrando sé stesso attraverso il character e viceversa, in una performance che non si dimentica (i signori dell’Academy gli diano la nomination, please).
Se mi sono dilungato su declino e, ebbene sì, redenzione di Bond già 007 è perché è l’unica cosa che conti in No Time To Die. Il resto è quasi tutto (quasi) dimenticabile e qualunque. Plot copincollato da precedenti Bond e riproposto nella massima prevedibilità. Con il protagonista che, già in pensione in Giamaica, viene richiamato all’azione non dall’MI6 ma dalla Cia per occuparsi di uno scienziato dal nome russo rapito (o fuggito?) dai laboratori britannici con l’arma segreta chiamata Heracles, una robaccia dalla letalità customizzabile e personalizzabile, nel senso che la si può tarare sul Dna della persona o del gruppo umano presi a bersaglio. Continua a leggere

Pubblicato in cinema, Container, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Recensione: QUO VADIS AIDA? di Jasmila Žbanić. Ricordare Srebrenica (non perdetevelo, film indispensabile)

Quo Vadis, Aida? di Jasmila Žbanić. Con Jasna Đuričić, Izudin Bajrović, Boris Ler, Dino Bajrović, Boris Isaković. Al cinema da giovedì 30 settembre 2021. Distribuito da Academy Two e Lucky Red.
Recensione scritta dopo la presentazione in concorso del film alla Mostra di Venezia 2020.
Luglio 1995, Srebrenica: oltre ottomila musulmani vengono massacrati dalle milizie dell’autoproclamata Repubblica serba di Bosnia. Mentre le truppe olandesi dell’Onu scandalosamente non intervengono. Quo Vadis, Aida? ricostruisce fatti e antefatti con assoluta fedeltà, mostrandoceli attraverso la storia di un’interprete della base Onu che lotta per salvare il marito e i due figli. Una grande riuscita per la regista Jasmila Žbanić. Un film indispensabile che farà molta strada. Voto tra il 7 e l’8

Ci sono andato assai prevenuto. Colpa di una sguaiata e abbastanza ignobile commedia balneare dal titolo Love Island che la regista bosniaca di questo Quo Vadis, Aida? aveva portato a Locarno a metà degli anni Dieci (un filmaccio in cui la pur squisita Ariane Labed finiva stritolata). Sì, avevo letto che Jasmila Žbanić prima di Love Island aveva vinto nientedimeno che l’Orso d’oro a Berlino nel 2006 con Il segreto di Esma (mai visto), ma tale precedente non bastava a rimuovere il mio pregiudizio.
Mi sono dovuto ricredere. Quo Vadis, Aida? è un film indispensabile per quanto racconta e come lo fa. Primo film del concorso e già candidato al Leone d’oro, con la sua memorabile protagonista Jasna Đuričić in corsa per la Coppa Volpi. Eppure quanti musi lunghi e sopraccigli alzati all’uscita, quanti “è un film ricattatorio, troppo facile raccogliere applausi e convincere le giurie ricostruendo il massacro di Srebrenica”. Di solito concordo su narrazioni via stampa o via cinema che, non senza cinismo, ci pongono di fronte a questioni umanitarie, disastri ambientali, a misfatti di ogni tipo chiedendoci perentoriamenti di schierarci e indignarci. Pena la nostra inclusione a vita nella categoria degli insensibili, per non dire peggio. Ma stavolta no, stavolta bisogna stare dalla parte di questo film che ricattatorio non è, che mostra con forza ma senza ricorrere a lenocini sentimentalisti e basse manovre la carneficina di Srebrenica durante la guerra bosniaca e i suoi prodomi, gli sviluppi, i tentativi inutili o i non tentativi di fermare i boia. Oltre ottomila musulmani, tutti maschi, della città furono ammazzati e fatti sparire nelle fosse comuni. Era il luglio 1995 e l’orrore accadde alle porte dell’Italia, appena oltre l’altra sponda dell’Adriatico. In Europa, non in qualche plaga remota d’Africa o Asia.
Già altri registi hanno ripercorso quegli eventi e denunciato, ma nessuno, mi pare, come Jasmila Žbanić, che in Quo Vadis, Aida? mescola audacemente con la massima naturalezza e senza stridori stilistici il realismo quasi documentario con una traccia narrativamente portante fictionale, una vicenda privata con al centro una donna e i suoi uomini, il marito e i due figli sui vent’anni. Donna forte e capace, Aida, insegnante prima dela guerra e adesso interprete alla base Onu appena fuori città con un contingente olandese che dovrebbe garantire la sicurezza di Srebrenica e di chi la abita. Ma le milizie di Mladic, milizie della autoproclamatasi Repubblica serba di Bosnia scrupolosamente impegnate nella pulizia etnica, espugnano Srebrenica, mentre la popolazione scappa. Molti riescono a rifugiarsi nella base Onu, anche se la gran parte rimarrà fuori dai cancelli, sperando di farcela a entrare nel compound. Perché sanno cosa significhi finire nelle mani nelle squadracce di Mladic, che intanto si fanno sempre più minacciose e riescono perfino a penetrare – grazie all’incomprensibile arrendevolezza dei soldati olandesi – nella base per controllare se vi siano guerriglieri armati. Si tratta con il mostro Mladic, si arriva a un accordo che ai più attenti, e Aida è tra questi, suona come una trappola tesa dai serbi.
Il lato vincente di questo film sta nel mostrarci la Storia attraverso la microstoria, che però infinite altre riassume, di Aida e dei suoi tre uomini di casa. È lei a dominare in famiglia, lei a capire quanto sta succedendo, lei a tentare l’impossibile per mettere in sicurezza marito e figli. Un’eroina, ma un’eroina non così esemplare. Il buono di questo film sta anche nel non tacere di fronte al familismo di Aida che non esita a sfruttare la propria posizione privilegiata di interprete per far ottenere ai suoi un salvacondotto che agli altri di Srebrenica non verrà mai concesso. Prima i legami di sangue, a qualunque costo: sembra questa la legge che la guida. Continua a leggere

Pubblicato in cinema, Container, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Venezia 2021. Recensione: MONA LISA AND THE BLOOD MOON, un film di Ana Lily Amirpour. Il Titane veneziano?

Mona Lisa and the Blood Moon (Monna Lisa e la luna rossa) di Ana Lily Amirpour. Con Jeon Jong-seo, Kate Hudson, Craig Robinson, Evan Whitten, Ed Skrein. Concorso. Voto 6
Se lo sono subito dimenticati tutti a Venezia dopo l’obbligatoria visione (come si fa a mancare un film del concorso?), compresi i virtuosi ma chiassosissimi celebranti del cinema delle donne quale nuova alba nell’arte delle immagini in movimento (moving pictures → movies). Come se la figlia angloamericana della diaspora iraniana Ana Lily Amirpour, qui al suo lungometraggio numero 3, donna non fosse e non fosse una cineasta. Qualche recensione sbadata e sbadigliata, più per dovere di cronaca che per interesse, zero premi da una giuria pur assai sensibile – lo dimostra il palmarès – a gender e woke culture e ‘sguardi femminili’, scarsi o nulli accenni nelle lenzuolate virtuali o veterocartacee di bilanci critici stilati alla fine di un festival ‘che ha finalmente premiato l’altra metà del cinema’. Insomma omaggi e riconoscimenti a Audrey Diwan (L’Evénement), Jane Campion (The Power of the Dog), Maggie Gyllenhaal (The Lost Daughter) e fitta conversazione intorno alle loro opere, Amirpour invece ignorata. Eppure qualche credenziale per essere almeno menzionata ce l’avrebbe: per dire, è arrivata prima della celebrata Julia Ducournau di Titane (e di Raw) a esplorare e praticare un cinemaccio di genere truculento svariante nel body horror e per niente adagiato nei cliché dolci e docili del ‘femminile’, dalle pericolose vampiresse – in chador! – del suo esordio in bianco e nero A Girl Walks Home Alone at Night ai cannibali in paesaggi di post-apocalissi dell’ancora più sanguinolendo The Bad Batch, insignito a Venezia 2016 tra la stupefazione generale del Premio speciale della giuria (nessuo però a esaltare la scelta come sarebbe successo cinque anni dopo a Cannes per Titane).
Anche stavolta Amirpour persevera in un cinema autorial-di genere (e degenere) raccontando di una giovane diversa – rinchiusa in clinica psichiatrica per certe aggressive alterazioni comportamentali -, dotata di un superpotere grazie al quale troverà la sua liberazione e, forse, il suo posto nel mondo (dopo avventure e disavveture non così appassionanti però per lo spettatore: è il limite grande, la fragilità narrativa, di Mona Lisa an the Blood Moon). In fondo, è lo stesso schema di Freaks Out di Mainetti però con meno ambizioni, sagomato su dimensioni più piccole e controllabili, e grazie al cielo di durata contenuta. Il contesto, lo sfondo, è quello della più tenebrosa città degli Stati Uniti, la quasi-caraibica New Orleans, con i suoi quartieri colonial-francesi, con i fantasmi, gli zombie, i mutanti, i prodigi voodoo (Il bacio della pantera di Schrader!), intatta in queste sue memorie e stereotipi nonostante il make-up giovanottardo operato sul suo profilo dalla regista.
Evade la ragazza di origine asiatiche rinchiusa in manicomio ricorrendo ai suoi extrapoteri, che sono quelli di controllare le capacità motorie altrui, di far eseguire a chiunque movimenti e gesti contro la sua volontà. La polizia a darle la caccia e, a aiutarla, prenderla in casa, proteggerla, una madre single di mestiere stripper & dancer in certi localacci della vecchia città. La fuggitiva attraverso di lei, e attraversi il suo sagace e intelligentissimo figlioletto (finalmente a Venezia 2021 un pargolo simpatico, dopo tanti insopportabili bambini-tiranni che hanno costellato e funestato un bel po’ di film delle varie sezioni), comincerà a misurarsi con il mondo fuori, a esplorarlo, conoscerlo. Ma, come capita spesso in romanzi e film, anche qui il diverso diventa nelle mani di chi apparentemente lo aiuta uno strumento per raggiungere ben altri, inconfessabili fini (lo abbiamo già visto in Elephant Man di Lynch, La donna scimmia di Ferreri, Venus noire di Kéchiche): la stripper sfrutterà difatti le abilità speciali della sua protetta per svaligiare bancomat e togliere dalle tasche dei suoi allupati clienti fasci di banconote. Seguirà fuga della ragazza – dalla polizia e dall’amica sfruttatrice – con il bambinetto, e vedendo questa miniodissea di una donna e un ragazzino nella New Orleans perlopiù notturna percorsa da loschi figuri non si può non pensare al lontano e sempre bello Gloria di Cassavetes, anche se non credo proprio che la citazione sia consapevole. In fondo, nonostante gli ammicchi al cinema più giovanottesco e sgargiante, oltraggioso e ribelle, alterato e lisergico (musica rombante, smodato uso di ogni droga), Mona Lisa and the Blood Moon resta una favola gentile con moralina incorporata tipo saranno i diversi e i ragazzini a salvare il mondo. Dei tre film della Amirpour questo è, al di là della sua superficie, il più ammodo e il meno urticante, e se la regista se la cava bene nel creare atmosfere ora di minaccia ora magico-fantastiche e nel dirigere i suoi attori, scivola clamorosamente in fatto di storytelling. Il vero guaio di questo film è la sua insufficiente narrazione, la fragilità fin quasi all’inconsistenza dell’impalcatura drammaturgica, la pochezza del racconto, sicché per fare minutaggio la regista cade spesso nella reiterazione del già visto (tutte quelle rapine ai bancomat!, non ne bastava una?). Se adeguatamente promosso e distribuito Mona Lisa and the Blood Moon potrebbe anche trovare un suo pubblico. Resta però, dopo The Bad Batch, un’altra occasione mancata per una regista che non ha ancora saputo mantenere le promesse del suo sfolgorante esordio.

Pubblicato in cinema, Container, festival, film, recensioni | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento