Cannes 2022. Recensione di TRIANGLE OF SADNESS, il film vincitore (scritta prima della Palma d’oro)

Triangle of Sadness, un film di Ruben Östlund. Con Harris Dickinson, Charlbi Dean, Woody Harrelson, Zlatko Buric, Dolly De Leon. Concorso. Voto 4
Il peggiore del concorso, forse di tutto questo Cannes. Il mio dissenso, prima che estetico e strettamente filmico, è, ebbene sì, di tipo morale verso il cinema dello svedese Ruben Östlund che soprattutto stavolta si degrada in contenutismi rozzi, in una messa in scena corriva della lotta di classe secondo i modi della commediaccia (à la Parasite, ma senza essere all’altezza del modello), in macchiettoni ignobili che si direbbero cinepanettonici se in Svezia ci fossero i cinepanettoni, in una farsaccia goliardica, in un barzellettume da serata di ubriachi del profondo Nord strafatti di ogni whisky e vodke possibili. Il film più divisivo di Cannes, ha sentenziato qualche foglio in inglese. Il che vuol dire che se molti l’hanno detestato, altrettanti hanno purtroppo apprezzato, riso, applaudito, recensito favorevolmente. Perché si sa, la lotta di classe, la rivolta di chi ha niente contro chi ha troppo (di questo e non altro tratta il film) è un archetipo non solo narrativo ma sociale immarcescibile, i sanculotti che assaltano e tagliano le teste piacciono sempre a prescindere. A prescindere in questo caso dalla scrittura cinematografica a tratti, soprattutto nell’atto terzo, abominevole. Intendiamoci, Östlund non è uno sprovveduto, il suo Force majeure vinse a Un certain regard 2014 preparando la strada a quel The Square che avrebbe, incredibilmente, incamerato la Palma d’oro di lì a qualche anno. Östlund sa nascondere bene la volgarità profonda del suo pensiero e anche del suo fare film dietro dialoghi smaglianti e briosi, dietro citazioni colte e alte, dietro un cinema denunciatario che si pretende morale e engagé ed è però solo sguaiato. Poi magari rivince la Palma con questo Triangle of Sadness (i suoi sostenitori immagino li abbia anche in giuria). Non sarebbe la prima volta che il titolo secondo me peggiore trionfa a un festival. È successo nel 2018 a Berlino con il terribile Touch Me Not di Adina Pintilie, insignito di Orso d’oro da una giuria in preda a ebbrezza ideologico-correttistica (il film parlava di sessualità dei diversamente abili, con prove ‘sul campo’ assai eloquenti), la sciagura potrebbe ripetersi.
Quanto al titolo di questo suo nuovo film: una scemenza che starebbe a indicare quel triangolo tra le sopracciglia e naso dove risiederebbe l’energia negativa, almeno secondo un cretino che nella sequenza d’apertura vediamo organizzare un casting per una qualche agenzia di moda o una qualche sfilata. Ecco, il fim parte non malamente come satira del mondo del fashion, della vanità e della feroce rivalità che vi allignano, dello stupido adattamento di presunti guru dello stile alle voghe del momento (“oggi la moda non si occupa più della superficie, ma dell’interiorità”, pontifica sempre il suddetto cretino: figuriamoci). Poi scene da una sfilata. Poi interminabile dialogo-scontro tra una lei influencer e un lui modello (un tempo dei maschi da sfilata a Milano si diceva: modelloni, e non era un apprezzamento). Chi deve pagare il conto al ristorante?, questo è il tema del dibattito a due. Lui accusa lei di non averci neanche provato, lei contrattacca e bisogna riconoscere che il duello tra i non eccelsi cervelli è assai godibile e ben orchestrato dal regista (“it’s not about money!” strilla lui, accusato di micragnosità dalla partner). Il quale fino a questo punto sembra inoltrarsi in uno smontaggio beffardo del mondo della moda attraverso scene fuminanti e autoconcluse, tipo il suo (ben più grande) connazionale Roy Andersson. Macché. Di colpo Triangle of Sadness vira sulla di denuncia delle disparità di classe portandoci, insieme alla sciagurata coppia influencer-modello, a bordo di uno yach emblema e contenitore ovviamente di ogni degerenerazione neo- e iper- capitalista, con una galleria di passeggeri tutti variamente mostruosi, dai russi arricchiti con la merda degli allevamenti intensivi esportata dappertutto come fertilizante alla coppia di fabbricanti di armi. Quel che succederà non si può dire, se non che Östlund imbocca la strada dello scontro di classe sulla scia di Parasite, cercando di ripeterne l’effetto ma senza la perfezioen del meccanismo messo a punto da Bong Joon-ho. Invece, cose e cosacce di massima sguaiataggine populistica, a strizzare l’occhio alla platea, ed ecco i riccastri che si mostrano nel degrado di corpo e psiche, vomitando, defecando, fino alla scena di un cesso che erutta letteralmete merda su tutto e tutti. Sghignazzi e applausi in sala, come no. Dallo yacht in avanti il film si smembra in una galleria di barzellettacce su cui tacere è bello. Con ribaltamento delle gerarchie sociali. Tutto scopiazzato da un’infinità di precedenti: cominciando da Travolti da un insolito destino (chissà cosa ne avrebbe detto la Wertmüller vedendosi così plagiata), proseguendo con Il signore delle mosche e tutte le edizioni possibili dell’Isola dei famosi sui peggio canali del mondo. Rispunta perfino il ricordo di un Lizzani primissimi Settanta, Roma bene, anche lì uno yacht di riccastri, anche lì con il karma pronto a colpire. Si sarà tirato in ballo, a proposito di questo obbrobrio made in Sweden (però girato in inlgese e mi pare sia la rima volta per Östlund) anche Buñuel. Vogliamo scherzare? Dove sta la leggerezza di Don Luis? Triangle of Sadness è pesante come un lastrone di marmo, è peggio che brutto, è ignobile per sguiataggine, per come asseconda le peggiori pulsioni del pubblico, per come pretende di fare la morale. E mi fermo qui.

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Cannes 2022. Palma d’oro a Triangle of Sadness, il film peggiore. Discutibile anche il resto del palmarès

Ma che Palma è? Che Palmarès è? Una seconda Palma nel giro di pochi anni a Ruben Östlund, che mai neanche a Ingmar Bergman di cui è indegno connazionale? E che arroganza nel ritirarla, questo immeritato premio assegnato da una giuria che non saprei come definire al suo spaventoso Triangle of Sadness (per saperne di più andate alla mia recensione), che baldanza saccente con quel ‘bisogna fare film da pubblico che abbiano dentro anche delle idee’ buttato lì nello speech di ringraziamento (così almeno mi pare di aver colto, perché ero arrabbiato nero e non così lucido). Certo che Il triangolo della tristezza di pensiero ne ha poco, giusto nella prima parte, diciamo fino a un terzo di film, ché poi sbraca nell’indegna farsaccia però ammantata di polemica sociale e spirito anticasta e anticlassista. Un Bagaglino progressista, l’ha definito acutamente qualcuno su Facebook (appena recupero il nome dell’autore lo inserisco). Film semplicemente ignobile per come vellica le peggio pulsioni della platea, ma tant’è, così è andata. Temevo che potesse accadere, è accaduto.
Credo che Östlund abbia tentato un’operazione alla Parasite, la lotta di classe in forma di commedia, ma non essendo Bong Joon-ho ha prodotto questo orrore. Il guaio è che la giuria ci è cascata e, purtroppo, anche parte della stampa.
Passiamo al premio immediatamente sotto in ordine di importanza alla Palma, il Grand Prix, andato ex aequo a una grande come Claire Denis per il suo odiatissimo Stars at Noon (sono tra i pochi ad averlo apprezzato), e difatti fischi in Salle Debussy dove si trasmetteva la cerimonia dei premi, invece prova encomiabile anche se non la sua cosa migliore, e al belga Lukas Dhont per il suo sopravvalutato Close, tanto piaciuto a mamme e zie. Un film che usa la cifra orrenda del carino e della collusione con il pubblico per raccontare un’amicizia adolescente e il dramma che ne consegue, affondando il tutto in una melensaggine che va da una musicaccia tremolante e onnipervasiva alla fotografia da pubblicità di prodotti di bellezza. Dialoghi improbabili e inudibili tra i due ragazzini protagonisti (“quando diventi un musicista famoso voglio fare il tuo agente”, dice adorante uno all’altro, promettente flautista o forse oboista), una mediocrità – di sguardo, di scrittura – allarmante. Ma siccome tratta di bullismo e della difficile condizione dei teenager presunti gay farà piangere le platee progressiste di mezzomondo. Quanto alla confezione da dolcetti della domenica con nastrini multicolori, quella ormai non scandalizza più nessuno, né la stampa internazionale né tantomeno le giurie dei festival che anzi plaudono e lacrimano pure loro.
Non mi è piaciuto nemmeno Decision to Leave, il noir con femme fatale del sudcoreano Park Chan-wook cui è andato il premio per la migliore regia. Un film vuoto, un esercizio di stile applicato al poco o al niente. Ma con una messinscena sensazionale, benché fine a sé stessa, sicché almeno questo premio non è del tutto sballato: ci può stare, Park è un autore vero, mica è Lukas Dhont, anche se questo non è il suo prodotto migliore.
Un Palmarès sbagliato ma anche gonfiato, sintomo di indecisioni, annaspamenti, conflitti in giuria e difficoltà a mettersi d’accordo, con ben due ex aequo e un premio speciale inventato in occasione del 75esimo anniversario del festival, tre quarti di secolo. E a chi è andato? Ovvio, ai fratelli Dardenne, già doppiopalmati nonché insigniti a Cannes di un’infinità di altri premi. Per carità, sono dei maestri, ma Tori et Lokita – un ragazzino e una ragazza dall’Africa al Belgio in cerca di un po’ di stabilità e benessere e finiti in giri criminali – è il loro film più stanco e prevedibile, di cui già a metà si intuisce la fine. Ma che bisogna c’era di inventarsi un riconoscimento per dare loro un premio di cui non hanno bisogno e che stavolta non meritavano?
Continuiamo: Premio della Giuria assegnato ex aequo a EO di Jerzy Skolimowski e Le otto montagne di Charlotte Vanderneersch e Felix Van Groeningen. Certo, niente di scandaloso, ma c’era di meglio. EO ha l’ottima idea di riscrivere Au hazard Balthasar di Bresson osservando il mondo attraverso gli occhi di un asino (in realtà interpretato da sei asini diversi, tutti ringraziati da Skolimowski nel migliore e più divertente speech della serata). Ma poi si perde e vaga anarchicamente e sregolatamente come in cerca di un altro film, senza trovarlo. Skolimovski ha 84 anni, ha il suo posto assicurato nella storia del cinema, questo film lo dimostra sempre vitale e ribelle, ma EO non è gran cosa. Non lo è nemmeno Le otto montagne, troppo lungo e infarcito di pessimi pensierini sul cosmo, la natura, l’amicizia, ma che ha momenti assai belli e delicati, di un pudore che sa tenere lontana ogni retorica. Purtroppo sono solo momenti che non fanno un film intero. Anche in questo caso c’erano altri nomi e altri titoli in gara che avrebbero meritato. Nei ringraziamenti la coppia belga, tale anche nella vita, ha citato i due attori, Luca Marinelli e Alessandro Borghi, e lo scrittore Paolo Cognetti, autore del libro cui il film è ispirato. Un po’ di Italia sul palco di Cannes.
Il riconoscimento più centrato di tutti è il premio alla sceneggiatura assegnato allo svedese di origine egiziana Tarik Saleh per il suo bellissimo e ottimamente scritto Boy from Heaven, una delle poche sorprese del concorso. Quando uscirà in Italia correte a vederlo, ne vale la pena.
Migliore attrice è Zar Amir Ebrahimi per Holy Spider dell’iraniano-svedese Ali Abbasi, in effetti il lato migliore di un film pretenzioso e mediocre che usa lo schema del crime con serial killer per denunciare bigottismi e storture di regime (non è stato girato in Iran). Film da cui parecchio mi aspettavo e rivelatosi invece una delusione forte. Migliore attore il sud-coreano Song Kang-ho, sì, il babbo di Parasite, per la sua al solito formidabile interpretazione in Broker di Hirozaku Kore-eda. Ovazione, giustamente. Song non si discute, ormai è un’eccellenza mondiale. Lui regalmente ha accolto l’applauso e ringraziato.
A rileggere tutta la lista degli insigniti c’è da piangere. Mentre sono restati scandalosamente fuori il bellissimo iraniano Leila’s Brothers, dato da molti tra i favoriti e invece zero (ma Farhadi non gliel’ha data una mano in giuria?) e i due picchi di audacia e sperimentazione, Crimes of Future di David Cronenberg e Pacifiction di Albert Serra. Ma ci rendiamo che questa giuria ha dato spazio a Close, a Le otto montagne, a Holy Spider, a Triangle of Sadness e non a Cronenberg? La giuria, le giurie, la loro composizione: temo sia questo oggi il problema di tutti i problemi a Cannes e non solo. Se andiamo a riguardare con attenzione i palmarès delle ultime edizioni di questo festival ma anche di Venezia e Berlino troviamo cose raccapriccianti. Bisogna riformare le giurie, così non può più funzionare. Le si gonfia di nomi che dovrebbero alzare il tasso di glamour e finiscono invece con l’abbassare quello di competenza. Bisogna tornare ai vecchi giurati dei primi festival, scrittori, critici, intellettuali di vario tipo, gente noiosa che però ne capiva, che sapeva distinguere nel mucchio i capolavori come Rashomon, La dolce vita, Il gattopardo, Viridiana, che sapeva riconoscere il meglio e il peggio (certo non mancavano nemmeno allora gli infortuni e gli errori, ma oggi è una frana inarrestabile). Non si possono dare a Cannes nel giro di pochi anni due palme a Östlund e una a Titane, non si può. Basta.

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Cannes 2022. LEILA’S BROTHERS di Saeed Roustaee. Il film-rivelazione viene dall’Iran

Leila’s Brothers, un film di Saeed Roustaee. Con Taraneh Alidoosti, Navid Mohammadzadeh, Payman Maadi, Farhad Aslani, Mohammad Alimohammadi, Saeed Poursamimi, Nayereh Farahani, Mehdi Hoseininia. Concorso. Voto 8+
Pensare che non mi ero neanche accorto fosse tra i film del concorso, pensavo Quinzaine o Un certain regard, sicché alle fatali ore 7.00 del giorno in lui lo si poteva prenotare ho lasciato perdere. Resomi conto più tardi che era in competizione – e io tutti i film in corsa per Palma o Leone o Orso cerco di vederli se no che vado a fare ai festival? -, per recuperarlo ho dovuto rincorrerlo e incastrarlo in una schedule già affollata perdendo, visto la contemporaneità delle proiezioni, la residua chance di vedere Elvis (poco male, tanto esce in Italia il 23 giugno). Però ripagato da tanta fatica. A parte il divino David Cronenberg che se ne sta su un’altra galassia a guardare il festival e i suoi rivali che si sbattono per entrare in palmarès (lui non he bisogno), l’iraniano I fratelli di Leila è il meglio espresso da un concorso altalenante per qualità e con troppe delusioni eccellenti, il film-rivelazione insieme a Boy from Heaven di Tarik Saleh. Girato senza fronzoli, tutto contenuto, dialoghi, recitazione, realismo duro e tosto, messa in scena senza filtri della vita, carne e sangue, insomma cinema della concretezza contrapposto alle estenuazioni di tante opere cerebrali e autoreferenti, sterili e non procreative viste in questo festival (un nome solo: Park Chan-wook), sembra per il suo assoluto disinteresse verso la forma una soap opera popolar-proletaria tipo Un posto al sole. Ma questa rinuncia alla stilizzazione forte in favore di una immediatezza e di un calarsi nel reale anche a rischio di sporcarsi mani e macchina da presa, si fa via via cifra, impronta, segno di un autore. Saeed Roustaee non me lo ricordo in nessun festival prima di questo (no, mi correggo, vedo adesso su Variety che è lui il regista di Just 6.5, incredibile, bellissimo, scatenatissimo action sulla diffusione dell’eroina in Iran e criminalità collegata visto a Venezia Orizzonti nel 2019 o 2020: non piacque, lo ricordo benissimo, a nessuno, considerato troppo grezzo invece era di un’energia pazzesca). Non ha neanche quarant’anni, ha poco a che fare con la prima e seconda generazione del cinema iraniano, quella degli Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi. In questo spietatissimo ritratto di una famiglia, in un interno e qualche esterno, se mai si ritrovano echi delle trame realistiche, affondate nell’Iran contemporaneo, di Asghar Farhadi, ma senza quelle tortuosità, senza quelle giravolte e ambiguità dettate ora dal caso ora dall’agire dei personaggo che sono ormai il consolidato marchio Farhadi. Questo di Roustaee (ma a Venezia lo presentarono come Roustayee) è cinema anche rozzo, ma diretto, frontale, frontalissimo, senza bellurie, un antidoto perfetto alle estanuazioni da festival. I puristi del bel cinema bien fait, qualunque cosa voglia dire, hanno storto il naso di fronte a tanta assenza di esteticamente corretto (anch’io devo dire sulle prime ho faticato ad accettarlo), ma alla fine Roustaee trionfa con una storia che è la vita, la nostra vita perché, sia detto senza retorica, qui dentro c’è un pezzo della storia di tutti. Un film universale, comprensibile e che sarà compreso a ogni latitudine, come certi titoli mitici del nostro cinema di ieri e l’altro ieri. Chissà se il titolo allude al Rocco e i suoi fratelli viscontiano, è comunque bello pensarlo, e però rispetto a quel modello c’è qui un ribaltamento di centro e di genere. Perché la protagonista è Leila, donna forte, intelligente, determinata, la più tosta, la più dotata della famiglia, mentre intorno a lei i quattro fratelli son tutti degli irrisolti, dei non-realizzati, sprofondati dall’originaria classe media nella povertà senza la forza né l’ambizione di uscirne. A tenerli tutti uniti e disuniti è il pater familias, il patriarca Esmail, manipolatore, vanesio, egoista, divorato dall’ansia di diventare lui il padrino del clan parentale dei cui appatengono, un ruolo di prestigio sognato da una vita. Ma bisogna averci anche i mezzi economici e lì cominciano i problemi, visto che la famiglia se la passa molto male. Alireza, il fratello più sveglio e con più cervello è disoccupato dopo la chiusura della fabbrica in cui lavorava; Farhad ha più muscoli che cervello, intossicato com’è dai suoi deltoidi e dai match di wrestling ch si guarda senza tregua in tv; Parviz, il maggiore, è obeso e alcolista e con troppo figli, anzi figlie, a carico e come soli introiti quelli di custode e pulitore di cessi in uno shopping center. Per ultimo ecco Manouchehr, il fratello invischiato con un traffichino che, ovvio, si rivelerà un truffatore (e qui mi pare ci sia una qualche allusione a un possibile legame gay tra i due: mi pare, perché in Iran l’omosessualità è tabù, anzi passibile di pena di morte). L’occasione arriva quando si viene a sapere che le toilette in cui lavora Parviz verranno messe in vendita e trasformate in spazio commerciale. Leila intuisce che si può finalmemte svoltare, uscire dalla miseria. Ma bsogna trovare i soldi, subito, per comprare quello spazio e farne un negozio che sarà secondo lei una miniera d’oro e la salvezza, finalmente.
Quello che segue è meglio non dirlo. Si innescano confronti e conflitti tra fratelli, e tra i figli e l’anziano patriarca, l’egoista e manipolatore che a tutti ha rovinato la vita, impedendo a Leila di sposarsi perché il fidanzato non apparteneva al loro clan, risparmiando all’insaputa di tutti i soldi per poterli poi investire sulla chiamiamola campagna elettorale nel momento in cui si sarebbe candidato a nuovo padrino del clan. È Leila la dominante, lei il maschio alfa di casa, lei che si incarica di trovare a tutti i costi i soldi e ci riuscirà. Un film di famiglia feroce, che non risparmia niente e nessuno, nemmeno il regime, dove tutti hanno un segreto e un piano che non è quello ufficialmente dichiarato. Il regista è bravissimo non solo nel delineare il disfacimento, ma anche la forza ineludibile dei legami di sangue, indistruttibili nonostante tutto e tutti. Famiglia come tana di ogni ferocia e insieme nido protettivo irrinunciabile. Leila ha la forza che nel film viscontiano era della madre-matriarca interpretata da Katina Paxinou, l’unica, Leila, in grado di salvare una famiglia di maschi fragili o indeboliti. Senza per questo che il film si inoltri in territori scivolosi di femminismo più o meno islamico. Gran ritorno al cinema realista, al cinema che in Europa nessuno osa più fare. Semplice ma non banale, trasparente, eloquente, immediato. Senza essere ingenuo. Basti guardare alla memorabile sequenza della festa di compleanno organizzato dal cugino ricco e potente – uno squarcio aperto sull’Iran di oggi e forse di sempre – per rendersi conto della statura di Saeed Roustaee. Che gli diano la Palma (nel momento in cui scrivo mancano sì e no due ore alla cerimonia di premiazione, speriamo bene).

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Cannes 2022. CRIMES OF FUTURE, un film di David Cronenberg. Corpi e ultracorpi

Crimes of Future, un film scritto e diretto da David Cronenberg. Con Viggo Mortensen, Léa Seydoux, Kristen Stewart, Scott Speedman, Welket Bengué. Concorso. Voto 9

Il migliore del concorso, come ampiamente previsto (una volta tato le aspettative non sono andate deluse). Un film venuto da un’altra galassia che se ne sta lì, conficcato tra i titoli della compétition, come luminoso esemplare di un cinema alieno. Che senso ha averlo messo in corsa per la Palma? Che difficilmente avrà – e però fino all’ultimo secondo mai dire mai -, anche se a Cronenberg sono in tanti, anche vincitori di Palma, a dovere più di qualcosa (vedi alla voce Titane-Ducournau). Un dispositivo celibe e autoreferenzialr che non comunica se non con sé stesso: Crimes of Future è un’operazione concettuale sul post-umano, sulla transizione del corpo da macchina biologica a tecnologica e insieme su tutto il cinema passato di Cronenberg. Un algido, austero oratorio per immagini, una sacra rappresentazione sugli incubi del presente e la possibile realtà del futuro. L’esposizione come in una Wunderkammer di corpi lacerati e deturpati dal-di-dentro da nuovi organi autoprodottisi e mai conosciuti, un’autopsia in foma di film. La trama? Ma ha senso per questo cinema che sa di lezione di anatomia parlare di trama, plot, storyrelling, narrazione?
Lui, Tenser, e lei, Caprice (Viggo Mortensen e Léa Seydoux), sono una coppia di performer: attraverso biomacchine per noi avveniristiche ma al tempo del racconto già obsolete Caprice interviene chirurgicamente con lame, laser, pinze e altri strumenti torturanti e squarcianti sul corpo di Tenser, “creatore” – perché ormai l’umano ha raggiunto quel traguardo – di organi mai visti che nascono e crescono come tumori tra le sue viscere, nel petto, in ogni anfratto del suo corpo. Lo spettacolo sta nel rivelare al pubblico quegli organi che l'”artista” Tenser ha in qualche oscuro modo voluto e programmato, portare alla luce ciò che è nascosto, rendere collettiva un’esperienza individuale. Precipitano in questo film cronenberghiano echi infiniti di anni, di decenni, di body art e concept art, si pensi a Orlan, colei che ha modificato più volte i propri connotati con la chirurgia estetica per farne un’opera in progress. Per non dire di Marina Abramovic. Ma alla coppia è interessato anche l’ufficio statale preposto alla registrazione e catalogazione dei nuovi organi, perché niente deve sfuggire all’occhio del potere, alla foucaultiana “volontà di sapere” da parte degli apparati di controllo, nemmeno quanto cresce nascosto sotto la pelle di un cittadino. Mentre anche una specie di setta oltre-omistica che ha sperimentato, con successo, il potenziamento delle capacità umane, l’oltrepassamento dei limiti, scruta l’operare di Tenser e Caprice. Finché una performance estrema porterà tutto e tutti a un punto di esplosione. Lo squarcio, il taglio, il sanguinamento indotto come esperienza dell’Eros? Lo dice esplicitamente mi pare il personaggio di Timlin interpretato da Kristen Stewart: la chirurgia è la nuova sessualità, segue da parte sua una dimostrazione letteralmente in corpore vili.
Cronenberg depura questo suo cinema da ogni deriva banalmente horror, da ogni caduta nel genere più plebeo e teso alla pornografia del sangue, conducendo Crimes of Future come l’officiante impassibile di un rito. Dialoghi benissimo scritti che non hanno nessuna paura di essere filosfici e lo sono, nel senso migliore di riflessione sull’umano.
Il giorno dopo CoF ho visto, alla Quinzaine, il docu del duo Verena Paravel-Lucien Castaing Taylor (già autori di un Caniba presentato a Venezia-Orizzonti e del capolavorissimo Leviathan, rivelazione di un Locarno primissimi anni Dieci). Titolo: De Humani Corporis Fabrica, girato in vari ospedali dell’area parigina. Un perfetto anche se involontario commento a margine del fim di Cronenberg, un’indagine per immagini, senza alcuna spiegazione né voce fuori campo, dentro i corpi durante operazioni di vario tipo. Organi interni sondati e sparati su grande schermo come tavole astratte, colonscopie dai colori lisergici, tumori asportati e sezionati sotto i nostri occhi, chiodi e viti impiantati nello scheletro. Allora ti rendi conto che l’utopia-distopia di Cronenberg è già qui.

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Cannes 2022. DECISION TO LEAVE, un film di Park Chan-wook. Estenuante noir con femme fatale

Decision to Leave (Heojil Kyolshim), un film di Park Chon-wook. Con Tang Wei, Park Hae-il, Go Kyung-pyo, Lee Jung-hyun, Jeong Ha-dam, Park Yong-woo, Jung Yi-seo, Kim Shin-young, Seo Hyun-woo. Concorso. Voto 5
Ha scritto l’altro giorno Andrea Bruni su Facebook: “Ad un Festival si vedono tipo 5 film al giorno in condizioni di umano abbruttimento. Sonno azzerato, cibo latitante a meno che non si riesca a vivere solo di panini da Discount dei Poveri. Ergo ogni giudizio critico da un Festival, visto l’annebbiamento mentale, non vale una cippa lippa”. Detto da un critico e cinefilo che il festival di Venezia l’ha molto frequentato. Tranchant, certo, ma con il merito di porre una questione cruciale che tanta stampa tende invece a eludere continuando a restituire dei festival un’immagine sublimata e armonica di tempio dell’arte cinematografica: le talvolta (spesso) infernali condizioni di lavoro e di visione cui l’accreditato (stampa o altro) è costretto a un festival del massimo tipo, Cannes prima degli altri, poi Venezia e Berlino, come influiscono sulla fruizione di un film e sulla formulazione del giudizio? Vengo alla mia esperienza personale: ieri alla proiezione al Grand Theâtre Lumière di Showing Up di Kelly Reichardt (bello) stavo seduto tra un tizio alla mia destra che russava, un ragazzo asiatico a sinistra che dormiva sereno a bocca aperta come un bambino in culla, altri tre nella stessa fila più o meno dormienti, ed è una scena per niente rara. (Ricordo a un Venezia un mio vicino che dopo aver russato per tutto il film, alla fine si è svegliato di colpo applaudendo freneticamente e urlando “capolavoro! capolavoro!”). Quanto alla visione di questo Park Chan-wook tre giorni fa alla Salle Debussy, in orchestre (come en France è detta pomposamente la platea), settore di destra estrema: confesso, ho faticato a stare sveglio. Non solo per colpa del film. Sono i ritmi della macchina festivaliera a risucchiarti e toglierti energie e tempo per il riposo. Quest’anno a Cannes molte proiezioni stampa del concorso sono state alle 22 o alle 22.30, alcune delle durata di due ore e più, Le otto montagne ad esempio 2 ore e 30 e quindi finito alla 1.00 (poi certo c’è la casta dei quotidianisti, nazionali e internazionali, che i film del concorso se li vede in esclusive proiezioni mattutine alla Bazin: entrare è come essere ricevuti in udienza privata dalla regina Elisabetta o Papa Francesco). La mattina dopo sveglia al più tardi alle 6.45 per essere pronti alle 7.00 precise a prenotare, sull’ormai mitologico sito dedicato, i film più ambiti, che se appena ritardi due secondi rischi di trovarli già soldout. Caso esemplare: Elvis di Baz Luhrmann, “availability pending” alle 7 in punto. Tenendo conto che al giorno si vedono mediamente, almeno io vedo, quattro o cinque film, ecco spiegati colpi di sonno e stanchezza e scarsa lucidità. Tornando a Decision to Leave di Park Chan-wook: trattasi di un thriller con femme fatale parlatissimo, ovviamente in coreano, con sottotitoli in francese e in inglese assai complicati e spesso demenziali (ci si chiede sempre chi siano i responsabili di certi obbrobri o di certi subtitles stracolmi di gergalità che perfino un linguamadrista stenta a decifrare).
Ecco, questa lunga premessa o se preferite disclaimer per dire che non saprei quanto la mia stanchezza abbia influito sul giudizio di Decisione to Leave. Che non ho amato, che mi ha fatto sbuffare più volte, che mi è sembrato inutile e ingorgato di cliché, un “polar” che, come scrive LesInrocks (almeno qualcuno che la pensa come me c’è, visto che la stragrande maggioranza ha elogiato) “tourne à vide”, gira a vuoto.
Sì, avevo sonno, ma anche Park Chan-wook ci ha messo del suo. Scordatevi il signore dei massacri estetizzati, il regista di Old Boy e di Vendetta non abita più tra noi, riconvertito a un cinema di bellezza tendente alla sovrumana perfezione dove lo stile è tutto e il resto poco o niente, solo un pretesto per il narcisismo del metteur-en-scène. Svolta che si era già annunciata a Cannes nl 2016 con il The Handmaiden, dove storia coreana (con occupazione giapponese), divisioni di classe, erotismi tra padrona e serva venivano convogliati verso il laboratorio di imbalsamazione del signor Park Chan-wook. Deriva ulteriore in questo nuovo film, amatissimo dai critici anglofoni (qualcuno ha perfino scritto: “la storia più romantica dell’anno”, ma dove? ma perché?), abbastanza dagli italiani a Cannes. E invece inerte, privo del minimo soffio vitale, con personaggi che sono statue di cera in attesa di essere esposte al museo, un esercizio di stile applicato se non al nulla al pochissimo. Per quanto curi maniacalmente messinscena e messa in quadro e posizionamento della mdp (anche la scena dal punto di vista drammaturgico più insignificante viene servita con estenuate riprese ammalianti ma del tutto autoreferenti: come il detective allo specchio ripreso da dietro un angolo e del quale vediamo solo l’immagine riflessa. Sensazionale, ma a che pro?), Park sembra il primo a non essere interessato alla storia che racconta
Siamo dalle parti del noir-thriller-crime-polar con dark lady o femme fatale (le due categorie spesso si sovrappongono). Muore un signore dalla vita pubblica e privata non limpida. Caduto, lui appassionato di montagna, da un picco quasi inaccessibile. Ipotesi prevalente, il suicidio. Ma un detective della polizia di stato probo e serio non si accontenta della spiegazione più semplice e sospetta l’omicidio. Maggiore indiziata è subito la moglie, molto più giovane del defunto e ovviamente bellissima (l’attrice è Tang Wei, già protagonista di Lust, Caution di Ang Lee, inopinato Leone d’oro a Venezia 2007: gentile cadeau del presidente di giuria Zhang Yimou), una cinese rifugiatasi in Corea del Sud di professione infermiera-badante di più o meno adorabili vecchine. I sospetti su di lei aumentano quando emerge che ha praticato in patria l’eutanasia alla madre con quattro compresse du Fentanyl, quel letale oppioide che ha devastato mezza America rurale. Innocente o colpevole? Si pensa a infiniti noir, in testa Il caso Paradine di Afred Hitchcock (anche lì una straniera con marito anziano e presto defunto). Il buon poliziotto sospetta ma si lascia sopraffare e irretire dal fascino della gattamortesca giovane vedova. Decision to Leave prosegue sinuosamente, il che sta per esasperante, e se a noi poveri spettatori le prove a carico della belladonna paiono schiaccianti, il detective resta dubbioso. Ci sarà un altro omicidio e qui mi fermo. Un intrigo che ti sembra di avere già visto mille volte, anche se è la prima in coreano. Un résumé di decine e decine di film della nostra vita. Tra le squisitezze di questo prodotto bello ma devitalizzato come una farfalla trafitta dallo spillone e messa sottovetro, una ripresa dall’alto, immagino via drone, di due macchine  parcheggiate delle quali vediamo solo le ombre sull’asfalto (mostrare le macchine sarebbe stato volgare e cheap). E di cui solo attraverso le ombre vediamo il successivo movimento. Si freme per tanto splendore, ma può bastare?

 

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