BROTHERHOOD. Se l’omosessualità è a destra

FRATELLANZA – BROTHERHOOD, di Nicolo Donato. Con Thure Lindhardt, David Dencik, Nicolas Bro. Danimarca. Vincitore del Festival di Roma 2009.

Lars e Jimmy, i due nazi-amanti di "Brotherhood"

Lars e Jimmy sono nazisti e si amano. Un film danese racconta una storia gay tra Mein Kamp e Sieg Heil, svastiche e aquile. Un mélo alla Fassbinder ma senza Fassbinder (purtroppo). Che pone una questione seria, serissima. Qual è il colore dell’omosessualità? Rosa o nero?

Valutazione: 71/100

La prima curiosità è: quando avrà perso l’accento finale Nicolo Damato, regista danese di evidente radici italiche? Se l’è tolto lui, gliel’hanno tolto i genitori per non avere impicci con con l’impiegato danese all’anagrafe (risulta che ND sia nato nel 1974 a Copenhagen)? Un accento mancato che lascia intravvedere una storia. E io, se incontrassi Nicolo, e non è detto che non succeda prima o poi, quello gli chiederei subito. Dopo, e solo dopo, passerei a “Brotherhood”. A quel punto avrei una gran voglia di dirgli: che ti sei messo in mente, Nicolo, di essere Fassbinder redivivo?

Il poster italiano

Perché solo Fassbinder (uno di cui si sente la mancanza) avrebbe potuto girare senza smancerie e con perfetto controllo della materia una storia così: due neonazi del più profondo e triste e livido Nord che si possa immaginare, che tra un Mein Kampf e un Sieg Heil cadono in amore finendo in pose plastiche post-coitum da pubblicità underwear di Calvin Klein. La coppia è assortita benissimo, rispettando anche il dualismo biondo-moro che funziona sempre (come ben sapeva Pippo Baudo che per le sue vallette sanremesi applicava rigidamente la regola dell’una chiara-l’altra scura: Anna Falchi-Claudia Koll, Valeria Mazza-Sabrina Ferilli ecc.). Il biondo Lars è un militare appena espulso dall’esercito per aver corteggiato un paio di commilitoni. Forse per sfuggire all’insopportabile mamma, donna in carriera politica che lo esaspera chiedendogli come mai abbia lasciato l’Army, finisce alle riunioni di un gruppuscolo nenonazi capeggiato da un omone con tanto di baffetti e capello spiovente alla Adolf. È li che incontra il moro Jimmy, tatuato con svastiche, aquile e con il fatale numero 88 che – ci assicura Wikipedia – sta per due volte l’ottava lettera dell’alfabeto, cioè HH, cioè Heil Hitler. Quell’88 che dieci anni fa, se ricordate, mise nei guai pure il portiere Buffon che incautamente lo esibì ancora al Parma sulla maglia attirandosi feroci accuse di fascismo.

Jimmy (a sin:) con il fratello

Non divaghiamo, torniamo al moro Jimmy, che è un veterano del gruppuscolo nazi, un provetto picchiatore di froci e immigrati, insomma uno che ha le carte in regola perché il capo simil-Adolf gli affidi il training del neofita Lars. Così, tra una disquisizione sulla supremazia bianca e l’inferiorità nera, finiscono a letto. Anzi, sotto la doccia, dove tra vapori bollenti avviene il primo, fatale contatto. Certo, c’erano già stati bagni notturni insieme nelle fredde acque baltiche, tracannate di birra e pacche sulle spalle. E va detto che la seduzione tra i due, le mosse di avvicinamento e slittamento progressivo verso le lenzuola sono tra le cose migliori del film. Credibili, con gesti esatti, essenziali, pochi sdilinquimenti, come si conviene a due che di mestiere fanno i picchiatori mica i make-up artist. Tra loro sarà amour-passion. Amour fou. Il resto potete immaginarlo. Ci sarà qualche problema prevedibile con i rudi camerati, fino a un finale che è d’obbbligo non svelare.

Lars

Come si vede, trattasi di mélo dei più classici, basato sullo schema infallibile dell’amore contrastato. Denis de Rougemont, nel suo fondamentale studio “L’amore e l’Occidente”, sostiene che l’amore nella nostra cultura, dai troubadour al romanticismo e oltre, è solo e sempre amore contrastato. Che senza ostacoli l’amore semplicemente non è, non può essere. Che l’amore si alimenta di ciò che gli si oppone. Forse per questo il mélo ci appartiene, forse è per questo che, in tempi di amori facili e accessibili senza più Sturm und Drang, le passioni vere puoi trovarle solo nei tanti Romei e Giuliette multietnici delle nostre metropoli. O nelle storie omosessuali che devono vedersela con quel che resta del pregiudizio.

Con simili premesse ci si aspetterebbe un film a tinte forti. Invece no. Nicolo Donato sfuma, smussa, depotenzia. Conduce in porto il suo racconto scansando secche e asperità. Non si butta, galleggia prudentemente. Se in Fassbinder il mélo era implacabile geometria dove i personaggi nulla potevano contro forze possenti, in “Brotherhood” non c’è mai dramma vero, mai sofferenza devastante. Nicolo Donato è abbastanza astuto da sapere che oggi non si deve allarmare il pubblico. Perciò lo conduce sulle soglie dell’abisso ma subito lo trascina via. È uno che sa girare bene, pedina i personaggi respiro dopo respiro secondo la lezione danese del maestro Von Trier, ma “Brotherhood” è lontano da “Le onde del destino”, quello sì un forsennato, impudico melodramma. Parafrasando Hitchcock, si può dire che “Brotherhood” è Dogma senza le parti noiose. Ma anche, purtroppo, senza profondità e rigore. I  buchi di sceneggiatura sono voragini. Com’è possibile che un ragazzo sveglio come Lars si sputtani la carriera militare facendo delle avance a un sottoposto? Com’è possibile che un tipo “cultivated” come lui finisca in in un gruppo neonazi di quel genere? E ancora, la conversione di Jimmy da picchiatore di froci a amante appassionato del suo Lars quant’è credibile?

TRAILER

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"Brotherhood", Jimmy

“Brotherhood” non è un gran film, ma è parecchio interessante. Una volta tanto facciamo i contenutisti e, a rischio di farci spernacchiare dal Fantozzi di turno, apriamo il dibattito sulla questione forte posta da Donato, ovvero, siamo sicuri che l’omosessualità sia una cosa di sinistra? E se fosse il contrario? Il film si attiene alla vulgata secondo cui l’omosessualità è forza trasgressiva che destruttura l’ordine sociale, dunque rivoluzionaria in sè. Un paradigma che si è formato e consolidato nei primi anni Settanta per opera dei movimenti gay e che ha conferito all’omosessuale, ribattezzato gay, lo status di sovvertitore (allora) e più blandamente, oggi, di figura sociale in grando di svelare l’intolleranza e l’ipocrisia. Di icona progressista. E il film resta fedelmente all’interno di questo paradigma: un gruppo nazi-omofobico viene messo in crisi da un amore omo al suo interno. Eros contro autoritarismo.

Nazista e omosessuale: Röhm, il capo delle SA. Verrà ucciso nella Notte dei lunghi coltelli.

Ma c’è un momento in cui “Brotherhood” sembra andare altrove, è quando Lars ricorda ai camerati la vicenda di Ernst Röhm, capo delle turpi SA che aiutarono l’ascesa di Hitler manganellando e brutalizzando oppositori e dissidenti. Era omosessuale, Röhm, come gran parte dei suoi accoliti. Uccisi tutti, per ordine del Furher, nella notte dei lunghi coltelli del 29 giugno 1934. Massacrati perché omosessuali? Perché sospettati di un putsch antiHitler? Perché ormai scomodi e impresentabili nei loro eccessi di violenza e selvaggio eros cameratesco?

Doveroso ricordare che furono molti, negli anni seguenti, gli omosessuali perseguitati dai nazisti, rinchiusi e uccisi nei lager. Eppure, quando Lars in “Brotherhood” racconta agli sbigottiti camerati la vicenda, insinua il dubbio, apre una crepa nelle certezze. È come se dicesse ai suoi: guardate che si può essere omosessuali e nazisti contemporaneamente, anzi, l’omosessuale è il nazista migliore, il più puro, il più affidabile. Come quelle SA ingiustamente martirizzate. Il brivido percorre non solo i suoi camerati nel film, ma anche gli spettatori politically correct in sala. Gay nazisti? Vogliamo scherzare? E Donato, che non è Fassbinder, butta lì ma poi lascia cadere tutto e rientra nei ranghi rassicuranti del “paradigma gay”.

Il poeta Stefan George, in costume dantesco, nel circolo letterario da lui presieduto.

Eppure il binomio omosessualità-destra ha percorso sottotraccia Otto e Novecento, prima della sua dissoluzione definitiva operata dai movimenti gay. Senza farla troppo lunga, basti pensare all’omoerotico Ludwig di Baviera pazzo di Wagner e delle sue mitologie nibelungiche. O ai circoli primo Novecento del poeta Stefan George, rievocanti amori maschili da antica Grecia ed eroismi alla Achille e Patroclo. O al cinema di Visconti, come “La caduta degli dei” che mette in scena la Notte dei lunghi coltellli e fa dell’omosessualità un segno di corruzione e decadenza. Fino al recente caso letterario delle “Benevole” di Jonathan Litell dove il protagonista Max Aue diventa SS dopo aver fatto l’amore con un ragazzo al Tiergarten.

Ma ripercorrere tutto questo significa lanciare uno sguardo nell’abisso. Non sia mai, non è più tempo. Ci possono provare tipi coraggiosi alla Littell, non i piacioni alla Nicolo Donato. Lui vuole farci palpitare per la storia contrastata di Lars e Jimmy senza inocularci domande imbarazzanti. In fondo il cinema è entertainment. Niente pensieri molesti, il pubblico non gradisce.

NAZISMO E OMOSESSUALITA’ SECONDO VISCONTI: IL MASSACRO DELLE SA IN “LA CADUTA DEGLI DEI”

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