I MIEI CULT. “La vittima designata” di Maurizio Lucidi, 1971

La vittima designata“, regia di Maurizio Lucidi. Con Tomas Milian, Pierre Clémenti, Katia Christine, Marisa Bartoli. Thriller. Italia, 1971. DVD.

Tomas Milian e Piere Clémenti in una scena

Lo adoro, semplicemente. Lo vidi la prima volta quando uscì, inizio Settanta. Poi l’ho perso di vista per decenni soffrendone la mancanza e l’ho ritrovato in dvd solo pochi anni fa. Non se lo ricorda più nessuno, salvo qualche sito di cinefili estremi e invasati, ma in fondo neanche quelli, perché La vittima designata è troppo maledettamente ben costruito, troppo poco sgangherato per essere davvero amato dagli amanti dei B-movies. Nemmeno Marco Giusti lo cita nel suo ormai classico StraCult, lacuna piuttosto strana per uno che ha catalogato con ossessiva minuziosità i film di genere italiani.

Facciamo un salto agli Early Seventies, alla stagione degli Italian Gialli, come li hanno poi battezzati negli Usa i thriller all’italiana proliferati in decine, centinaia di esemplari sulla scia del successo di Dario Argento. La vittima designata di Maurizio Lucidi, uno che né prima né dopo ha girato alcunché di memorabile, e che qui ha trovato il film della sua vita (e un po’ anche della mia), nasce in quel clima, e a quel filone oggi viene ascritto. Erroneamente, perché il film di Lucidi con Argento e epigoni vari c’entra poco. Semmai ha Hitchcock come riferimento, di cui copia spudoratamente, ma molto bene, Delitto per delitto (o L’altro uomo).

Katia Christine

Il cast è stellare. Tomas Milian, a cavallo tra i suoi spaghetti western come Tepepa e il futuro Monnezza, e ancora credibile nei panni di un personaggio borghese, è Stefano, un creativo milanese sposato a Silvia, una donna con molti più anni e soldi di lui (un classico). Bello e inerte, Stefano ricorda da vicino il personaggio interpretato dallo stesso Milian in Il lavoro, lo strepitoso episodio viscontiano di Boccaccio ’70. Solo che qui la commedia cinica di Visconti lascia il posto allo psycho-thriller senza se e senza ma.

PIerre Clémenti è Matteo Tiepolo

Stefano ha una ragazza, Fabiane, una modella con cui vorrebbe scappare e rifarsi una vita. Certo, pensa, sarebbe bello se Silvia morisse e lui si godesse l’eredità con Fabiane. Gli legge nel pensiero il veneziano conte Matteo Tiepolo (Tiepolo!), incontrato per caso un giorno tra calli e campielli brumosi. Tipo strano, Matteo, un hippie nichilista e anarcoide, certo in gran confidenza con sostanze alteranti di ogni genere, che ha la faccia, gli occhi, la bocca, i capelli dell’immenso Pierre Clémenti, uno che basta guardarlo per capire cosa siano stati di bello e interessante gli anni Settanta prima che le Brigate Rosse li sputtanassero per sempre. Clémenti è stato, è, un’icona assoluta, e in questo B-movie è al suo massimo. Perverso, ambiguo, ipnotico, demoniaco. Allora si scrissse di tutto a proposito del suo conte Tiepolo, da lui interpretato con un’impressionante adesione che sembra cancellare ogni diaframma tra il sé e il personaggio. Matteo fa una proposta a Stefano: io ammazzo tua moglie, tu in cambio ammazzerai mio fratello che mi odia e di cui mi voglio liberare. Nessuno sospetterà di me, nessuno di te. Due delitti perfetti che ci cambieranno la vita.

Thomas Milian in una scena

Stefano nicchia. Il diabolico Matteo allora passa alle vie di fatto e lo incastra. Stefano ha un solo modo per uscirne: rispettare il patto, uccidere il fratello di Matteo. Il pedinamento di Clementi al riottoso e fuggiasco Milian è la cosa migliore del film. Gli appare come uno spettro in una villa sul lago, lo segue e insegue in una Milano piena di ombre e di trappole quasi espressionista. È il male teso alla corruzione del bene, che Tiepolo trasforma in seduzione, gioco dandistico e sfida estetica. Il delitto come arte, e il capolavoro è indurre qualcuno a praticarlo. Il finale, a Venezia, è grandioso. Mentre i mori battono il mezzogiorno, Fabiane corre per le calli cercando di raggiungere e fermare Stefano in procinto di uccidere il fratello di Matteo. Il tutto sulle note barocche e il crescendo parossistico del Concerto grosso scritto da Luis Bacalov per i New Trolls, pietra miliare della pop music italiana. C’è un colpaccio di scena che non svelerò, naturalmente. Però, se non avete visto La vitima designata, cercate in ogni modo di recuperarlo. Io intanto rimetto il dvd un’altra volta. (Battuta indimenticabile: “Adoro il melodramma, ma detesto l’opera buffa”, detta da Tiepolo/Clémenti).

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