Venezia, ecco il programma: parliamone

E’ arrivato stamattina, finalmente, il programma completo della 67esima Mostra del Cinema di Venezia (1-11 settembre). Limitiamoci al momento a commentare velocemente i film in concorso. Da dove incominciare? Io direi, in omaggio a modaiole e fashioniste che lo aspettano spasmodiche, da Somewhere di Sofia Coppola, che torna ai suoi prediletti non-luoghi alberghieri (il film, che tratta di padre celeb con figlia adolescente, è stato girato allo Chateau Marmont di L.A.). Intanto Sofia un Leone l’ha già vinto, quello del titolo: Somewhere è bellissimo.

"Somewhere"di Sofia Copola

Ma proseguiamo. Aronofsky dopo il Leone due anni di The Wrestler porta Black Swan; in mancanza di The tree of life di Terrence Malick che ieri ha dato buca (comme d’habitude) per gli Stati Uniti c’è l’indie Kelly Reichardt (Meek’s Cutoff, con Michelle Williams vedova Ledger). C’è l’outsider Vincent Gallo, nonchè attore sex symbol di un nugolo di ragazze che conosco, come regista di Promises written in water. Riemerge da non so dove il valoroso Monte Hellman con Road to Nowhere, che mi sembrava già maturo negli anni Settanta, adesso quanti anni avrà? (78, sono andato a controllare: è ancora un ragazzetto, pensavo di più).

"Balck Swan" di Darren Aronofsky

Dal Canada arriva la versione filmica del culto giulianferrariano La versione di Barney con Giamatti e Dustin Hoffman, e basta il titolo. L’impressione però è che dagli Stati Uniti gli organizzatori si aspettassero qualche grosso calibro in più, non vorrei sembrare perfido ma sia Gallo sia la Reichardt mi sembrano più nomi da sezione collaterale che da pole position. Piuttosto debole la pattuglia italiana. Ascanio Celestini (La pecora nera) è un grande del teatro ma il cinema è altra cosa, Mario Martone (Noi credevamo) non mi pare che finora abbia dato il meglio di sé nei film. Carlo Mazzacurati (La passsione) è Carlo Mazzacurati, vi ricordate di un suo film che vi abbia coinvolto? A conti fatti il titolo italiano più interessante mi pare La solitudine dei numeri primi che Saverio Costanzo ha tratto dal best-seller di Giordano, a occhio mi sembra il regista giusto per una storia del genere. Azzardo anche che il film potrebbe essere meglio del libro, non sarebbe la prima volta. La Francia, che ha la cinematografia più vitale e interessante del continente, arriva con quel maestro che è François Ozon, uno che finalmente meriterebbe un riconoscimento come si deve. Stavolta presenta Potiche, con una coppia pazzesca, monumentale, che risponde ai nomi di Catherine Deneuve e Gérard Depardieu.

"13 Assassins" di Takashi Miike

Made in France è anche Happy Few di Antony Cordier, regista 37enne che col precedente Docce fredde ha raccolto premi ovunque. Soprattutto, arriva dalla Francia Abdellatif Kechiche che, dopo aver sfiorato il Leone tre anni con Cous Cous, adesso presenta Venus Noire, dova prende di petto attraverso una storia ottocentesca i rapporti perversi tra Europa e Africa. Potrebbe anche portarsi a casa qualcosa di grosso. Non poteva mancare il cinema asiatico, prediletto dal direttore della mostra Marco Müller. C’è un cineasta ormai classico dell’action hongkonghese come Tsui Hark (Detective Dee and the mystery of Phantom Flame), c’è il giapponese Takashi Miike (13 assassins), autore di film di genere assai autoriali che conta su uno stuolo di devoti anche in Italia.

Abdellatif Kechiche, regista di "Venus Noire"

Un altro film di produzione giapponese ma del regista franco-vietnamita, Anh Hung Tran (che già vinse con Cyclo un Leone d’oro poi finito nel silenzio), Norwegian Wood, chiude la rappresentanza asiatica. Gli altrove cinematografici sono rappresentati da un russo (Aleksei Fedorchencko con Silent Souls) e da una greca (Athina Rachel Tsangari con Attenberg). Magari potrebero venire proprio da questi nomi meno noti le sorprese migliori. Non è purtroppo una sorpresa invece lo spagnolo Alex De La Iglesia, un Almodovar molto più laido e turpe, che personalmente detesto. È in concorso con Balada triste de trompeta. Laido m’era parso a suo tempo anche Tony Manero del cileno Pablo Larrain, che adesso arriva al Lido con Post Mortem, vediamo se nel frattempo ha imparato un po’ di leggerezza (dal titolo non si direbbe). Restano il tedesco Tom Tykwer, quello di Lola corre, con Drei (Tre), e l’americano regista-pittore Julian Schnabel, che scuoterà il festival con Miral, una storia palestinese tratta da un libro della sua attuale fidanzata Rula Jebreal (sì, la giornalista che abbiamo visto tante volte su la7 e da Santoro). Il film è di produzione francese con partecipazione israeliana. C’est tout.

P.S. Del Fuori Concorso riparleremo. Intanto segnalo la proiezione di The last movie, il film che Dennis Hopper girò nel 1971 dopo il successo planetario di Easy Rider. Film maledetto, lisergico, mistico, radicale, girato in Perù con una troupe dedita a ogni trip, che fu un insuccesso clamoroso e costò al suo autore l’esilio decennale da Hollywood. Finalmente viene riproposto come omaggio a Hopper.

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