Perché MIRAL di Schnabel vincerà (secondo me) il Leone d’oro a Venezia

Ci sono molti motivi che fanno di Miral, il film di Schnabel sulla questione palestinese, il film più atteso al Lido e il super favorito alla vittoria finale. Eccoli. A partire dalla coppia Julian SchnabelRula Jebreal per finire a Quentin Tarantino.

Da "Miral"

Non esercito l’arte della divinazione, nemmeno sono amico di qualche giurato o del presidente Quentin Tarantino (magari). Non c’è nessun insider dalle parti del Lido che mi passi notizie riservate (magari). Se dico che il film di Julian Schnabel vincerà Venezia è perché applico il paradigma indiziario e ne traggo la logica conclusione. Che è quella che Miral ha, rispetto agli altri pur notevoli concorrenti al Leone d’oro, una marcia in più, e anche più di una.

Freida Pinto è MIral

Quello di Julian Schnabel ha tutto per essere un film evento, un evento vero, non costruito dal marketing. Ha lo stigma del film epocale, di quelli che segnano una svolta e diventano importanti per motivi che vanno oltre il loro valore cinematografico, anzi proprio in virtù dei loro valori extracinematografici. Di un film così la giuria non potrà non tener conto. Come peraltro è già accaduto in casi analoghi, ad esempio a Cannes con il politico Fahrenheit 9/11 di Michael Moore e a Venezia con l’altrettanto politico (per come ha cambiato la percezione collettiva rispetto all’omosessualità) Brockeback Mountain. Tra l’altro, quando fu premiato Michael Moore, a presiedere la giuria sulla Croisette c’era proprio Tarantino. La mia previsione è un esercizio razionale, allineo i fatti e li analizzo. Vediamoli.

Il regista Julian Schnabel sul set

Miral è tra tutti i film in concorso al Lido quello che finora ha suscitato l’interesse maggiore nei media e le aspettative più alte, insieme a Somewhere di Sofia Coppola e a Black Swan di Darren Aronofsky. Gli altri seguono a distanza. Segno che il lavoro di Schnabel ha colpito prima ancora di essere visto, e questo è già un punto a suo favore.
La storia che racconta tocca poi un nervo sensibile della scena internazionale come la questione palestinese. Tema incandescente, da perderci la testa, mai trattato finora in una produzione internazionale ma solo in piccoli film, alcuni dei quali militanti. Stavolta invece dietro a Miral ci sono finanziatori robusti e un budget medio-alto. Della trama si è già molto parlato, anche in un precedente post in questo blog. Ricordiamo che il film, tratto dal libro La strada dei fiori di Miral della giornalista italo-palestinese (con passaporto israeliano) Rula Jebreal, racconta dal punto di vista rigorosamente palestinese l’arco temporale che va dalla proclamazione dello stato di Israele nel 1948, con la conseguente fuoruscita di masse ingenti di arabi nei paesi vicini, fino al periodo della prima intifada e degli accordi di Oslo (gli anni a cavallo tra Ottanta e Novanta). La grande Storia si intreccia con le vite di due donne palestinesi di diverse generazioni: Hind (l’attrice del Giardino di limoni Hiam Abbass), che durante il grande sfollamento del 1948 raccoglie bambini arabi lasciati soli dalla famiglia e li raccoglie in una struttura. E Miral, che nell’istituto di Hind viene portata nel 1978 ancora bambina dal padre, che la vuole in questo modo proteggere da eventuali rappresaglie israeliane alla loro famiglia dopo che una zia si è resa responsabile di un attacco terroristico. Hind insegna a Miral che la strada dell’emancipazione e della libertà passano attraverso lo studio e la cultura. Ma lei, arrivata ai 17 anni, sentirà il richiamo dell’Intifada, si innamorerà di un  ragazzo coinvolto con le frange più radicali, entrerà in conflitto con Hind che non approva quella sua doppia passsione politica e personale.

Julian Schnabel e Rula Jebreal

C’è di tutto, l’amore, il melodramma, l’epos, la politica, la storia di un popolo. Come Schnabel abbia trattato questa materia lo vedremo. Certo che finora ha dato prova di essere, oltre l’artista che sappiamo, anche un ottimo regista (Prima che sia notte, Lo scafanfro e la farfalla). Dal trailer il film sembra avvincente, girato con polso sicuro, con scena di grande potenza emotiva e altre altamente spettacolari. Le premesse perché piaccia al grande pubblico ci sono tutte.
Ma a rendere molto interessante Miral c’è dell’altro. Ad esempio il fatto che questa storia con punto di vista palestinese è una produzione, come dire, trasversale, multietnica. C’è tra i finanziatori innanzitutto Pathé Francia, ma c’è anche la compagnia israeliana di Eran Riklis, il produttore-regista (israeliano, conviene ribadirlo e chissenefrega delle ripetizioni) di film come La sposa siriana e L’albero di limoni. E c’è la Eagle Pictures, che fra l’altro distribuirà il film in Italia.

Il produttore tunisino Tarak Ben Ammar. La sua Eagle Pictures distribuisce in Italia "Miral"

La Eagle è stata acquisita non molto tempo fa da Tarak Ben Ammar, il finanziere-produttore tunisino, di cultura araba e musulmana, che è da decenni una delle figure ponte tra le due sponde del Mediterraneo. Intorno a Miral si è dunque formata una compagine, un’alleanza produttiva assolutamente inedita che mette insieme anche arabi e israeliani. Se si considera che i rapporti tra i due mondi sono inesistenti, anzi ostili (basti pensare che sempre più spesso alle manifestazioni sportive atleti arabi si rifiutano di gareggiare con israeliani) si capisce che un’allenza di questo tipo è una rupture nella rigidità dei rapporti mediorientali. Un varco che si apre.
Altri motivi rendono eccezionale Miral. Julian Schnabel è un ebreo newyorkese. Il fatto che un ebreo, anche se americano e non israeliano, giri un film “palestinese” è altamente significativo. Bisognerebbe capire quanto abbia influito su questa sua decisione la storia d’amore che vive da tre anni con Rula Jebreal. Stavolta è il caso di rispolverare il vetusto slogan secondo cui il privato è politico. Rula, araba palestinese emigrata in Italia (l’abbiamo vista per anni giornalista da Santoro e alla 7), e Julian Schnabel, ebreo americano, si innamorano e insieme danno vita al progetto di Miral (non solo il soggetto del film è di Rula, ma anche la sceneggiatura). Tutto questo è estremamente interessante.

Harvey Weinstein, che distribuirà in America il film di Schnabel. Qui è con la moglie, la stilista inglese Georgina Chapman.

Vista l’identità dei suoi autori Schnabel e Jebreal, vista la sua trasversalità produttiva, per la prima volta un film sui palestinesi potrebbe piacere ai simpatizzanti di entrambi i fronti, e sarebbe una svolta. Soprattutto, potrebbe piacere sia in Israele che nei paesi arabi dove, vista la presenza di Tarak Ben Ammar, potrebbe essere distribuito nei cinema. Già questo sarebbe sensazionale. Miral potrebbe però anche scontentare le frange più radicali dell’uno e dell’altro fronte: i palestinesi più intransigenti potrebbero accusare il film, e tutti gli arabi coinvolti nel progetto, di collusione con il nemico e perfino collaborazionismo, i più estremi tra gli israeliani (e anche degli ebrei della diaspora) potrebbero accusare gli ebrei coinvolti in Miral, Schnabel in primis, di tradimento e cedimento. Probabilmente succederanno le due cose, e sarà istruttivo seguire il percorso del film a partire dalla sua prima veneziana.
Miral ha ottime carte per vincere il Leone perché: 1) i giurati si potrebbero mostrare molto sensibili al problema palestinese, riflettendo del resto quella che è da anni la sensibilità dell’opinione pubblica europea e dei media sulla questione, più a favore della parte araba che di quella israeliana. 2) il fatto che il film sia coprodotto e diretto da ebrei – israeliani e non – potrebbe consentire ai giurati di premiare sì un film sulla questione palestinese raccontato dal punto di vista palestinese, senza però essere accusati di antisemitismo (o meglio, di antisionismo come maschera dell’antisemitismo).

Quentin Tarantino, presidente della giuria al Festival di Venezia

Ma l’eccezione Miral non finisce qui. Harvey Weinstein, l’ex tycoon Miramax ora potente produttore e distributore con il fratello Bob, ha dichiarato che lancerà il film di Schnabel sul mercato statunitense. Anche Weinstein è ebreo, ed è un sostenitore dichiarato dello stato di Israele. Eppure ha deciso di distribuire un film sulle sofferenze dei palestinesi. “Sono eccitato dall’idea di tornare a lavorare con Schnabel”, ha detto Weinstein. “Il film è una sfida per me, personale e professionale. È la prima volta che mi coinvolgo in quella che è ‘l’altra parte’ del conflitto arabo-palestinese. Sono un leale (staunch) sostenitore di Israele. Comunque, l’incontro con Rula ha mosso il mio cuore e aperto la mia mente, e io spero che questo accada con il pubblico di tutto il mondo”.
Signori, se Miral funziona diventerà qualcosa di politicamente potente. Volete che Venezia si lasci scappare l’occasione di premiare un film che potrebbe addirittura fare da ponte tra Israele e mondo arabo? Dimenticavo. La Weinstein Company è la casa che ha distribuito Inglorious Basterds di Quentin Tarantino. Anzi, la collaborazione del regista con i fratelli Weinstein risale ai tempi di Pulp Fiction e Kill Bill. Tarantino è il presidente della giuria a Venezia. Sulla sua lealtà e correttezza siamo disposti a mettere la mano sul fuoco, ci mancherebbe. Non è nemmeno il caso di parlare di conflitto di interessi. Nel mondo del cinema tutti hanno prima o poi rapporti con tutti, se si fosse eccessivamente rigorosi non si potrebbe più mettere in piedi nessuna giuria di nessun festival. Però se il film di Schnabel si dimostra all’altezza delle aspettative, se l’accoglienza di pubblico e critica è buona, se insomma Miral mostra di avere tutte le carte in regola per portarsi a casa il Leone d’oro, volete che Tarantino faccia le bizze e punti i piedi e dica di no?
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4 risposte a Perché MIRAL di Schnabel vincerà (secondo me) il Leone d’oro a Venezia

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