Intervista a ROBERTA TORRE, oggi a Venezia con “I baci mai dati”

Il 3 settembre la regista di Tano da morire apre al Lido la sezione Controcampo con I baci mai dati, storia di una ragazzina siciliana che (forse) fa miracoli. Faccia a faccia via skype con Roberta Torre che dice:
1) di credere ai miracoli
2) di non temere i critici, tanto non c’entrano niente
con il successo o meno di un film
3)
che in Italia (anche nel cinema) domina la cultura dell’appartenenza, mentre lei non appartiene a nessuno: “il mio è un film libero”.
(Nell’intervista molto altro, più foto e trailer)
I baci mai dati di Roberta Torre. Con Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Carla Marchese, Pino Micol e con la partecipazione speciale di Piera degli Esposti.
Il film apre la sezione Controcampo dedicata al cinema italiano.

Piera degli Esposti in una scena di "I baci mai dati". "Il suo personaggio nel film è quello della cattiva, della strega di Biancaneve" dice Roberta Torre.

Carla Marchese è Manuela, la ragazzina che in "I baci mai dati" dice di parlare alla Madonna.

“È un film che parla dell’Italia di oggi. Un paese in cui per un diritto fondamentale come il lavoro devi sperare in un miracolo. Un paese che ha come mito il successo. Ci si rivolge alla Madonna anche per andare al Grande Fratello”

Roberta Torre durante le riprese

Il gran giorno è il 3 settembre. Il giorno in cui Roberta Torre presenta in prima mondiale a Venezia il suo ultimo film I baci mai dati, titolo d’apertura della sezione Controcampo. Piuttosto che andare sul cinefilo vado sul frivolo e le chiedo subito con chi andrà al Lido e che abito si metterà. “Vado con Donatella Finocchiaro, la protagonista. E ci sarà anche mio figlio. Sarò vestita tutta Marni, abito, scarpe e una bellissima collana. O meglio, di vestiti di Marni ne ho presi due, uno più scollato, l’altro con le maniche, deciderò all’ultimo momento. Dipende dal tempo e da come mi sentirò, dalla voglia di espormi”. Complimenti, Marni è griffe di gusto certo, una bella scelta. Ci si parla via Skype, guardandoci sullo schermo, lei nella sua casa a Roma io nella mia a Milano. Scoprirò nel corso dell’intervista che la sua casa milanese – Roberta Torre è nata e vissuta a Milano fino a oltre i vent’anni – non è lontana dalla mia. Coincidenze e vicinanze. I baci mai dati, girato nella periferia di Catania (la Milano del sud, si diceva un tempo), racconta di una tredicenne che dice di poter fare miracoli. Le credono e intorno a lei si avvia una girandola di persone ed eventi fino all’inaspettato finale. Quello veneziano è per Roberta un ritorno, proprio dal Lido la sua carriera decollò nel 1997 con Tano da morire .

Roberta Torre sul set

Questa vigilia come la vivi? Venezia è Venezia, i critici spesso vanno giù pesante, soprattutto con i film italiani.
Sono felice di esserci, mi fa piacere tornare nella Sala Grande dove venne proiettato Tano, ho dei bei ricordi lì. La critica mi interessa solo quando non spara a zero e dice qualcosa. Ma l’esito di un film, il suo successo o insuccesso, non dipende dalla critica.
Sei nella sezione Controcampo, non nella vetrina principale, il Concorso. Ti spiace?
Venezia è un gran calderone, l’unica differenza tra il concorso e il resto è che nel primo caso i film hanno più visibilità sui media. Sono usciti film bellissimi dalle sezioni collaterali e bruttissimi dal concorso, non vuole dire niente. Poi Venezia è anche la vetrina dell’industria cinematografica italiana, ci sono delle quote diciamo così per i colossi. Il mio invece è un piccolo film totalmente libero.
Dei film italiani in concorso cosa pensi?
Sono sicura che Saverio Costanzo con La solitudine dei numeri primi ha fatto un bel film, ho visto il trailer, mi pare abbia una bella atmosfera.
Parliamo del tuo film, adesso.
È la storia di Manuela, una ragazzina che vive in un quartiere della periferia di Catania con una madre assente che non si occupa di lei. Una ragazzina in cerca di attenzioni. Durante una festa in piazza portano una statua della Madonna, con cui lei crede di avere un momento di intimità, di trasporto onirico. La notte a questa statua tagliano la testa e se la portano via. Per attirare l’attenzione su di sè la mattina dopo Manuela racconta che ha parlato con la Madonna che le ha detto dove hanno nascosto la testa. Ed effettivamente la trovano lì. Da quel momento inizia la sua fama di intermediaria con il soprannaturale, arrivano le televisioni, la madre pensa di sfruttare la situazione, tutti le chiedono piccoli o grandi miracoli, di aiutarli a trovare un lavoro o a vincere al totocalcio. Religione e religiosità insieme. Finché irrompe nella vita di Manuela una ragazza non vedente che le indica un percoso di conoscenza: fai quello che ti dice il tuo cuore, le suggerisce. È questo che poi farà succedere alla fine un miracolo. Un miracolo vero. Anzi, diciamo che ce ne sono due di miracoli, uno laico e uno meno laico.
Mi vengono in mente due film. Il primo è ‘La dolce vita’, con l’episodio della ragazzina che dice di aver visto la Madonna. Il secondo è Lourdes‘ di Jessica Hausner, dell’anno scorso. Anche lì c’è un miracolo, che non si sa se sia vero o no.
Lourdes è diametralmente opposto al mio, il suo punto di vista sui miracoli è assolutamente laico. Io invece non lascio ambiguità. Il miracolo c’è, avviene, è totalmente compiuto.

La Madonna decapitata del film

Un punto di vista non laico il tuo.
Il mio è il punto di vista di una credente, non cattolica ma credente.
Con questo film ritorni in Sicilia. Cos’è per te la Sicilia, un’ossessione, un bisogno, una dipendenza?
Ci ho vissuto tredici anni, dal 1990 al 2003, è stata una parte importante della mia vita, mio figlio che adesso ha 18 anni è nato lì. Ci sono tornata anche per ragioni produttive. Per I baci mai dati c’è l’intervento della Regione Sicilia. Però stavolta non ho girato a Palermo, ma a Catania.
Ottavio Cappellani, scrittore di Catania, sostiene che tra la sua città e Palermo c’è un abisso, che sono mondi diversi.
Da sempre catanesi e palermitani si detestano amorevolmente. Sono differenti, hanno attitudini opposte. I palermitani hanno un’attitudine verso la morte, molto cupa. Con un’ironia legata al buio, al nero. Il catanese ha più leggerezza, è più legato alla vita, alla donna, all’eros, al desiderio. Frequento Catania da molti anni, conosco Cappellani, ma ancha Antonio Presti (imprenditore esperto e amante dell’arte, ndr). È stato lui che mi ha portato a Librino, dove poi ho girato il film. Librino è periferia, ma diversa dallo Zen palermitano. L’ha disegnato Kenzo Tange, una star dell’architettura, il progetto non era male, non prevedeva la presenza di auto, solo piazze, passaggi pedonali sopraelevati. Poi però gli abitanti si sono ritrovati senza fogne, sono stati abbandonati a se stessi, con gli aerei che passano sopra la testa. Un luogo strano, poco italiano comunque, surreale. Purtroppo Librino non è diventato un bel posto, non ci sono cinema, negozi, non c’è motivo reale per andarci. Una di quelle new town che se fossero a Parigi sarebbero scelte dagli artisti, invece lì rimane un luogo desolato.

Donatella Finocchiaro è la madre di Manuela: cercherà di sfruttare le presunte doti miracolistiche della figlia

Non hai più neanche un vago accento milanese, nessuno sospetterebbe in te l’origine nordica.
A Milano non ci sto più da vent’anni, però le mie radici stanno là. Ho fatto liceo e università. La trovo una città molto elegante, non so quanto vivibile. Quando ci vengo, dopo qualche giorno vorrei scappare.
Torniamo a ‘I baci mai dati’. Anche stavolta dopo ‘Angela’ hai scelto Donatella Finocchiaro. È la tua attrice-feticcio?
Abbiamo un’intesa che spesso non ha nemmeno bisogno di parole. Diciamo che il mio immaginario su di lei si appoggia bene.
Definisci il tuo film.
È un film che parla dell’Italia di oggi. Della situazione in cui siamo. Un paese in cui per avere un lavoro, che è un diritto fondamentale, devi sperare in un miracolo. Un paese che ha come mito il successo. Ci si rivolge alla Madonna anche per andare al Grande Fratello. L’immagine, il successo è diventato un bisogno primario come il lavoro.
Tu hai girato un documentario-intervista su Pino Pelosi, il responsabile della morte di Pasolini. Le borgate, le periferie un tempo pasoliniane, fanno parte anche del tuo immaginario filmico. Com’è cambiato quel mondo dai tempi di ‘Ragazzi di vita’?
Il mondo delle periferie è diventato quello che Pasolini aveva predetto, omologato. Proprio lì è particolarmente forte la tendenza al contemporaneo, all’apparire, alla tv, quindi a tutto ciò che questo comporta, anche morfologicamente, fisicamente. Le facce e i corpi si conformano ai modelli televisivi. Quando ho fatto i provini a Librino ho trovato ancora dei visi particolari, da Malavoglia. Ma sarà così ancora per poco. Ormai la periferia è la perfetta incarnazione della profezia pasoliniana sull’omologazione.

Roberta Torre a Librino, il quartiere periferico di Catanai dove ha girato il film. Librino è un progetto di Kenzo Tange

Sciascia sosteneva che la Sicilia è irredimibile.
Ho capito solo negli anni quello che diceva. Sono arrivata in Sicilia negli anni migliori, quelli della primavera palermitana, delle speranze. Ma poi ho capito che la Sicilia è davvero irredimibile, Sciascia aveva ragione. Il problema è la cultura mafiosa. Non tanto la mafia, ma proprio la cultura mafiosa. La cultura del favoritismo, dell’a chi appartieni? All’inizio quando me lo chiedevano non capivo: a chi appartieni? Poi questa logica ha conquistato tutta l’Italia. Palermo è una città volentata e violenta, lì la violenza la senti a fior di pelle. Eppure inspiegabilmente in Sicilia nascono sempre nuove cose. L’energia è talmente forte: il nord è catatonico, non ha energia creativa, quando arrivi al sud questa potenza invece la senti. Il Sud continua a produrre cose molto interessanti, penso alla letteratura, lo stesso Cappellani, penso a certo cinema, al teatro.

Roberta Torre mi mostra via Skype le scarpe Marni che indosserà per la prima del suo film al Lido.

Pausa. Roberta va a prendere le scarpe Marni che si metterà al Lido per mostrarmele via Skype. Belle davvero, nero-blu con fiocco e gran tacco. Non austere ma di eleganza senza sgarri. Dice che per un periodo ha anche molto amato Miu Miu, griffe non così lontana da Marni. Le faccio notare che le sue scelte in fatto di di moda non assomigliano per niente a quell’estetica sgargiante, barocca, ipercromatica dei suoi film.

Pensando ai tuoi film ti immaginavo per una moda più estroversa, diciamo Dolce & Gabbana.
Loro non mi stanno bene. Nelle scelte di abbigliamento resto molto milanese.
A proposito di Dolce & Gabbana, parliamo di Tornatore, che per loro ha girato parecchi spot. ‘Baarìa’ l’hai visto? Che ne dici?
Dico che è una festa per gli occhi. Duecento, trecento spot messi insieme. Tutto bello, leccatissimo, uno spot continuo.

Beppe Fiorello in una scena del film

Torniamo a te e a quello che farai dopo ‘I baci mai dati’.
Farò la produttrice, voglio produrre nuovi registi sotto i 40 anni. Ho un progetto che si chiama Limone, storia di un fuorisede che per lavoro sale dal Sud al Nord e lo sto facendo scrivere a dei ventenni. Alcuni hanno iniziato a lavorare con me in un seminario. Faccio spesso degli stage, anche sugli attori. L’altro progetto, ma questo è un film di grande impegno, è Rose e matematica, storia di Pierluigi Torre, mio nonno, l’uomo che inventò la Lambretta. Una storia bella e molto italiana, che nasce nella prima guerra mondiale e arriva alla seconda quando Innocenti gli fa costruire questa motorina. Lui aveva anche una grande passione per le rose, inventò la rosa blu che dedicò a Marella Agnelli. Produttivamente non sarà solo un film italiano. Per il teatro sono impegnata poi con La Ciociara, però nella versione di Annibale Ruccello, con un antefatto che nel film non c’è. Con Donatella Finocchiaro nella parte che fu della Loren.

Ma prima del confronto con il mito Loren c’è il Lido, sempre più vicino ormai, questione di ore. E chissà se intanto Roberta ha deciso quale dei due vestiti Marni mettersi.

AGGIORNAMENTO delle ore 23.45 di giovedì 2 settembre 2010: Roberta Torre mi fa sapere che sui due abiti Marni adesso ha qualche dubbio, che porterà scarpe Azzedine Alaïa (ottima scelta, dico io, Alaïa è uno che sa esaltare la femminilità come pochi stilisti). Credo proprio che per sapere dell’abito dovremo aspettare le foto dal red carpet.

Una scena con Carla Marchese, la ragazzina protagonista

 

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