Il film cinese Han Jia (Vacanze invernali), vincitore a Locarno: cinema estremo dall’Oriente estremo

Un film così spoglio e disadorno da sfiorare il vuoto, ambientato in una Cina nordica e plumbea. Camera fissa a riprendere personaggi catatonici che si scambiano dialoghi sul nulla. Stile di ascetico rigore, che però non basta a trasformare Han jia in opera assoluta.

Han jia (Vacanze invernali), regia di Li Hongqi. Con Bai Junjie, Zhan Naqi, Bai Jinfeng. Cina 2010. Vincitore del Pardo d’oro al festival di Locarno 2010. Visto a Milano nella rassegna “Panoramica film di Locarno-Venezia”.

Il cinese Li Hongqi è un nuovo maestro del cinema o un abile piazzista del nulla? Se lo chiedevano tutti ieri a Milano, alla proiezione nella rassegna Panoramica del suo Han jia (Vacanze invernali), recente vincitore a Locarno del Pardo d’oro. Un’esperienza di cinema estremo, come rare volte capita. Un’ora e mezza, la misura perfetta per un film, solo che qui siamo al non cinema, cinema negato e volutamente deprivato di ogni storia, narrazione, emozione. Pura catatonia. In una desolata periferia di edifici seriali, tutti parallelepipedi di antica modernità comunista (anni Sessanta? Settanta?) già corrosi dalla lebbra del tempo, nel nord remoto di una Cina invernale plumbea, nevosa, senza sole, si svolgono piccole esistenze, ragazzi in pausa scolastica in attesa di ricominciare le lezioni, e qualche loro familiare. Gli studenti si scambiano monocordi dialoghi sulla scuola, le ragazze, il futuro piatto che li attende, ci sono un paio di scene di bullismo, ma anche queste trattenute e depotenziate (l’aggressione alla vittima è congelata in gesti stilizzati, come in una rappresentazione dell’Opera di Pechino). Gli adulti si guardano torvi, vanno a divorziare in ufficetti squallidi, tornano a casa. I bambini non giocano, non si divertono, fanno domande strane al nonno e ottengono strane riposte.
È proprio di un bambino la battuta migliore. A chi gli chiede “cosa vuoi fare da grande? ” lui risponde: “L’orfano”.  Forse era anche il sogno del regista Li Hongqi. Questa sua Cina è un gigantesco, desolato orfanotrofio, un territorio dimenticato, sporco, corroso, ripiegato su di sè. Cina triste, lontana da quella costiera del Sud/Sud-Est dell’irrefrenabile sviluppo economico e delle
enormi industrie manifatturiere, caotica ma pulsante e vitale. Esterni grigi e interni domestici di minimo, nuovo, povero benessere, come nell’Italia tra anni Cinquanta e Sessanta. Quello che dà identità e un’oscura forza al film, e che potrebbe fare di Li Hongqi un autore di riferimento, è lo stile, di inaudito rigore e radicalità come poche volte s’è visto al cinema. Coerente fino all’autolesionismo e al sadismo verso lo spettatore. Camera fissa, sempre. Dentro l’inquadratura pochi personaggi che spesso stanno fermi e si scambiano dialoghi sul nulla, qualche volta entrano ed escono, ed è il massimo di movimento cinematografico che ci viene concesso. Non ci sono storie, i personaggi svuotati di ogni carica vitale non possono coinvolgerci, non c’è sviluppo narrativo. Si potrebbe smontare e rimontare il film scambiando di posto le scene e il risultato sarebbe lo stesso. Verso il finale il regista interrompe la monotona sequenza di tableaux che sarebbe ardito definire vivants, usando in un dialogo tra due bambini il campo e controcampo. Domina una regressione consapevole al linguaggio primitivo ed elementare del cinema delle origini, quello appena figliato dalla fotografia, quello della camera fissa che riprende passiva ciò che accade davanti al suo occhio. C’è un fanatismo da guardia rossa del cinema in tutto questo, qualcosa di inquietante e punitivo. Un radicalismo che ricorda Straub-Huillet, Bruno Dumont e la fissità del cinema di Terence Davies, ma che non riesce ad aprire varchi verso il nuovo. L’impressione è che Han Jia giri su se stesso e sia solo un depresso, maniacale, ossessivo esercizio. Ma alla fine si rimane, oltre che prostrati, anche ipnotizzati, forse sedotti da questo film così vuoto. Si incomincia a pensare di aver assistito a un disturbante capolavoro. Ma forse è la sindrome di Stoccolma che si è installata nel frattempo in noi spettatori. Ci si affeziona anche al proprio carnefice.

Il regista Li Hongqi a Locarno con il Pardo d'oro

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