Recensione: POST MORTEM di Pablo Larrain era da Leone

Il golpe anti-Allende del 1973 raccontato dal punto di vista, periferico e laterale, di un piccolo uomo qualunque funzionario dell’obitorio. Che vede, assiste, ma non giudica, non agisce. La violenza pubblica e le viltà private, inestricabilmente connesse. Un film implacabile come un referto autoptico che a Venezia avrebbe meritato di vincere uno dei premi maggiori.

Post Mortem
, di Pablo Larrain. Interpreti: Alfredo Castro, Antonia Zegers, Amparo Noguer. Nazionalità: Cile-Messico, 2010.
Presentato in concorso alla 67esima Mostra del cinema di Venezia.
Visto a Milano nella Panoramica dei film di Venezia e Locarno.

Alfredo Castro e Antonia Zegers in "Post Mortem"

Il precedente Tony Manero del cileno Pablo Larrain, vincitore due anni fa del festival di Torino, non mi aveva convinto. Laido, lugubre, malsano, con qualche autocompiacimento. Lugubre e malsano è anche questo Post Mortem, solo meno compiaciuto. O meglio: il gusto necrofilo di Larrain, la sua passione-ossessione per i corpi malati e consumati e lesionati, per la sessualità sporca e spiccia e gli umori corporali, il suo interesse per gli interni domestici di squallore che una volta si sarebbe detto piccolo borghese, la sua propensione per personaggi che strisciano come invertebrati sul muro o boccheggiano come pesci in un acquario, tutto questo ritorna in Post Mortem. Con la differenza che stavolta Larrain mette le sue ossessioni al servizio di una storia che le ingloba e le usa come mattoni narrativi sublimandole e dando loro un senso.
Cile 1973, al tempo di Unidad Popular. Un piccolo uomo ordinario, funzionario alla morgue di Santiago, si innamora della sua vicina Nancy, spogliarellista di patologica magrezza con amante comunista-allendista. Incomincia tra i due qualcosa che somiglia a una storia d’amore o almeno di sesso (il che consente a Larrain di mostrarci la scheletrica nudità di Nancy). Intanto sullo sfondo la Storia va avanti veloce, le manifestazioni per Unidad Popular e Salvador Allende si susseguono, arrivano il golpe dei miltari, la morte di Allende, la repressione. All’obitorio i militari scaricano montagne di cadaveri, gente uccisa durante le torture e gli interrogatori o giustiziata, e Mario ha come sempre l’incarico di battere a macchina i referti autoptici, tutti di comodo e stilati dal medico sotto sorveglianza dei soldati. Arriva anche il corpo di Salvador Allende, la cui morte verrà rubricata secondo la versione ufficiale come suicidio. Nancy si vede distrutta la casa, il padre e il fratello sono tra i desaparecidos. Mario la nasconde, strappandole pezzi d’amore, ma ci sarà un inciampo che manderà tutto in crisi.
L’idea di raccontare la grande Storia dal punto di vista di un personaggio periferico e ignaro di quanto gli succede intorno non è nuova, ma qui funziona molto bene. Larrain riesce nella complicata impresa di rievocare uno snodo importante del secondo Novecento come il golpe cileno senza fare un film direttamente politico o didascalico, cercando un approccio laterale. Il regista è anche abile nel mantenere connessi i due piani della narrazione, il ripiegamento nel privato di Mario e la tragedia pubblica oltre e fuori di lui. Non cade nello schematismo di tanto cinema politico che separa rozzamente bene e male, colpevoli e innocenti, piuttosto traccia un clima generale e pervasivo di violenza e caduta etica, che coinvolge i carnefici e man mano contamina anche chi carnefice non è, come un virus letale che una volta messo in circolo non si riesce più a controllare. Larrain racconta con freddezza e distacco, ma non senza partecipazione questo degrado morale. La macchina da presa ha uno sguardo asettico, che riprende, descrive, non giudica, lascia parlare le facce, i corpi, le cose, i fatti. Cinema autoptico, di osservazione, ma interrotto qua e là da urla, da spari, da fragori, ferite e lacerazioni che si aprono all’improvviso sul corpo del film. Immagini che non si dimenticano: l’arrivo dei camion con i corpi, Mario nei sotterranei dell’obitorio che, nuovo monatto, trascina i suoi carri pieni di cadaveri.
Molte recensioni di Post Mortem hanno parlato del protagonista come di un omuncolo senza morale, opaco, ripiegato sui suoi miseri egoismi e piaceri e glacialmente indifferente a quanto gli succede intorno, un uomo che galleggia sopra il sangue altrui preoccupato solo di se stesso. Evidentemente devo aver visto un altro film, perché l’insensibile, rattrappito Mario qualche pur raro sussulto di umanità ce l’ha, e quando scopre che uno dei corpi che gli hanno portato in obitorio dà ancora segni di vita fa il possibile per salvarlo. Alfredo Castro conferisce a Mario (grandissima interpretazione che avrebbe meritato la Coppa Volpi) una maschera impenetrabile che ce lo rende distante, estraneo. Il fatto che non abbia sussulti e reazioni, che non imbracci un’arma e si immoli contro i militari non fa di lui un uomo abietto. Se mai un vile, come lo sono stati milioni di altri esseri umani in analoghe circostanze. Non si può chiedere a nessuno di essere eroe. Mario non lo è, ma ciò non lo rende direttamente complice dei carnefici. A renderlo feroce sarà qualcos’altro, sarà l’amore deluso. Allora sì che Mario tirerà fuori la bestia che è in lui e diventerà capace di ogni violenza. Ed è qui che il film ci colpisce davvero allo stomaco e non ci dà più scampo.

Da sinistra, il regista Pablo Larrain e i due interpreti, Antonia Zegers e Alfredo Castro, a Venezia alla presentazione di "Post Mortem"

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