Recensione: UOMINI DI DIO coinvolge e commuove, ma è troppo reticente

Uomini di Dio (Des hommes et des dieux). Regia di Xavier Beauvois.
Con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Sabrina Ouazani, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin, Xavier Maly, Jean-Marie Frin. Francia, 2010.
Vita e martirio dei sette monaci trappisti uccisi nel 1996 nell’Atlante algerino. Film di enorme successo popolare in Francia, di scarsissimo successo da noi, forse perché i fatti non appartengono alla nostra storia. O perché siamo troppo distratti per interessarci a un film così austero e anomalo. Bello, commovente, qua e là magnifico. Solo che, per non cadere nel pregiudizio anti-Islam, finisce con l’essere fin troppo reticente e cauto nell’attribuire le responsabilità e nel ricostruire gli eventi.

Una scena. Al centro il priore, interpretato da Lambert Wilson.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 sette monaci trappisti del monastero di Tibéhirine, nell’Atlante algerino, vengono rapiti. Il 21 maggio il Gruppo Islamico Armato (GIA) rivendica la loro esecuzione. Il 30 maggio le loro teste mozzate vengono ritrovate davanti al convento. I corpi non saranno mai rintracciati.
Imperversava in quegli anni in Algeria la guerra civile tra forze governative e gruppi islamisti di vario tipo, ma accomunati dal fanatismo religioso e dall’odio verso il governo considerato illegittimo. Guerra durata oltre un decennio e non ancora del tutto spenta che ha causato 150 mila vittime, una tragedia alle porte di casa nostra ma che l’Europa ha volentieri rimosso e dimenticato.
Nemmeno Uomini di Dio di Xavier Beauvois, che pure ricostruisce la vicenda dei monaci di Tibéhirine, dice molto della guerra civile: la quale come un rumore di fonde percorre tutto il film, senza però che mai si accenni esplicitamente alle sue cause, all’identità delle parti in conflitto e alle loro motivazioni. Un prudente silenzio che è la cifra di tutto il film. A partire dal titolo originale – bello e ambiguo – Des hommes et des dieux, appiattito chissà perché nella versione italiana nel banale Uomini di Dio (eppure la distribuzione è Lucky Red, di solito sensibile alle sfumature linguistiche e non solo). Dunque, Uomini e dei. Quel plurale della parola Dio è stato subito inteso dalle tante anime belle inneggianti al dialogo tra le civiltà come una dichiarazione d’intenti ecumenica da parte di Beauvois, come volontà di non esaltare alcun monoteismo sull’altro, come affermazione della pari dignità tra Cristianesimo e Islam. Dimenticano, quegli ingenui esaltatori molto politically correct ma assolutamente ignari di ogni cultura religiosa, che la sola parola dieux per l’Islam non ha senso alcuno, visto che per esso esiste un unico Dio, e che questo Dio è lo stesso dei cristiani (Gesù è citato nel Corano come uno dei suoi profeti). Stando al quotidiano cattolico francese La Croix, Beauvois il titolo in realtà l’avrebbe mutuato da un salmo che recita, testualmente: “L’ho detto: Voi siete degli dei, dei figli dell’Altissimo, tutti voi! Pertanto, voi morrete come uomini”, alludendo all’eterno e al caduco, al sovrannaturale e al terreno che si mischiano inestricabilmente nella drammatica vicenda dei monaci di Tibéhirine.

Lambert Wilson

A destra, Michael Lonsdale

Comunque sia, e al di là delle citazioni bibliche di Beauvois, il tono del film è più dialogante e accomodante verso l’Islam che accusatorio, accreditando in pieno l’interpretazione multiculturalista data a quel dieux del titolo. Uomini di Dio sceglie prudentemente la strada della rappresentazione dall’interno della vita dei monaci futuri martiri. Della loro quotidianità fatta di preghiere, di pasti frugali, di lavoro nell’orto. I contatti con la popolazione locale, interamente musulmana, sono quasi idilliaci, i frati sono rispettati e anche amati per le cure mediche praticate da uno di loro attraverso un piccolo ma efficiente ambulatorio. Il fanatismo jihadista è lontano, arriva solo attraverso le cronache dei giornali e della televisione o i racconti della gente del villaggio. Finché un gruppo armato irrompe nel convento per far curare un ferito, ed è qui che la minaccia incomincia a materializzarsi. Quando alcuni operai croati di un cantiere dei dintorni vengono brutalmente sgozzati, e il pericolo si fa sempre più consistente, i monaci si chiedono se restare o partire. In una delle scene più commoventi decidono di resistere, finché non accade l’inevitabile.
Ma Beauvois ci mostra solo i sette monaci che vengono portati via dal gruppo islamista (mai precisato e sempre presentato genericamente) sulle montagne e fatti camminare stremati nella neve. Non vediamo la loro esecuzione. Qui capiamo definitivamente quale sia la scelta del film, che è quella di non prendere una posizione precisa, di tenersi prudentemente a distanza da ogni interpretazione troppo netta dei fatti e da ogni attribuzione di responsabilità. Gli islamisti del GIA non vengono mai esplicitamente chiamati in causa come autori della strage.

Il regista Xavier Beauvois

Questa reticenza ha consentito a Uomini di Dio di non urtare nessuno e di piacere a tutti. L’immenso e inaspettato successo in Francia, due milioni di spettatori in poco più di un mese, la vetta del box office mantenuta per ben cinque settimane consecutive, le copertine di magazine come L’Express, si deve anche all’assoluta mancanza di polemica di Des hommes et des dieux verso l’Islam, al suo non essere film politico ma solo storia di una comunità monastica che si conclude, quasi per propulsione interna e non per intervento esterno, nel martirio. Niente scontro di civiltà nella narrazione di Beauvois, ma solo conflitti a bassissima intensità tra le culture cristiana e musulmana, increspature. Tutto è smussato, tanto che si faticherebbe a capire, se non sapessimo come sono realmente accaduti i fatti, del perché i monaci a un certo punto vengano uccisi. Da noi qualcuno (tanto per fare nomi, Guliano Ferrara sul Foglio) ha fortemente polemizzato con questa scelta dialogante e irenista, giungendo perfino a dire che Beauvois in questo modo tradisce la memoria dei sette monaci e ne invalida il sacrificio. Personalmente, pur rilevando l’ambiguità e l’eccesso di prudenza del film, sarei più indulgente. Certo, Des hommes et des dieux è cauteloso, manca di coraggio, non prende posizione, si astiene da ogni giudizio e da ogni pregiudizio, ma non si può chiedere a un produttore, a un regista, a degli attori di pronunciarsi troppo esplicitamente, rischiando quello che hanno rischiato il vignettista danese che ha ritratto
Maometto o Salman Rushdie. O peggio,

Una foto dei veri monaci di Thibérine e, sopra, una scena del film

rischiando di fare la fine dell’olandese Theo van Gogh. I tempi sono questi, l’Europa è diventata, come scrive Bat Ye’or, Eurabia, e l’eroismo non lo possiamo pretendere da nessuno. Allora va abbastanza bene così, accontentiamoci di un film che ripropone un fatto tragico perlopiù dimenticato e ci costringe a riflettere su noi e l’Islam, anche se lo fa in modo felpato. Xavier Beauvois sapeva benissimo di doversi muovere su un terreno scivolosissimo e ha scelto di non alzare la voce. Anche stilisticamente tende al sommesso e al dimesso, i modelli di riferimento sono il sobrio Robert Bresson e il Georges Bernanos del Dialogo delle carmelitane. Il risultato è buono, molto buono, qua e là magnifico (la messa cantata, la scena della votazione). Qualche caduta di tono che sfiora il camp, come la cena al suono del Lago dei cigni, è ampiamente perdonabile. Gli attori sono più veri del vero, con Michael Lonsdale su tutti. Uomini di Dio non convince, però commuove e fa pensare. Certo ci sarebbe piaciuto saperne di più. Sapere di più di quei trappisti (l’ordine benedettino più radicale e fondamentalista, quello che è voluto tornare alle regole austere dell’inizio, preghiera e lavoro) confinati nell’Atlante algerino, in terra islamica. Chi erano? I sopravvissuti di una comunità cristiana tesa all’apostolato, insediata ai tempi del colonialismo francese e poi stentatamente sopravvissuta fino al tragico epilogo? O mistici in cerca di un luogo appartato e remoto per poter dialogare in solitudine con Dio? Soprattutto, avremmo voluto saperne di più di come sono morti. Che il film indicasse chiaramente fatti e responsabilità. Invece si è preferito la via diplomatica, in un momento in cui in Francia si torna a discutere e polemizzare sui tragici fatti di Tibéhirine, e dopo che su Le Monde e Le Figaro sono apparse (presunte?) rivelazioni che riaprirebbero la questione attribuendo la responsabilità dei fatti all’esercito algerino. Scrive il sito Missionline: “Il quotidiano di Parigi (Le Monde) ha dedicato l’editoriale di punta e tutta la terza pagina a nuovi risvolti giudiziari relativi al caso, ovvero all’annunciato via libera della pubblicazione di una parte dei documenti del ministero degli Esteri e della Difesa relativi all’assassinio dei 7 monaci. Nei mesi scorsi un generale in pensione dell’esercito francese, François Buchwalter, aveva rivelato a Le Figaro che i 7 cistercensi erano stati uccisi per sbaglio dai militari algerini. E che in seguito elementi deviati dei servizi segreti algerini avevano inscenato il rapimento dei 7 da parte del GIA”. Prima di Le Figaro c’era stata un’intervista, realizzata a Helsinki da Valerio Pellizzari per La Stampa, a un non precisato “alto funzionario occidentale” che affermava: “I sette monaci francesi sequestrati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 a Tibhirine da un gruppo islamico, infiltrato dalla sicurezza militare, furono uccisi da un elicottero dell’esercito algerino. Il velivolo sorvolava la zona montuosa dell’Atlante attorno a Medea, assieme a un altro elicottero. Era metà maggio, dopo il tramonto. L’equipaggio aveva visto il fuoco di un accampamento e il caposquadriglia in persona, un colonnello, aveva sparato su quel bivacco”.
Mettendo insieme i tasselli di queste plurime rivelazioni, i fatti (se ho ben capito) si sarebbero svolti più o meno così. I servizi segreti, in accordo con un falso gruppo del GIA manovrato dagli stessi servizi, inscenano il rapimento dei monaci con l’intenzione di rilasciarli di lì a breve. L’operazione ha lo scopo di mostrare al mondo il pericolo islamista e l’efficienza del governo algerino nel risolvere un caso difficile come il sequestro di un gruppo di monaci francesi. Ma le cose non vanno come previsto. Un elicottero dell’esercito mentre sorvola la zona in cui sono tenuti gli ostaggi del finto rapimento, spara per errore e uccide i monaci. Il resto, le teste mozzate fatte ritrovare a Tibéhirine e il comunicato dello GIA, sarebbero una messinscena per attribuire la responsabilità agli jihadisti e coprire la realtà dei fatti.
Bene, aspettiamo che la giustizia francese, che ha riaperto il caso, giunga a una qualche conclusione. Posso dire che questa versione mi lascia perplesso?Può darsi che le cose siano andate davvero così (e, ripeto, aspettiamo le conclusioni della magistratura), però una simile interpretazione puzza troppo di complottismo, ha tutti i tratti tipici di una conspiracy theory che, accusando i soliti indecifrabili servizi segreti, assolve di fatto i gruppi islamisti. L’impressione è che stia passando in Francia la teoria che gli autori del massacro non sarebbero gli uomini del GIA ma l’esercito e i servizi (deviati, of course). Stato colpevole, jihadismo senza colpe e da assolvere. Basta dare un’occhiata a certi commenti sul sito dell’Express per rendersi conto di come questa visione stia attecchendo. Scrive un certo azimov: “Non è il GIA che ha ucciso i monaci ma l’esercito algerino, tutti lo sanno tranne il regista (del film)”.
Povero Beauvois, accusato da una parte di cedimenti verso l’Islam radicale, dall’altra additato dai tanti azimov di pregiudizi anti-islamici. Poi ci chiediamo perché sia stato tanto prudente nel raccontare la storia dei monaci di Tibéhirine.

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17 risposte a Recensione: UOMINI DI DIO coinvolge e commuove, ma è troppo reticente

  1. Pingback: Uomini di Dio – Des hommes et des dieux « Nicodemo (di notte)

  2. Nicodemo (di notte) scrive:

    Ho trovato la sua recensione, ho letto e devo dire di condividerla abbastanza.
    I fatti non sono stati ancora pienamente accertati, e ci vorrà molto tempo per sapere veramente cosa è successo.
    Il film ha fatto parlare molto di Tibhirine e dsei monaci, e credo che questo sia positivo.
    PS
    ho preso “in prestito” alcune foto dal suo blog, la ringrazio.
    Nicodemo (di Notte)

    • luigilocatelli scrive:

      Sulle foto nessun problema, ci mancherebbe. Ho visto che ha anche gentilmente citato il blog, e dunque grazie della correttezza (non così diffusa. mi creda). Sui fatti di Tibhirine rimaniamo in attesa che la giustizia francese faccia il suo corso e un po’ di chiarezza, io però, come ho scritto nella mia recensione, stento a credere all’ipotesi, che si fa sempre più strada, di una messinscena da parte dei servizi segreti algerini: una teoria che mi sa molto di complottismo. Sono d’accordo con lei che il film, a mio parere molto prudente, anche troppo, ha comunque il merito di riproporre all’attenzione la tragica morte dei monaci di Tibhirine.

  3. Nicodemo (di notte) scrive:

    Ok.
    Ho letto che in Francia ha avuto un notevole successo di pubblico.
    Si tratta in fondo del racconto di una vita di fede, perchè affascina così tanto una nazione che è fondamentalmente laica ?
    Dipende forse da un retaggio del colonialismo francese ?
    Secondo lei a cosa è dovuto questo successo in Francia, mentre in Italia è passato piuttosto inosservato ?
    Grazie

    • luigilocatelli scrive:

      Anch’io mi sono chiesto come mai un film su un comunità di trappisti e sul loro sacrificio abbia riscosso in Francia (in Italia molto meno) un così grande successo commerciale (se ricordo bene, l’incasso finora è di oltre 25 milioni di euro). Purtroppo, non credo che questo successo significhi che la profonda scristianizzazione, o laicizzazione, della Francia si stia arrestando o che si vada verso una riscoperta delle radici cristiane della nostra cultura. No, purtroppo non credo proprio. Penso che il film attiri il pubblico innanzitutto perché rievoca un fatto tragico e importante che impressionò la Francia, per le controversie recentemente sorte intorno agli eventi. E poi perché nella vita austera dei monaci c’è qualcosa di attraente per il medio spettatore: la pace, il silenzio, la ricerca interiore, la lontananza dal frastuono e dalla velocità della vita contemporanea. Il film è un’oasi di pace, è come fare un viaggio su un’isola deserta, appaga il desiderio di fuga, ecco. Non credo ci sia più di questo, temo. Del resto il fenomeno non è nuovo, già qualche anno fa ebbe un inaspettato successo un film, mi pare tedesco, che filmava la vita di una comunità di monaci con la regola del silenzio: “Il grande silenzio” mi pare fosse il titolo. Sì, in tutto questo c’è anche un vago bisogno di sacro, ma da lì sarebbe sbagliato ritenere che il processo di scristianizzazione attualmente in corso si stia invertendo.

  4. Renzo Villa scrive:

    Un film, un racconto decisamente toccante.
    La contrapposizione tra violenza e religiosità in un mondo svilito e frantumato da guerre civili senza fine dove l’avidità di potere e interessi infiniti calpestano con il sangue i diritti umani delle classi piu’ deboli.
    La vera essenza di questa “opera” è racchiusa in una sola parola – amore -.
    Una parola dal cuore di chi vuole e sa che solo con l’amore è possibile cambiare e che solo con fervente amore tutto è possibile.
    Le vite di questi monaci donate per lenire la sofferenza di altri esseri umani facenti parte di una comunità dove l’ essere significa mettere in circolo il proprio amore deve essere il mssaggio a cui tutti siamo chiamati a riflettere nei confronti dei nostri simili per costruire un futuro migliore fatto di rispetto oltre che di pace.
    E il profeta disse “…..coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre……”.

    L’amore che stà sopra ogni cosa, o

    • luigilocatelli scrive:

      sì, è l’amore a muovere la comunità dei meravigliosi, commoventi monaci di ‘Des diex et des hommes’. Amore che purtroppo non li salva da un tragico destino, e (anche) su questo bisogna riflettere.

      • Nicodemo (di notte) scrive:

        E’ un Amore che dà la salvezza per la vita eterna, quello che anche io vorrei tanto ottenere.
        La morte fisica – quale che sia – è solo un passaggio.
        La nostra vita è testimoniare che esiste questo Amore più grande, ed è esattamente quello che hanno fatto i monaci.

  5. Renzo Villa scrive:

    (mi scuso per i vari refusi contenuti precendente versione)

    Un film, un racconto decisamente toccante.
    La contrapposizione tra violenza e religiosità in un mondo svilito e frantumato da guerre civili senza fine dove l’avidità di potere e interessi infiniti calpestano con il sangue i diritti umani delle classi piu’ deboli.
    La vera essenza di questa “opera” è racchiusa in una sola parola – amore -.
    Una parola dal cuore di chi vuole e sa che solo con l’amore è possibile cambiare e che solo con fervente amore tutto è possibile.
    Le vite di questi monaci donate per lenire la sofferenza di altri esseri umani facenti parte di una comunità dove l’ essere significa mettere in circolo il proprio amore deve essere il messaggio a cui tutti siamo chiamati a riflettere nei confronti dei nostri simili per costruire un futuro migliore fatto di rispetto oltre che di pace.
    E il profeta disse “…..coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre……”.
    E’ l’amore che stà sopra ogni cosa…………..

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  9. Enrico Bonfatti scrive:

    Ho appena visto questo film. Non capisco questa recensione che rivela un bisogno di capri espiatori, inevitabilmente altri, da parte del recensore. Argomento probabilmente al centro, senza mai essere nominato, delle intenzioni del regista, che mi pare eviti di attribuire responsabilità non tanto per quieto vivere, quanto perchè il messaggio che vuole far passare niente ha a che vedere con il nostro umanissimo bisogno di trovare i colpevoli, ma con quello – almeno altrettanto umano – di indicare la strada per una riconciliazione.

    Se poi vogliamo parlare delle preoccupazione – che non condivido assolutamente – della “scristianizzazione” dell’occidente ho paura che questo fenomeno – sempre che esista – sia da attribuire molto più ad atteggiamenti poco coerenti, per usare un eufemismo, di tutti coloro che urlano la loro fede cristiana, che non alle persecuzioni che comunità come questa e come moltissime altre comunità religiose minoritarie e appartenenti alle confessioni più diverse subiscono (per fare un esempio “al contrario” più o meno dello stesso periodo potrei citare i bosniaci).

    Le parole calme si odono più delle grida.

  10. luca braschi scrive:

    Molto d’accordo con ciò che scrive Enrico Bonfatti.

    Il film è bello, non c’è che dire, emozionante: forse fin troppo rispetto a ciò che ci fa provare. Non voglio essere frainteso, le scelte individuali, o di gruppo ma liberamente prese, come quella dei monaci di andare verso il martirio, sono da me rispettate.
    Ciò che m’inquieta è che attraverso l’emozione e la compassione provata verso i protagonisti, si venga trasportati verso un sentimento d’ammirazione, trasformando l’estrema pratica dell’autolesionismo, lasciarci uccidere, in un atto eroico. Il nostro senso quotidiano del giudizio viene così trasfigurato.
    Non confondiamo il desiderio di morire, lo sconforto e l’incapacità di sopravvivere con l’amore, il desiderio di vivere. Un bambino non prenderebbe mai una decisione del genere.
    cordiali saluti, Luca

    • Silvano scrive:

      non si sta parlando di bambini, quindi l’ultima frase, secondo me, non è pertinente. Autolesionismo? Tutti i martiri allora sarebbero autolesionisti

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  12. il film e’ bellissimo e commovente, ma la scelta dei monaci non e’ abbastanza giustificata. Perche’ sono rimasti. La prudenza e’ una virtu’ e loro erano stati pregati di allontanarsi dalle autorita’ governative stesse.Sono rimasta con l’impressione che abbiano fatto male a non andare via.

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