FILM STASERA IN TV: gli imperdibili 10 (mercoledì 1° dicembre)

I migliori dieci film della sera e della notte tv: la scelta è personale. Per vedere la programmazione completa delle varie reti, consultare Film.tv.it. Si prendono in considerazioni solo i film che incominciano tra le 21.00 e la 1.0o. Attenzione, la programmazione potrebbe cambiare (prima di vedere un film è meglio controllare, sempre su Film.tv.it, la sua presenza in palinsesto). Buona visione.
La scritta FREE indica i film trasmessi da canali non a pagamento.

1. Gruppo di famiglia in un interno, Sky Cinema Italia, h. 22,50.
2. Fargo, Cult, h. 0,55.
3. Quelle due, MGM Channel, h. 21,00.
4. Bangkok Dangerous
, Iris, h. 0,40. FREE
5. La morte e la fanciulla
, Premium Cinema Emotion, h. 0,30.
6. Manhattan
, Sky Cinema Mania, h. 22,50 + altri 4 film di Woody Allen (tutte le informazioni nel commento qui sotto)
7. Alphabet City, MGM Channel, h. 22,45.
8. Il servo di scena
, Cult, h. 22,55.
9. Anastasia, Sky Cinema Classics, h. 22,35.
10. Jade, Sky Cinema Max, h. 23,05.

Commento: Al primo posto un Visconti ormai stanco, esangue, devastato, decaduto e decadente, eppure possente: Gruppo di famiglia in un interno . Storia quasi autobiografica di un anziano professore, un meraviglioso Burt Lancaster tornato a lavorare con Luchino dopo Il Gattopardo, che progressivamente e masochisticamente slitta verso la dissoluzione etica, psicologica, esistenziale, dopo essere entrata in contatto con un mondo a lui estraneo, quello di un gruppo di govani chiassosi, volgari, maligni. Per uno, Helmut Berger (a quel tempo attore-feticcio e amante del regista), il professore proverà una passione senile, che sarà la sua rovina. Un fumettone? Signori, chiamiamolo mélo. C’è tutto Visconti, il solito Visconti, quello di Senso e di Morte a Venezia, innanzitutto. La passione per i bei ragazzi che diventa (erano altri tempi) sintomo e simbolo della decadenza di un’intera classe. Lugubre, morboso, plumbeo, claustrofobico. Attraversato da donne-vampiro, come la rapace vicina Silvana Mangano. Anche ridicolo e patetico quando Visconti cerca di rappresentare, da vecchio e non conoscendoli, i gusti e i modi e gli stili dei giovani. Così li fa ballare, nel 1974!, al suono di Testarda io di Cristiano Malgioglio cantata da Iva Zanicchi. Tutto questo è spaventosameente kitsch, è vero, ma a Visconti va riconosciuta l’onestà dell’esibizione, il coraggio di mostrare le viscere senza più pudore, come un vecchio attore che davanti alla platea si toglie il cerone. Lo spettacolo talvolta è insostenibile, ma di una intensità che non possiamo non risconoscere.
Al secondo posto Fargo, il film che ritengo essere il vero capolavoro dei fratelli Coen, quello in cui sono riusciti a sintetizzare al meglio il loro gusto citazionista, l’amore per il cinema del passato, la loro passione per le storie percorse da anime perse e vaganti, ma sempre corrette e deformate da un tocco di surrealtà e grottesco. Fargo racconta di un cretino (ce ne sono tanti, nel cinema dei Coen) che per tirarsi fuori dai guai finanziari commissiona a dei balordi il rapimento della moglie onde spillare dollari al suocero ricco. Sarà l’inizio di una serie di guai. Il tutto in un’invernale, tristissima, profonda America di provincia. Oscar strameritato a Frances McDormand, la detective incinta – brillante trovata che dà un taglio sghembo a tutto il film – che indaga sul fattaccio (nella vita la McDormand è la moglie di Joel Coen).
Quelle due riporta al clima plumbeo di certa America profonda tra Cinquanta e Sessanta, ancora sotto il tallone di ferro del moralismo e della repressione sessuale. Il film è una specie di Peyton Place (pettegolezzi e calunnie in una sonnacchiosa quanto perversa città di provincia), però in versione cinema civile e impegnato. Le insegnanti Shirley MacLaine e Audrey Hepburn vengono accusate da un’alunna di avere una relazione lesbica. Le conseguenze saranno pesantissime. Scritto dall’ultraliberal Lillian Hellman, e diretto da quel sottile indagatore di anime che era William Wyler, fu allora, anno 1961, un film evento che fece molto parlare per l’ardire del tema. Remake di un precedente film, molto meno esplicito, del 1936 con Miriam Hopkins e Merle Oberon. Qui MacLaine e Hepburn sono, ça va sans dire, fantastiche.
Chi ama l’action, e in particolare l’action asiatico, non si perda questo Dangerous Bangkok, firmato dai celebri fratelli (gemelli) Pang, cinesi nati e cresciuti nel cinema hongkonghese ma attivi anche in altri paesi del Far East, come la Thailandia. E thailandese è la produzione di Bangkok Dangerous, il film d’esordio, anno 1999, dei due Pang (che – curiosità – non dirigono mai insieme, ma a giorni alterni). Si tratta di un funambolico, concitatissimo noir con al centro un killer sordomuto che impose subito i gemelli registi all’attenzione del pubblico e dei cinefili. Seguiranno poi gli horror che li avrebbero resi universalmente famosi, come The Eye.
La morte e la fanciulla non è tra i maggiori esiti di Roman Polanski, ma è ricco di molti dei suoi temi prediletti: l’angoscia incombente, la presenza quasi fisica del male, la labilità dei confini tra normalità e abominio. Siamo in un imprecisato paese sudamericano assai simile al Cile e all’Argentina. In un passato non troppo remoto c’è stato un regime che ha perseguitato spietatamente i dissidenti. Una signora pensa di ritrovare in un medico l’uomo che anni prima l’aveva torturata nel carcere dov’era detenuta per motivi politici. Riesce a incastrarlo in un luogo lontano, soli lei e lui. Un crescendo di inganni e trappole, un rapporto che a tratti sfiora la collusione vittima-carnefice, un po’ sindrome di Stoccolma e molto Portiere di notte della Cavani. Tratto da una pièce di Ariel Dorfman che Polanski sa mantenere freddamente al di qua del melodramma. Lei è Sigourney Weaver, lui Ben Kingsley.
Manhattan è solo uno dei cinque film che Sky Cinema Mania e Premium Cinema Emotion mandano in onda tra la serata e la notte per celebrare i 75 anni di Woody Allen (nato come Allan Stewart Königsberg il 1° dicembre 1935 a New York, e dove se no?). Non amo molto Woody Allen, che trovo sopravvalutato come pochi altri intellettuali degli ultimi decenni, eppure salutato com un genio da una claque (soprattutto europea) che stravede per lui anche quando in tutta evidenza firma operine gracili e sforna battute vetuste che sono l’ombra di quelle folgoranti degli esordi. O quando non riesce a più a nascondere le sue ossessioni per fanciulle con molti meno anni di lui. Personalmente, lo apprezzo nelle opere meno ambiziose, quando non cerca di rifare Bergman a New York, quando lascia perdere i tormenti psicanalitici e le torture intrafamiliari e invece tira fuori il suo lato buffonesco e farsesco, Quando si diverte e vuole divertire, il che purtroppo con il pasare del tempo accade sempre più raramente. Trovo che Manhattan resti, insieme a Io e Annie, il suo film migliore, quello che ha fissato il canone woodyalleniano per l’eternità. Gli altri suoi film stasera in tv sono Basta che funzioni (pressochè in contemporanea su due canali diversi: Sky Cinema Mania, h. 21,10, e Premium Cinema Emotion, h. 21,00), Anything Else (Premium Cinema Emotion, h. 22,40), Amore e guerra (Sky Cinema Mania, h. 0,30) e Il dittatore dello stato libero di Bananas (Sky Cinema Mania, h. 2,00). Il dittatore è fra quelli che prediligo, un farsa irresistibile degli inizi di Allen (ed è stato il suo primo film che ho visto), Basta che funzioni è l’ultimo e abbastanza atroce prodotto di un Woody Allen che mostra tutta la sua senilità. Se Amore e guerra è un suo classico anni Settanta, Anything Else è, tra la produzione di questa decade, il suo titolo forse più vitale. Dovendo sceglierne uno per la serata, punterei su questo.
Alphabet City è un noir d’autore che allora, anno 1984, ci apparve molto cool. Perché il suo autore, Amos Poe, era in quel momento uno dei cineasti indie più venerati insieme a Jim Jarmush; entrambi erano esponenti di un cinema visivamente impeccabile ma freddo e rigoroso che si apparentava all’estetica a quel tempo imperante della New Wave. Anzi, di quella sua diramazione chiamata No Wave. Nichilismo, formalismo, glamour, il tutto in una New York primi Ottanta allo zenit della sua potenza mitologica e del suo fascino incantatorio sul resto del mondo. Così questa storia di un medio gangster in ascesa nell’area degradata dell’East Village chiamata Alphabet City si distanzia da ogni mafia-movie dell’epoca, quelli dei Coppola, Scorsese, De Palma, richiamandosi semmai a certo cinema europea depotenziato, minimo, fenomenologico alla Bresson. Chissà a rivederlo oggi, questo Alphabet City. Chissà se resisterà o mostrerà di essere solo l’espressione di una moda lontana. Colonna sonora curata da Nile Rodgers, con una allora nascente Madonna.
Il servo di scena è di quei film in cui il cinema si mette al servizio del teatro. Non se lo guardino i puristi del cinema-cinema, i teorici del suo statuto di assoluta autonomia da altri linguaggi e altre forme espressive. Chi, come me, cerca di divertirsi e vedere qualcosa di interessante, invece non se lo lasci sfuggire. Tratto da una pièce di buon successo tra anni Settanta e Ottanta, racconta di un attore un po’ trombone (ma quale attore non lo è?) avviato al declino, che nella Londra sotto i bombardamenti tedeschi recita a teatro per un pubblico ansioso di divertirsi e di uscire dalle cantine-rifugio. Ma un giorno, catastrofe, mentre sta per andare in scena il Re Lear l’attore sta male. Panico. Ci penserà il suo assistente tuttofare, il suo servo di scena, ovviamente omosessuale come vuole la convenzione, a blandirlo, a rimetterlo in sesto, a convincerlo a risalire sul palcoscenico. La storia è tutta nel rapporto tra i due, ed è moltissimo. Plot avvincente, battute fulminanti, due attori ai massimi livelli. Con tanto di hegeliana dialettica servo-padrone che non può non farci pensare al Servo di Joseph Losey e Harold Pinter. Il vecchio gigione è quello straordinario attore che si chiama Albert Finney, l’assistente è Tom Courtenay, tutti e due nomi gloriosi del cinema arrabbiato inglese anni Sessanta.
Anastasia segnò il ritorno a Hollywood della pentita Ingrid Bergman dopo la lunga parentesi italiana con Roberto Rossellini (che allora sembrò deludente, ma che ripensata oggi ci appare strepitosa, visto che produsse capolavori che si chiamano Viaggio in Italia, Stromboli e Europa 51, oltre che – altro aspetto non trascurabile – le gemelle Isabella e Isotta Rossellini). Le danno da interpretare la parte della sopravvissuta figlia dello zar, o presunta tale, e lei si prende subito l’Oscar. Si è sempre magnanimi con i figlioli prodighi. Il film è convenzionale ma perfetto, ambiguo quanto basta, diretto da un Anatole Litvak che si porta dietro una sensibilità e un tocco più europei che hollywoodiani.
Jade è un sottovalutato noir con tanto di dark-lady firmato a metà anni Novanta da William Friedkin, il maestro di Vivere e morire a Los Angeles, L’esorcista e Il braccio violento della legge. Oggi tutto il cinema di Friedkin è considerato imperdibile dalla cinefilia più agguerrita, compresi i film ritenuti minori o trascurati dalla critica come questo. Jade, come spesso è accaduto ai lavori del suo autore, ha avuto una gestazione difficile, con liti tra Friedkin e lo sceneggiatore: non proprio uno qualsiasi, trattandosi di quel Joe Eszterhas che era stato fino a poco prima il re hollywoodiano del settore, l’autore degli script di Basic Instinct, The Music Box e Betrayed. Qui un procuratore di San Francisco si ritrova a indagare su una sua ex fiamma. Scatta una storia di passioni e ricatti, in un quadro di corruzione dilagante. Il film fu un flop e ricacciò nel limbo Friedkin e il suo interprete David Caruso, che dovette attendere l’occasione di CSI: Miami per tornare a galla.

La classifica continua con:
11. Io ti salverò, Sky Cinema Classics, h. 0,20.
12. Ridicule, Premium Cinema, h. 1,20.
13. Chinese Box, Iris, h. 21,05. FREE
14. Furia gialla, Iris, h. 21,00. FREE
15. Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno
, Rai Movie, h. 0,15. FREE (Chi non capta Rai Movie, può seguirne i programmi in streaming su rai.it)
16. Elizabethtown
, Studio Universal, h. 21,00.
17. Chi protegge il testimone, Sky Cinema Max, h. 0,25.
18. Il mio amico Einstein
, Sky Cinema 1, h. 21,00.
19. Sotto il sole della Toscana
, Sky Cinema Family, h. 21,00.
20. Nato il quattro luglio, Studio Universal, h. 23,15.

Commento: Il solito, imperdibile, bellissimo Hitchcock di Io ti salverò, con Ingrid Bergman analista e Gregory Peck paziente percorso da incubi. Ridicule è un film francese in costume della metà anni Novanta, un kolossal con idee firmato dall’eclettico ma sempre notevole Patrice Leconte: un uomo va a Versailles per presentare al Re Sole i suoi progetti di riforma agraria, dovrà vedersela con gli intrighi e i rituali di corte. Colto e godibile nello stesso tempo. Chinese Box segna il ritorno a casa del regista cino-newyorkese Wayne Wang, che stavolta gira a Hong Kong l’amore matto e disperato di un giornalista inglese malato di leucemia (Jeremy Irons, sempre perfetto come uomo sofferente) per una bellissima cinese che non può avere (l’allora superdiva Gong Li). Film da vedere perché reacconta, in parallelo alla storia del suo protagonista, anche gli ultimi mesi di Hong Kong colonia britannica in procinto di passare sotto il governo cinese alla Cina (siamo infatti nell’anno del Takeover, il 1997). Un passaggio che segnò la fine di quella convulsa, caotica, vitalistica, effervescente Hong Kong, capitale di ogni affare e malaffare, ma anche di una interessante produzione cinematografica. E Furia rossa, wuxiapian del 1972, è proprio un esempio di cosa sia stato il cinema di Hong Kong di quei decenni. Tra gli altri titoli: la prima televisiva di un buonissimo prodotto britannico, Il mio amico Einstein, sul rapporto di amicizia e di scambio che lo scienziato intrattenne con un collega mentre incombeva la guerra. Elizabethtown è un’acuta, ambiziosa commedia di Cameron Crowe, uno dei più colti e cinefili registi americani dell’ultima decade. Per saperne di più di ogni film, cliccare sul link relativo.

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