Recensione. IL MIO NOME È KHAN: Bollywood stavolta delude

Il mio nome è Khan, un film di Karan Johar. Con Shah Rukh Khan, Kajol, Katie A. Keane, Kenton Duty, Benny Nieves. India 2010.

Kajol, la protagonista

Il film più ambizioso mai prodotto da Bollywood con l’obiettivo dichiarato di sfondare sui mercati di tutto il mondo. Ma la storia, metà indiana e metà americana, finisce col non convincere né una parte né l’altra del pubblico. Il melodramma è troppo esagitato, ingenuo, eccessivo per i nostri gusti. Operazione non riuscita. Il mio nome è Khan diventa invece interessante quando descrive l’America e l’Occidente spaventati dall’Islam da un punto di vista diverso: quello del suo protagonista, un indiano musulmano.

Shah Rukh Khan, divo numero uno di Bollywood, con Kajol in una cena di "Il mio nome è Khan"

My Name is Khan, anzi MNIK, l’acronimo con cui è chiamato universalmente, è il primo film di Bollywood progettato e realizzato per conquistare le platee mondiali. Un film nato volutamente strabico, con un occhio al mercato interno indiano e uno a quello occidentale-globale. Scommessa vinta? Più no che sì,  perché se è vero che Il mio nome è Khan è la produzione made in Bollywood che finora ha più incassato nel mondo (41.244.720 dollari secondo i dati forniti dal sito Mojo Box office), è altrettanto vero che le attese erano ben superiori. Ibrido, se non strabico, MNIK lo è anche nel plot, che si snoda in parte in India e in parte (la maggiore) negli Stati Uniti, anche qui nell’evidente intento di acchiappare e accontentare più pubblici. Un’operazione di marketing altamente sofisticata che fa capire come anche nel campo così post-moderno della persuasione del consumatore e del lancio di un prodotto l’India sia ormai una potenza globale allineata ai paesi più avanzati.
Nulla è stato lasciato al caso per il film, fin dalla composizione del cast. L’attore protagonista Shahrukh Khan (o Shah Rukh Khan) è il signore indiscusso della cinemografia del subcontinente indiano, la superstar più amata in grado con il suo solo nome di attirare decine di milioni di spettatori, Kajol, sua partner in MNIK, è un’attrice di enrome popolarità che per parecchi film ha fatto coppia con Shah Rukh. Ma erano anni che non lavoravano più insieme e questa loro reunion ha creato un’attesa spasmodica nelle platee indiane.

Sharh Rukh Kahn e il regista Karan Johar sul set

Tutto perfetto. Troppo. Il risultato è buono ma anche piuttosto artificioso, con una storia che è troppo emblematica e dimostrativa per risultare davvero convincente, anche se l’abilità degli sceneggiatori è tale che la si segue senza un attimo di noia. Rizwan Khan (che il personaggio porti lo stesso cognome dell’attore che lo interpreta lascia pensre a una profonda identificazione tra i due) è un ragazzo di una metropoli indiana che soffre di autismo. L’amore e l’acume della madre, gran figura di donna indipendente e di istintiva intelligenza, riescono però a fargli avere una vita quasi normale. Poi le cose si complicano e si evolvono. Khan, che appartiene alla minoranza musulmana, vive come tutta la sua comunità in una condizione di costante frizione con la maggioranza indù, un conflitto strisciante a bassa intensità che lo espone alla precarietà e a rischi costanti. Finché, morta la madre e ormai adulto, raggiunge il fratello già residente da tempo a San Francisco, dove ha impiantato una redditizia attività commerciale (“Questa è l’America, caro fratello: libertà per tutti”). Rizwan troverà una cognata incantevole che, psicologa, per prima diagnosticherà la malattia di cui soffre, la sindrome di Asperger, una forma non estrema di autismo che, se non pregiudica le facoltà cognitiva, complica però le relazioni sociali e causa disturbi di linguaggio e comprensione (Rizwan prende alla lettera tutto quanto gli si dice, è incapace di pensiero astratto, quando gli dicono di ammazzare il tempo si chiede come possa ucciderlo). Dopo una serie di disavventure, trova il suo posto nella società americana e anche una moglie, che è poi la bellissima Kajol (e qui il film cade nell’inverosimiglianza: com’è possibile che una come lei accetti di sposarlo?) nella parte di Mandira, una parrucchiera indù mollata dal marito fedifrago con un figlio piccolo. Matrimonio ostacolato, perché per il fratello di Rizwan un musulmano non può sposare un’indù (“È sacrilegio!”, urla). Ma sarà per i due una vita felice, finché non arriva l’11 settembre e tutto cambia: per Khan, per Mandira, per tutti i musulmani d’America, visti come potenziali terroristi (la cognata si toglie il velo per non farsi riconoscere). Qui cominciano le disgrazie, un autentico calvario, ne succedono di ogni, la vita sociale e privata di Rizwan va a pezzi, finchè, stufo di essere additato come un possibile kamikaze islamista e prendendo alla lettera un’imprecazione di Mandira, non si mette in testa di andare dal presidente degli Stati Uniti per dirgli che il suo nome è Khan e che lui con il terrorismo non c’entra. Il resto meglio lasciarlo scoprire a chi vedrà il film. Basti dire che quel tormentone ‘Il mio nome è Khan e non sono un terrorista’ verrà rilanciato dai media e smuoverà l’intera America.

Una scena

Film didascalico, troppo. Anche se molto interessante, perché stavolta l’America e l’Occidente sono guardati e racccontati da un altro punto di vista, dalla prospettiva di un indiano, anzi di un indiano musulmano. Come se l’Italia di oggi venisse messa in scena da un immigrato. L’intenzione del film, molto evidente, è quella di invitare alla conciliazione delle culture e all’abbandono del pregiudizio anti-islamico, che non è solo un problema americano e occidentale, lascia intendere chiaramente il film, ma anche indiano (non dimentichiamoci del Kashmir conteso tra indù e islamici, un problema che si sta sempre più avvitando su se stesso). Shah Rukh Khan ha messo il suo potere di superstar di Bollywood al servizio di una buona causa e della sua gente, ergendosi a paladino di un Islam bonario, non aggressivo e per nulla jhadista, che cerca solo di vivere in pace ma che – sostiene con forza il film – viene frainteso e conculcato in tutto il mondo e confuso cone le sue frange estremiste. In tal senso My Name is Khan può essere visto come una produzione di propaganda, ed è questo intento pedagocigo e declamatorio ad appesantire e sovraccaricare il film, che pure è scritto e girato con suprema abilità (la sceneggiatura è solidissima, si vede che dietro c’è una scuola di abili facitori di storie).

Il regista Karan Johar

Nell’ambizione di accontentare tutti, e di sensiblizzare tutti sulla condizione della minoranza musulmana in India e negli Stati Uniti, Il mio nome è Khan rischia di non cogliere i suoi bersagli. I numeri lo starebbero a dimostrare. MNIK  non ha battuto tutti i recordi di incasso in patria, come la produzione sperava e come l’enorme grancassa promozionale lasciava presagire, anche se si è attestato molto in alto in classifica, e al box office indiano 2010 si è installato solo al secondo posto. Specularmente, negli Stati Uniti ha incassato poco più di quattro milioni di dollari, il miglior risultato di sempre per un film bollywoodiano, ma in assoluto non una gran cifra, di sicuro inferiore a quella in cui speravano i distributori (tanto per capirci, Io sono l’amore di Luca Guadaganino, piccola produzione low budget, ha incassato negli Usa un milione di dollari in più). MNIK ha deluso, sia in patria che fuori.
Le platee domestiche pare non abbiano molto apprezzato l’eccesso di serietà del film e la sua mancanza di scene musicali e di danza, indispensabili a fare di un film di Bollywood un vero successo. Al disincantato spettatore straniero Il mio nome è Khan appare invece troppo ingenuo drammaturgicamente, le sue svolte melodrammatiche, soprattutto nella seconda parte (morti, separazioni, disgrazie, ritorsioni, di tutto di più) paiono francamente inverosimili e riportano a un cinema semplice e ingenuo che ad esempio in Italia non esiste più almeno da 50 anni, dai tempi di Raffaello Matarazzo ed epigoni. Va riconosciuto che in quanto a tecnica il film non ha nulla da invidiare alle più avanzate produzioni, non dico italiane, ma americane. Però il racconto, quello resta irrimediabilmente rétro per i nostri standard. MNIK fallisce il suo scopo e non riesce a essere il prodotto globale che voleva. Il suo ibridare teniche, stili e contenuti non produce una fruizione globale indifferenziata e unanime, anzi. I cultural divide continuano a esistere e a fratturare il mondo. Neanche la superpotenza bollywoodiana riesce a superarli.
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