Il film più sopravvalutato dell’anno (e il più sottovalutato)

Il più sopravvalutato
L’uomo nell’ombra (The Ghost Writer), di Roman Polanski
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Adoro Polanski, dai tempi non sospetti di Repulsion. Però The Ghost Writer è davvero una bufala. Non per colpa sua, che ci mette tutto il mestiere di cui è capace e che, come dicevano le vecchie zie, riesce (non sempre) a cavare sangue dalle rape. Ma più di tanto nemmeno lui può, perché la storia è risibile, robaccia da romanzo da aeroporto, come ha giustamente scritto Peter Knegt nel suo blog The lost boy su IndieWire. Viene il sospetto che tanto entusiasmo per The Ghost Writer (che ha vinto a Berlino l’Orso d’argento e poi ben 6 Oscar europei) sia tutto ideologico, per come il film maltratta e demonizza quell’ex premier inglese che tanto assomiglia a Blair. Poi, vero, Polanski riesce a comunicarci da gran regista dell’inquietudine qual è un senso oscuro di minaccia, di claustrofobia, di malessere. I paesaggi (che sono baltici e fingono di essere Martha’s Vineyard) sono una meraviglia, con quelle spiagge lunghe che richiamano i bei tempi di Cul-de-sac e quelle acque minacciose che non possono non ricordarci Il coltello nell’acqua. Ma è un puro esercizio di stile su un impianto narrativo sgangheratissimo.

Il più sottovalutato
Io sono l’amore, di Luca Guadagnino
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Ora, io capisco che questo paese non appena vede un film un po’ troppo leccato, un po’ troppo curato nei dettagli scenografici e nei costumi, un po’ sul maniacale nel perfezionismo delle chicchere e delle tappezzerie e dei vasi di fiori, pensi subito che è una zeffirellata e ci tiri sopra una riga. Però, Dio mio, bisogna anche distinguere. In Io sono l’amore c’è del buono, al di là del formalismo e del calligrafismo (a volte stucchevoli e fastidiosi, lo ammetto). C’è la voglia di resuscitare, anche se si tratta di un sogno impossibile, il cinema decadente di un Visconti, o di citare ambiziosamente Teorema, vertice del cinema di Pasolini. C’è consapevolezza e nostalgia di quel che è stato il nostro cinema, e il tentativo di tornare a quei livelli. C’è la capacità di confezionare un impeccabile prodotto (sì, prodotto, e non è una parolaccia) internazionale, non asfittico, non chiuso nelle parlate dialettali-etniche italo-borgatare, non ristretto in piccole storie di trentenni precari e delusi e indecisi a tutto. Qui la storia forte c’è, c’è un’attrice magnifica che è Tilda Swinton, la quale è un’inglese che in Io sono l’amore interpreta una russa che parla italiano. Performance virtuosistica, che all’estero hanno colto e che qui non si è filato nessuno. Sappiamo poi com’è andata, che Io sono l’amore in America è stato ed è un successo clamoroso, che ha ottenuto la nomination ai Golden Globe, che compare in quasi tutte le classifiche anglofone dei migliori film del 2010 (l’altra sera Bbc World lo ha messo al terzo posto, dopo The Social Network e The King’s Speech e prima di Inception, Winter’s Bone e Black Swan). Non dico che in patria si dovesse urlare al capolavoro, ma neanche snobbarlo così: 240mila euro di incasso in tutto, una miseria (fuori Italia ne ha raccolto 10 milioni, dicasi 10 milioni, e la corsa continua), stellette risicate da parte dei soliti critici. Per non parlare dei critici giovani e arrembanti, quelli dei blog e dei siti, che l’hanno stroncato come un filmastro da vecchie zie. Ma si può?

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5 risposte a Il film più sopravvalutato dell’anno (e il più sottovalutato)

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