Recensione. TRON LEGACY non è Inception, non è Avatar e non allargherà i confini della nostra percezione

Tron Legacy, regia di Joseph Kosinski. Con Jeff Bridges (Kevin Flynn/Clu 2.0), Garrett Hedlund (Sam Flynn), Bruce Boxleitner (Alan Bradley/Tron), Olivia Wilde (Quorra), Michael Sheen (Castor/Zuse).

Jeff Bridges è Kevin Flynn

Un film che non riesce a ricreare la fantasmagoria dei blockbuster che l’hanno preceduto. Design grafico e décor altamente spettacolari, ma inesorabilmente ripetitivi. 3D intermittente (solo per le scene che ne valgono la pena), e questo è bene, così ci possiamo togliere i fastidiosi occhialini quando non servono. Tron Legacy è però narrativamente piatto come le sue interminabili piste virtuali, verbosissimo e sentenzioso peggio di un cattivo manuale new age. Ci fa un sacco di prediche e ci lancia messaggi su messaggi, invece funziona quando ci sono le lotte gladiatorie e le corse su moto digitali che ricordano quelle delle bighe di Ben-Hur.

Da sin., MIchael Sheen e Garrett Hedlund.

I buoni sono in blu, i cattivi in arancione tendenza rosso. Meglio capirlo in fretta, sennò nelle cruente, per quanto virtuali battaglie ci si confonde. Il design monocorde assimila gli uni agli altri, stesse sagome silhouettate con strisce laser segnaletiche, solo il colore aiuta il nostro occhio a distinguere.
In blu è naturalmente (nella fase virtuale del film) il nostro eroe, Sam Flynn, ragazzotto testosteronico a capo di un impero digitale chiamato Encom lasciatogli in eredità dal padre scomparso e retto da un management che lui odia e sabota facendo dell’incosciente hackeraggio contro l’azienda, cioè contro se stesso e i propri interessi. Ma questo è solo un dettaglio di partenza della storia di Tron Legacy. Che, come è stato detto e scritto ad abundantiam, è il sequel ben 28 anni dopo di Tron, il primo film che provò a mettere in scena – era il remoto 1982 – l’universo virtuale dei videogame. Fu un flop, ma la sua statura è cresciuta nel tempo fino diventare un culto e indurre la Disney a (ri)produrre questa molto attesa parte seconda. Credo di essere stato tra i non molti spettatori italiani ad aver visto a suo tempo Tron, di cui però non ricordo assolutamente nulla se non delle fantasmagorie in blu intersecate da linee luminose lungo le quali correvano velocisssime moto.

Garrett Hedlund è Sam Flynn

Quel format grafico viene riprodotto anche in Tron Legacy, naturalmente aggiornato alla tecnologia vigente, a partire dal 3D, che però viene usato solo per le scene del mondo virtuale e neanche tutte, ristretto anzi a quelle più spettacolari (i duelli, le battaglie, le corse, le fughe) che giustifichino il ricorso sempre fastidioso ai famigerati occhialini. Scelta saggia, che speriamo venga replicata anche per altre produzioni.
Ma torniamo al giovane Sam, che per quanto azionista di maggioranza della Encom se la tira da tardofrikkettone nullafacente, e abita – con cane e niente ragazze – in un loft  apparentemente poveristico, in realtà con vista clamorosa su un ponte sospeso (il Brooklyn Bridge? Il Golden Gate? Altro? Non è dato sapere, perché l’immagine balena per un istante e nel resto del film manca qualsiasi coordinata geografica). Sam si sente tanto solo e abbandonato da quando papà Kevin più di vent’anni prima scomparve in un gorgo digitale-virtuale di un videogame da lui creato, Tron per l’appunto, che lo ha risucchiato dentro di sè e mai più risputato fuori. Così il malinconico erede con un edipico grande come l’Empire State Building parte alla ricerca del genitore, visto che da quell’universo lontano e parallelo gli sono arrivati segnali che il desaparecido potrebbe essere ancora in vita. Entra nel vecchio laboratorio di papà così gustosamente anni Ottanta (è uno dei pochi momenti divertenti di un film che non ha il minimo guizzo ironico e si prende sempre poderosamente sul serio) e tramite una vetusta console finisce dall’altra parte dello specchio, che per Sam nuova Alice è il mondo virtuale creato da daddy Kevin. Non fa neanche in tempo a rendersene conto di essere di là che già deve combattere per sopravvivere in cruenti duelli gladiatori dove l’arma letale è un cerchio luminoso da lanciare contro l’avversario, mentre intorno sugli spalti di un’arena immateriale migliaia di spettatori (anzi di programmi, come vengono chiamati gli individui in questo universo digitale) aspettano morbosamente che uno dei due contendenti muoia e si dissolva. Niente sangue, la fine avviene per disintegrazione immediata. Il tosto Sam se la cava, ci mancherebbe, rivelandosi un gladiatore virtuale già abilissimo al primo game come non avesse mai fatto altro nella vita. Scopre anche, tra un lancio di un disco luminoso e l’altro, che quel tizio somigliantissimo a papà che comanda tutti è solo un clone del genitore, un programma cattivo di nome Clu, dittatore assoluto di questo universo concentrazionario che assomiglia ai peggiori incubi totalitari del Novecento, un Duce che ha ai suoi ordini eserciti di sudditi disposti a combattere e perire per lui e per i suoi progetti di dominio del mondo (progetti di egemonia che, scopriremo, non riguardano solo il suo mondo virtuale ma anche quello materiale, insomma il nostro, che sta dall’altra parte del portale, sorta di Porta di Brandeburgo che fa da passaggio tra le due dimensioni).
Ogni diversità, ogni dissidenza è stata estirpata dal malvagio Clu. La genia degli ISO, inventata proprio dal papà di Sam, una razza superiore perfetta e senza più le lacune e i limiti dell’umano, è stata fatta oggetto di una pulizia etnica che non ha lasciato sopravvissuti (o quasi, come si scoprirà poi). Il nostro eroe non tarda a capire che papà Kevin, quello vero, non il suo clone cattivo, è ancora in vita, anche se tenuto prigioniero da qualche parte. Lo scova. Si incontrano, si abbracciano il giovinotto e l’invecchiato ma sempre ben messo genitore (difatti è Jeff Bridges), molto sentenzioso e gureggiante, che parla come un cattivo manuale new age (“Vado ad ascoltare la musica dell’universo” dice all’esterrefatto figliolo nella più imbarazzante battuta di un film che pure di dialoghi ridicoli ne accumula a decine).
Risparmiamo il racconto del pur prevedibile finale. Tron Legacy è uno di quei film post-Avatar in cui le esperienze multisensoriali solleticate nello spettatore sono tutto e contano più di ogni plot, di ogni verosimiglianza, di ogni narrazione. Solo che rispetto ad Avatar lo spettacolo è tutto sommato modesto. Il meglio sono i duelli e le battaglie, e le corse e gli scontri su moto-laser lungo piste e autostrade digitali, gare sfrenate in cui ogni colpo basso è consentito che sembrano la riedizione aggiornata agli universi paralleli della mitologica corsa delle bighe di Ben-Hur. Però l’andamento narrativo è piatto, senza veri climax, o forse la nostra percezione di piattezza deriva dalla orizzzontalità dei movimenti e del design, linee e linee che corrono all’infinito e si avvolgono su se stesse, senza slanci verso l’alto, senza verticalizzazioni. Parziale eccezione la strana parentesi con il mellifluo Zuse, una sorta di entertainer da disco-kabarett virtuale che parla e si muove con l’ambiguità sessuale anni Ottanta di un Boy George ma ricorda anche il presentatore del vecchio Cabaret di Bob Fosse e un po’ i balletti sadici con bastone a pomo di Malcolm McDowell in Arancia meccanica. Quasi un numero da musical che stride con la linearità grigia del resto del film e ci fa capire per un momento cosa sarebbe potuto diventare Tron Legacy nelle mani di un regista più coraggioso e visionario del notarile Joseph Kosinski, che impagina con diligenza ma senza mai uscire dalle piste che la produzione gli ha disegnato e prescritto.
Il graphic design è efficace e spettacolare, ci mancherebbe altro con tutti quei soldi spesi, solo che, giocato com’è sempre sulle stesse geometrie, dopo una decina di minuti ingenera assuefazione e déjà-vu. Non mancano gli omaggi a 2001: Odissea nello spazio, un’ossessione anche oggi (e son passati 40 anni) per chiunque si cimenti con la sci-fi. Gli ambienti bianco-settecenteschi in cui vive papà Kevin sono ispirati fin troppo evidentemente agli analoghi salottini tra Luigi XV e XVI del film di Kubrick, cloni come Clu lo è di papà Kevin.
Ma i limiti di Tron Legacy sono ben altri: la povertà del plot, e la insopportabile sentenziosità di papà Kevin che incarna la filosofia del film (sì, purtroppo c’è una filosofia) con quei suoi deliranti discorsi sull’armonia cosmica e l’utopia di una società perfetta emendata dalle grossolanità e dalle approssimazioni umane. Possibile che non si possa fare un sano, onesto prodotto spettacolare messo su con tutte le diavolerie eletronico-digitali che la tecnologia consente, senza che ci vengano propinate valanghe di pensierini da sciampiste sul mondo, l’universo, la vita e l’oltre-vita? Già Avatar era insopportabile quando filosofeggiava sull’armonia del pianeta Pandora e i suoi abitanti, adesso arriva anche Tron Legacy. Sempre con la stessa pretesa del Grande Discorso e del Grande Messaggio. Facessero il loro mestiere, questi signori, che è quello di divertirci e la smettessero con le manfrine sulle utopie, che poi nel Novecento abbiamo visto quali disastri portino certe ostinazioni nel voler creare la società perfetta. Tron Legacy non si sottrae nemmeno a un’altra sciagura dei tecnofilm spettacolari degli ultimi anni: la verbosità, parole parole parole, fiumi di parole. È che questi film sono così contorti e lambiccati nelle loro giravolte tecnologiche che richiedono a ogni passaggio cumuli di spiegazioni. Succedeva in Avatar e nel pur bellissimo Inception. Succede anche qui, con sceneggiatori che si rivelano però meno abili di quelli dei film di Cameron e Nolan, e dunque ci ammorbano con spieghe che non ci interessano e non vogliamo sentire su cosa siano gli ISO, i programmi, Clu, Tron, i dischi-identità e quant’altro.
Gli attori: Jeff Bridges come papà Kevin è pochissimo convinto di quello che fa, mentre nulla si può dire di lui nella versione più giovane e cattiva come despota Clu, trattandosi di riproduzione in digitale della sua immagine nel vecchio Tron. Il ragazzo Sam è interpretato da un certo Garrett Hedlund vagamente somigliante a Cassano, perfetto nelle scene d’azione, anche sexy, ma con un carisma pari a zero, buono tutt’al più per un B-movie, e che finisce con l’essere un altro elemento di fragilità di un film che ne ha già tanti.
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