Recensione. VALLANZASCA non è (purtroppo) il nuovo ‘Romanzo criminale’

Vallanzasca, gli angeli del male. Un film di Michele Placido. Con Kim Rossi Stuart, Valeria Solarino, Filippo Timi, Paz Vega, Moritz Bleibtreu, Francesco Scianna. Italia 2010.

Il cast. Al centro Kim Rossi Stuart, alla sua destra Francesco Scianna, a sinistra della foto Filippo Timi.

Milano aspetta ancora il grande film che racconti le sue storie di mala. Vallanzasca delude: narrazione opaca, un protagonista mai messo a fuoco oscillante tra il Robin Hood e la carogna. Ottima la direzione di Michele Placido, violenta, testosteronica, belluina come in un poliziottesco d’epoca. Ma non basta a salvare il film. Non basta nemmeno Kim Rossi Stuart, in difficoltà con un personaggio mal delineato. Così tra gli attori il meglio è Francesco Scianna, torvo e carismatico Turatello.

Kim Rossi Stuart/Vallanzasca

Peccato, un’occasione persa questo Vallanzasca. Eppure gli ingredienti per una buon risultato c’erano tutti, una storia che aveva sconvolto e ipnotizzato l’Italia anni Settanta e un personaggio forte e mai dimenticato, attori di rispetto, Kim Rossi Stuart e Filippo Timi in primis, un regista, Michele Placido, che ci aveva dato un neopoliziottesco, Romanzo criminale, così buono da aver poi generato la nostra miglior serie televisiva da molto tempo in qua, e che forse è stato il miglior film italiano della scorsa decade. Romanzo criminale, appunto: con quel precedente la qualità di Vallanzasca sembrava garantita dalla presenza dello stesso regista e di uno degli interpreti, Kim Rossi Stuart. Invece no, quello che là funzionava magnificamente – una cronaca cruenta dei peggiori anni della nostra vita, i Settanta, trasformata in saga spettacolare credibile e avvincente – stavolta diventa un film monco, confuso, con qualche (raro) buon momento e una narrazione che procede a fatica. A confrontare bene i credits si scopre che la differenza la fanno (potrebbero averla fatta) gli sceneggiatori. In Romanzo criminale c’era quel duo di straprofessionisti di Stefano Rulli e Sandro Petraglia affiancati da Giancarlo De Cataldo, autore del libro da cui il film era tratto. Ne uscì un copione che reggeva benissimo, senza smagliature, eppure c’era una folla di personaggi e trame e sottotrame non facili da raccontare e tenere in pugno. In Vallanzasca la lista degli sceneggiatori è più lunga, però sono scomparsi sia Rulli-Petraglia che De Cataldo (ma Placido non li poteva richiamare?), ci sono invece lo stesso Placido e Kim Rossi Stuart più altri nomi. La sceneggiatura non decolla mai ed è quella che tarpa le ali al film. L’inizio è compiacente e confuso, con quel Vallanzasca teenager dall’aria angelica (e purtroppo hanno pure scelto un ragazzetto fuori parte, inadeguato e spaesato come teppista della Comasina, con quell’aria biondiccia da piccolo lord di Milano centro) che nel quartiere si fa valere presto e la prima bravata è liberare una povera tigre spelacchiata da un circo ancora più povero e malmesso di lei. Una scena da stringere il cuore, chè il circo è tra le cose più malinconiche che ci siano e al cinema deprime (almeno a me capita così) come nient’altro. Il messaggio però risulta forte e chiaro: il Vallanzasca è un bravo ragazzo, lo è sempre stato, un raddrizza-torti che fa del bene non solo alle bestie del circo ma anche alla povera gente, il Robin Hood della Comasina, difatti la scena seguente è sempre il piccolo lord con la zazzera bionda ben parrucchierata che ruba ai ricchi (si fa per dire, due o tre piccolissimi negozianti del quartiere) per rivendere a bassissimo prezzo le cose alle vecchiette che prendono il minimo di pensione (che allora, anni Sessanta, era ancora più minimo del minimo di oggi).
Poi entra in scena Kim Rossi Stuart as Renato Vallanzasca ventenne e si comincia con i night, i whisky e le scopate con le meglio ragazze del giro (Valeria Solarino è fantastica come prima donna e compagna del bel René, che sembra a vederla la Florinda Bolkan in fotocopia, con quel viso squadrata e l’aria fiera e un po’ lesbo e gli occhioni scuri) e vai con le rapine, insieme a una gang messa su alla bell’e meglio con qualche amico sbandato e voglioso di trovar la scorciatoia al denaro e alla bella vita. Io sono nato ladro, continua a ripetere il Renato a sè e agli altri, quasi a convincersi di avere un’identità certa, di essere qualcuno, o forse a voler dare un senso, una chiave, un baricentro a un film che invece si sta srotolando davanti ai nostri occhi senza ancoraggio alcuno, sbandando paurosamente da una sequenza all’altra senza trovare mai una direzione.

Valeria Solarino

Paz Vega

Tutta la prima parte è confusa, non mette a fuoco il suo protagonista, non dipana con un minimo di linearità e consequenzialità i fatti. Soprattutto il film (la sceneggiatura) non si decide sul protagonista, presentandocelo ora quale novello Robin Hood, ribelle sociale con molte cause ancorchè privo di “coscienza politica” (che però più tardi un po’ arriverà, ahinoi), ora quale criminale puro, uno che ruba e uccide in quanto strutturalmente malvagio, senza giustificazioni sociali: quell’io sono nato ladro, appunto. Doppiezza che il film non scioglie mai. Michele Placido dirige bene, benissimo, con un piglio testosteronico, belluino, come già ci aveva fatto vedere in Romanzo criminale, velocissimo, aggressivo, barbarico. Si vede che ha preso a modello i migliori (peggiori?) poliziotteschi degli anni Settanta e ne ha copiato la furia cieca e gratuita, il ritmo isterico, il suono e il rimbombo delle raffiche di mitra, gli scontri tra polizia e criminali, gli agguati. Placido non teme il sangue, è lontano per nostra fortuna dalla carineria e dal piacionismo che segnano tanto cinema italiano di oggi, ha un approccio fisico e corporale alla materia che racconta. I pestaggi sono pestaggi, gli scontri a fuoco sono veri scontri, e i corpi martoriati e torturati vengono esibiti senza nasconderci una lacerazione, un ematoma, una lesione. Un ritmo di racconto così selvaggio funziona benissimo se la sceneggiatura è solida, solo che qui la velocità, il passaggio repentino da una scena all’altra (il montaggio è frenetico) su una sceneggiatura debole e incerta finiscono con l’opacizzare ulteriormente la leggibilità del film, rendendone quasi incomprensibili gli snodi. La violenza è continua, e tuttavia l’andamento è piatto perché non ci sono climax veri, il Vallanzasca rionale degli inizi in fondo non è diverso dal successivo nemico pubblico numero uno nazionale, non c’è mai un momento in cui ci si faccia capire davvero il salto dalla micro alla macro criminalità, l’evoluzione del personaggio, la sua ascesa alle prime pagine e la sua discesa negli abissi.
Il massimo godimento lo danno gli oggetti, le scenografie, gli ambienti, soprattutto i vestiti e le acconciature anni Settanta che, Almodovar insegna, è una decade che al cinema viene sembre molto bene. Quegli orrori stilistici sono oggi una goduria per gli occhi, con tutti i loro slittamentti nel profondo kitsch e nel camp (vedi anche Potiche di François Ozon).
Quanto alle polemiche strumentalmente attizzate contro il film di Placido, accusato di epicizzare ed eroicizzare un deliquente, non è il caso di prenderle sul serio. Però bisogna pur dire che il film qua e là qualche indulgenza di troppo verso il suo controverso personaggio ce l’ha, e che non riesce mai a trovare verso di lui la giusta distanza, diversamente da quanto succedeva in Romanzo criminale e nel film che sarebbe dovuto essere il modello di riferimento di questo Vallanzasca e purtroppo non è stato, il Mesrine francese interpretato da Vincent Cassel (in Italia titolato genericamente Nemico pubblico n. 1). In questo marasma, in un film che non si decide a dirci se il protagonista è un angelo o un demone, che non prende mai posizione, insomma su questo plot che sembra una distesa di sabbie mobili, anche uno molto, molto bravo come Kim Rossi Stuart non ce la fa e sprofonda. Ha delle scene magnifiche in cui la somiglianza fisica con il vero Vallanzasca è strabiliante, e nelle quali è vibrante, nevrotico e convincente (l’ultimo incontro in carcere con l’ex amico interpretato da Filippo Timi, ad esempio), ma ha anche momenti in cui sembra assente, sprofondato nella catatonia, costretto a vagare in cerca di un appiglio che dia consistenza e senso al suo personaggio. Kim Rossi Stuart ha poi una fisicità troppo aristocratica per essere davvero credibile come ragazzotto, per quanto belloccio e sexy, della Comasina di quel tempo, e più quel suo corpo lo mette a nudo, lo maltratta, lo insanguina, lo degrada (sono moltissime le scene in cui viene pestato, massacrato, e Placido non ci risparmia nulla) e meno è credibile. Ma il vero punto di crisi della sua interpretazione è l’accento, la lingua. A un orecchio lombardo-milanese non possono sfuggire le approssimazioni e i dilettantismi di certe inflessioni. Rossi Stuart (mica detto che sia colpa sua però) fa parlare il suo Vallanzasca secondo un incerto registro linguistico in cui si alternano a caso un vetero-meneghino alla Carlo Porta che non esiste più da un secolo, un italo-milanese che sembra quello di un Paolo Rossi anzi di un Mauro Di Francesco anni Ottanta, ma che fuori dal cabaret e da certi film non si è mai sentito da nessuna parte, e un italiano puro quasi cruscante. Si sente che lui non è milanese, che viene da Roma e che quei suoni gli sono totalmente estranei (non ce la fece ad essere un credibile milanese nemmeno Alberto Sordi in La più bella serata della mia vita di Scola, ed era Sordi). Si sente, purtroppo, che con gli attori non si è fatto abbastanza lavoro e studio sulla lingua, elemento centrale in un film come questo. Peccato, un po’ più di attenzione e sensibilità sarebbero bastati per evitare quel fastidioso senso di irrealtà e artificiosità che ci comunicano Vallanzasca e i suoi compari non appena aprono bocca.
Filippo Timi è bravo come al solito nella parte dell’amico tossico e fuori di testa, della Solarino si è detto, quanto a Paz Vega sembra davvero uscita dagli anni Settanta con quelle sue pettinature, ed è credibilissima come parrucchiera venuta dalla Comasina. Ma il migliore, quello che ruba la scena a tutti, è Francesco Scianna, che al suo Francis Turatello dà corpo e carisma e che, da siciliano che deve interpretare un siciliano, lui sì che non sbaglia nulla nel registro linguistico.
Vallanzasca non è il grande film che si sperava sulla Milano della mala, si dovrà aspettare un’altra occasione (quando qualcuno ci racconterà le mani della ‘ndrangheta sulla città?). Per un cinema in grado di restituire davvero l’anima nera di questa metropoli bisogna tornare molto indietro, a certi poliziotteschi, o a Banditi a Milano e al fantastico Svegliati e uccidi su Luciano Lutring, entrambi di Carlo Lizzani. O ancora più indietro, a certe parti di Rocco e i suoi fratelli, ma quello era Visconti, quello era Testori.

Francesco Scianna è Francis Turatello

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