Chi è Khaled Abol Naga, il divo egiziano anti-Mubarak

Superstar del cinema egiziano, cosmopolita (ha girato anche un film in America), in prima linea in piazza Tahrir nei giorni della protesta contro il Rais. Ritratto di Khaled Abol Naga.

Khaled Abol Naga in "Microphone", 2010

Khaled nel suo film americano "Civic Duty"

Si è esposto subito contro Mubarak non appena il 29 gennaio sono incominciate le proteste antiregime in piazza Tahrir. Ci ha messo con un certo coraggio la faccia e la sua popolarità, ha preso una posizione chiara senza aspettare opportunisticamente che il rais crollasse e desse le dimissioni in quello storico 11 febbraio 2011.
Nonostante sia una una delle star più popolari del cinema e della tv egiziani, Khaled Abol Naga, 44 anni ma ne dimostra almeno dieci di meno, non si è tirato indietro ed è apparso già all’inizio delle manifestazioni in prima fila, ha rilasciato interviste ad Al Jazeera International (l’ho visto io stesso protestare contro il regime che aveva bloccato le comunicazioni via Internet e cellulare) invocando il ritiro dell’odiato ultimo faraone, altrimenti detto per la sua decrepitezza e l’ostinato attaccamento al potere “il sarcofago che cammina”. Adesso, Khaled Abol Naga continua a riferire notizie su piazza Tahrir, sull’Egitto intero in festa, attraverso Twitter, Faceboook e il suo blog Kalnaga. Notizie arrivate da Alessandria mi dicono sia un fervido supporter di El Baradei, il Nobel per la pace ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, tra i rappresentanti più accreditati dell’opposizione laica al regime e uomo che giocherà sicuramente un ruolo fondamentale nel dopo-Mubarak anche se ha appena annunciato che non intende candidarsi alle elezioni.
Che Khaled Abol Naga fosse dalla parte dell’Egitto che aspira alla democrazia, alla libertà, alla modernizzazione, lo si era capito da tempo anche dalla sua carriera di attore, presentatore di talk show televisivi, regista, produttore e, in particolare, lo si era capito dai film che ha girato.

In "Microphone"

Khaled è stato studente all’Università Americana del Cairo (a due passi dal Museo Egizio, e anche quella affacciata sulla fatidica Piazza Tahrir, epicentro di ogni sommovimento e pulsazione della vita cairota), poi comincia con il teatro. Arriva quindi la tv, che lo rende un volto familiare a ogni egiziano, e, abbastanza tardi, nel 2000, il salto nel cinema, un’industria che in Egitto ha una grande tradizione. Il Cairo irradia fin dagli anni Venti-Trenta film in tutto il mondo di lingua araba, commedie popolari, melodrammi, musical, film storici e avventurosi, producendo divi e dive conosciuti dall’Afghanistan e dall’Asia centrale fino al Marocco e alla Mauritania. Khaled Abol Naga incarna l’ultima generazione, quella che si inserisce nella potente tradizione della Hollywood sul Nilo cercando di ibridarla con linguaggi contemporanei e uno stile cosmopolita. Khaled ha una faccia non etnica, ha l’aspetto di un ragazzo di un qualsiasi metropoli europeo americana, assomiglia vagamente a Banderas, parla fluentemente l’inglese, ha già messo un piede in America girando nel 2006 Civic Duty di Jeff Renfroe, un thriller drammatico in cui era uno studente arabo perseguitato dal vicino di casa paranoico convinto che fosse un terrorista islamista. Un film non banale sulla islamofobia negli Stati Uniti dopo l’11 settembre (tema affrontato anche nel bollywoodiano Il mio nome è Khan). Non è stato un blockbuster, ma l’ha fatto conoscere fuori dal mercato di lingua araba e potrebbe procurargli altre occasioni in Europa e America (lui si dice pronto, “purché non mi facciano fare la parte del terrorista arabo” fa sapere: nessuna voglia di farsi incastrare in un cliché, come dargli torto?).

In "Heliopolis", 2009

In "Uno a zero", 2009

Nel 2009 e 2010 ha prodotto e interpretato in Egitto due film, Heliopolis e Microphone, che hanno incamerato decine di premi nei paesi arabi e non solo, presentati in molti festival, da Salonicco a quello di Toronto, fondamentale porta di ingresso sul mercato americano. Sono i due film che più gli stanno a cuore e che di sicuro meglio lo rappresentano, ritratto di un Egitto problematico e ansioso di uscire dalla separatezza politica e culturale e di agganciarsi alle grandi correnti globali, e film poco accomodanti verso le verità ufficiali pur senza essere politicamente engagé.
Heliopolis (visto a Milano qualche mese fa al cinema Gnomo nell’ambito del Festival del cinema africano e asiatico) è un film multistorie alla Altman, o se preferite alla Magnolia e Crash, destini che si snodano e che poi hanno impreviste intersezioni e contatti, esattamente come nella trilogia della premiata ditta Iñarritu (regista) & Arriaga (sceneggiatore), Babel, 21 grammi e AmorePerros, diventata ormai modello di riferimento per legioni di cineasti in tutto il mondo. Già dalla sua forma narrativa si capisce quanto Heliopolis sia ambizioso, per nulla periferico e provinciale, perfettamente adeguato agli standard linguistici e nerrativi del cinema internazionale. Tra i film egiziani che ho visto ìn questi ultimi due anni è di gran lunga il migliore, un prodotto che potrebbe circolare benissimo nel circuito art house europeo e americano.

L'affiche di "Heliopolis"

Khaled Abol Naga vi interpreta il personaggio che fa da collante alle varie storie, uno studente che sta girando un docu su Heliopolis, enclave coloniale costruita alle porte del Cairo da un belga ai primi del Novecento (ci abitava fino a ieri anche Mubarak), dai meravigliosi palazzi liberty e déco, oggi però in gran parte in decadenza. Ibrahim, lo studente innamorato del cinema, vuole fissare con la sua camera quelle strade, quelle case, quei giardini, quel particolare lifestyle, ma soprattutto vuole testimoniare le vite che lì si sono svolte e che stanno per essere spazzate via dalle cose che cambiano. Non è un film allineato, è un film che dichiaratamente rimpiange, attraverso l’omaggio a quel quartiere di impronta così fortemente europea, l’Egitto laico, aperto al mondo, vitale, pluriconfessionale e multietnico di prima di Nasser. Un paese che fu poi cancellato in poco tempo  con la partenza forzata degli europei e degli ebrei. I negozianti che Ibrahim filma si ricordano ancora di “quando c’erano gli stranieri” e il quartiere era un piccolo paradiso, “poi sono andati via tutti”. Si mostrano le moschee, la chiesa, la sinagoga. Tra i personaggi di Heliopolis, anche un giovane medico di religione cristiano-ortodossa, che abita nella meravigliosa casa di famiglia gonfia di memorie, ma ormai disilluso e in procinto di emigrare in Canada, evidente allusione alla sempre più scomoda posizione delle minoranze cristiane nell’Egitto di oggi. Ma il personaggio più interessante e rivelatore è quello di un’anziana ebra, che confessa a Ibrahim di aver nascosto per decenni la sua identità culturale e religiosa ai vicini temendo ritorsioni: “Ho sempre detto di essere una straniera, se sapessero che sono ebrea non potrei più stare qui”. Ce ne sono altre di vicende, in Heliopolis, ma sono queste due storie di minoranza a renderlo un film importante, indirettamente politico, una finestra sul complicato Egitto della fase terminale del regime di Mubarak. Anche interessante per capire come quello del rais appena caduto fosse sì un sistema dispotico-oligarchico gestito da un pugno di famiglie potenti, ma non selvaggiamente totalitario. Nonostante la pervasività dei controlli da parte di polizia e dei servizi segreti, nonostante la limitazione delle libertà personali e il famigerato stato di emergenza in vigore da decenni e mai abolito, l’Egitto di Mubarak non era certo paragonabile a paesi come Siria o Iran, e un po’ di spazio per un cauto manifestarsi delle opinioni non allineate c’era, e Heliopolis ne è una prova.
Dopo il buon successo anche internazionale di Heliopolis Khaled Abol Naga ha prodotto (e interpretato) un altro film indipendente e ancora meno allineato e ufficiale, Microphone, chiamando a dirigerlo lo stesso regista, Ahmad Abdalla. Uscito in Egitto lo scorso 23 gennaio e prima presentato (in settembre) al Toronto Film Festival, è formalmente ancora più ambizioso e modernizzante del precedente, e basta dare un’occhiata al sito ufficiale per averne un’idea. Khaled è un ingegnerre che torna ad Alessandria (anche) per riallacciare il rapporto spezzato con la sua ragazza. Non ci riuscirà, ma scoprirà nel suo girovagare una città pulsante, giovane, piena di creatività, con rapper, graffitari, ragazze che mettono in piedi rockband. Attraverso Microphone Khaled Abol Naga porta a galla un altro Egitto, lontano dalle cartoline del Cairo e di Sharm el Sheik, lontano anche da quello etnico-religioco-fondamentalista dei Fratelli Musulmani ma metropolitano, antagonista, giovane, sprimentale, incazzato, insoddisfatto dell’esistente e con una gran voglia di sintonizzarsi sulle più avanzate scene internazionali. Film da non perdere, capitasse da queste parti.

Khaled ai microfoni di Al Jazeera International

Il maggior successo al box office egiziano di Khaled degli ultimi anni è però Wahed Sefr, ovvero Uno a zero, presentato nel 2009 nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia, e al solito mal capito e snobbato dai nostri critici ufficiali che non  perdono occasione di perdere le buone occasioni. Non è un capolavoro, ma è un buonissimo prodotto popolare che presenta parecchi punti di interesse, soprattutto è un ritratto attendibile dell’Egitto che poi sarebbe sceso in piazza sorprendendo il mondo. Anche Uno a zero, come Heliopolis, è film corale che racconta più storie intrecciate. La regista Kamla Abiu Zekri (sì, una regista donna) guarda a sofisticati modelli narrativi americani ed europei, ma sceglie toni da commedia popolare e da mélo, uno dei generi forti del cinema egiziano. Khaled Abol Naga interpreta un tv host, un presentatore di talk show (com’è stato per molto tempo lo stesso Khaled) narciso, alcolista e cinico fino alla brutalità, segretamente amante di una ricca cristiana con molti più anni di lui che resterà inaspettatamente incinta. Ma ci sono altre vicende, quella di un bambino di strada della Cairo più miserabile, e di una ragazza che pur di agguantare il successo come cantante è disposta a tutto. Lo stile è quello semplificato di un prodotto televisico, ma la struttura è raffinata e complessa (e anche qui si guarda ai soliti Iñarritu-Arriaga) e i temi trattati sono tutt’altro che accomodanti. Si mette in scena una cristiana che vuole divorziare e una ragazza che diventa l’amante di un boss: con scene così Uno a zero non è certo un film appiattito e conformista, eppure è stato uno dei grandi successi al box office egiziano degli ultimi anni. Tutto si svolge il 10 febbraio 2008, giorno della finale della Coppa d’Africa di calcio tra l’Egitto e il Camerun, in una Cairo in spasmodica attesa di vedere i propri giocatori trionfare. Vinceranno infatti, dando il via al gran finale in cui tutti i personaggi del film si ritrovano per strada sommersi da un tripudio di bandiere, in una sequenza che a pensarci oggi (il film l’ho visto l’anno scorso a Milano in una rassegna sul cinema egiziano) sembra la prefigurazione in chiave di tifo calcistico delle manifestazioni politiche di questi ultimi giorni. E anche in questo film sintomatico Khaled Abol Naga c’era.

Da "Civic Duty"

Da "Microphone"

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